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12.3.26

diario di bordo n 161 anno IV Sessant’anni di amore tra la “Sposa del mare” e la pesca ., incentivi fiscali a chi gestice un negozio alimentrre lotta contro lo spopolamento a cheremule vita lenta nei piccoli paesi ., da lavapiatti all'estero alla direzione di un albergo a porto cervo.. il mister del sant orsola ritorna in campo a 43 anni e regala la vittoria alla sua squadra



da  https://www.giornalepopolare.it/
 


Sessant’anni di amore tra la “Sposa del mare” e la pesca

Annamaria Verzino fu la prima donna in Italia a ottenere la licenza nautica.

Un amore speciale, che non si è mai interrotto e prosegue nell’avanzare delle stagioni. La storia di Annamaria Verzino, la pescatrice di Casalbordino, è un romanzo di cui ogni giorno continua a scrivere nuove pagine. Di tenacia, passione, impegno, laboriosità, di un amore sconfinato come l’orizzonte del mare aperto.
La mattina, mentre il caldo disco inizia a sorgere, le temperature sono ancora basse e potrebbero non invogliare ad uscire di casa. Ma lo si può essere costretti, per le incombenze lavorative o di altro, o il richiamo della bellezza dell’alba essere più forte di ogni rigidità tardo invernali. In quelle ore, passeggiando sul lungomare di Casalbordino, si può incontrare una figura che si staglia sulla battigia, lì dove il mare bacia la spiaggia e s’abbracciano acqua e terra. Due occhi dolci, profondi come i flutti verso cui sono volti, scrutano l’orizzonte. Una donna minuta con tenacia e passione, con amore profondo come il mare, scruta l’orizzonte e incontra il suo “sposo”, l’amore di tutta la sua vita. È la “Sposa del Mare”, la pescatrice più longeva d’Italia, che a 90 anni con tenacia e una forza straordinaria ancora oggi quando il tempo lo permette continua ad esercitare l’antica e nobile arte della pesca. Novanta candeline che Annamaria ha spento il 1° gennaio, all’alba del nuovo anno è il compleanno di questa tenace e straordinaria figlia d’Abruzzo.
La prima volta che Annamaria è salita su una barca era il 1944 a cinque anni, nove anni dopo il padre le diede la prima volta il permesso di salirci da sola, nel 1965 fu la prima donna in Italia a ricevere la licenza nautica. Sessant’anni dopo il suo unico vero grande amore non si è mai attenuato, mai spento e mai fermato, e continua a salire sulla barca, anche in piena notte, e a pescare. Angelo Mosè Natarelli l’ha incontrata e ha documentato per “Pescatori a Tavola”, l’unica guida che seleziona le attività tramite la marineria locale, la sua storia e la sua quotidiana attività quasi un anno fa, nel marzo 2025.
Nel 2019 Valentina Lanci, una giovane ragazza di Frisa che vive da tanti anni tra Italia e Finlandia, raccontò la storia della “Sposa del Mare” in un documentario nel Paese nordeuropeo. «Due anni fa ho trascorso con Annamaria e la sua famiglia dei momenti indimenticabili, ho provato a raccontare la sua storia con rispetto e senza forzature attraverso una telecamera, non è stato facile, non è mai facile raccontare storie così profondamente radicate – raccontò Valentina Lanci nel 2021 – una storia, quella di Annamaria, che parla del mio Abruzzo, del mio mare e delle piccole comunità costiere affacciate sull’Adriatico, una storia che racconta il profondo legame di una donna con il suo mare, una storia che sa di autentico e viscerale amore per la vita».
«Sono felice che la storia di questa straordinaria donna stia viaggiando per l’Europa, sono felice che tante persone possano conoscerla attraverso le immagini del mio piccolo documentario – proseguì quattro anni fa il racconto di Valentina Lanci – questa volta la Sposa del Mare approda in Finlandia all’interno di un festival etnografico. E quello che mi rende ancora più felice è che la sua storia verrà affiancata a quella di un giovane pescatore del Madagascar».
«Il film cerca di esplorare il suo stile di vita di pescatrice, di capire il rapporto tra le persone e i paesaggi marini, di capire come le persone modellano e impregnano significato nei luoghi in cui abitano, e come le persone sono, a loro volta, modellate proprio da questi luoghi» riportò la presentazione per il festival etnografico. «La mattina, se il tempo lo permette, Anna Maria si reca al mare di prima mattina, dove ha trascorso tutta la vita – raccontò il documentario una testata giornalistica finlandese – il mare non fornisce più pesce come una volta, ma ce n’è ancora a sufficienza. Il pescato del giorno viene venduto direttamente dalla barca ai residenti. Il documentario racconta la dura vita dei pescatori e il loro legame spirituale con l’amato mare. Il mare è un ambiente familiare e allo stesso tempo imprevedibile, che merita di essere trattato con rispetto. Lo stile di vita tramandato in famiglia viene interrotto e la pesca viene trasmessa alla nipote solo attraverso fotografie e ricordi. Il film è anche un promemoria dei tempi critici che stiamo vivendo per la vita marina in tutto il mondo. Gli stock ittici sono crollati ovunque e la causa non sono i pescatori tradizionali come Anna Maria, ma l’industria della pesca intensamente commercializzata».
«Anna Maria “La Sposa del Mare” ha quasi 90 anni ed è la pescatrice più longeva d’Italia. Non tutti sanno una piccola curiosità di questa grande Donna, basta pensare che lei non si è mai sposata e quando si parla di questo argomento lei risponde cosi: il mio grande Amore (il mio uomo) è stato sempre e solo il Mare. È da qui che nasce il suo importante soprannome, “La Sposa del Mare”» racconta “Pescatori a Tavola”. «Una donna straordinaria che ha dedicato la propria vita e anche il proprio amore al Mare, si perché Anna Maria non si è mai sposata e quando parliamo di questo lei risponde cosi: il mio grande uomo è il Mare, a lui ho dato tutta me stessa e lui mi ha dato la pace e la serenità che cercavo» si legge nella didascalia del video pubblicato sulla pagina facebook del magazine. 






