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15.3.26

Dal coworking ‘Cocò’ ad Aggius alla comunità diffusa di giovani che scelgono di tornare in Gallura: “Così rivive lo spirito degli stazzi”

 da https://www.sardiniapost.it/culture/

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Residenze d’artista, falegnamerie autocostruite, spazi di lavoro condivisi, laboratori per bambini: in Gallura il ritorno di diversi giovani e la riscoperta della vita rurale diventano dispositivo creativo e comunitario, capace di intrecciare memoria e contemporaneità.

di Andrea Tramonte



Neo-stazzismo‘ è una formula che non richiama il ritorno a un passato romantico e idealizzato ma indica il tentativo di aggiornare in chiave contemporanea lo spirito degli insediamenti rurali che per secoli hanno scandito paesaggio e vita quotidiana in Gallura. Recuperandone alcuni aspetti cruciali: collaborazione, prossimità, mutua assistenza. “La vita negli stazzi non può esistere più come un tempo, quando ci si spostava a cavallo – spiega Giacomo Cossu, architetto -. Ma possiamo autoprodurre il nostro tempo, le nostre interazioni, perfino il nostro divertimento”. È da questa intuizione che prende forma Cocò, associazione di promozione sociale che lavora sulla riattivazione urbana e culturale dei piccoli centri della Gallura. Come spazio è un coworking che ha sede ad Aggius, ma sul piano immateriale rappresenta una serie di relazioni, idee e progetti che

si muovono lungo quella che si potrebbe definire quasi una piccola “città-territorio”, una comunità diffusa che condivide storia, valori e orizzonti di vita. “L’idea nasce dal desiderio di tornare in Sardegna dopo tanti giri all’estero, tra studio, lavoro e incertezze – spiega -. Volevo aprire una ‘casa mondiale’, raccogliere persone come me, lavoratori da remoto che avrebbero abitato qui. Avere le stesse interazioni che trovi viaggiando, ma restando”. Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono delle aree interne e delle zone rurali che rimette al centro relazioni, lavoro e cultura. Il primo step – per Cossu ancora un passo personale – è stato riprendere confidenza con l’idea di tornare nell’Isola nel 2019 fino al trasferimento in pianta stabile due anni dopo, nel 2021. “Sono andato Laconi, da Treballu, e sono rimasto per due settimane: ho avuto modo di approfondire la conoscenza di iniziative di questo tipo. Poi mi sono trasferito a Badesi per due anni dove ho vissuto con galline e gatti, da solo, lavorando come architetto e cercando di spingere il progetto”. Una fase di isolamento operativo e fertile, finché l’incontro con Luca Sarais — “cagliaritano trapiantato a Tempio, storia simile alla mia” — trasforma quel gesto individuale nel nucleo di un progetto collettivo

. Nasce l’associazione, che fin dall’inizio si pone il problema di trovare una casa per questa comunità nascente. Presentano il progetto al Comune di Aggius, “a metà strada tra Badesi e Tempio”. L’amministrazione risponde: se la casa non si trova vi diamo uno spazio pubblico. E così è stato.“Nel gruppo di amici cresciuto nel frattempo l’energia è diventata magnetica per persone che vivevano lì vicino e lavoravano da remoto”, racconta Giacomo. Il luogo diventa insieme ufficio condiviso, centro di produzione artistica, spazio per incontri, laboratori, eventi. È qui che l’idea originaria di “casa mondiale” cambia forma. “La condizione iniziale si è trasformata. Alla fine siamo diventati una comunità diffusa di ragazze e ragazzi tra i 30 e i 37 anni massimo che abitano lo stesso territorio e usano il coworking come nodo, luogo di ritrovo e produzione”. Ci sono Luisa Pesenti, ingegnera, Chiara Pesenti che gestisce un agriturismo in zona, Paola Colombano che ne conduce un altro, Davide Spiga medico, Caterina Vivai artigiana e artista performativa, Emanuele Cau agricoltore, Sebastiano Filippi pittore che insieme a Jessica Scanu gestisce un altro progetto residenziale comunitario e artistico nella loro casa (chiamato “L’una di notte”), Carlo Carboni videomaker che fa la spola tra Roma e Aggius, Lorenzo Pala che si occupa anche di progettazione, organizzazione di eventi e produzione musicale.

