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8.1.26
25.6.25
Una fame disperata di vitaLaura ha 50 anni e per metà la sua vita è stata segnata dalla progressione della sclerosi multipla. Aveva pensato di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera, ma poi ha fatto della sua vita e della sua morte una battaglia.
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| Laura nel 2007, all’epoca era già malata ma asintomatica |
Laura Santi è una giornalista, ha viaggiato il mondo ma vive ancora nella città dove è nata: Perugia.
Laura ha cinquant’anni e da venticinque soffre di sclerosi multipla.
Il suo corpo è quasi completamente paralizzato, muove solo la testa e
tre dita della mano destra. Non ha più nessuna autonomia e dipende
completamente e per qualunque funzione da chi l’assiste e da suo marito
Stefano. La sua giornata è scandita dalla sofferenza, dal
dolore, da una serie di gesti necessari per tenerla in vita, da
un’immensa fatica.

Tre anni fa ha iniziato una battaglia legale per avere il diritto di accedere al suicidio medicalmente assistito. Per avere la libertà di scegliere se restare in questo mondo.
Alcune
settimane fa, quando pensava ancora di essere costretta ad andare in
Svizzera per il fine vita nonostante abbia i requisiti previsti dalla
Corte Costituzionale per morire in Italia, mi ha scritto. Ha immaginato
che tutti avrebbero parlato della sua morte, invece lei voleva raccontare la sua vita, lasciare una traccia del suo passaggio e del suo amore e della sua gratitudine per il mondo e le persone.Così sono andato a trovarla e proprio nel giorno in cui sono
arrivato a Perugia lei ha ricevuto il protocollo sanitario di assistenza
per il suicidio assistito dall’Asl della Regione Umbria. Era
molto scossa: «Mi sono messa a piangere quando l’ho saputo. Ero in un
misto tra malinconia, tristezza, liberazione e trionfo. Mi sono fatta un
pianto a singhiozzo pensando a me che schiacciavo quel pulsante. È dura dirlo, però è così: quel pensiero può essere anche vissuto come una grande liberazione».

Per più di due ore sono stato seduto di fronte a lei ad ascoltarla, nelle sue parole ho trovato tanta umanità e la capacità di spazzare via le banalizzazioni che caratterizzano il dibattito sul fine vita in Italia: «La vita è una e soltanto una e me la tengo cara, me la sono sempre tenuta cara. Avere la libertà di morire è una cosa dirompente, ma vorrei far capire che non porta nessun abuso. Ora sono libera di decidere della mia esistenza. Sono libera di capire fino a che punto voglio affrontare la progressione di una malattia che non si sta fermando ed è dirompente». Così Laura mi ha parlato del dilemma che vive ogni giorno, di quella vertigine che lei chiama “il parapetto”, che è figlio della possibilità di scegliere, di non essere obbligata a vivere a tutti i costi: «È come se tu ti sporgessi da un parapetto che si affaccia sul vuoto: tu guardi di sotto e ti chiedi: vuoi morire domani? No, grazie, domani no. E forse neanche dopodomani, forse neanche tra una settimana. Questo è il parapetto, questa è la libertà. E questo nonostante io mi senta intrappolata in questo corpo, sia piena di sofferenze, di dolori, di spasmi, di crisi epilettiche, nonostante io viva ogni giorno la solitudine e l’isolamento della disabilità. Ogni sera il mio corpo mi dice basta, ma la mia mente mi dice che vorrebbe andare avanti. E per me è un dilemma terribile».

