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2.3.26

La mia vita sui treni



da ilpost.it di Marianna Aprile



«Chi viaggia su rotaie in questo paese si muove nello spazio quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Se sei fortunato e hai più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono
Chiunque abbia l’abitudine o la necessità di viaggiare molto in treno sa che per salire a bordo oltre al biglietto serve una buona dose di ironia. Cioè di quella capacità di mettere tra noi e quel che ci capita una distanza sufficiente a potere almeno provare a sorridere degli imprevisti. Non è facilissimo, l’ironia – come il coraggio della più abusata delle citazioni manzoniane – se non ce l’hai non puoi mica dartela. E quanta ce n’è voluta per leggere – sorridendo invece che smadonnando – il titolo della copertina del numero di gennaio de Le Frecce, il giornale di Trenitalia, su cui campeggiano Toni Servillo e il titolo “Il tempo dell’attesa”. In un fulmineo uno-due, torna alla mente la domanda tormentone de La grazia di Paolo Sorrentino: «Di chi sono i nostri giorni?» che finalmente ha una risposta: di Trenitalia.
Ecco, i treni servono a questo, ad allenarsi a un approccio ironico all’assurdo, all’intoppo inatteso (sia mai torni utile anche in caso di disgrazia), facendo lo sforzo di surfare sulla gamma di reazioni istintive che determina nell’umano medio: fastidio, ira, rancore.
Chi viaggia in treno in questo paese ha un vantaggio, perché lo spazio tra banchina e rotaie è quello quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Lo sai da prima di comprare il biglietto che sarà difficile vada tutto liscio, che il treno faccia davvero il treno e cioè parta all’ora X e arrivi a quella Y, dopo un tot di fermate predefinite.
Per i più duri di comprendonio, Trenitalia ha scelto “Disco Inferno” come colonna sonora della sua campagna pubblicitaria televisiva; sarò in malafede io, ma a me pare un «poi non dite che non vi avevamo avvertiti». Vuoi mettere la tenerezza dell’ambizioso “Don’t Stop Me Now” scelto da Italo? Questo per dire che se sali a bordo lo sai già come probabilmente andrà a finire, anche se non sai ancora esattamente perché. Nella sospensione tra certezza dell’imprevisto e incertezza sulla sua natura alla fine impari a viverci, e a trasformare quello che ruota attorno a ogni viaggio in un’occasione di conoscenza e crescita personale (si sente l’Oṃ che recito mentre lo scrivo?).


Sembra un discorso campato in aria ed è invece estremamente pragmatico. Vi faccio pure degli esempi, ma prima forse dovrei descriverla, questa scuola di vita su rotaie, raccontarne le regole scritte e non. Provo a fare un quadro, benché non possa che essere parziale e soggettivo.
Dunque, quando finalmente riesci a partire sai che in qualsiasi momento potresti fermarti: «per controllo tecnico alla linea aerea», perché si «aspetta l’autorizzazione» (cioè siamo partiti senza?), per «presenza sui binari di animali», per «presenza di persone non autorizzate sui binari » (ma perché, ci sono persone che invece sono autorizzate a stare sui binari mentre passano i treni?); «indebita presenza di estranei sui binari» (se invece fossero stati conosciuti gli saremmo passati sopra per evitare ritardi?). Forse si spera che la confusione sulle cause faccia premio sull’incazzatura per il ritardo.


