Non si finisce ma d'apprendere e di sapere cose nuove su argomenti che dovrebbero essere noti e stra noti . infatti ecco cosa ho trovato fra i tanti articoli, su Auschwitz disponibili nel blog viaggiatoriignoranti.it.Potete scriverli all'indirizzo: info@Viaggiatoriignoranti.it, per proposte, suggerimenti e curiosità.... Buona lettura!
Vi siete mai chiesti quanti bambini nacquero ad Auschwitz? Vi siete mai chiesti quante donne partorirono il frutto delle violenze subite all’interno dal lager? Un numero preciso non siamo in grado di fornirlo, perché non fu tenuto conto nell’anagrafe del campo di questo dato proprio perché molti di loro vissero solo pochi minuti.
Grazie alla testimonianza di Stanisława Leszczyńska, furono circa 3000 i nati vivi a cui ella prestò personalmente assistenza. Di questi circa la metà furono soppressi immediatamente dopo il parto dal personale del campo, annegati in un barile. Un altro migliaio circa morirono di fame freddo e malattie. Era una pratica diffusa bendare i seni alle puerpere proprio per impedire loro l’allattamento, in questo modo era possibile testare la resistenza dei bambini prima di morire di fame. Un’altra pratica adottata ad Auschwitz, ad esempio da Irma Grese, era quella di legare le gambe alle donne durante il travaglio, per assistere alla loro sofferenza e alla morte lenta di mamma e bambino. Alcuni più fortunati, grazie alle loro caratteristiche somatiche, furono destinati all’adozione di coppie tedesche aderenti al Progetto Lebensborn. Di quelli che purtroppo rimasero al campo, solo una trentina riuscirono a sopravvivere, insieme alle madri fino a che non arrivarono le truppe alleate. La registrazione delle nascite avvenne a partire dalla metà del 1943. Prima non era consentito a nessun neonato di sopravvivere ad Auschwitz. Da quella data in poi, sopravvissero solo i neonati destinati ai campi per le famiglie. In questo caso al nuovo nato veniva assegnato un numero, tatuato sulla pelle. Una volta iniziata la liquidazione del campo, si cercò di uccidere tutti i bambini nati ad Auschwitz. Solo in rare eccezioni riuscirono a salvarsi. È per questo che possiamo affermare con certezza che la quasi totalità dei bambini che nacquero nel campo, perirono nel campo. Vorrei riportare qui di seguito la testimonianza di un sopravvissuto ad Auschwitz, Roberto Riccardi, che nel suo libro, Sono stato un numero, racconta cosa veniva fatto ai bambini nati da poco. La brutalità di queste parole non ci può lasciare indifferenti: “Un giorno io e un altro prigioniero ci trovavamo vicini ai carretti per il trasporto dei bambini. Dovevamo farne salire a bordo alcuni, fino a completare un carico. Una SS si avvicinò, indicò con il dito un bimbo di un paio di mesi e disse al mio compagno di lanciarlo sul carretto. Per rendere l’ordine più chiaro, mimò il gesto con le braccia, disegnando un volo molto ampio. Lanciarlo? chiese il mio compagno, sbigottito. Il tedesco insisté. Gli puntò contro il fucile, urlò, e a lui non rimase che eseguire. In un istante che durò un’eternità, la SS sollevò la sua arma, prese la mira e sparò al piccolo mentre era in aria, come fosse al poligono di tiro. Lo centrò in pieno. Un suo collega, che osservava la scena da vicino, imprecò. Meno male, pensai, c’è ancora qualcuno che ha nel cuore un po’ di umanità. Ma presto quello che aveva brontolato si calmò, si mise una mano in tasca e prese dei marchi. Accennò a un sorriso sforzato, strinse la mano all’altro e gli consegnò il denaro. Impiegai un po’ per capire. Su quel tiro avevano scommesso, ecco spiegata la delusione del perdente. Lo vidi fare più volte. Ogni volta eravamo noi a dover portare i bambini ai loro carnefici. Noi a lanciarli in aria, sotto la minaccia delle armi, con le SS che si esercitavano a colpirli mentre erano in volo.” Per non dimenticare, M A I !
Un grido che risuona nel tempo Ogni anno, il 27 gennaio segna una data fondamentale per la memoria collettiva italiana e mondiale. In questa giornata, si ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, un luogo simbolo della brutalità e dell’orrore dell’Olocausto. Le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, risuonano forti e chiare: “Mai più!”. Questo grido non è solo un richiamo al passato, ma un invito a riflettere sulle conseguenze delle leggi razziste e della discriminazione, che hanno portato a una delle pagine più buie della storia. Le radici della memoria Il Giorno della memoria non è solo un momento di commemorazione, ma anche un’opportunità per educare le nuove generazioni. Le leggi razziste, emanate dal regime fascista italiano, hanno avuto un impatto devastante sulla comunità ebraica e su molte altre minoranze. La celebrazione di questa giornata è un modo per riconoscere le responsabilità storiche e per promuovere una cultura di rispetto e tolleranza. Le scuole, le università e i luoghi di lavoro diventano palcoscenici di riflessione, dove si discute di diritti umani e di giustizia sociale. Il ruolo della società contemporanea In un’epoca in cui l’antisemitismo e altre forme di odio sembrano riemergere, il Giorno della memoria assume un significato ancora più rilevante. È fondamentale che la società italiana non dimentichi le lezioni del passato e si impegni attivamente per combattere ogni forma di discriminazione. Le commemorazioni, i dibattiti e le iniziative culturali sono strumenti essenziali per mantenere viva la memoria e per costruire un futuro in cui il rispetto per la diversità sia al centro della nostra convivenza. La memoria storica deve diventare un patrimonio condiviso, un valore da trasmettere alle generazioni future.
