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16.5.26

la vera. libertà non è insultare. soprattutto. gratuitamente quella. si chiama. falsa liberta

da angelogrecoofficial L’insulto: quando è diffamazione
Mi ricorda me quandfo. ancora. c'erano i news groups  in particolare. quello che. frequentavo con. il nik eritreocazzulati , terra. e libertà ,  e poi Ulisse ( prima di. passare. a. redbeppeulisse ) di più era it.discussioni.litigi. e  reagivo agli sfotto'  e non solo  scendendo  al. loro stesso livello  con insulti. 

 


















27.4.26

Addio Wendy Duffy, ha voluto il suicidio assistito dopo aver perso il figlio chi siamo noi per giudicare la sua scelta

 Mi ha colpito e straziato la storia, riportata da Lorenzo Tosa , di Wendy Duffy, la donna inglese di 56 anni che ha scelto di togliersi la vita attraverso il suicidio assistito, in Svizzera, perché non è riuscita a sostenere, a superare in nessun modo la perdita del figlio Marcus, morto a 23 anni soffocato da un boccone.È una storia di dolore e sofferenza indicibile, per chiunque sia dotato di un briciolo di umanità ed empatia.Ma nessuno di noi - NESSUNO - dovrebbe permettersi neanche per un istante di giudicarla. Di sindacarne la scelta, di misurarne il dolore, di quantificarne o qualificarne il diritto a morire, a decidere come, quando, perché. Non si arriva a un
decisione del genere senza un percorso medico e psicologico lungo, serio, approfondito, assistito. Appunto.Di cui nessuno di noi sa nulla e nessuno può permettersi di criticare.Non solo. Tutti i giornali, riportando la notizia, ripetono che la donna se n’è andata “nonostante fosse sana”.È, secondo Tosa ed altri una visione totalmente parziale, persino superficiale, perché non siamo solo corpi o malattie clinicamente dimostrabili, perché Wendy Duffy non era “sana”, non lo era più dalla morte del figlio, solo che la sua malattia non è afferrabile da una Tac o una biopsia, ma questo non la rende meno grave o meno degna. E poi anche se lo fosse stata, “sana” - qualunque cosa voglia dire oggi questa parola, qualunque senso le attribuiate - questo non cambierebbe di una virgola il suo diritto di donna ed essere umano di farla finita, di abbreviare la sua agonia.Non concordo con Tosa quando dice << Anche questo si chiama, rispetto per la vita. Di una vita degna di essere vissuta, nel pieno della propria volontà. >> Ma la comprendo e cedo che noi dovemo avere tutto il diritto di esserne colpiti e persino straziati, ma nessuno può permettersi di giudicare .
Infatti come. ho letto nn su. msn.it. non ricordo la. fonte ave eva già tentato il suicidio quattro anni fa, dopo la morte del figlio Marcus. Da allora «Non provo più alcuna gioia», aveva spiegato al Daily Mail. «Non ho nessun desiderio di continuare a vivere. Non cambierò idea. Siate felici per me. Così che possa morire con il sorriso sulle labbra». Questo caso di eutanasia scuote la Gran Bretagna, e chiunque.
Sempre. secondo msn..it Wendy ha fatto con calma. Prima di andare in Svizzera ha atteso che i suoi cani morissero di vecchiaia. Ha lasciato una lettera per ogni suo caro, i fratelli e le sorelle, gli amici più affezionati. Ha scelto cosa indosserà e la canzone che ascolterà negli ultimi istanti. Ex assistente domiciliare delle West Midlands, aveva spiegato al Daily Mail di aver pagato 13.500 dollari a Pegasos per potersi sottoporre all’eutanasia sotto la loro supervisione. E se c’è molto dolore in questa storia, segnata dalla tragedia personale, ai affaccia anche un tema politico: la discussione pubblica sulla legge sulla morte assistita, approvata dalla Camera dei Comuni, ma non da quella dei Lord. Il disegno di legge legalizza il suicidio assistito in Inghilterra e Galles ma per i malati terminali, limitata a chi ha una prognosi di vita inferiore ai sei mesi. Certo non coprirebbe casi come quello di Wendy. Quale legge, in questo nostro tempo, lo coprirebbe ? E in Italia   aggiungo  io ?
Non avendo altro. d'aggiungere.sto  in silenzio  come "prescritto " dal il silenzio fuori ordinanza quindi   chiudo. sulle note di   "like you're god"  di  mehro  