21.2.21

L’importanza strategica dei lavapiatti, viaggio nelle retrovie della cucina Ogni chef affida loro un patrimonio prezioso, guai sciuparlo, guai non lavare tutto presto e bene


  DA REPUBBLICA    del  20 FEBBRAIO 2021

E chi fa brillare i piatti?


Il lavoro del lavapiatti è considerato umile. Ma nel mondo della ristorazione il cliente è al centro e il dietro le quinte è tutto. «Se non ci fossero, crollerebbe il ristorante». E se lo dice lo chef stellato Pietro Leeman...

Ogni mattina mia figlia mi guarda le mani, e se ci sono tagli o bruciature mi sgrida», ride Nicoleta Cristea. Così le chiedo di mostrarle a me, e nemmeno sembrano le mani di una lavapiatti tanto sono curate, le unghie perfette, lo smalto lucido, la pelle delle dita, decorate da anelli d’argento, morbida. A ben guardare, però, ecco un minuscolo taglio alla base dell’indice della destra. Glielo indico, Cristea sorride come a dire: “Eh, può capitare”. Ha appena compiuto 37 anni, e dunque è ormai più italiana che rumena, essendo arrivata a Torino da Galati quanto ne aveva 18. Dal 2018 si occupa del lavaggio all’Osteria le Putrelle nel capoluogo piemontese, una trattoria di quartiere molto amata, tutta vitelli tonnati e agnolotti. Mi porta nella minuscola cucina e mi mostra il suo posto di lavoro: è un lavandino con una sfilza di rastrelliere e una lavastoviglie proprio dietro la porta dello stanzino. Sei giorni su sette, dalle 11 alle 15 e poi di nuovo dalle 18.30 alle 23.30, è la destinataria di tutte le stoviglie, tutte le pentole roventi, tutte le posate, tutti i coltelli sporcati dai clienti e dal cuoco Martino. «Prima ho fatto la baby sitter e la
badante, ma questo lavoro è mille volte meglio: è semplice, ha orari regolari, i miei colleghi sono la mia seconda famiglia. Quando facevo la badante avevo più responsabilità, e molti più imprevisti». È soddisfatta, Cristea, da tutti punti di vista: guadagna mille euro al mese cui si sommano 300 di assegni familiari; con i 1.300 totali riesce a mantenere sé e i due figli, un maschio di 19 anni e una bimba di cinque, e a coprire le spese dell’appartamento nel quartiere Mirafiori e dell’auto con cui viene a lavorare. «È un lavoro che consiglierei a chiunque, anche a mio figlio. Bisogna essere ordinati, veloci e precisi. Perché dovrebbe essere considerato un lavoro umile?».