concludo i miie post sulla settimana della memoria parland dei campi di concentramento italiani . Lo so che le news sono prese da wikipedia ma per una serrie di problematiche varie non ho molto tempo per scrivere direttamente
I campi di concentramento della Repubblica Sociale Italiana furono la rete di campi di prigionia e di transito attraverso cui tra l'8 settembre 1943 e il 25 aprile1945 operò il
Prima dell'8 settembre 1943 operava nell'Italia fascista una fitta rete di campi per l'internamento civile degli ebrei "stranieri", antifascisti e di altri gruppi etnici considerati "non-italiani". Per quanto, soprattutto nei confronti degli slavi, si verificassero in alcuni campi delle condizioni di vita disumane, che portarono alla morte per stenti di migliaia di prigionieri, agli ebrei furono riservate condizioni di vita migliori. Agli internati ebrei era infatti concessa una certa libertà di movimento e autonomia organizzativa, e la possibilità di ricevere aiuti e assistenza dall'esterno, soprattutto attraverso la DELASEM. Il trattamento fu simile a quello di una prigionia, e non fu affiancato da violenze antisemite fisiche o morali aggiuntive. Soprattutto, essi non furono soggetti a deportazione.[1]
Tutto questo cambiò radicalmente dopo gli avvenimenti dell'8 settembre 1943, con l'avvio anche in Italia della "soluzione finale della questione ebraica", con il supporto congiunto delle truppe di occupazione tedesca e delle forze di polizia della neonata Repubblica Sociale Italiana. I campi di internamento civile dell'Italia meridionale, in primo luogo Ferramonti e Campagna, furono liberati dagli Alleati e agli ebrei ivi rimasti furono così risparmiati gli orrori dell'Olocausto.[2] Ben altra fu la situazione degli ebrei (italiani e "stranieri") nel Centro e Nord Italia, ora ugualmente soggetti a deportazione e sterminio.
Dopo i primi arresti e deportazioni compiuti direttamente dalle truppe di occupazione tedesche, dal 30 novembre 1943 anche le autorità di polizia e le milizie della Repubblica Sociale furono mobilitate per l'arresto di tutti gli ebrei, il loro internamento e la confisca dei loro beni.[3]
Così prescriveva l'ordine firmato dal Capo della Polizia Tullio Tamburini:[4]
(1) Tutti gli ebrei, anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengano, e comunque residenti nel territorio nazionale debbono essere inviati in appositi campi di concentramento. Tutti i loro beni mobili e immobili devono essere sottoposti a immediato sequestro in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale italiana, la quale li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni aeree nemiche.
(2) Tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero, in applicazione delle leggi razziali vigenti, il riconoscimento di appartenenza alla razza ariana, debbono essere sottoposti a speciale vigilanza dagli organi di polizia.
(3) Siano pertanto concentrati gli ebrei in campi di concentramento provinciali, in attesa di essere riuniti in campi di concentramento speciali appositamente attrezzati.
Allo scopo di radunare gli ebrei arrestati furono istituiti 31 campi di concentramento provinciali, dove potessero essere raccolti gli ebrei del luogo, spesso riutilizzando senza soluzione di continuità le strutture di alcuni campi per l'internamento civile creati negli anni precedenti. Da questi campi, gli ebrei (imprigionati assieme ai prigionieri politici antifascisti) erano trasferiti alle strutture gestite direttamente dalla truppe tedesche: il Campo di concentramento di Borgo San Dalmazzo, il Campo di Fossoli, la Risiera di San Sabba e il Campo di transito di Bolzano. Da lì partivano i trasporti per i campi di concentramento e di sterminio in Germania e Polonia.
Il sistema dei campi provinciali non dette i risultati sperati dai fascisti, di fronte alla pronta dispersione degli ebrei in clandestinità e all'atteggiamento omertoso (se non solidale) di gran parte della popolazione italiana. I campi rimasero sottoutilizzati, tanto che la maggior parte di essi fu presto chiusa. Le operazioni di polizia per la cattura degli ebrei continuarono con accanimento, ma ci si appoggiò prevalentemente al sistema carcerario, da cui i prigionieri erano trasferiti a Fossoli e deportati. Complessivamente, i tedeschi deportarono (prevalentemente ad Auschwitz) 8.564 ebrei dall’Italia e dalle zone occupate dagli italiani in Francia e nelle isole di Rodi e di Kos; degli oltre ottomila deportati, solo 1.009 fecero ritorno.[5]
3) Campo di Fossoli. Dapprima gestito dalla Repubblica Sociale Italiana (dicembre 1943 - marzo 1944), passa quindi sotto il diretto controllo della autorità tedesche (marzo - agosto 1944)
3) Aosta: Campo di concentramento di Aosta, presso la Caserma Mottino. Gli internati furono trasferiti a Fossoli in tre riprese: 20 gennaio 1944, 17 febbraio 1944 e 16 marzo 1944.
