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7.5.26

resilienza. e responsabilità quelle. sconosciute. e ormai passate. di moda. i 50. anni del terremoto del Friuli e la sua auto ricostruzione. ed Da Parigi a Siviglia: studenti di quinto organizzano le gite da soli. L’idea dei liceali di Bologna per aggirare i tetti di spesa

 ero allora un lattante  di 4 mesi   quando. avvenne il. famoso terremoto dei Friuli.   di  cui  ricorronno  quest´anno i 50 anni.  Da quel che  ho letto e sentito la. ricostruzione  fu. fatta ad opera. d´arte  ed accurata  senza. corruzione (  Irpinia.\ Campania. 1980  )  con approssimazione ( terremoto. dell'Aquila  2009 )  . Ora. un milenian.   si chiederebbe  come è stato possibile. ?  Da  quel. che. ho letto e sentito  erano altri tempi. e si riuscì a mettere da parte. : divisioni ideologiche. \. culturali .,  campanilismi.  \. provincialismi insomma   non  s'era  troppo italiani (  mia libera.   versioni. in prosa  di :   Inno nazionale è una canzone del cantautore bolognese Luca Carboni pubblicata nel 1995

da RaiNews

 N.b Se i video. non si dovessero aprire li  potete. vedere. qui sull´url originale 

"Cinquant'anni sono trascorsi dalla tragica sera del 6 maggio in cui il Friuli venne devastato da un terremoto di una violenza inimmaginabile, tra i più

violenti del secolo nel nostro Paese". Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione del Consiglio regionale straordinario del Friuli Venezia Giulia a Gemona, in provincia di Udine, a 50 anni dal sisma in Friuli del 6 maggio 1976. "La tremenda scossa iniziale si prolungò per sessanta interminabili secondi. Dalla media valle del Tagliamento si irradiò un moto distruttivo che investì oltre cento comuni delle province di Udine e Pordenone, seminando morte, abbattendo case e fabbriche, radendo al suolo vaste parti degli abitati di Gemona, Forgaria, Osoppo, Venzone, Majano, Trasaghis, Tarcento e ancora di altri centri e frazioni. Quasi mille le vite improvvisamente spezzate. La morte, le grida soffocate, le macerie entrarono nella testa e nel cuore e si conficcarono negli animi. Il lutto raggiunse ogni famiglia. Come nella guerra".

Era il 6 maggio 1976: alle 20.59, la terra tremò per quasi un minuto fino a raggiungere il 10° grado della scala Mercalli. Le scosse devastarono il Friuli facendo sparire decine di paesi sotto le macerie. L'allora presidente nazionale, Franco Bertagnolli, propose di creare undici cantieri di lavoro.  A meno di un mese di distanza furono costituiti i gruppi di intervento che a giugno divennero operativi. Migliaia di alpini, giovani e anziani, attrezzati e autosufficienti, accorsero in Friuli con slancio e abnegazione. E fu da quelle macerie e da quell'intervento che fu concepita la Protezione Civile nazionale.  

Sergio Mattarella: "Qui in Friuli nacque il concetto di resilienza"

06/05/2026 
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50 anni fa il sisma in Friuli, in meno di un minuto interi paesi furono rasi al suolo

06/05/2026 
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E ancora: "Viene da pensare che il concetto di resilienza sia nato qui, trovi qui, in questa terra, la sua radice, dal modo con il quale i friulani hanno reagito". Per il capo dello Stato in un evento che "sembrava aver schiacciato il futuro, fu il Friuli a prevalere sulla distruzione e sullo scoramento con la tenacia, con il lavoro, con l'impegno delle comunità. I borghi vennero ricostruiti dove erano e come erano, esempio di testimonianza del valore, della stratificazione storica dei nostri centri abitati. Ricominciarono e furono protagonisti dei tempi nuovi. La forza interiore della gente friulana incontrò la straordinaria solidarietà degli italiani".