La falegnameria autocostruita

Attorno al primo nucleo, insomma, si aggregano competenze eterogenee: c’è chi apre residenze d’artista in case ristrutturate, chi recupera stazzi abbandonati per progetti di ospitalità, chi lavora su agroforestazione e raccolta delle erbe. Nascono i primi laboratori: falegnameria, disegno, ceramica, attività per bambini. Il progetto simbolo oggi si chiama Spaesati e mette al centro l’artigianato come dispositivo comunitario. “Abbiamo costruito una falegnameria in partenariato con l’agriturismoLa Cerra gestito da Chiara. Tutta in legno, in trenta persone, un laboratorio di autocostruzione”.
Quello che Cossu definisce neo-stazzismo inizia a prendere corpo: non una estetica rurale

dominata dalla nostalgia di un passato irripetibile ma infrastruttura relazionale inserita pienamente nella contemporaneità. “Dopo lo stazzismo in Gallura siamo passati direttamente alla società di consumo. Noi vogliamo creare interazioni non basate sul consumo ma sulla produzione, sull’interazione. Tra di noi – anche se viviamo in luoghi diversi, in paesi diversi – ci vediamo più volte alla settimana come fossimo una comune diffusa. La Sardegna che vogliamo è varia, capace di ospitare quelli come noi che non si sentono rappresentati”. Ed è anche qui che si scorge la natura intrinsecamente politica del progetto, nella ricerca di un nuovo senso da dare alle proprie vite e alle comunità cui si appartiene. “Il valore politico è nell’approccio collaborativo, nel mutuo scambio, nell’assistenza, nella crescita collettiva”.

26.6.25

Il sindaco prende in gestione il rifugio e salva il paese di Trassilico un antico borgo in provincia di Lucca. ., Dimentica Santorini: in Italia c’è una città identica che costa la metà

  fonti  msn.it  e  Esquire Italia 



https://it.wikipedia.org/wiki/Trassilico

Dal campo alla tavola in pochi minuti. Al rifugio “La Mestà” le patate – dissotterrate dagli orti della zona e modellate una ad una, si trasformano in gustosi gnocchi. Così i fagioli giallorini, la farina di granturco ottofile servita con il baccalà, il coniglio cucinato alla cacciatora (da queste parti dicono in umido), la caciotta della Garfagnana cotto al forno. Franca offre agli avventori le paste fritte, Gleb, un russo arrivato da pochi anni, porta il formaggio di capra. Ai funghi pensa Modesto Mancini, esperto micologo, che ha casa a 50 metri dal rifugio. Basilio Cinquini, detto Enciclopedia, cuoco in pensione, intrattiene i clienti con aneddoti su piatti e paese. E a servire a tavola, pensa… il sindaco.
È una bella storia di resilienza quella che viene da Trassilico, antico borgo della lucchesia. Alla sommità del paese – 720 metri sul livello del mare – i ruderi di una rocca con vista mozzafiato su due panie (la Pania della Croce e la Pania Secca) e sul monte Forato, dal cui foro, nei giorni intorno a San Martino e alla Candelora, si vede scendere il sole al tramonto, spettacolo nello spettacolo.
«Quella rocca – ricostruiscono Pietro Rocchi e Italo Pierotti, due storici del paese – esisteva già ai tempi dei longobardi, poi fu presidiata dai lucchesi, infine dagli estensi di Modena». Fu smembrata e molti dei suoi pezzi furono venduti, anche ai paesani.
Nella rocca abitavano il castellano, gli armigeri e il notaro. A due passi, nella «casa del capitano» – nel 1661 – nacque lo scienziato Antonio Vallisneri, figlio del podestà Lorenzo.. Ed è intitolata proprio a Vallisneri la via principale che taglia il borgo. Oggi i residenti a Trassilico sono 72. Erano assai di più, nel 1947, quando fu declassato da sede di comune a semplice frazione prima di Fabbriche di Vallico e poi di Gallicano.
La frazione ha quattro chiese (la parrocchiale è intitolata ai santi Pietro e Paolo e, secondo la tradizione, è delle cento chiese costruite dalla contessa Matilde di Canossa). Ma il prete – don Fiorenzo Toti, pievano di Gallicano - qui celebra una sola volta al mese, delegando per le altre domeniche il diacono o un lettore.
L’ultima campanella alla scuola elementare ha suonato nel 1983. Lo può testimoniare l’ultima maestra del paese, Sandra Rebechi.
Nonni tanti, bambini pochi. Il fiocco rosa più recente risale a due anni fa, quando nacque Luna, figlia di una coppia italo-austriaca. Suo fratello, Noah, è del 2021. Prima di loro: Geremia, ha già nove anni, Emili nove, suo fratello Valerio undici. Quando, dodici anni fa, nacque Tommaso, Mario Mastromarino, un imprenditore pisano che a Trassilico ha la seconda casa, piantò un leccio beneaugurante.
Sotto un arco di una casa abbandonata, troviamo l’immagine di sant’Anna. La vecchia proprietaria, non restando incinta, aveva chiesto la grazia: ottenutala, fece mettere l'effigie in modo che tutte le donne desiderose di maternità o partorienti potessero visitarla.
L’ufficio postale ha chiuso nel 2001. Uno degli ultimi portalettere, Canzio Galanti, dopo la pensione si è dedicato alla falegnameria. Ha fatto le porte per mezzo borgo. Ora ha 95 anni.
A Trassilico c’erano una macelleria, una pensione con ristorante, un paio di negozi di generi alimentari. Tutti chiusi. Anche Natale Rebechi ne teneva uno sotto casa. A luglio Natale festeggerà 101 anni.
L’unico luogo pubblico rimasto è il rifugio “La Mestà”. Il nome richiama un’antica nicchia contenente una Maestà che si trovava sulle mura del castello, dov’è oggi la chiesa di San Rocco. Quattro camere per un totale di 8 posti letto (con un bagno in comune), un ristorante ed un bar. La sua gestione fu presa, anni fa, da Andrea Trolese, venuto con la moglie da Desenzano sul Garda a bordo della loro Panda: e subito rimasto «folgorato» da questo paese. Prese casa. Costituì una cooperativa. Cominciò a produrre vino e marmellate. Poi Trolese ha avuto una nuova opportunità di lavoro: è volato a Dubai e, per il rifugio, le cose si sono messe male.
Il socio Luca Emilio ha chiesto aiuto all’associazione paesana. Insieme hanno bussato alla porta del sindaco di Gallicano, David Saisi, sempre attento alle esigenze della frazione. «Sapevano che prima di fare il sindaco gestivo una casa vacanze e un ristorante – racconta ad Avvenire –. Mi hanno chiesto di entrare nella cooperativa, che altrimenti avrebbe potuto chiudere. Non ho saputo dire di no». Fuori dagli impegni istituzionali, ecco allora il primo cittadino salire su fino alla frazione, infilarsi nel rifugio, raccogliere prenotazioni, preparare le camere. E, all’occorrenza, servire il caffè, portare i piatti a tavola, pulire il locale. Curiosità e sorpresa tra gli avventori: «Non è da tutti farsi servire dal sindaco».
«La Mestà» ha ripreso vita. I trassilichini respirano. «Nessuna intenzione di mollare» dicono Stefano Franchi presidente dell’associazione paesana e la sua vice Manuela Bonetti. Che invitano tutti già da adesso alla prossima festa patronale di san Pietro e Paolo il 29 di giugno. E alla XX edizione della sagra del pane e il biroldo, salume tipico della lucchesia, in programma ad agosto a cavallo della festa dell’Assunta.