4) Arezzo: Oliveto, presso villa Mazzi. Nel giugno 1940, la villa fu scelta come sede di un campo di internamento per civili di nazioni straniere ed ebrei. Fu definitivamente chiuso nel maggio-giugno 1944
5) Asti: Campo di concentramento di Asti, presso il Palazzo del Seminario di Asti. Gli internati furono trasferiti a Fossoli in febbraio, e quindi in maggio con tappa nelle carceri di Torino e Milano.
7) Ferrara: Campo di concentramento di Ferrara, nei locali del Tempio Israelitico di rito italiano. Gli internati furono trasferiti a Fossoli in tre riprese: 12 febbraio 1944, 25 febbraio 1944 e 6 marzo 1944.
8) Firenze: Campo di concentramento di Bagno a Ripoli, presso la Villa La Selva. I prigionieri furono trasferiti a Fossoli il 26 gennaio 1944 per essere deportati il 30 gennaio 1944 da Milano.
11) Genova: Campo di concentramento di Coreglia Ligure (spesso erroneamente definito Campo di concentramento di Calvari di Chiavari) (12 dicembre 1943 - 21 gennaio 1944). Per il campo passarono 29 ebrei, tutti deportati a Milano, via Genova.
12) Grosseto: Campo di concentramento di Roccatederighi, presso la Villa del Seminario estivo, di proprietà della Curia vescovile. Due trasferimenti a Fossoli: 18 aprile 1944 e 11 giugno 1944.
14) Lucca: Campo di concentramento di Bagni di Lucca, presso la Villa Cardinali, ex albergo Le Terme, in località Bagni Caldi. I prigionieri furono trasferiti a Milano il 25 gennaio 1944.
18) Padova e Rovigo: Campo di concentramento di Vo' Vecchio (Padova), presso la Villa Contarini-Venier nel comune di Vò Vecchio in una casa estiva delle suore elisabettiane (3 dicembre 1943 - 17 luglio 1944). Trasferimento alla Risiera di San Sabba.
20) Perugia: Campo di concentramento di Perugia, a Villa Ajò, poi nell’edificio dell’Istituto Magistrale e in seguito ad Isola Maggiore del lago Trasimeno (Villa Guglielmi).
26) Sondrio: Campo di concentramento di Sondrio, presso gli Uffici Sanitari del Comune in via Nazario Sauro (un ex deposito del grano costruito nel 1919)
29) Vercelli: Campo di concentramento di Vercelli, nella cascina Ara Vecchia di proprietà del Comune, e poi nella Casa di Riposo Vittorio Emanuele III.
30) Verona: Campo di concentramento di Verona, presso la Caserma B, locata nella Torre comunale-scaligera della Porta Rofiolana, in via Pallone.
Della maggior parte dei campi di concentramento provinciali gestiti dalla Repubblica Sociale Italiana non restano che scarse tracce, nonostante in anni recenti si sia provveduto a collocare in alcuni di essi lapidi e monumenti che ne ricordino l'esistenza. I quattro campi gestiti direttamente dalla truppe tedesche invece sono a tutt'oggi più conosciuti come luoghi della memoria.[8]
^Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce. L'internamento civile nell'Italia fascista, 1940-1943 (Einaudi: Torino, 2004).
^Elisabeth Bettina, It Happened in Italy: Untold Stories of How the People of Italy Defied the Horrors of the Holocaust. Nashville: Thomas Nelson, 2009.
^Susan Zuccotti, L'Olocausto in Italia, TEA, 1995 (ed. originale: The Italians and the Holocaust: Persecution, Rescue, and Survival. New York: Basic Books, 1987).
^Andrea Ugolini e Francesco Delizia, Strappati all'oblio. Strategie per la conservazione di un luogo di memoria del secondo Novecento: l'ex Campo di Fossoli, Firenze: Altralinea, 2017.
Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, Torino, 1972.
Susan Zuccotti, L’olocausto in Italia, Tea storica, 1995.
Liliana Picciotto, L'alba ci colse come un tradimento: gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944, Milano: Mondadori, 2010.
Tristano Matta, Il Lager di San Sabba. Dall'occupazione nazista al processo di Trieste, Trieste: Beit casa editrice, 2013, ISBN 978-88-95324-30-2.
(EN) Alexis Herr, The Holocaust and Compensated Compliance in Italy: Fossoli di Carpi, 1942-1952. Houndmills, Basingstoke, Hampshire; New York, NY: Palgrave Macmillan, 2016.
poi ci sono anche quelli nella ex jugoslavia che durano poco e che furono una delle principai cause della reazione al crollo del fascismo che porto alle prime foibe cioè quelle avvenute fra luglio e settembre del 1943
Il campo di concentramento di Arbe fu creato dal comando della Seconda Armata italiana nel luglio del 1942 ad Arbe, nel Carnaro, ed ospitò complessivamente tra i 10.000 e 15.000 internati tra sloveni, croati ed ebrei diventando il più esteso e popolato campo di concentramento italiano per slavi[1][2] raggiungendo i 21.000 internati nel dicembre 1942[3]. Il campo si caratterizzò per la durezza del trattamento riservato agli internati di etnia slava[1], dei quali un gran numero perì di stenti e malattie. Per converso, oltre 3.500 ebrei fuggiti dagli ustascia croati e ivi internati dal Regio Esercito italiano evitarono grazie a questo la deportazione.[4][5][6].