Friuli 1976: quando la terra fece ascoltare la sua voce a un uomo sordo 

06/05/2026 
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"Più macerie si scoprono in Friuli, più cresce la voglia di riaggiustare: fu l'efficace sintesi di allora del Messaggero veneto" dopo il sisma, quando "i friulani erano pronti a fare da soli e tuttavia non furono lasciati soli: il popolo italiano riversò su queste montagne e valli un'ondata di solidarietà mai vista prima". Così  la premier Giorgia Meloni nel suo intervento al Consiglio regionale.

Meloni: "Dopo il dolore prevalse l'orgoglio. La tragedia diventò un modello di ricostruzione"

06/05/2026 
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"Centinaia di migliaia di volontari da ogni parte della Penisola diedero alla rinascita del Friuli un contributo determinante. Ma - ha rimarcato Meloni - li avevano mossi i friulani, l'esempio dei friulani, perché come dicono i latini le parole muovono ma gli esempi trascinano. Fu l'esempio dei friulani a trascinare gli italiani. E i friulani risposero a quell'incredibile atto d'amore con parole che allora apparvero sui muri, 'il Friuli ringrazia e non dimentica'. Parole oggi scolpite nella storia e nella memoria della nostra Repubblica".


"Il commissario straordinario Zamberletti arrivò qui poche ore dopo la prima terribile scossa del 6 maggio, si ritrovò di fronte un popolo che si era già messo a disposizione di chi aveva bisogno, per prestare soccorso e apportare i primi interventi. Ebbe l'intelligenza di comprendere che quel movimento di popolo poteva essere la scintilla di qualcosa di molto grande, più strutturale e strutturato", che pose le basi per la Protezione civile.
 

6 maggio 1976: un violento terremoto colpì il Friuli, 990 le vittime. Il video dei Vigili del fuoco

06/05/2023 
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“Friuliani più forti del leggendario Orcolat”

L'Orcolat, il mostro che secondo la tradizione friulana vivrebbe nelle viscere del Monte San Simeone, è stato citato sia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia dalla premier Giorgia Meloni nei loro interventi.   "Viene da pensare - ha osservato il capo dello Stato - che il concetto di resilienza sia nato qui, trovi la sua radice in questa terra. Dal modo con il quale i friulani hanno reagito all'Orcolat, l'orco evocato dalle leggende locali, che quella sera, e poi di nuovo nel settembre di quello stesso anno, sembrò schiacciare il futuro".   Poco prima, Meloni aveva fatto riferimento alla stessa creatura mitologica, che quando "si sveglia la terra trema, le montagne ballano". Ma quella leggenda, ha sottolineato la premier, racconta anche che "a domare l'Orcolat e la sua furia devastatrice sono degli esseri piccolissimi, apparentemente incapaci di fermare la sua forza dirompente, le farfalle. Penso che sia esattamente quello che è accaduto qui 50 anni fa, quando gli uomini e le donne di questa terra, piccoli come farfalle al cospetto della furia del terremoto, hanno testimoniato con la bellezza dell'impegno e la determinazione della volontà che la morte e la distruzione non avrebbero avuto il sopravvento".

Terremoto in Friuli, memorie vive 

03/05/2026 
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"Credo che uno dei significati più importanti che ci ha lasciato quella terribile tragedia, ma anche la successiva ricostruzione e anche il lascito del commissario straordinario Zamberletti, sia quello di valorizzare la prevenzione per evitare che queste tragedie si ripetano e ridurre il rischio", così il sindaco di Gemona Roberto Revelant nel video messaggio “Orcolat, cinquant’anni dopo. Le voci della rinascita”.