Dimentica Santorini: in Italia c’è una città identica che costa la metà

La Grecia è da sempre uno dei sogni estivi per eccellenza: casette bianche a picco sul mare, cupole blu che si stagliano contro il cielo e tramonti infuocati da guardare con un bicchiere di vino in mano. Santorini, in particolare, incanta ogni anno migliaia di viaggiatori con il suo fascino da cartolina. Ma non è tutto oro quello che luccica: raggiungerla non è sempre semplice, soprattutto durante l’alta stagione. I voli diretti scarseggiano o hanno prezzi esorbitanti, e una volta arrivati bisogna fare i conti con un costo della vita non proprio amichevole. Ristoranti, hotel, noleggi: tutto tende ad avere tariffe da destinazione vip.



Ma se ti dicessimo che esiste una località italiana che le somiglia incredibilmente, dove è possibile spendere la metà? Una città dove il bianco abbagliante delle case si mescola al blu del cielo, i vicoli profumano di fiori e cucina mediterranea, e la vista regala scorci che non hanno nulla da invidiare alle isole Cicladi. Una meta perfetta per chi cerca l’atmosfera di Santorini senza dover prendere un volo internazionale, fare scali o rinunciare a metà del budget in una sola settimana. No, non è un sogno: è molto più vicino di quanto pensi.
Sembra una piccola isola greca ma è un bellissimo angolo d’Italia
La “Santorini italiana” esiste davvero, e si trova nel cuore della Puglia: è Ostuni, la splendida “Città Bianca” che si erge su tre colli affacciati sulla Valle d’Itria e sul mare Adriatico. A renderla così simile all’iconica isola greca sono proprio le sue case, interamente tinte di calce bianca, che riflettono la luce del sole e creano un effetto quasi abbagliante, soprattutto al tramonto. I vicoli stretti e sinuosi, le scalinate e le terrazze con vista sul blu del cielo e del mare: tutto ricorda le atmosfere delle Cicladi, ma con un’anima autenticamente italiana.stuni non è solo bella da vedere: è anche una meta accessibile. I voli per la Puglia sono generalmente più economici, e una volta arrivati si può scegliere tra b&b caratteristici, masserie immerse negli ulivi e appartamenti con vista a prezzi decisamente più contenuti rispetto a quelli di Santorini. Per non parlare dei treni che, soprattutto per chi risiede lungo la costa adriatica, consentono di raggiungere la città senza problemi. In breve: Ostuni è la scelta perfetta per chi sogna una vacanza mediterranea da sogno, ma senza spendere una fortuna. E magari, sorseggiando un bicchiere di Primitivo al tramonto, ti verrà da chiederti: ma davvero non siamo in Grecia?

non è mai troppo tardi A 82 anni il debutto da scrittrice di Maria Spissu Nilson con Feltrinelli: l’incredibile storia di : «Questo romanzo l’ho sognato»

Ex insegnante di scuole elementari, ora esordisce con il suo primo volume “Sinnada”  il  il caso di tirare fuori tutta la retorica sull’età ...