L’imprevisto è così frequente che quando tutto va liscio è un problema. Dopo qualche migliaio di treni presi pendolarando negli ultimi vent’anni tra Milano e Roma (e tra queste e decine di altre città), ho elaborato questa teoria: nel compilare gli orari ferroviari, i gestori ritoccano per eccesso i tempi di percorrenza reali, per provare ad ammortizzare ritardi che danno per scontati.
E così se, per un fortuito caso, il treno parte in orario, viaggia sereno e arriva in anticipo nei pressi della stazione di destinazione, è costretto a fermarsi, che mica entri ed esci dalle stazioni quando vuoi. E tu sei lì, dal finestrino vedi già il tornello in fondo al tunnel, ma devi comunque aspettare. Nel frattempo, però, sul treno ti annunciano che siamo arrivati «in anticipo» alla stazione di. Un eccesso di zelo o una formalizzazione utile per le statistiche sui ritardi, vai a sapere. Il risultato non cambia: se prendi un treno devi allenarti ad aspettare anche quando sei già arrivato. Rileggete: non sembra un insegnamento zen?
È come se la prima delle leggi non scritte fosse che è necessario che tu scenda a destinazione portando via con te un motivo di fastidio persino se è andato tutto liscio. Persino se stavolta il tuo treno non è dovuto tornare indietro (celo); la tua carrozza non è stata evacuata perché si è riempita di un fumo di cui peraltro nessuno ti svela la provenienza (celo); il convoglio non si è fermato perché è vecchio e la salita per Frascati non riesce più a farla (celo); l’aria condizionata ha funzionato (celo) e persino la presa della corrente (celo); non ti hanno trasbordato su un altro treno in una stazione di fortuna in mezzo al nulla padano (celo); hai incontrato a bordo l’uomo della tua vita (manca).
Persino se, in piena pandemia da Covid-19, il fantomatico «tracciamento degli infetti» ideato per provare a contenere il contagio ha funzionato. Nel mio caso è andata così: fine luglio 2020; dopo mesi di lockdown imposto e un surplus di prudenziale e ipocondriaca reclusione autoinflitta, decido di accettare un invito a In Onda, ai tempi condotta dal socio Luca Telese e David Parenzo. Quindi prendo coraggio e mi riapproprio del familiare tragitto casa-metropolitana-Stazione Centrale-treno-Stazione Termini-Taxi-studi di La7. E, dopo la puntata, ritorno sui miei passi, pardon, sulle mie rotaie, verso Milano. Tutto liscio. Non solo: i treni in quei mesi sono vuoti e sfrecciano tra città che lo sono altrettanto. Per dire, nel viaggio di ritorno sono la sola passeggera della carrozza, oltre a un signore che viaggia qualche fila dietro di me.
Tutto così piacevole che decreto ricominciata la mia vita, anche quella sociale. E infatti il giorno dopo invito a cena due cari amici molto anziani. Ci disponiamo sul terrazzo, a distanza, stiamo per aggredire la prima teglia di lasagna post-lockdown quando squilla il telefono. Ministero della Salute. Il gentile signore dall’altro capo della telefonata lavora lì e mi informa che ha avuto il mio numero da La7, cui è arrivato su indicazione di Trenitalia (il mio a/r per Roma lo avevano comprato loro). Mi dice che il signore che ha viaggiato nella mia stessa carrozza è ricoverato in ospedale col Covid e che avendo viaggiato con lui, benché a distanza, devo entrare in quarantena. Metto giù, guardo i miei anziani ospiti e penso: potrei averli infettati, potrei ucciderli. Panico, lasagne nella teglia, saluti frettolosi e inizio di una nuova reclusione.
Non ho sintomi, non ho niente. Sto bene (anche meglio quando, passati tre-quattro giorni, i miei due commensali mi rassicurano che pure loro). Lo dico sempre più meccanicamente anche alla gentile signora della Asl che mi chiama un paio di volte al giorno per chiedermi se ho febbre, se sento i sapori, se è tutto ok. E se sono in casa: no, sì, sì e sì, rispondo.
Lei mi crede, ma la polizia locale – anche loro chiamano, con meno frequenza – evidentemente no. E così dopo l’ennesima telefonata «Signora tutto ok?», «Sì», «Dove si trova?», «E dove? A casa…», «Ok, arrivederci», metto giù e sento suonare il citofono. È la polizia locale che vuole sincerarsi che non abbia mentito e a casa ci sia davvero. Tanta solerzia mi rassicura, ma siccome ho molto tempo da riempire mi ritrovo comunque a fare un livoroso elenco di tutte le occasioni in cui avrei voluto fossero altrettanto solerti e invece.
Dopo una settimana in perfetta salute (quantomeno fisica) provo a trattare: ma veramente devo rimanere qui dentro un’altra settimana nonostante stia benissimo? (Ho sempre amato le domande retoriche). Niente da fare. Mi rassegno. La settimana passa, con lei il Ferragosto in cui – leggo dai giornali – l’Italia prova a riprendersi un po’ di normalità (tentativo fallito, dopo il 15 agosto esplodono cluster di contagi praticamente attorno a ogni discoteca del Paese) e io l’ho passato in casa in una Milano deserta e con una temperatura percepita di seimila gradi. Tutto perché su un treno le cose hanno funzionato.
Quando viaggi in treno scopri anche che il famoso monito che invita a fare attenzione ai desideri perché potrebbero realizzarsi può declinarsi in concretissime rotture di scatole. Passi il tuo tempo ad augurarti che il tuo non sia in ritardo e ti capita di dover imparare che i treni possono non solo non esserlo ma anche partire prima dell’orario che compare sul tuo biglietto.
Quando accade, di solito si viene avvisati con un sms, che però può essere anche lui in ritardo. Io, peraltro, gli sms del gestore dei treni che prendo più di frequente non li leggo neanche più, da quando ho notato che sembrano scritti da uno di quei figli che devono dare una brutta notizia ai genitori, stesso livello di edulcorazione. Tu magari sei su un Frecciarossa che ha accumulato già mezz’ora in più rispetto alla tabella di marcia e l’sms ti comunica che potresti viaggiare con un ritardo di venti minuti. Cose così. Bugie bianche. Le peggiori.
E a proposito di ritardi, una menzione meritano i messaggi sonori che li annunciano a bordo, tutti impostati sull’allusione a una causa esterna, localizzata in uno spazio immaginario e indefinito, comunque lontano a sufficienza dalla responsabilità del gestore: si è in ritardo «per presenza di altro materiale sui binari», per «ritardo al treno precedente», «guasto alla linea», «lavori programmati» (ma se sono programmati perché non me lo hai detto prima della partenza?).
Tempo fa mi ci ero appassionata come a un nuovo genere letterario e ho scoperto che dal 2004 in Trenitalia esiste il MAS, che sta per Manuale Annunci Sonori, un librino che spiega al personale di ogni stazione i criteri per comporli caso per caso. È sul sito di Trenitalia e ci si possono passare ore sopra. Ho scoperto anche che quello in vigore oggi è l’aggiornamento del 2018, il quarto MAS (stilato niente meno che con la collaborazione dell’Accademia della Crusca), e già scalpito all’idea di cosa dovranno inventarsi al decimo aggiornamento. Ammesso che per allora l’assonanza con la Decima sarà ancora un problema.