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da il  fatto quotidiano  6 MAGGIO 2026


Da Parigi a Siviglia: studenti di quinto organizzano le gite da soli. L’idea dei liceali di Bologna per aggirare i tetti di spesa

               

               DI ALEX CORLAZZOLI

Il limite economico avrebbe permesso solo un viaggio più vicino ma gli studenti hanno deciso di fare tutto da soli. La preside: "Segnati come assenti, ma durante lo scrutinio valuteremo il caso 
Da Parigi a Siviglia                                                                                                                        studenti di quinto organizzano le gite da soli. L’idea dei liceali di Bologna per aggirare i tetti di spesaAddio alla gita di quinta superiore con i professori. Gli studenti vanno a Parigi, Vienna o a Madrid da soli, risparmiando anche qualche soldo. Nell’epoca dei tetti di spesa stringenti imposti dal ministero dell’Istruzione e del Merito in coordinamento con l’Anac (l’Autorità nazionale anticorruzione), i ragazzi si auto-organizzano.                                                               È accaduto al liceo “Sabin” di Bologna dove la quinta P ha deciso di archiviare la proposta della scuola che per rimanere nel limite imposto (140mila euro) aveva proposto agli allievi un viaggio più vicino. La questione è stata affrontata in consiglio di istituto, nei consigli di classe e con la dirigente scolastica che ha spiegato agli studenti i vincoli cui è sottoposto l’istituto. A quel punto i giovani hanno deciso di fare da soli. Si sono incontrati, hanno democraticamente scelto Parigi e grazie ai voli low cost e alle loro competenze, sono riusciti a raggiungere l’obiettivo.     
 Qualcuno si è occupato di individuare gli appartamenti dove dormire, altri hanno studiato l’itinerario, prevedendo tappe culturali come se fossero partiti con i loro docenti: Tour Eiffel, Museo d’Orsay, chiaramente il Louvre e persino una crociera sulla Senna. Nulla di impossibile per dei maggiorenni che, ormai, sono abituati a viaggiare anche senza mamma e papà.            L’esempio della quinta P è stato seguito anche da altre sei classi del “Sabin” che hanno optato per Barcellona, Valencia e Siviglia. “Sul registro – ci assicura la preside Rossella Fabbri, contattata da IlFattoquotidiano.it – sono stati segnati come assenti ma è chiaro che in sede di scrutinio valuteremo il caso con buon senso e responsabilità”.                                        D’altro canto la dirigente ha dovuto fare i conti con il fatto che le scuole, quest’anno, possono affidare l’organizzazione della gita direttamente a un operatore senza dover indire una gara pubblica con il limite fino a 140mila euro. “Abbiamo affrontato – ci racconta la preside – la questione in consiglio d’istituto. Contiamo 75 classi e 60mila euro dei 140 sono opzionati per il liceo sportivo che deve svolgere delle gare che devono obbligatoriamente svolgere in montagna o in altri luoghi. Sui viaggi d’istruzione non ci sono fondi a disposizione e se li abbiamo vanno comunque adoperati in base all’Isee delle famiglie. Per fortuna dall’anno prossimo la situazione dovrebbe cambiare”.Stiamo parlando di una sorta di partita di giro: sono i genitori a pagare i viaggi d’istruzione ma le scuole che hanno il compito di fare gli acquisti (bus, hotel etc) non possono superare la cifra fissata. Un ulteriore ostacolo per il settore amministrativo degli istituti. “Chiaramente noi non abbiamo proposto ai nostri studenti di andare da soli ma non possiamo nemmeno impedire a dei maggiorenni di organizzarsi come vogliono”, aggiunge la preside.

13.3.26

La campagna a senso unico non sempre funziona . il caso dei 150 studenti di Castel Capuano, Napoli.

da  Lorenzo Tosa e  da  x (  twitter  )




La Lega aveva appena organizzato un presunto convegno sul Referendum Giustizia chiamando a raccolta 150 studenti con la promessa di un “evento culturale e formativo”.