Laura mi ha parlato a lungo della sua vita, della
sua famiglia, della sua infanzia di bambina timida e introversa, della
sua adolescenza difficile: «Ero una ragazza bulimica, ma crescendo mi sono trasformata in una persona bulimica di vita,
che cercava di strappare la vita con i denti e con le unghie anche
nella timidezza». Mi ha raccontato dell’amore per il nuoto e della
sofferenza di dover rinunciare alla piscina per la malattia, della
scelta di fare la giornalista: «Perché mi piaceva molto ascoltare gli
altri, perché tutti hanno delle storie bellissime da raccontare. Perché
l’ascolto per me è una cosa pazzesca». Mi ha parlato dei suoi viaggi nel
mondo e dell’amore per Stefano, che è diventato suo marito e le sta
accanto ogni giorno. Il nostro incontro è diventato anche un podcast che ha il titolo che Laura avrebbe dato alla sua autobiografia se ne avesse mai scritta una: “Una fame disperata di vita”.Un incontro che è stato un turbine di sensazioni e così pieno di vita
da farmi quasi dimenticare che ero arrivato per parlare della sua
morte: «Lo capisci il dilemma che sto vivendo? Tu mi senti parlare? Il dilemma è che se fosse per la mia mente, per il mio cuore, io andrei anche tranquillamente molto in là, perché c’è la vita.
Ho cercato il cartellone di Umbria Jazz, è bellissimo, lo vorrei tanto
vedere. Non credo che lo farò, ma il solo fatto che lo desidero è
vitale. Oppure vorrei essere alla manifestazione per Gaza. Vorrei vedere
la gente che si ammassa a Roma. Voglio sapere come andrà il referendum.
Questa cosa mi incuriosisce da matti. Non so bene come votare quelli
sul lavoro, ma quello sulla cittadinanza sono certa di andare a votarlo.
E
allora mi si potrebbe dire: ma che ti frega del referendum, di Gaza,
del jazz se vai a morire? E invece mi frega, il problema è questo: la vita è bella e il mondo per me è e resterà sempre tremendamente interessante. Il mondo con le sue atrocità, con le sue ingiustizie, con le sue bellezze, con la sua poesia. Questo è il dilemma, questo è il parapetto». Una delle cose più commoventi di Laura è la sua gratitudine verso le persone:
ringrazia sempre per la solidarietà, la vicinanza e l’amicizia. Non c’è
nessuna amarezza, nessuna rabbia, ma una forza straordinaria. Nella sua
battaglia non è stata sola, ma ha avuto accanto Marco Cappato e
Filomena Gallo dell’Associazione Luca Coscioni: «Per me sono due amici,
sono due persone che mi hanno tenuto per mano mi hanno suggerito di
rendere pubblica la mia situazione. Io ero intenzionato ad andare in
Svizzera dalla disperazione e volevo tenere in incognita questa mia
scelta anche per motivi familiari, ma loro mi hanno aiutato a parlarne
pubblicamente».Nessuno di noi sa quanto vivrà ancora Laura, ma io sento il
privilegio di averla incontrata e di averla ascoltata e mi ha regalato un grande insegnamento sul valore della libertà e sul rispetto che si deve alle scelte degli altri.
25.4.25
non sapevo che mettere un manifesto antifascista pacifico e senza offesa fosse reato
non sapevo che esporre ( per giunta è nipote di una medaglia d'oro della resistenza ) un manifesto pacifico d'antifascismo fosse un reato punibile . #antifascimo #25aprile #medagliadoro #roiati
oggi 25 aprile smontiamo le balle tipo : anche i parti.giani però .... e simili
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2025/04/da-httpslanuovabq.html
9.12.24
MOLTE PERSONE SI ROVINANO CON LA CHIRURGIA: PERCHÉ LO FANNO ?
non voglio fare il censore o il bacchettone perchè ogni uno di noi è libero di fare del proprio corpo , se consapevole , fare quello che vuole , purché non danneggi gli altri e non si lamenti se poi alcuni la criticano e la giudicano .Ma Soprattutto non dicano a gli altri che non capiamo .... niente . Rivendico il diritto di essere brutti e piacersi lo stesso ovvero la bellezza naturale non artificiale ed imposta
stavo cercando dei giornali per accendere il fuoco ed ho trovato mi pare sul settimanale giallo delle scorse settimane questo botta è risposta tra Carmen ( nome reale ? ) e psicoterapeuta Valentina Marsella
Come si spiega il comportamento di chi ricorre alla chirurgia estetica in modo massiccio, fino
a deturpare il proprio aspetto senza rendersene conto? Sono persone che non riescono a fare pace con il proprio corpo?