Secondo lo storico Tone Ferenc la necessità di allestire un grande campo di concentramento sull'isola di Arbe si era già fatta sentire nel maggio 1942 a seguito della saturazione dei campi di Laurana, Buccari e Porto Re[7]. Nell'estate 1942, per far fronte alla necessità di provvedere all'internamento dei numerosi rastrellati nel corso delle operazioni estive in Slovenia, le autorità militari italiane della Seconda Armata costruirono in gran fretta ad Arbe[2][8] (più esattamente nella località di Campora), un campo di concentramento per i civili slavi delle zone occupate della Slovenia in cui furono internati anche alcuni civili della vicina Venezia Giulia.
Inizialmente era prevista la costruzione di quattro settori distinti, ma all'arrivo dei primi internati erano pronte solamente le baracche di servizio ed erano disponibili soltanto un migliaio di tende militari da sei posti[1][7]. Il primo gruppo di internati giunse ad Arbe il 28 giugno 1942 ed era composto da 198 sloveni provenienti da Lubiana mentre un secondo gruppo di 243 arrivò il 31 agosto[1] Complessivamente furono portati ad Arbe 27 gruppi di internati di cui il più cospicuo fu di 1194 persone giunte il 6 agosto[1]. Dei quattro campi inizialmente immaginati ne furono realizzati solo tre. Nel 1° e nel 3° furono inseriti i "repressivi" (soprattutto sloveni), mentre nel 2° furono inseriti i "protettivi" (soprattutto ebrei)[1].
Con l'arrivo della stagione autunnale la situazione nei campi divenne più difficile, soprattutto in quelli in cui erano reclusi i "repressivi" dove le piogge provocarono più volte il riversamento del liquame delle latrine del campo e la notte del 29 ottobre 1942 una violenta tempesta distrusse quattrocento tende e provocò l'annegamento di alcuni bambini[9]. Si iniziarono quindi a costruire le prime baracche di legno[2][7] ma per la lentezza dei lavori molti internati trascorsero comunque l'inverno al freddo dentro le tende[1]. Nel novembre 1942 il numero di internati diminuì come riporta Capogreco per la partenza di parte degli internati per altri campi di concentramento, soprattutto di donne e bambini destinati al campo di Gonars[7].
Questa voce o sezione sull'argomento seconda guerra mondiale è ritenuta da controllare.
Motivo: i dati numerici dei deceduti, sono sicuramente molto gravi, tuttavia le stime le percentuali e i confronti con Buchenwald non sembrano così inequivocamente fontati e precisi, vedi discussione in corso
Complessivamente ad Arbe furono internati circa 10.000 civili[10], tra cui vecchi, donne e bambini di famiglie sospettate di collaborare con il movimento partigiano ma anche residenti in aree sgombrate per esigenze belliche[8]. La cifra non comprende coloro che sono passati in transito verso altri campi, nei territori occupati o nel Regno d'Italia.
Fonte: Davide Rodogno, Il nuovo ordine mediterraneo, ed. Bollati Boringhieri, Torino 2003
Internati morti nel campo di concentramento di Arbe. Fonte: Rabski zbornik, 1953.[11]
A causa della precarietà in cui versava il campo ancora dall'estate del 1942, l'inverno fu molto duro per gli internati che avevano come unico riparo delle tende e spesso erano privi di vestiario adeguato[8]. A questo si aggiunsero episodi di brutalità da parte del comandante del campo, il colonnello dei carabinieriVincenzo Cuiuli[12], il quale, nonostante ciò violasse le norme italiane, faceva incatenare a dei pali gli internati in punizione[13]. L'alimentazione insufficiente rese gli internati particolarmente deperiti e soggetti a diverse malattie, tra cui le infezioni intestinali che provocarono un tasso di mortalità molto alto[7][13][14][15]. Secondo alcuni ricercatori ciò rispondeva ad una precisa politica volta a mantenere sotto controllo gli internati[16].
Nel novembre del 1942 il vescovo di LubianaGregorij Rožman si era già recato presso papa Pio XII per chiedergli di intervenire per evitare che il campo di Arbe diventasse un "campo di morte"[17]. La Croce Rossa jugoslava il 10 dicembre 1942 denunciò la scarsezza alimentare dei campi gestiti dagli italiani in Jugoslavia con particolar riferimento a quello di Arbe[18]. Pertanto il Vaticano intervenne presso le autorità italiane affinché si provvedesse alla liberazione della maggior parte delle donne e dei bambini[14]. Il generale Mario Roatta inviò al campo il generale Giuseppe Gianni che relazionò evidenziando l'alto tasso di mortalità, ma attribuendolo alle precarie condizioni fisiche degli internati in gran parte anziani[17]. Ciononostante tutti i bambini e quasi tutte le donne furono evacuati verso altri campi in Italia[17]. Il generale Umberto Giglio ancora il 19 gennaio 1943 scrisse un resoconto sulla situazione interna del campo in cui segnalò la necessità di migliorare le condizioni fisiche degli internati pur attribuendo la causa del grave deperimento fisico alle "privazioni precedenti all'arresto sia al trauma psichico dell'arresto stesso ed alle aggressioni da parte dei ribelli subite durante il viaggio di trasferimento"[7]. A partire da gennaio 1943 le condizioni migliorarono sensibilmente con la costruzione di baracche in muratura e il miglioramento delle razioni alimentari[14].