A Napoli, classi del quinto anno portate come truppe cammellate a un evento di propaganda per il SÌ. Nessun intervento per il NO. I ragazzi non ci stanno e fanno scoppiare un casino. Un esempio di dignità.
Quando i ragazzi sono arrivati, si sono accorti che sul palco erano rappresentati unicamente esponenti del Sì, tra cui anche il sottosegretario alla Giustizia Ostellari, due tra parlamentari ed ex parlamentari leghisti e, già che c’erano, anche un ex parlamentare di Alleanza Nazionale.
Allora sapete cosa hanno fatto i ragazzi? Prima hanno provato a protestare.Hanno provato a contestare.Hanno gridato alla censura.
Infine, rendendosi conto dell’impossibilità di pronunciare una sola parola di contraddittorio, hanno compiuto l’unico gesto possibile: si sono alzati in piedi e se ne sono andati.
E lo hanno fatto denunciando esplicitamente: “Questa è propaganda per il Sì”.
E insieme a loro se ne sono andati anche professori e dirigente scolastico.
Risultato? Sala vuota e la destra rimasta a parlare da sola in una sala deserta e comizio finito.
Il più alto ed esemplare gesto di Resistenza a cui ho assistito in questa allucinante campagna elettorale.
Arriva da dei ragazzi di 18 anni.

9.3.26

la storia della mascotte delle olimpiadi e soprattutto delle paraolimpiadi di milano cortina 2026

voci  correlate


Tina e Milo sono le mascotte olimpiche dei XXV Giochi olimpici invernali e dei XIV Giochi paralimpici invernali di Milano Cortina 2026. Sono due ermellini, sorella e fratello, dai manti bianco e marrone
L'emblema \ mascotte di queste paraolimpiadi invernali riprende nella forma quello prescelto per i Giochi olimpici, ma si differenzia per i colori: il segno grafico raffigurante il numero "26", che nel logo dei giochi olimpici è di colore bianco, presenta
nella versione paralimpica una sfumatura contenente i colori rosso, blu e verde (già presenti nel logo del Comitato Paralimpico Internazionale), che rimanda all'aurora boreale; questa differenziazione è stata effettuata per consentire la corretta visione dell'emblema anche agli ipovedenti.Milo è la mascotte paralimpica di quest'edizione dei Giochi paralimpici, il cui nome deriva dal nome della città ospitante Milano, analogamente alla mascotte olimpica, Tina, che per il suo nome prende spunto da Cortina.Secondo la storia ufficiale, Milo è nato senza una zampetta ma, con un po' di ingegno e tanta forza di volontà, ha imparato a usare la coda e a superare ogni ostacolo facendo della propria diversità una forza. Vive in montagna ed è un tipo pratico, al quale piace creare, aggiustare, montare, smontare, inventare… costruire manufatti con il legno dei suoi boschi. Da qualche tempo si è specializzato nella creazione di strumenti musicali che poi Tina suonerà. Milo è vivace e ama l’allegria. È sempre in movimento: corre, salta e si arrampica sui suoi amati alberi. Ama l’allegria e far ridere i suoi amici lo fa felice. Va matto per i giochi che si possono fare sulla neve. È competitivo, ma sa anche perdere. È gentile e ospitale, simpatico e paziente. L'unica cosa che non sopporta è quando qualcuno maltratta la montagna. Infatti secondo Wikipedia
<<[...] Tina e Milo sono fratelli. Tina, la mascotte olimpica, ha il manto bianco e si è trasferita dalle montagne italiane alla città per esplorare cose nuove. Suo fratello Milo, la mascotte paralimpica, ha il manto marrone ed è nato senza una gamba, ma usa la coda per aiutarsi a camminare. Gli studenti designer di Tina e Milo hanno detto che gli ermellini sono simboli di innocenza e purezza, e che i due con colori di mantello diversi rappresentano dualità e diversità. Il Comitato Organizzatore di Milano Cortina 2026 ha descritto la coppia come le "prime mascotte apertamente Gen Z".Le mascotte durante i giochi olimpici saranno accompagnati da una squadra di sei fiori di bucaneve antropomorfi chiamati the Flo, basati sui design dei secondi classificati nel concorso delle mascotte, progettati dagli studenti dell'Istituto Comprensivo Sabin di Segrate. Simboleggiano speranza e resilienza.>>