Clicca per comporre il tuo annuncio sonoro

Dopo aver collezionato decine di cose così, ci sta che arrivi (almeno tu) a disporti a un viaggio in treno entrando in una modalità doppia e complementare.
La prima: modalità “cucciolo nella jungla”, quello stato di allerta perenne che ha il pregio di renderti più vigile rispetto a quel che ti succede attorno. Perché ormai sai che ogni cosa può essere il segnale di un accadimento imminente che dovrai elaborare velocemente per portare a destinazione la pelle. O salvare almeno l’umore.
La seconda: modalità “cosa vuole comunicarmi l’Universo?”.
La prima ha il vantaggio di farti sviluppare, anno dopo anno, trucchetti di sopravvivenza sempre più specifici. Per esempio, impari che se sei su un regionale dovrai scegliere un vagone non troppo affollato (se c’è) ma neanche troppo poco (altrimenti sei troppo vulnerabile); metterti vicina ad altre donne ma non troppo lontana da uomini che di rassicurante abbiano almeno l’aria. Dovrai prevedere l’eventualità di addormentarti, quindi sarà meglio che sistemi da subito tutto perché sia difficile da portare via, per evitare di risvegliarti senza borsa, telefono o altro. Negli anni, sono diventata una fenomenale intrecciatrice di tracolle: se qualcuno prova a tirar via un pezzetto del bagaglio, si trascina dietro tutto il resto. A quel punto secondo i miei piani dovrei svegliarmi.
Ancora: se viaggi su tratte che sai essere frequentate da gente che potresti conoscere e che potrebbe quindi coinvolgerti in conversazioni che – ammettiamolo una volta per tutte – a nessuno piace davvero fare in treno, inizi a portare con te mascherina e occhiali da sole, combinato disposto perfetto per non essere riconoscibile, quindi costretta a socializzare.
La seconda modalità ti porta a interpretare tutto quello che succede a bordo come una sorta di I-Ching, un messaggio esistenziale da decrittare. Una volta, dopo aver notato che mentre entravo nella carrozza e prendevo posto era partita la suoneria di un passeggero con De André e «Quei giorni perduti a rincorrere il ventooo», ho passato tutto il viaggio a provare a calcolare quanti dei 365 giorni di un anno trascorro in media chiusa in una carrozza. Arrivata a destinazione avevo concluso che se li avessi spesi diversamente, in questi anni, avrei finalmente preso la seconda laurea che sogno da sempre.
Un’altra volta, nel pieno di uno di quei pantani esistenzialprofessionalsentimentali che puntellano la vita un po’ di tutti noi, mi è capitato un interminabile Milano-Roma con accanto una che raccontava a quella seduta di fronte che aveva mollato tutto, aveva venduto la casa e deciso che avrebbe solo viaggiato finché i soldi non fossero finiti. Solo a quel punto si sarebbe messa a cercare un altro modo per sostentarsi. Ammetto di averla considerata un’ipotesi percorribile per il solo fatto di aver interpretato la presenza della globetrotter in downshifting accanto a me come un segnale che l’Universo ci teneva proprio a recapitarmi. Un po’ me ne vergogno, in effetti.
Sui treni si impara molto, su di sé e sugli altri. Per esempio, che avere le gambe corte non è sempre uno svantaggio, visto lo spazio vitale che il sadico progettista ha previsto per ciascun passeggero. Ma se sei seduta di fronte a uno più alto di te, rimedi una lezione supplementare: gli altri si prendono lo spazio che tu non occupi, anche se quello spazio è tuo. E che quindi lo spazio che ti spetta lo devi difendere, anche se lì per lì non ti serve. Ti servirà. Lezione buona per tutto, dai rapporti di lavoro e amicizia alle relazioni.
Impari anche che si può diventare insensatamente intransigenti su cose di cui in realtà non ci importa nulla. Prendete la carrozza silenzio dei treni ad alta velocità, quelle in cui è obbligatorio parlare solo bisbigliando, silenziare il telefono e smetterla di guardare video su Tik Tok senza auricolari. Nonostante io sia contraria alle chiacchiere de visu e al telefono fatte in treno e corra il rischio di scegliere la banda armata ogni volta che qualcuno videochiama o guarda video senza auricolari, la carrozza silenzio mi irrita.
Quella vetrofania sui finestrini, con l’omino che porta severo l’indice alle labbra per intimarti di non fiatare, la vivo proprio come una inopportuna interferenza con la mia libertà. Però mi capita spesso di doverci viaggiare, nelle carrozze silenzio, perché si sa che la legge di Murphy dà il meglio di sé su rotaia. E quando sono lì, mi trasformo nella sosia di quella vetrofania e mi esibisco in occhiatacce a chiunque risponda al telefono, richieste di abbassare la voce a quelli che si raccontano la vita e altri modi per rendermi simpatica al prossimo. È come se dovessi far scontare agli altri il fastidio che provo io a viaggiare lì.