Il vescovo della diocesi di Veglia, Josip Srebrnič, il 5 agosto 1943 riferì a papa Pio XII che "secondo i testimoni, che avevano partecipato alle sepolture, il numero dei morti avrebbe superato le 3500 unità"[19] (tra cui circa 100 bambini di età inferiore ai 10 anni[20]). Le fonti slovene stimano che al suo interno avrebbero perso la vita circa 1400 internati slavi tra cui anche donne e bambini[21] Gli storici sloveni e croati, quali Tone Ferenc, Ivan Kovačić e Božidar Jezernik, indicano in un numero compreso tra i 1447 e i 1167 i decessi avvenuti al campo[22] e secondo James Walston[23] e Carlo Spartaco Capogreco[19], il tasso di mortalità annuo nel campo di concentramento di Arbe superava il tasso di mortalità medio nel Campo di concentramento di Buchenwald (che era il 15%).
Il settore del campo destinato agli internati "protetti"
Nell'area occupata dall'Italia si trovavano alcune centinaia di ebrei concentrati soprattutto nella città di Mostar e lungo la costa cui si aggiunsero migliaia di profughi in fuga dallo Stato Indipendente di Croazia per sfuggire ai massacri commessi dagli ustascia[5][24] e dai territori occupati dai tedeschi[25]. Tranne una parte respinta alla frontiera di Fiume gli ebrei furono accolti nella Dalmazia annessa dall'Italia[5] e la protezione fu estesa anche a quelli che si trovavano nelle zone occupate dalle truppe italiane in Croazia[25] i quali pur sottoposti a vigilanza continuarono a vivere liberamente[26]. Alla fine del 1942 la situazione si rese più complicata quando alle richieste croate di ottenere gli ebrei presenti nei territori occupati italiani si aggiunsero anche le pressioni tedesche[26][27].
Baracca adibita al lavoro dei calzolai
La tragedia che avrebbe colpito gli ebrei in caso di consegna inizialmente solo ipotizzata fece sì che il Regio Esercito escogitasse pretesti e oppose una serie di rinvii per non procedere ad alcuna consegna degli ebrei internati anche ad Arbe[5], poi dal novembre 1942 la situazione fu più chiara e non consegnare gli internati divenne prioritario[28]. Si ipotizzò in un primo tempo di internare gli ebrei in locande e alberghi dismessi nella città di Grado, poi si preferì la soluzione del campo di Arbe dove fu allestita appositamente un'area[29] in cui furono fatti confluire complessivamente gli oltre 3.500 nuovi internati[30][31][32]. Qui vissero in una condizione sicuramente migliore degli internati slavi potendo ricevere visite esterne e svolgere attività ricreativa[29]. Le autorità militari e civili che operavano in Jugoslavia nel frattempo avevano esercitato pressioni su Mussolini che revocò le precedenti disposizioni e dispose che tutti gli ebrei sarebbero invece rimasti internati in territorio sotto giurisdizione italiana e per ovviare alle richieste del governo croato di ottenere la consegna degli ebrei con passaporto croato di avviare per costoro le pratiche per rinunciare alla cittadinanza[33]. Insieme ai numerosi ebrei furono internati ad Arbe a scopo "protettivo" anche molti serbi sfuggiti alle persecuzioni croate[5].
Ancora nell'agosto 1943 le autorità italiane si preoccuparono dell'incolumità degli internati ebrei immaginando, in caso di ritirata delle truppe italiane, di mantenere un presidio armato affinché gli internati protettivi non cadessero "in mani straniere"[29].
Secondo Michele Sarfatti, Coordinatore delle attività della fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano, 200 ebrei circa furono trasferiti da Arbe a Trieste e avviati alla deportazione da parte dei tedeschi ."Senza considerare i circa 200 ebrei trasferiti dall’isola di Arbe a Trieste e lì «unificati» a quelli rastrellati nella penisola, durante l’intero periodo vennero deportati dall’Italia 7400-7600 ebrei".(LA PERSECUZIONE DEGLI EBREI IN ITALIA DALLE LEGGI RAZZIALI ALLA DEPORTAZIONE).
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 il campo fu temporaneamente occupato dalle forze partigiane di Tito. Gli internati ebrei - liberati - raggiunsero in massima parte la terraferma. Di costoro circa 240 giovani atti alle armi furono radunati in un battaglione ebraico[34] che combatté nell'EPLJ contro l'Asse; 200 persone rimasero sull'isola e furono catturate dai tedeschi durante la successiva occupazione nazista; infine, circa 200 persone raggiunsero via mare l'Italia[35]. Il comandante del campo, colonnello Vincenzo Cujuli dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 rimase di presidio al campo in base all'ordine giuntogli dal comando della seconda armata di collaborare con i partigiani jugoslavi[36]. Preso prigioniero dai partigiani secondo alcune fonti fu seviziato e ucciso[36], mentre secondo altre sarebbe morto suicida in prigionia[37].
Dal 1945 ad oggi nessun rappresentante dello Stato italiano è mai andato in visita al campo di Arbe e nessuna parola di scusa è mai stata pronunciata in forma istituzionale. [38][39][40]
^Gobetti, Alleati del nemico, p. 88: "Tuttavia la privazione della libertà, la fame, le malattie connesse con la denutrizione e le pessime condizioni igieniche, concorrono a portare alla morte un notevole numero di persone.".
^Salta a:abCresciani, Gianfranco (2004), Italian Historical Society Journal, Vol.12, No.2, p.7
^Italijanska koncentracijska taborišča za slovence med 2. svetovno vojno, Božidar Jezernik, Revija Borec - Društvo za preučevanje zgodovine, literaure in antropologije, Lubiana 1997, ISSN 0006-7725.