Carmen
È una questione complessa che coinvolge l'immagine di sé, andando oltre la naturale insoddisfazione che può trovare una soluzione nel “ritoccare” solo gli inestetismi che non piacciono.La società moderna promuove ideali di bellezza spesso irrealistici, che alcuni inseguono incessantemente. In quest ottica la chirurgia estetica può creare dipendenza psicologica e ogni intervento può dare un sollievo momentaneo, che ne richiede altri per essere nuovamente sperimentato. Seppure con sfumature molto diverse per ciascuno, un senso di sé fragile può portare a considerare la chirurgia come la soluzione a difficoltà più profonde che toccano temi come il sentirsi amati o accettati e la difficoltà di fare pace con sé stessi. È difficile accettare le imperfezioni come parte della propria unicità, ma essere aiutati permette spesso di trovare un equilibrio.
Esso ha insieme a questi due video bellissimi
confermano quanto penso e ho scritto d'anni sui guasti e abbruttimento spesso letali come dimostrato da recenti fatti di cronaca , ovviamente senza generalizzare perchè c'è chi ricorre alla chirurgia estetica non per problemi psicologici gravi citati prima ma anche per motivi di salute, dell'uso massiccio ed acritico ( vedi una delle protagoniste del secondo video ) della chirurgia estetica \ plastica. Infatti leggo sul Fq d'oggi l'intervista a Roberta Lovreglio, coordinatrice nazionale dei centri di medicina rigenerativa della Lilt (Lega per la lotta ai tumori)
Le giovanissime sono schiave di tik tok l’intelligenza artificiale le manda a questa specie di macero
corporaleA tredici anni le labbra alla russa, a quattordici gli occhi a coda di volpe. quindici - con le prime paghette - una siringa con le amiche di acido ialuronico. E poi a diciotto anni, finalmente, il seno.
Ci sono date e date. Compleanni e ricorrenze. C’è il regalo di Natale e il diciottesimo. C’è da scegliere se essere belle o bellissime. Addirittura perfette. Ci sono ragazzine e ragazzine.
Nello studio di Roberta Lovreglio, c’è un via vai di mamme.
È l’effetto collaterale di un fenomeno enorme che coinvolge le quasi bimbe e le rende drammaticamente adulte, trasformando la pubertà nella via disgraziata a quel che si ritiene sia la felicità.
La corsa all’ingiù verso il felicemente rifatto.
Le nuove schiave di tik tok, di instagram, dei filtri fotografici. La folla ansiosa di giovanissime che l’intelligenza artificiale manda a questa specie di macero corporale.
Nel suo studio vengono e chiedono.
Noi non rispondiamo alle loro esigenze, chiamiamole estetiche e fermiamoci qui, ma con trentadue anni di esperienza vuole che non abbia sentito, visto, diagnosticato i più tristi fenomeni di rimodellamento?
La mamma per il diciottesimo compleanno della figlia.
Dottoressa, avevo promesso che con la maggiore età le avrei regalato il seno e non mi sento di negarglielo.
Il seno d’oro.
Il seno costicchia: siamo sui diecimila euro. Ambisce al senso rifatto quella figliolanza del ceto medio alto, le figure femminili che la pubertà le ha trasformate in piccole donne. Mai state bambine, mai interessate a studiare, poco amanti dello sport. Tanto tempo libero e tanto computer.
Lei prima diceva: ci sono ragazze e ragazze.
Esattamente: c’è la generazione botox, dove l’apparenza è la più cospicua forma di gratificazione, e il resto del mondo femminile che studia, fa sport, s’innamora e non pensa al rinofiller.
Il naso coi fiocchi.