C’è sicuramente un altro insegnamento zen in tutto questo ma ancora non ho capito bene quale sia. E comunque, carrozza silenzio un piffero: tra annunci in italiano e in inglese, passaggi del personale, del controllore e di gente che «aspetta, aspetta, esco dalla carrozza e ti dico» alla fine è sempre una gran cagnara.
Dai viaggi in treno ti arrivano anche lezioni gratis di fisica, o quasi. Per esempio, capisci finalmente cosa si intenda quando si parla di relatività del tempo: la tratta Roma-Firenze di un treno ad alta velocità dura esattamente quanto quella Firenze-Milano, ma la percepisci lunga almeno il doppio, mai capito perché. Impari anche che cinquanta minuti di ritardo sono pochi. Anzi, troppo pochi, perché i rimborsi (parziali, peraltro) scattano dopo sessanta, indipendentemente dal tempo di percorrenza inizialmente previsto per il tuo viaggio. Cioè se dovevi metterci un’ora e ce ne hai messe due, vale come quando dovevi mettercene tre e ce ne hai messe quattro.
Un aumento del 100% del tempo di percorrenza vale come un aumento del 33%, un raddoppio quanto un allungamento di un terzo. Non ha senso, ma tant’è. Se sei fortunato e il tuo treno ha più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono.
La prima volta che mi è successo ho visualizzato i frattali e mi sono detta che finalmente avevo trovato qualcuno (o meglio qualcosa) che era riuscito a farmeli capire. Ammetto che ero agevolmente arrivata comunque in discrete condizioni a cinquant’anni senza averli capiti, ma comunque, presa dall’entusiasmo, ho postato sui social questa intuizione che faceva di me la prima teorica del nesso tra i corsi e i rimborsi storici d’ispirazione vichiana e la fisica. Non che sognassi per questo il Nobel come Donald, ma neanche mi sarei aspettata che nelle ore successive mi arrivassero un certo numero di lezioni gratuite sulla differenza tra frattali e ricorsività, al termine delle quali ho capitolato: ok, avete ragione voi, la storiella sulle scatole cinesi dei rimborsi spiega la ricorsività e non i frattali; ora però restituitemi alla mia ignoranza.
O agli amici della carrozza bar, la mia ancora di salvezza. Non solo per le piadine, che mi concedo di mangiare solo lì (il ritardo dei treni può essere – anche – un alibi perfetto per infrangere la dieta), ma perché nove volte su dieci ci trovi persone che ti svoltano l’umore. Che magari ti vedono stanca e inversa e ti versano un bicchiere di vino senza che tu glielo abbia chiesto. O chiedono un consiglio su una questione personale come se ti conoscessero da tempo.
Qualche viaggio fa ho aiutato la barista a scegliere quale fosse il tono di verde più adatto al vestito che voleva farsi fare per la festa che intende dare per i suoi cinquant’anni. La sua collega le diceva di lasciarmi stare, perché «li fai tra due anni, cominci ad ammorba’ la gente da mo?», ma lei difendeva quel nostro dialogo complice («Sai quanto ci vuole a scegliere un vestito?»), proseguito finché non me ne sono andata con la mia piadina, sorridendo. E chiedendomi se quell’eccesso di programmazione per la festa non fosse una sorta di malattia professionale che sviluppa chi lavora in treno. Un rapporto alterato col tempo e la progettualità che porta a calcolare ogni cosa, anche un vestito nuovo, in largo anticipo, dando per scontato che ci saranno ritardi, estranei in sartoria, altri materiali sulla gruccia che ritarderanno la consegna del vestito. Per la cronaca, tra i tre verdi tra cui bisognava scegliere (sul fatto che dovesse essere verde non c’erano dubbi: «Una non se lo mette mai, se non lo metti per i 50 anni non lo metti più») alla fine abbiamo votato il verde acqua quasi all’unanimità (cioè io e lei, perché la collega non era convinta). «Però di stoffa leggera leggera, che è più elegante», abbiamo concordato, stavolta tutte e tre.
Disclaimer: quello che avete letto potrebbe sembrarvi un racconto bislacco e sconclusionato. Forse dipende dal fatto che non avete delle rotaie sotto la sedia. Consiglio quindi di salvare l’articolo e riaprirlo al prossimo viaggio. Sono certa che vi sembrerà improvvisamente avere senso.