^Rossi & Giusti, p. 486: Riportati nel saggio di Capogreco: Tone Ferenc parla di 1435 decessi, per Ivan Kovacic 1447, mentre per Bozidar Jezernik 1167.
^"(...) nell'agosto-settembre 1941, per fermare la violenza antiebraica e stroncare gli eccidi in corso fra serbi e croati, l'Esercito italiano assunse provvisoriamente il controllo di una nuova zona ceduta dalla Croazia di Pavelic. (...) Mentre Mussolini per non sfidare apertamente i tedeschi si opponeva all'ipotesi di un trasferimento dei rifugiati in Italia, in gran parte ebrei stranieri formalmente impediti all'ingresso nella penisola da una legge del 1939, nel 1942, fu finalmente escogitata la formula che avrebbe permesso di sfuggire alle pretese dell'alleato pur senza affrontarlo in un rifiuto diretto. I circa 3000 ebrei croati e stranieri (...) dal mese di ottobre (furono) internati in appositi campi (...) allo scopo di tacitare le accuse tedesche di spionaggio a favore del nemico, sarebbero stati sottoposti ad un lungo e laborioso censimento (...). La tattica temporeggiatrice funzionò fino al febbraio 1943 (...) quando Mussolini cedette alle richieste di trasferire gli ebrei a Trieste dove sarebbero stati prelevati dai tedeschi, autorizzando però i suoi generali a trovare nuovi pretesti per il rinvio. (...) nel marzo 1943 si decise di concentrare tutti i rifugiati in un campo dipendente dalla II Armata nell'isola dalmata di Arbe, (...) cioè in un territorio sottoposto alla sovranità italiana, al sicuro da qualsivoglia insidioso tentativo di colpo di mano". Anna Millo, L'Italia e la protezione degli ebrei, in L'occupazione italiana della Iugoslavia, Le Lettere, 2009, pp. 367 e 367.
^Jonathan Steinberg, p. 85:"La documentazione suggerisce che da quel momento, all'inizio del novembre 1942, le autorità italiane del ministero degli Esteri e le forze armate seppero di non dover consegnare quelle migliaia di ebrei".
^3.577 secondo un elenco fornito da Jasa Romano, Jevreji u logoru na Rabu i njihovo uklucivanje u Narodnooslobodilacki rat, in: Zbornik 1973 n. 2 p. 70
^Marina Cattaruzza, p. 214 circa 4000 secondo la storica Marina Cattaruzza.
^Jonathan Steinberg, p. 92: Appunto per il gabinetto AP, firmato dal generale Vittorio Castellani "Il Duce ha disposto:1)che detti ebrei vengano mantenuti tutti in campi di concentramento; 2) che si proceda intanto, oltre che a determinare la pertinenza dei singoli internati, a raccogliere -in analogia alle richieste contenute nella soprariferita proposta del Governo croato- le istanze che gli interessati stessi volessero liberamente presentare per rinunciare alla cittadinanza croata ed alla proprietà di ogni bene immobile posseduto in Croazia".
^Anton Vratuša, Dalle catene alla libertà - La "Rabska brigada", una brigata partigiana nata in un campo di concentramento fascista, Kappa Vu, 2011, ISBN 978-88-89808-627
Il campo di Gonars, costruito appena fuori dall'omonimo abitato in un terreno lungo la Napoleonica, era costituito da due recinti distinti a circa un chilometro uno dall'altro, il campo A e il campo B, il quale a sua volta era diviso in tre settori, Alfa, Beta e Gamma. Era circondato da un alto filo spinato, con torrette di guardia con mitragliatrici e potenti fari che lo illuminavano a giorno.
Il campo era stato costruito nell'autunno del 1941 in previsione dell'arrivo di prigionieri di guerra russi, ma non fu mai utilizzato per questo scopo.[2] Nella primavera del 1942 invece fu destinato all'internamento dei civili all'interno della “Provincia di Lubiana”, rastrellati dall'esercito italiano in applicazione della Circolare 3C del generale Roatta, comandante della 2ª Armata, nella quale si stabilivano le misure repressive da attuare nei territori occupati e annessi dall'Italia.[3][4]
Le due massime autorità civili e militari della Provincia di Lubiana, l'Alto CommissarioEmilio Grazioli e il generaleMario Robotti, comandante dell'XI Corpo d'armata, attuarono le misure repressive: così ci furono fucilazioni di ostaggi, incendi di villaggi e deportazioni di popolazioni intere. Nella notte tra il 22 e il 23 febbraio del 1942 la città di Lubiana fu circondata interamente da filo spinato, tutti i maschi adulti furono arrestati, sottoposti a controlli e la gran parte di essi fu destinata all'internamento. In breve anche le altre città della "provincia" subirono la stessa sorte.[3]
Gli arrestati furono portati nel campo di concentramento di Gonars, dove nell'estate del 1942 erano presenti già più di 6000 internati, ben oltre le possibilità ricettive del campo, che era allestito per meno di 3000 persone.[5] A causa del sovraffollamento, delle precarie condizioni igieniche e della cattiva alimentazione, ben presto si diffusero varie malattie, come la dissenteria, che cominciarono a mietere le prime vittime.[6][7]
In questo primo periodo nel campo si trovarono concentrati intellettuali, insegnanti, studenti, operai e artigiani; quindi tutti coloro che erano considerati potenziali oppositori e tra essi c'erano anche molti artisti che alla detenzione nel campo hanno dedicato molte delle loro opere. Sotto pseudonimo erano internati anche esponenti del Fronte di Liberazione sloveno, che sarebbero poi diventati dirigenti della Resistenza jugoslava.[6] Alcuni di essi nell'agosto del 1942 organizzarono una fuga dal campo, scavando una lunga galleria sotto la baracca XXII.[8] Dopo la fuga, la gran parte degli internati fu trasferita in altri campi che nel frattempo erano stati istituiti in Italia, in particolare a Monigo, a Chiesanuova e a Renicci nonché a Visco, in provincia di Udine, a pochi chilometri da Gonars.[2]