16.4.26

che c.....avolo. partecipiamo a. fare o. facciamo le paraolimpiadi se. poi li trattiamo. male non. garantendo la. possibilità. di allenarsi. ? a. anodi. ministro. dello sport. vuole dire qualcosa. ?



 Carolina Morace 9 aprile alle ore 13:19




 
Dovrebbe essere lo sport più puro. Quello che parla di impegno, sacrificio, sorrisi, inclusione. E invece, ancora una volta, sono proprio le atlete e gli atleti con sindrome di Down a rischiare di restare indietro. Non per mancanza di talento, non per mancanza di risultati, ma perché mancano i fondi. Una nazionale italiana che ha già vinto, che ha già fatto suonare l’inno, oggi potrebbe non partire per i Mondiali di Sofia. La scelta della FISDIR di non aiutare questi atleti, 
declassando
l’attività a semplice “esperienza di socializzazione” e voce di bilancio “non prioritaria”, mostra tutti i limiti di un Paese incapace di dare concretezza alla tanto decantata pari dignità sportiva e relega un’intera nazionale italiana in panchina. E allora succede l’assurdo: per poter rappresentare l’Italia, sono costretti a lanciare una raccolta fondi. È una situazione che fa male, perché racconta una contraddizione enorme: riempiamo i discorsi di parole come inclusione, pari opportunità, sport per tutti, ma poi lasciamo soli proprio quelli che incarnano questi valori nel modo più autentico. Lo sport non può essere davvero universale se alcuni devono chiedere aiuto per poter semplicemente scendere in pedana con la maglia azzurra.Dietro questa raccolta non ci sono solo spese di viaggio o di iscrizione, ma c’è il diritto di rappresentare il proprio Paese. Perché l’inno nazionale dovrebbe poter suonare per tutte e tutti, senza eccezioni. Chi vuole dare una mano può farlo qui: https://tinyurl.com/4nh6jmsn

11.4.26

il. silenzio non è sempre pace ma spessissimo. è un muro costruito per nascondere la verità. 🛑


 IL silenzio non è sempre pace; spesso rappresenta un muro per nascondere la verità, una forma di abuso emotivo, o uno specchio scomodo che amplifica pensieri ed emozioni evitate. Sebbene possa essere forza e presenza, a volte diventa una barriera contro la provocazione o il segnale di un conflitto irrisolto



Ecco i diversi significati del silenzio:
  • Silenzio come Conflitto o Abuso: Può essere uno strumento manipolatorio nelle relazioni tossiche, un muro che crea distacco emotivo e paure.
  • Silenzio come Scontro Interiore: È uno specchio che costringe ad affrontare emozioni scomode, pensieri frenetici e domande in sospeso.
  • Silenzio come Forza (Scelta): Non è sempre una resa, ma una scelta consapevole per proteggere la propria pace interiore, evitando conflitti inutili.
  • Silenzio come Presenza: Può essere una forma di "presenza" profonda e coraggiosa, un momento in cui la mente si calma e ci si connette con se stessi.
In sintesi, il silenzio è un'esperienza soggettiva e di contesto: può essere uno strumento di guarigione o un'arma che separa.

per. approffondire 
https://www.instagram.com/p/DSqEhFyCEHj/?utm_source=ig_web_copy_link&igsh=NTc4MTIwNjQ2YQ==