18.1.22

a quando il 27 gennaio Memoria senza retorica

 Avrei preferito, pur essendo  contro  le  giornate  a tema  ,  che  l'olocausto  e lo shoah ( per  me  nessuna  differenza     se  non sottilissima  )  stessi eventi    


Differenza tra Olocausto e Shoah

Quale è la differenza tra Olocausto e Shoah? In quali contesti storiografici si usano?
Col termine Olocausto viene attualmente designato il genocidio o sterminio di una considerevole componente degli ebrei d’Europa. Assieme agli ebrei altri gruppi finirono nel programma di sterminio dei regimi nazi-fascisti, anche se l’ostilità antiebraica – nella sua nuova veste di moderno antisemitismo razziale – fu fin dall’inizio parte integrante della ideologia del Nazismo tedesco.
Il termine olocausto, che deriva dal greco e successivamente dal latino, traduce anche un termine biblico legato alla sfera dei sacrifici cruenti e animali. Con tale termine si traduce in lingua greca il sacrificio ebraico detto ‘olah, ossia innalzamento, un sacrificio che viene “tutto bruciato”. Il fumo che sale “è odore gradito al Signore”.
Il termine utilizzato per descrivere la lo sterminio degli ebrei d’Europa si è mantenuto nella lingua inglese (Holocaust). Che esso provenga da ambienti cristiani di età medievale, che indichi un lemma proveniente dal mondo pagano, che abbia un significato troppo religioso, come spesso si afferma, è tutto sommato irrilevante. Certo ci può essere una sorta di assonanza tra il fumo dei campi di sterminio e quello della vittima sacrificale, ma si tratta di assonanza superficiale e deviante, poiché l’immagine biblica indica ben altro gesto culturale. Cosa si voleva intendere quando si associò lo sterminio degli ebrei all’offerta sacrificale del mondo antico? Un “sacrificio” dei nazisti al “dio della Razza”? O una auto concezione del sé ebraico come vittima sacrificale simile alle concezioni del sacrificio cristiano?
L’ambiguità del significato di questo termine è ovvia, provoca di certo disagio. Da qualche decennio – per lo più nei paesi di tradizione non anglosassone – è invalso l’uso di utilizzare un termine ebraico, ritenuto più pertinente . Il termine Shoah –  שואה – veicola, nel lessico biblico, diversi significati legati all’idea di distruzione. Esso è certamente più neutro, meno  connotato in senso religioso, anche se a dire il vero, il lemma ricorre frequentemente nel libro di Giobbe, nella lingua del profeta Isaia e in alcuni salmi, ed essendo in qualche senso legato alla sfera del religioso, non è così determinato dalle azioni di carattere cultuali.

 che  hanno in comune  le atrocità umane  ma  con significato   semantico  differente , fosse  celebrata\  ricordata  il  16  ottobre    in quanto  in tale data  nel  1943  ci fu la  Deportazione dal Ghetto di Roma di 1023 ebrei verso il Campo di sterminio di Auschwitz  o  quelle  del primo convoglio di deportati ebrei diretto ad Auschwitz partì da Milano il 6 dicembre 1943 o  dell’ultimo, il 15 gennaio 1945  Ma  l'italia    pur di  non   mettere  il coltello  nella piaga   e   voler fare  autocritica   in quanto   alle date  sopra  riportate    parteciparono   anche   militari italiani    ha preferito  per  salvare   capra  e cavoli  s'adegua  passivamente     alla   risoluzione ONU del 2005  che per celebrare il 60° anniversario della liberazione  dal nazismo  e   per ricordare l'orrore della Shoah e commemorare le vittime dell'Olocausto è stata istituita una ricorrenza internazionale ha stabilito che il 27 gennaio – giorno in cui le truppe sovietiche liberarono Campo di sterminio di Auschwitz  – sia il Giorno della memoria.
Come si può raccontare l’orrore dell’Olocausto agli studenti? Come è possibile parlare della Shoah e del Giorno della Memoria anche se sono lontani dal periodo storico che si sta studiando  s e mai  si  arriva  a studiarlo  ? La Memoria non si insegna   visto  che : << [ ... ] Io chiedo quando sarà che l' uomo potrà\ imparare  \a vivere senza ammazzare \e il vento si poserà \e il vento si poserà [ ... ] >>  ( La canzone del bambino nel vento (Auschwitz) )   o se  non  è  coltivata    ed  praticata  . Conviene partire dagli eventi della Storia e lasciare spazio alle parole degli ultimi testimoni sopravvissuti  se   ce  ne  sono ancora   o  alle loro  memorie  . Lo so che questo   si  differenza   dalla  storia    come  spiega  benissimo Alessandro  barbaro    , nel video  sotto

ma io non ne vedo altri modi che non sia retorica e nozionistici . Ma soprattutto concordo   con  la riflessione della giornalista Francesca Paci, autrice di Un amore ad Auschwitz. Edek e Mala: una storia vera, edito da UTET <<  Cosa accadrà quando non ci saranno più i testimoni, quando anche l’ultimo sopravvissuto sarà sepolto da qualche parte? I più giovani di loro, i rarissimi bambini usciti vivi dal lager, hanno abbondantemente superato gli ottanta. Il tempo vola. A un certo punto il compito di tramandare la memoria toccherà a noi, a chi ha avuto il privilegio di ascoltare le loro voci.
Per questo mi sono appassionata immediatamente a Mala e Edek, perché sono due figure fuori dal comune che in condizioni estreme costruiscono un rapporto intenso, romantico, quasi un film, ma soprattutto perché la loro è una storia d’amore reale laddove di reale c’era solamente la morte>>.