Ieri la figlia di un carrozziere è venuta da me a espormi il suo dramma. Dopo essersi fatta rifare il naso ha notato, guardandosi per settimane intere allo specchio e credo perdendosi in esso, dei millimetri di differenza tra la narice destra e quella sinistra. Un fatto invisibile agli altri umani, a chiunque l’avesse osservata, e invece una dismetria sconvolgente per lei. Che l’ha portata a chiedere una seconda prova di rimodellamento, a infliggere un’ulteriore pena al suo corpo. La tristezza sa
qual è stata?
Il padre accondiscendente.
Quel papà che piegava il capo, assicurandole ogni comprensione.
I papà fanno queste cose?
In genere no, sono le mamme.
Soprattutto quelle mamme che hanno trovato già gratificante per se stesse un bel paio di labbra.
Oggi per le più piccine vanno di moda le labbra alla russa.
Sul web si vendono queste fiale di acido ialuronico, si fanno le collette settimanali per farsele iniettare. Pochi soldi, tanti rischi.
Come se ne esce?
Solo entrando nelle scuole a spiegare, illustrare, confortare. Forse bisognerebbe prima entrare nella testa delle mamme.
Le mamme di quelle ragazze che non trovano sicurezze nello studio, non
Fanno le collette per comprare sul web acido ialuronico: pochi soldi, tanti rischi
hanno un lavoro né un hobby qualunque.
Non studiano, escono poco.
Stanno davanti allo specchio nei pochi momenti di libertà dall’assillo del telefonino.
È lì il processo ricostituente.
Lì guardano le bellissime, quelle che i filtri magici rendono così perfette da essere inimitabili e decidono la scalata verso il paradiso.
Mamma, per Natale voglio farmi all’occhio l’effetto a coda di volpe. Allungarlo, a mo’ di giapponesina.
L’occhio per Natale per le più piccine.
Soprattutto le labbra per Natale.
Il seno al compleanno. Piccola, la mamma ti promette che a diciotto anni ti regalerà il seno.
E a venticinque? Liposuzione, eccetera.
22.11.20
perché non dobbiamo mai giudicare una donna per le sue scelte sessuali
La maestra d'asilo tradita dall'ex: "Le mie foto hot sulla chat del calcetto sono riuscite a uccidermi dentro"
di Sarah Martinenghi repubblica del 19\11\2020


"Uccisa dentro". Così si è sentita, quando la sua fiducia è stata tradita. Quando le sue foto più intime e private sono state fatte girare in una chat del calcetto e tutti l'hanno saputo. Quando le è stato detto di non denunciare perché altrimenti tutti avrebbero saputo ancora di più. E la preside della scuola per cui lavorava l'ha persino portata davanti a tutte le altre maestre, sottoponendola a una gogna pubblica per costringerla a licenziarsi. E adesso lei lo spiega, quel che si prova: "Il giudizio di chi ti vuole far sentire sporco, il tradimento e tutti quelli che vogliono, ad ogni costo, il tuo silenzio... ti uccide dentro". [ .... ]
da https://it.mashable.com/4773/campagna-donne-scelte-sessuali-francia
Per rompere i codici e ricordare a tutti che il diritto di fare l'amore senza essere giudicati è universale, il regista Teddy Etienne ha realizzato il cortometraggio ''Dites Oui'' in gara nel Mobile Film Festival, un concorso internazionale che premia video di un minuto girati con uno smartphone."Una donna dovrebbe fare del proprio corpo ciò che vuole, senza che la società o la religione la reprimano, la giudichino e la insultino. Oggi chiediamo alle donne di dire sì alla loro libertà". Queste le parole del regista che ha voluto esprimere un'esigenza non più procrastinabile.
22.11.17
La resistenza italiana ( o guerra civile che dir si voglia ) non fu solo : 1) banditi e traditori ., 2) patrioti e combattenti
La signorina Ruth: «Avete ben seminato»
Si arrese alle SS: "Fucilate me". E così salvò l’ex compagno di scuola
di Sigfrido Cescut
L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio . Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica
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