25.2.26

il passo di chi si alza comunque

Canzoni  suggerite
Io vagabondo -Nomadi
 Vagabondo stanco Mcr
Cento pass Mcr





da 
https://pindaricamente.wordpress.com/


Dopo la bella e profonda poesia dell'utente Lorien  riportata  su queste  pagine   qualche giorno fa
e il mio post , sempre di qualche giorno fa , la strada  mi e venuto in mente uno dei  tanti  collegamenti o voli pindarici che sono alla  base   di questo blog .
Infatti oltre ai passi fisici e psicologici   come   il  video  del  famoso  film   e dell'omonima  canzone



CI sono anche pazzi di chi si alza comunque e va avanti nonostante tutto   quello     che  possiamo  chiamare  Il "passo di chi si alza comunque" e un concetto poetico espresso sia nella canzone citata nellurl e nel video sotto ma anche nella poesia di Lorien In questo contesto, si riferisce alla capacità di andare avanti nonostante le difficoltà o la mancanza di entusiasmo. È il gesto di alzarsi e continuare a muoversi ( vedi il post le strada citato nelle righe precedenti ) anche quando non si sente la motivazione o l'energia per farlo. È un invito a focalizzarsi sul presente e a fare il passo successivo, senza preoccuparsi trpoppo della destinazione o del risultato finale. Proprio come sembra voler dire la canzone , scusate per il post musicale, di cui si sente in sottofondo l'incipit , il vagabondo stanco  dei McR . Infatti e la vita e bisogna andare avanti nonostante 


 [....]                                                                                                                                           Ho troppe ferite e le mie gambe sono stanche
Ho le palle piene e i piedi fumanti
Ma c'è un gioco da fare e una ruota che riparte                                                                     
E un vagabondo sa che deve andare avanti

                                 ( Cit finale del vagabondo stanco Mcr )


 Con questo è tutto alla prossima cari/eettori /lettrici (n.b ho usato questo anziché l'astruso car* lett* perché ci tengo alla lingua )


21.2.26

Achille Polonara, «Ero guarito e arrivò la leucemia: in quel momento pensai al suicidio, fu mia moglie Erika a fermarmi Ce l’ho fatta, ma non sono un eroe»


(foto Foddai/ Ciamillocastoria)
Ovazione Achille Polonara, 34 anni, nel palazzetto di Sassari risponde al saluto dei suoi tifosi

Achille Polonara, la prima domanda è d’obbligo. Come sta? «Sto bene. Naturalmente questi mesi mi hanno un po’ segnato. Capisci varie cose. Per esempio, che tantissime persone mi sono state vicine».

Essere Achille Polonara oggi non è facilissimo. Hai tutto, una moglie innamorata, due figli tenerissimi. Sei un cestista di talento, Virtus Bologna, Nazionale. Poi, a nemmeno 34 anni, ti becchi due sfondamenti da paura. Un tumore al testicolo, chemio e rapida ripresa. Torni in campo tra gli applausi e dopo un paio di mesi quella che nasce come una banale febbriciattola diventa una leucemia mieloide acuta. Trapianto di midollo, cure sperimentali a Valencia, un coma di cinque giorni, una trombosi.

Oggi Achi può sorridere, spera che il peggio sia passato e accarezza il sogno di tornare sul parquet. Volendo, è tesserato per la Dinamo Sassari. «Ma in questo momento vedo il basket non come una professione ma come un divertimento. E vorrei tornare a divertirmi».

Si sente pronto?

«Mi manca un’operazione». In che senso?

«Lunedì mi chiudono un foro nel cuore con uno strumento chiamato ombrellino».

Questa ci mancava.

«Sì, ma dopo quello che ho passato è una passeggiata di salute».