Ogni volta che si tratta l’argomento della Memoria o vedo    sui  social   foto di  pietre  d'inciampo  qui  maggiori  dettagli ( da  cui ho tratto la  foto sotto a  sinistra   )    mi chiedo come dice Fabio Perugia su https://www.interris.it/ Gennaio 27, 2017 <<cosa è possibile fare per non banalizzare il ricordo della
Shoah. Non è un’impresa facile, tutt’altro. Perché la storia è una sola e racconta lo sterminio – quasi portato a termine – degli ebrei nei campi nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. E perché un sinonimo di Shoah non esiste e solo in quella parola si può concentrare l’urlo di milioni di anime barbaramente deportate da ogni angolo della nostra Europa per poi finire nelle camere a gas.
>>
Eppure dobbiamo sforzarci per far sì  che  quando  si  parla   di shoah  e  di  olocausto    soprattutto  durante  la  giornata    ora  diventata   settimana    del  27  gennaio  non assuma il sapore del rito e della celebrazione istituzionale e  quindi  forzata \obbligatoria . << Un esercizio che oggi siamo ancora in grado di fare grazie alla presenza dei pochi sopravvissuti che attraverso i loro racconti dell’orrore riescono a fissare nelle nostre menti quel tragico ricordo. Ma domani, quando purtroppo passeranno a noi il testimone della narrazione della Shoah, cosa saremo in grado di consegnare ai nostri nipoti? Accanto al ricordo di Auschwitz Birkenau, il Giorno della Memoria deve trasmettere un messaggio, un insegnamento che sia alla base del motivo per cui i sopravvissuti sono sopravvissuti. Sami Modiano, che è stato deportato a Birkenau, dice sempre ai ragazzi che incontra: “Io vi racconto ciò che ho vissuto affinché non succeda mai più”.>>
Ecco quindi che celebriamo il Giorno  \  settimana   della Memoria non solo per ripercorrere il passato ma anche per costruire un migliore futuro. La prima cosa da imparare da Auschwitz  e  gli altri  campi  è che  non nascono  dal nulla. Non sono  la macchina della morte piombata all’improvviso al centro dell’Europa. Auschwitz e  gli altri  campi    sono  stati  solo il più tragico e ultimo tassello di un lungo percorso. Che inizia nelle nostre strade, nei paesi anche italiani, della profonda provincia o della viva città, dove il vicino di casa diventa improvvisamente un “diverso”, un cittadino di serie B. E a pochi è importato se quel vicino ebreo improvvisamente non poteva andare a scuola, lavorare, insegnare, vivere come gli altri suoi simili. In un’escalation progressiva, talvolta lenta, la società ha messo in un angolo gli ebrei e poi è rimasta in silenzio – tranne eccezioni – quando è arrivato il momento delle deportazioni. Anzi, alcuni hanno collaborato alle deportazioni dei loro concittadini.
<<Eppure, forse, non sono stati loro i peggiori. La maggioranza, la massa, è rimasta nell’indifferenza. Si è vista prima declassare e poi deportare verso la morte i propri amici ebrei [  e non solo  aggiunta mia  ]  restando in silenzio. Il Giorno della Memoria ci insegna che non possiamo distrarci, che dobbiamo essere attenti, che dobbiamo avere cura dei nostri comportamenti di tutti i giorni, che dobbiamo avere a cuore il prossimo, che dobbiamo guardarci intorno e capire se c’è il nostro vicino di casa che è stato messo nell’angolo. Se non lo facciamo, se permettiamo che altri esseri umani siano trattati come esseri umani di serie B, se permettiamo che un nero sia inferiore a un bianco, se permettiamo che un musulmano sia solo un terrorista, se permettiamo che un immigrato sia solo un clandestino, se permettiamo questo allora sappiamo che l’Uomo ha già dimostrato di poter costruire Auschwitz e dove la mente umana è arrivata può purtroppo tornare. [... ] >>

Per questo Giorno della Memoria 2022 vi propongo spunti didattici, consigli di letture e attività per affrontare e discutere in classe  o  a  casa  con i  figli    alcuni aspetti della Shoah.

le  letture    consigliate    insieme  ad altri materiali didattici    sono consigliati dal sito   https://blog.deascuola.it /   qui per   l'elenco  completo 


Luci nella Shoah

Nella tragedia della Shoah, lo sterminio degli ebrei operato da fascisti e nazisti negli anni della Seconda guerra mondiale, milioni di persone hanno sofferto un dolore simile. Spesso hanno anche subìto una sorte comune. Ma quel dolore non è stato l’unica esperienza. Ciò che univa le persone è stata spesso la vita passata, e la speranza presente. Molti sopravvissuti ricordano che pur nel buio e nell’angoscia si aggrappavano a ricordi, pensieri, oggetti per tenersi vicino un mondo che sembrava non esistere più. Piccole speranze che hanno permesso ai deportati di passare il tempo, arrivare a sera, non demordere, in una parola: resistere. La resilienza dei deportati passa attraverso piccoli oggetti quotidiani, passioni, affetti. Cose apparentemente poco significative che diventano fondamentali. Le 28 storie raccolte in questa antologia sono vere, e i loro protagonisti adolescenti del tutto simili ai giovani lettori cui il libro è destinato. Vicende commoventi, illuminanti ed esemplari che ci rivelano dove possiamo trovare la forza di cui abbiamo bisogno nei momenti difficili.



La stella di Andra e Tati

Quando anche gli ebrei italiani cominciano a essere deportati nei campi di concentramento nazisti, Andra e Tati sono solo due bambine. D’improvviso, si vedono strappare via tutto ciò che hanno; perfino la famiglia è travolta e straziata da eventi inspiegabili. Troppo piccole per capire, Andra e Tati si ritrovano sole e piene di paura. Il mondo comincia a cambiare e diventa un incubo, un’ombra minacciosa che si diffonde ovunque e a cui sembra impossibile sfuggire. Andra e Tati sono solo delle bambine, sì. Ma non smettono di sperare e di farsi coraggio a vicenda, unite e salvate dall’amore l’una per l’altra.

Nell’era più buia della storia dell’umanità, la forza e la speranza sono le uniche armi per sopravvivere. Con le immagini originali del primo film d’animazione europeo sull’Olocausto, la commovente storia vera di due sorelline sopravvissute alla Shoah.