Nicoleta tocca un grande tema: i “lavori umili.”. Quelli che “gli italiani non vogliono più fare”.

 Il suo entra perfettamente nel cliché: il gesto del pulire è associato da sempre alle attività più popolari, e il lavapiatti è una figura invisibile, così come, del resto, lo erano i cuochi fino a vent’anni fa (e ancora, in parte, i camerieri). «Infatti non mi piace dire “lavapiatti”, preferisco “interno cucina”. Ed è stata una grande fortuna quando abbiamo conosciuto Chiara». A parlare ora è Alessandro Gozzi, siamo a Firenze, nella storica Trattoria Sergio Gozzi in cui la sua famiglia da più d’un secolo serve ribollite e lampredotto. Chiara Innocenti mi siede davanti a un tavolaccio dell’osteria, con le sedie sollevate per lavare il pavimento. È finito da poco il servizio, e Chiara ha l’aria stanca. Le leggo negli occhi che non ha voglia di parlare con me, è una che si fa i fatti propri, e poi ha il figliolo che l’aspetta. È più a suo agio di là, davanti all’enorme lavandino d’acciaio in cucina, tra mestoli, vassoi e scolapasta. «Lì sto bene: nella vita ne ho viste e vissute tante, questo è ciò che fa per me. La trattoria è la mia famiglia».
L’idea di “seconda famiglia” torna, nei racconti dei lavapiatti come di tutta la gente di cucina, e non potrebbe essere diversamente: si lavora stretti, il rapporto è fisico. Innocenti compirà cinquant’anni tra pochi giorni – «sono dell’Acquario», e sembra un segno del destino – ha due figli di 15 e vent’anni, è soddisfatta di stipendio e orari che qui sono da vera trattoria, cioè limitati al solo pranzo: «Arrivo alle 8.30, libero il lavabo, do una mano a Marco (lo chef) in cucina, “gliela tengo snella”, durante il servizio lavo tutto insieme alla “mia bambina”, così chiamo la lavastoviglie, tranne i coltelli, quelli si fanno a mano, e alle 16 ho finito. Quando lavoravo al Baglioni come “addetto breakfast” - e sia chiaro: mi piaceva - mi alzavo alle quattro e mezza».
Il Baglioni, uno dei più famosi alberghi di Firenze. Ecco, nei grand hotel ancora si segue la suddivisione militaresca dei ruoli codificati da Auguste Escoffier, quando sfamava i soldati al quartier generale dell’Armata del Reno durante la guerra franco-prussiana. In quello schema fatto di maître de sallemaître de rangchef de rangdemi-chef de rangcommis de rangcommis debarasseur, il lavapiatti si chiama plonge, letteralmente “tuffo”, e il suo è un comparto essenziale. Per capire come funzioni in una grande struttura rimango a Firenze e mi dirigo verso uno dei suoi hotel più lussuosi, il Four Seasons. Lo chef che conduce il ristorante Il Palagio e tutta la complessissima offerta food and beverage dell’albergo è Vito Mollica. Qui può capitare che diverse parti della struttura siano contemporaneamente occupate dalle centinaia di ospiti della pasqua ebraica, da un meeting di un fondo finanziario e dal matrimonio di una rockstar. A dipendere da Vito, nella sola parte gastronomica, sono 160 persone. Ma i lavapiatti, come capita spesso in questi colossi, sono esternalizzati, cioè non sono dipendenti dell’azienda, bensì di un fornitore; in questo caso la cooperativa Mapri, che con circa mille uomini presta servizio a tanti hotel cittadini.
«Sono quasi tutti ragazzi stranieri: marocchini, rumeni, albanesi, pachistani. Giovani, che abitano fuori - a Pisa, a Montespertoli - con un forte turnover: la paga non è alta, spesso se trovano di meglio cambiano lavoro», dice Jacopo Vettori, stewarding coordinator, cioè la persona interna all’albergo che, tra l’altro, si occupa dei rapporti con i ragazzi della cooperativa. Del resto qui parliamo di numeri molto variabili, che possono diventare importanti: «In alta stagione, con la banchettistica aperta, arriviamo anche a 35 addetti». «Incontriamo persone incredibili», aggiunge Mollica, «immigrati che magari nel proprio Paese erano medici, ingegneri. Qui sono costrette a ricominciare, ma lo fanno con orgoglio e determinazione».
E come immigrato è arrivato in Italia Salah Khaled, da 31 anni lavapiatti, colonna portante, uomo di fiducia, confidente, amico fraterno di Pietro Leemann, il cuoco stellato del Joia di Milano. «Salah svolge il suo lavoro in modo esemplare, con la massima cura», racconta lo chef di alta cucina vegetariana. «Troppo spesso si pensa al lavapiatti in modo denigratorio. Invece se quel comparto non funziona crolla tutto il ristorante. E mi piace che i ragazzi che lavorano con me considerino il lavapiatti fondamentale: così capiscono che tutti i ruoli meritano rispetto». Un rispetto che negli anni è diventato amicizia: «In tutto il ristorante, Salah e io siamo gli unici due che si danno del tu». Con il suo lavoro Khaled ha potuto far studiare i figli: il primo è all’università, la seconda sta per andarci. Chiediamo a Leemann se Khaled abbia mai voluto “fare carriera”: «No, gli piace il suo lavoro. E poi, a dirla tutta, preferisce la cucina di sua madre alla mia», ride lo chef.
Ecco, la carriera: in cucina c’è mobilità verticale? Funziona l’ascensore sociale? In soldoni: si può partire da lavapiatti e finire chef o patron? Per rispondere basta un nome, Pino Cuttaia. Uno dei più grandi cuochi italiani - due stelle Michelin a Licata, in Sicilia - ha cominciato proprio così, tra lavandino e detersivo.
Lavapiatti celebri
Forse il più noto è Anthony Bourdain, come scrive nel suo Kitchen Confidential. Anche lo stellato Eric Räty ha cominciato alla plonge. E Kurt Cobain, prima dei Nirvana, lavava i piatti al ristorante Lamplighter.