I tifosi la aspettano.

«Ho visto cose molto belle, gli striscioni dei giocatori di Baskonia, Zalgiris, Fenerbahçe, di diverse squadre italiane. Gli applausi dei tifosi, anche avversari. In tanti mi fermano per strada per sapere come sto, e questo affetto mi fa molto piacere».


A Sassari lo speaker l’ha chiamata «guerriero».«Sì, ma vorrei precisare una cosa. Ci tengo».

Prego.

«Per molte persone sembra che io abbia fatto chissà cosa, ma se tu mi chiedi che cosa ho fatto, in realtà sono andato in coma e mi sono risvegliato. Non ci vedo nulla di eroico».

Il coma è stato il momento più drammatico della sua,

chiamiamola così, avventura?

«Decisamente. Mi stavano togliendo un sondino per rimandarmi a casa dall’ospedale, ho cominciato a tossire convulsamente, ad agitarmi. Ho perso conoscenza da solo, nessun coma farmacologico».

C’è quella telefonata, poi mandata in onda, di sua moglie Erika a Nicolò Devitiis, vostro amico e conduttore delle Iene, che con voce tremante diceva «Ciao Nico’, Achille ieri è andato in coma. Ci sono poche speranze».

«Diciamo che ho fatto preoccupare un po’ di gente...». Ricorda qualcosa?

«In quei cinque giorni sono venuti a trovarmi in tanti, ma io sentivo solo mia moglie».

La voce di sua moglie e una canzone, pare.

«Sì. Questa domenica di Olly, una canzone che ascoltavo in ospedale quando stavo da solo e mi faceva commuovere. Quando Erika l’ha messa ho cominciato a piangere. Allora lei giustamente mi diceva “però se devi piangere la tolgo...” ma io mi innervosivo perché volevo che continuasse a metterla, mi agitavo, si alzavano i valori e le macchine a cui ero attaccato suonavano».

Poi finalmente il risveglio.

«È come se fossi stato chiuso in un aereo per cinque giorni e avessi sempre dormito. Poi ci ho messo un po’ di giorni per rimettere a posto i mattoni della casa. Svalvolavo un po’, non mi ricordavo quand’era nata mia figlia...».

Ripartiamo dall’inizio. Come si sente un atleta di 34 anni, campione di basket?

«Invincibile. In vita mia non ho mai avuto nulla di nulla, nemmeno un intervento».

E come è cambiato tutto? «Con un controllo antidoping di routine».

Pensava di essere positivo?

«Avevo già fatto un controllo durante i Mondiali nelle Filippine: tutto ok. Questa volta invece ricevo ai primi di ottobre una mail dalla Procura federale antidoping in cui mi dicono che ho i valori di questo HCG troppo alti e devo dimostrare se provengono dal mio corpo o da un corpo estraneo. Ho pensato: avrò usato creme che non dovevo usare?».

Lei non sospettava nulla?

«Io ho controllato su internet perché ricordavo che i valori dell’hcg riguardavano le donne incinte. Allora scrivo: “HCG sugli atleti” e mi esce il caso di Acerbi. Tumore al testicolo. Facendo due più due, combaciava tutto».

E a quel punto?

«Mi è crollato il mondo addosso. La parola “tumore” fa paura. Subito la associ a un’altra parola: “morte”. Il secondo pensiero è stato: “ho chiuso con il basket”. Quando però mi è stato detto che facendo le cure necessarie avrei avuto il 3 per cento di possibilità di recidiva mi sono rasserenato. Ho affrontato la chemio, ho sopportato le nausee».

È guarito. Ed è tornato in campo, senza capelli.

«E l’ho patito tantissimo. Per assurdo, tutti mi dicevano “stai affrontando una cosa delicata, che te ne frega se perdi i capelli?”. Ma per me che non mi ero mai visto con i capelli corti era un problemone».