Il giorno speciale di Max

Max non ha mai avuto un animale domestico e adesso


che c’è Auguste non si stancherebbe mai di guardarlo mentre nuota felice nella sua boccia. Ma il mondo attorno a loro sta cambiando. Ora bisogna andare in giro con una stella d’oro sul petto. Si parla di “discriminazione” e “rastrellamento”, ma nessuno spiega a Max che cosa vogliano dire queste parole. Fino a che un giorno a casa Geiger, la casa di Max e Auguste, non arrivano i tedeschi. È il 16 luglio 1942. E la famiglia Geiger deve fare le valigie. Max non sa per dove, sa solo che il pesciolino Auguste non potrà seguirlo. Forse un giorno riuscirà a tornare da lui?



 Poiché    ,  come  ho  detto  provocatoriamente ( ma mica  tanto  ) in <<  visto che la scuola non forma i cittadini formiamoci da noi gli strumenti ci sono . non aspettiamo la manna dal cielo >>   perchè generalmente   non ci s'arriva  perchè gli insegnanti  (  la maggior  parte  )   non arrivano a  farlo nei  programmi o  nelle   giornate  e  non ne  parlano  o  non lo insegnano    se  non     nelle    giornate    istituzionali come queste   ,   andrebbe  spiegato o in famiglia  o  nelle  scuole  (  non solo  il  27 gennaio )    fin da bambini   .
Lo  so  che quello dell’Olocausto non è un concetto facile da spiegare e far comprendere prima dell’adolescenza. Tuttavia i bambini si possono avvicinare a questo argomento che sarà successivamente approfondito negli anni. Anche se nella scuola primaria gli insegnanti avvicinano i bambini al tema della shoah attraverso poesie, racconti e documentari, è solo dalle medie in poi che verrà interamente spiegato e analizzato.   dall'asilo ale  elementari   lo si può  fare  con filastrocche    ed   brani e  e poesie  come  quelle   suggerite  da   https://www.pianetamamma.it/la-famiglia/il-bimbo-nella-societa/giornata-della-memoria-come-spiegarla-ai-bambini.html    e  da   https://www.nostrofiglio.it/bambino/27-gennaio-giornata-della-memoria-bambini Più in la  come  suggerito da entrambi i siti  citati     più precisamente  qui  con   libri e film adatti ad avvicinare bambini e ragazzi al tema dell’Olocausto. Letture e visioni che andrebbero però fatte sempre attraverso la mediazione di un adulto.




Libri per spiegare la Shoa ai bambini
Tra i libri da leggere per affrontare il tema dell’Olocausto possiamo ricordare:


"L'amico ritrovato" di Fred Uhlman
"Ora mai più. Le leggi razziali del 1938 spiegate ai bambini" di Daniel della Seta
"Il diario di Anna Frank" di Anna Frank
"Portico d'Ottavia 13" di Anna Foa.
“Il bambino con il pigiama a righe” di John Boyne
“L’albero della memoria: la shoah raccontata ai bambini” di Anna e Michele Sarfatti
“In punta di stella. Racconti, pensieri e rime per narrare la shoah” di Anna Baccelliere e Liliana Carone



Film per spiegare l'Olocausto ai bambini
Anche i film possono essere un ottimo modo per iniziare a spiegare l'Olocausto ai bambini. Tra i film consigliati ci sono:


"Train de vie - Un treno per vivere" di Radu Mihăileanu
"La vita è bella" di Roberto Benigni
"Il bambino con il pigiama a righe" di Mark Herman tratto dall'omonimo romanzo
“Jona Che Visse Nella Balena” di Roberto Faenza
"La chiave di Sara" di Gilles Paquet-Brenner


non so cos'altro aggiungere  alla prossima  


P.s  

Mentre   rilleggevoil post   alla  ricerca  di refusi e  d'errori     mi  è arrivata  come  notifica   dei siti che     seguo   quest'articolo    cher  rpropongo sotto   .   Ovvvero fumettti\  graphic  novel  dedicati all'olocausto  \  alla  shoah  



Giorno della memoria, i fumetti da leggere per non dimenticare Dalla mostra La Shoah nel fumetto italiano  alle novità in arrivo in libreria, le graphic novel che raccontano gli orrori dell'Olocausto

                                         ANDREA CURIAT
Si avvicina il 27 gennaio, il Giorno della memoria; storica ricorrenza della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz. Anche il mondo dei fumetti raccoglie il compito di preservare il ricordo di quegli anni, per non dimenticare gli orrori dell'Olocausto e del nazismo, con tutta la forza di una forma d'arte che unisce le differenti capacità evocative del racconto e dell'illustrazione.L'importanza delle graphic novel è riconosciuta nella mostra virtuale organizzata in questi giorni dall'Istituto italiano di cultura di Tel Aviv e dedicata proprio a La Shoah nel fumetto italiano.