sempre   per  rimanere  in  argomento     per  spiegare   come  la professione   di lavapiatti  non   solo umile  ma  può essere   utile   come  inizio di una carriera  , riporto il finale  di https://www.ambasciatoridelgusto.it/limportanza-strategica-dei-lavapiatti-viaggio-nelle-retrovie-della-cucina/

DA LAVAPIATTI A CHEF? Nel passato, quando la cucina era diversa e la formazione professionale non aveva ancora raggiunto livelli d’eccellenza, entrare in una cucina come lavapiatti era il primo passo verso altri mestieri. Oggi le cose sono decisamente diverse, anche se non mancano storie di chi ce l’ha fatta partendo dalle retrovie imparando il mestiere giorno per giorno. «Nell’organizzazione di una cucina moderna c’è una differenziazione tra i settori. Se chi si propone in cucina o in sala ambisce a crescere, i lavapiatti solitamente sono donne e uomini del posto che cercano un impiego fisso», dice Marco Sacco che li sceglie tra chi si propone attraverso i curriculum.

« Sono in pochi tra i lavapiatti quelli che vorrebbero entrare in cucina », è d’accordo Cesare Battisti. Tra coloro che, eccezioni che confermano la regola, ha cambiato posizione c’è Jacky, capo pizzaiolo di uno dei locali di Gilmozzi.«Jacky arriva dal Bengala, ha cominciato da me come lavapiatti in pizzeria e non si è più fermato. A spingerlo è stata la passione, oggi è il capo pizzaiolo e il mio assistente per i lieviti», conclude Gilmozzi confermando che storie come quella di Sonko, lavapiatti gambiano del Noma diventato socio di René Redzepi, non sono irripetibili.

                                   Mariella Caruso




Ogni terremoto ha una sua storia il caso di Apice

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