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Commento: Affermare che i campi di concentramento come Gonars esistessero non come luoghi d'internamento temporaneo per le popolazioni fiancheggiatrici del movimento partigiano, ma avessero lo scopo di effettuare una "bonifica etnica" (che implica una espressa volontà di sterminio delle popolazioni medesime) necessita fonti ben chiare e inequivocabili e possibilmente che facciano riferimento direttamente a ordini e disposizioni dei comandi italiani e non a interpolazioni più o meno ideologiche successive. L'espressione "bonifica etnica" infatti di norma fa riferimento alle politiche di italianizzazione forzata degli slavi allogeni all'interno dei confini del Regno, mentre qui si parla di popolazioni appartenenti ai territori occupati oltre i confini (la provincia di Lubiana fu annessa ma non era prevista alcuna "bonifica etnica" in essa). Del pari, non c'è alcuna fonte sulle perdite, così come le frasi del generale Gambara sono estrapolate dal loro contesto.
I nomi di alcune delle vittime di Gonars scolpiti nel monumento alla memoria
Il campo di Gonars si riempì ben presto di un nuovo tipo di internati: uomini, donne, vecchi e bambini rastrellati dai paesi del Gorski Kotar, la regione montuosa a nord-est di Fiume, e prima deportati a Kampor, nell'isola di Arbe. Qui nel luglio del 1942 il generale Mario Roatta aveva predisposto l'istituzione di un immenso campo di concentramento, destinato ad essere una delle tappe della "bonifica etnica"[9][10][11][12] programmata dal regime nei territori jugoslavi occupati. Nell'estate del 1942 furono internati ad Arbe oltre 10.000 sloveni e croati, in condizioni di vita spaventose, in tende logore, senza servizi igienici né cucine. Infatti i campi di concentramento per jugoslavi erano organizzati dai comandanti dell'esercito italiano secondo il principio espresso dal generale Gastone Gambara: "Campo di concentramento non è campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo".[6]
Ben presto la mortalità ad Arbe raggiunse livelli altissimi e il generale Roatta decise di trasferire donne, vecchi e bambini a Gonars, dove, nell'autunno-inverno 1942-43, arrivarono migliaia di persone in condizioni di debilitazione estrema. Così, nonostante l'impegno umano di alcuni degli ufficiali e soldati del contingente di guardia, come il medico Mario Cordaro, nel campo di Gonars oltre 500 persone morirono di fame e di malattie. Almeno 70 erano bambini di meno di un anno, nati e morti in campo di concentramento. Dopo l'otto settembre del 1943 il campo venne occupato dalle truppe tedesche che costruirono in fretta e furia (grazie all'Organizzazione Todt e ai prigionieri) un raccordo ferroviario che dalla località Friulana Gas di Basiliano (linea ferroviaria Udine-Venezia) raggiunse il lager con ben tre ponti provvisori militari sul fiume Cormor. Il campo fu demolito e chiuso con la liberazione da parte degli Alleati.
Come tutti gli altri campi italiani per internati jugoslavi, il campo di Gonars funzionò fino al settembre del 1943, quando, con la capitolazione dell'esercito italiano, il contingente di guardia fuggì e gli internati furono lasciati liberi di andarsene.[13]
Nei mesi successivi il campo fu occupato dalle truppe tedesche e destinato a tutti i prigionieri rastrellati nel Friuli come campo di transito.
Alla fine della guerra, la popolazione di Gonars smantellò il campo utilizzando i materiali per altre costruzioni, come l'asilo infantile, e così oggi delle strutture del campo non rimane più nulla.
Nel 1943 il campo venne raccordato al Bivio Mortegliano sulla ferrovia Basiliano-Udine attualmente denominato Raccordo Friulana Gas.
Stele commemorativa slovena che celebra le vittime del campo di concentramento di Gonars
Nel dopoguerra l'Ufficio Storico dello Stato maggiore dell'Esercito italiano con la lettera del 17/10/1959 prot. 7732/063[14] ha descritto il campo di concentramento di Gonars in modo molto diverso rispetto alle testimonianze degli ex internati.[15] Inoltre, secondo l'Esercito non risulta siano stati internati nel campo anche cittadini italiani, fatto smentito dalla morte proprio di un cittadino italiano di lingua slovena, residente a Trieste.[16]
A memoria di questo campo di concentramento, per iniziativa delle autorità jugoslave nel dicembre 1973 lo scultore serbo Miodrag Živković dell'Accademia di Arti Applicate di Belgrado, realizzò un sacrario nel cimitero cittadino dove in due cripte furono trasferiti i resti di 453 cittadini sloveni e croati internati e morti nel campo di concentramento di Gonars.[17]
Nel 1993 in occasione del cinquantesimo anniversario dalla chiusura del campo (1943) il Comune di Gonars ha finanziato la pubblicazione di un libro a cura della prof.ssa Nadja Pahor Verri sul campo intitolato "Oltre il filo: storia del campo di internamento di Gonars, 1941-1943". In esso venne ricordata anche la figura del professor Mario Cordaro, ufficiale medico del campo e noto per la sua umanità nei confronti degli internati. Nel 1996 è stata pubblicata una seconda edizione del libro.