 L'esibizione è fruibile sui canali social Facebook e Instagram dell'ente, dove sino al 4 febbraio verranno pubblicati interventi e interviste video dedicati a opere come La porta di Sion, graphic novel di Walter Chendi che racconta gli anni bui delle leggi razziali e della fuga verso la terra promessa (Edizioni Bd, 108 pp, 12 euro); o le biografie a fumetti dedicate ai Giusti tra le nazioni, tra cui  Perlasca di Matteo Astragostino e Armand Miron Polacco (BeccoGiallo, 144 pp, 18 euro) e Giorgio Perlasca, un uomo comune, di Ennio Bufi, Marco Sonseri (edizioni ReNoir, 128 pp, 12,50 euro); o Jan Karski, l'uomo che scoprì l'Olocausto, di Marco Rizzo e Leilo Bonaccorso (Rizzoli Lizard, 160 pp, 17,50 euro).Tra le tante opere oggetto di approfondimento durante la mostra, merita sicuramente una menzione d'onore Una stella per Nella, graphic novel realizzata dalle giovanissime studentesse liceali Marta De Vincenzi e Maddalena Stellato nell'ambito di un progetto promosso dall'Anpi per raccontare la storia vera  di Nella Attias, deportata ad Auschwitz a soli cinque anni

Giorno della memoria i fumetti da leggere per non dimenticare

Oltre alla mostra sono diverse le novità in arrivo in libreria, fumetteria e negli store online per il Giorno della memoria 2022, tra cui due graphic novel edite da Coconino Press. La prima, firmata da Julian Voloj e Lorena Canottiere, racconta un lato poco noto nella vita di un grande atleta italiano. In Bartali. La scelta silenziosa di un campione (128 pp, 20 euro), (ri)scopriamo come il leggendario ciclista abbia sfruttato la propria notorietà per aiutare molti ebrei a sfuggire alla persecuzione nazifascista, lavorando segretamente come messaggero clandestino per i partigiani. Il fumetto indaga sull'umanità di Bartali e sulla sua scelta valorosa, portata avanti con grande rischio personale, e rimasta a lungo un segreto per volontà dello stesso ciclista. Solo nel 2013, infatti, gli fu riconosciuto il titolo di “Giusto tra le nazioni” da parte dello Yad Vashem, l'Ente israeliano per la Memoria della Shoah.
Il secondo volume è la ristampa di un'opera a lungo introvabile, ma quantomai necessaria: Una stella tranquilla. Ritratto sentimentale di Primo Levi (256 pp, 22 euro), di Pietro Scarnera. Non una semplice biografia di uno tra i più grandi testimoni letterari dell'Olocausto, ma la storia di uno scrittore e di un'esperienza letteraria durata decenni; dell'inestinguibile esigenza di raccontare l'orrore; e del passaggio generazionale ai testimoni del futuro - un'esigenza più che una speranza, lasciata come eredità ai posteri dallo stesso Primo Levi in una delle sue ultime poesie. Partendo da fotografie, copertine di libri e altri documenti storici, la graphic novel unisce biografia, documentario e fiction, in un riuscito esperimento che si è aggiudicato il Prix Révélation al Festival di Angoulême 2016.

Giorno della memoria i fumetti da leggere per non dimenticare

Einaudi porta invece in libreria Dov'è Anne Frank, nuovo graphic novel di Ari Folman e Lena Guberman (160 pp, 15 euro), tratto dal film animato del 2021 Where is Anne Frank (girato dallo stesso Folman). Non si tratta di una trasposizione del Diario, ma di un poetico viaggio sospeso a metà tra storia e attualità, in cui Kitty, l'amica immaginaria cui Anna Frank indirizzava ogni pagina delle proprie memorie, si fa bambina e accompagna i lettori in una riflessione sulle tragedie del passato e i rischi del presente. Sempre Ari Folman, insieme all'illustratore David Polonsky, aveva già firmato la graphic novel Anne Frank - Diario (Einaudi, 160 pp, 15 euro), tratta dalla versione definitiva del memoriale curata e autorizzata dalla fondazione Anne Frank Fonds. Un'opera perfetta per chiunque voglia scoprire, o riscoprire, perché il Diario sia considerato come uno dei libri più importanti della storia contemporanea, e perché sia stato inserito dall'Unesco nell'Elenco delle memorie del mondo.

Giorno della memoria i fumetti da leggere per non dimenticare

Chiude l'elenco delle novità 2022 una nuova edizione di una pietra miliare del fumetto e della letteratura collegata all'Olocausto. Maus di Art Spiegelman, prima graphic novel ad aggiudicarsi uno Special Award ai Premi Pulitzer nel 1992, torna in occasione del trentennale in un cofanetto composto da due volumi, che rispecchiano la suddivisione originale dell'opera ai tempi della sua pubblicazione originale tra il 1986 e il 1991 (Einaudi, 308 pp, 26 euro). Nel primo volume, Mio padre sanguina storia, Spiegelman racconta la storia di suo padre Vladek nella Polonia prima della Seconda Guerra Mondiale, quando iniziava a stringersi la morsa letale intorno agli ebrei polacchi. Nel secondo volume, E qui sono cominciati i miei guai, si raccontano gli anni trascorsi da Vladek e dalla fidanzata Anja nel campo di concentramento di Auschwitz. La narrazione di Spiegelman trova il perfetto equilibrio tra rigore storico-biografico (nella testimonianza diretta del padre) e potenza metaforica (nella decisione di ritrarre gli ebrei come topi antropomorfi, i nazisti come gatti, i polacchi come maiali, gli americani come cani…); e tra rievocazione del passato e riflessione su cosa significhi, oggi, essere discendenti di sopravvissuti all'Olocausto. Una graphic novel che, a trent'anni dalla pubblicazione, si conferma una lettura imperdibile per tutti.


Quando un parlamentare della Repubblica spiega apertamente come usare il clientelismo per orientare un voto di Ely Kyle Chio Carotti

    strano che   nessuno  del fronte  avverso    e i  giornali   non  s'incazzano   Quando un parlamentare della Repubblica spiega apert...