Superato anche questo, i capelli sono ricresciuti. E Polonara era tornato a essere un giocatore importante.

«Sì, i dottori erano stupiti di una ripresa tanto veloce».

Ma dopo un paio di mesi è ricomparsa la febbre...

«La serie playoff contro Venezia. Il giorno prima di gara 3 mi ammalo e non dico niente, volevo giocare a tutti i costi. Gioco, sto malissimo, e dopo la partita mi misuro la febbre: 38.7. Salto un paio di partite, rientro ma gioco pochissimo. Nella semifinale con Milano mi sento debole, ho ancora la febbre e la sera prima di gara 3 in hotel chiamo il doc. Lui mi visita e dice: Achi, tu domani te ne torni a Bologna a fare un paio di esami».

Ed è arrivata la notizia?

«Non subito. Pensavano fosse mononucleosi. Poi mi facevano firmare fogli sull’hiv, e io mi chiedevo “ma che stanno cercando?”. Andavo in paranoia: avevo fatto un tatuaggio un mese prima, sarà mica quello? Fino a che, un mercoledì, l’ematologo mi dice: ci resta l’esame del midollo, avremo l’esito fra tre o quattro giorni. Ok, dico. E invece lo stesso pomeriggio sono entrati nella mia stanza cinque medici. Sembravano in difficoltà. La prima cosa che mi hanno detto è stata “non ci sono buone notizie”».

Leucemia mieloide acuta.

«Ho capito solo che era qualcosa di molto più grave di quello che avevo già passato».

E come ha reagito?

«Ho pensato: basta, ora mi butto dalla finestra dell’ospedale e la faccio finita. Per fortuna c’era Erika lì: devi resistere per la famiglia, per i bambini. Ma mi sono sentito spalle al muro con dieci bestioni che ti tengono fermo. Volevo scomparire. Poi però ho pensato: non è giusto che i miei figli crescano senza un padre, o che pensino che papà non ci abbia almeno provato».

Oggi però è qui. I capelli stanno ricrescendo di nuovo, sua moglie è qui con Vitoria e Achille junior. Ci sono tre cagnolini che le saltellano intorno. E lei ha ricominciato ad allenarsi. Ne ha fatta di strada.

«Tanta, e come persona sono ottimista. Ma è chiaro che tutto questo mi spaventa».

Si sente come se avesse una spada di Damocle che le pende sulla testa?

«Preferisco non pensarci».

Si sente di fare progetti a lungo termine?

«Non ne ho mai fatti nella mia vita, ancora meno mi sentirei di farne ora. Preferisco scegliere obiettivi più vicini».

Il primo qual è?

«Non avere la recidiva».

Quanto è cambiato dopo queste esperienze?

«In qualcosa sono cambiato di sicuro».

In che cosa?

«Prima ero molto credente, adesso non lo sono più. Prima non c’era sera che non pregassi. Adesso onestamente non ci riesco. Nonostante gli amici mi dicano “dai, sei stato miracolato, forse da lassù qualcuno ti ha aiutato”. Ma è lo stesso qualcuno che mi ha fatto ammalare? Perché proprio a me? Io che ho sempre pregato...».

Il video di lei che torna a casa dall’ospedale, abbracciato da moglie e figli, è diventato virale oltre che commovente.

«Ogni tanto anche i social fanno cose buone...».

Lo rivede mai?

«Sì, mi capita di rivederlo. E lo confesso, ogni volta mi metto a piangere».

Achille Polonara: sono tornato ad allenarmi e a divertirmi con il basket. Prima ero molto credente, non lo sono più

Inaugurata l'8 maggio nella libreria Bardamù di Tempio Pausania in piazza Gallura la nuova mostra personale dell'artista tempiese "Ogni cosa è un segnale" di Gavino Ganau

Ganau (Tempio Pausania, 1966) è oggi uno dei pittori sardi più riconoscibili per rigore formale, atmosfere sospese e una poetica dello sguar...