Nel 2003 in occasione del sessantesimo anniversario dalla chiusura del campo, il Comune di Gonars ha commissionato alla ricercatrice storica Alessandra Kersevan un nuovo libro sulla storia del campo, intitolato "Un campo di concentramento fascista. Gonars 1942-1943", più volte ristampato, che approfondisce alcuni temi del libro precedente.[18]
Nel 2005 il Comune di Gonars, nell'ambito del progetto "The Gonars Memorial" finanziato dalla Commissione europea, ha promosso il documentario intitolato "The Gonars Memorial - Gonars 1942-1943: il simbolo della memoria italiana perduta", realizzato da Alessandra Kersevan e Stefano Raspa.
Alla fine del 2009 è stato anche inaugurato a cura del Comune di Gonars il Parco della Memoria nel luogo dove sorgeva il campo, con le riproduzioni delle opere fatte dagli internati.
Ogni anno il Comune di Gonars organizza nel Giorno della Memoria e nel Giorno della Commemorazione dei defunti delle cerimonie commemorative per ricordare quanti perirono nel campo. A queste cerimonie partecipano anche autorità provenienti dalla Slovenia e dalla Croazia.
The Gonars Memorial - Gonars 1942-1943: il simbolo della memoria italiana perduta (Gonars: the symbol of Italian lost memory), Comune di Gonars, Alessandra Kersevan e Stefano Raspa, Udine, 2005.
Oltre il Filo (Over the Line - Onstran žice - Iza žice), Dorino Minigutti, Udine, 2011.[19]
Strah ostane (Fear Remains - La paura rimane), RTV Slovenia, Ljubljana, 2014. Documentario in sloveno sottotitolato in inglese
Ivan Bratko, Teleskop (Telescopio), Ljubljana, Mladinska knjiga, 1974.
Jože Martinčič, Beg iz Gonarsa (Fuga da Gonars), Ljubljana, Zalożba Borec, 1978.
Božidar Jezernik, Boj za obstanek (Lotta per la sopravvivenza), Ljubljana, Zalożba Borec, 1983.
Nadja Pahor Verri, Oltre il filo: storia del campo di internamento di Gonars, 1941-1943, Udine, Comune di Gonars, Arti Grafiche Friulane, 1993.
Carlo Spartaco Capogreco, Una storia rimossa dell'Italia fascista. L'internamento dei civili jugoslavi (1941-1943), Studi Storici Anno 42, No. 1 (Gen. - Mar., 2001).
Costantino Di Sante, I campi di concentramento in Italia dall'internamento alla deportazione, 1940-1945, Milano, FrancoAngeli, 2001, ISBN9788846426932.
AA.VV., I campi di concentramento per internati jugoslavi nell'Italia fascista : i campi di Gonars e Visco : atti del convegno Palmanova, 29.11.2003, Udine, Kappa Vu, 2004.
Boris M. Gombač, Dario Mattiussi, La deportazione dei civili sloveni e croati nei campi di concentramento italiani: 1942-1943. I campi del confine orientale, Gradisca d’Isonzo, Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “L. Gasparini“, 2004.
Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943, Roma, Nutrimenti, 2008. ISBN 9788888389943
Metka Gombač, Boris M. Gombač, Dario Mattiussi, Quando morì mio padre. Disegni e testimonianze di bambini dai campi di concentramento del confine orientale (1942-1943), Gradisca d’Isonzo, Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “L. Gasparini“, 2008.
Boris M. Gombač, Metka Gombač, Trpljenje otrok v vojni, Sedemdeset let po zaprtju italijanskih taborišč (La sofferenza dei bambini in guerra, a settant'anni dalla chiusura dei campi italiani), Ljubljana, Mladinska knjiga, 2013. ISBN 9789610129301
Paola Bristot, Album 1942-1943. I disegni del campo di concentramento di Gonars, in collezione Cordaro, Udine, Gaspari Editore, 2016, ISBN9788875414641.
Metka Gombač, Boris M. Gombač, Dario Mattiussi, Dietro il cortile di casa. La deportazione dei civili sloveni nei campi di concentramento italiani al confine orientale, Gradisca d’Isonzo, Centro Isontino di Ricerca e Documentazione Storica e Sociale “L. Gasparini“, 2016.
Manca Juvan, Varuhi žlice (Guardians of the Spoon) - Album fotografico, Ljubljana, Založba ZRC Publishing, 2016. ISBN 9789612549206
Irene Bolzon, I campi di concentramento fascisti, Diacronie [Online], N° 35, 3, 2018.
Francesca Ciroi e Annalisa Schiffo, Memorie della nostra gente. Il campo di concentramento fascista per internati jugoslavi di Gonars (1942-1943), Udine, LaNuovaBase Editrice, 2018, ISBN9788863290905.
Encyclopedia of Camps and Ghettos, 1933 - 1945, volume III, Gonars, pagg. 432, 433. Indiana University Press, 2018, a cura dell'United States Holocaust Memorial Museum