7.4.26

vietato parlare. di Giulio Regeni troppi. affari. con l'Egitto di Lorenzo Tosa

leggi anche


Il silenzio dell’Egitto su Giulio Regeni. La famiglia: «Un fallimento»
Pensavamo che avessero toccato il fondo della cultura, ma loro si sono superati.Il ministero della Cultura targato Giuli ha ufficialmente negato il riconoscimento di interesse pubblico culturale, e di conseguenza qualunque finanziamento, al documentario su Giulio Regeni “Tutto il male del mondo”, già premiato con il Nastro d’argento della legalità.Questo è uno schiaffo in faccia
 - Potrebbe essere un'immagine raffigurante testol’ennesimo - alla famiglia Regeni, a tutti quelli che in questi dieci anni hanno combattuto per chiedere verità e giustizia, trovando un muro non solo in Egitto ma anche e soprattutto in Italia.E il ministro Giuli ha voluto fornircene l’ennesima dimostrazione.No, non è un caso, non giriamoci intorno.Questa è una scelta politica, una carognata in piena regola.Hanno deciso arbitrariamente e politicamente che la storia di un giovane ricercatore italiano morto ammazzato e torturato in un Paese straniero senza nessuna verità e giustizia non sia d’interesse pubblico o non rispecchi l’”identità nazionale”, altro parametro di valutazione della commissione.È talmente vergognoso da risultare offensivo.Il ministro Giuli si scusi con Paola e Claudio Regeni, con gli italiani, e ci ripensi. In gioco non c’è la dignità di Giulio, che non è mai stata in discussione, ma quella di un Paese ormai fuori dal tempo e oltre il ridicolo.

30.3.26

Vive da solo in montagna da 20 anni (a 1 ora a piedi dalla civiltà)

la storia che trovate nel post  d'oggi   conferma quest  articolo

editorialedomani  del 30\3\2026



Ha avuto una vita piena. Lavorava, correva, costruiva, faceva.Poi, a un certo punto, ha capito una cosa semplice: aveva bisogno di natura, di montagna, di lentezza. Fausto vive da oltre vent’anni in montagna ad 1 ora a piedi dalla civiltà.




Lontano dalla città e da quella corsa continua che per molti è normale. Niente televisione, niente computer, solo il necessario. In questo video entriamo nella sua quotidianità: una vita fatta di orto, legna, lavori manuali, silenzio e tempo. Una casa costruita e trasformata con le proprie mani, terrazze recuperate, terra coltivata, gesti ripetuti che diventano ritmo. Quando scende in città, dopo poche ore sente già il bisogno di tornare su. Perché lì, tra il bosco e le terrazze, ha trovato qualcosa che altrove non aveva mai trovato: una forma di equilibrio. Forse la felicità.

3.2.26

Un’organista di chiesa ha pubblicato tre dischi per ricordarci che la musica è la più grande espressione umana Kara-Lis Coverdale è una compositrice d'avanguardia che si relaziona al silenzio e alla spiritualità armata di pianoforte e elettronica rarefatta.


 L’intervista con la compositrice canadese Kara-Lis Coverdale è stata rimandata un paio di volte. Non per un capriccio d’artista, ma per una grande nevicata in Canada che le ha scombinato i piani impedendole di partire per l’Europa, dove è arrivata solo in questi giorni per il nuovo tour. Ci siamo 
Foto: Norman Wong/
    courtesy of Inner_Spaces
inseguiti, sì, ma nell’effimerità delle mail. I corpi bloccati, il tempo sospeso. A suo modo, una descrizione perfetta per il suono della compositrice: una musica che non forza mai il movimento, lo aspetta.        
Fatta di rallentamenti, ascolto profondo, spiritualità. 
Kara-Lis Coverdale è una pianista e compositrice che ha sempre abitato una zona laterale della musica contemporanea. 
Non abbastanza ambient per diventare sottofondo, non dogmatica e accademica per restare confinata nei circuiti colti, non eccessivamente elettronica per essere ridotta a una scena. Prima di una pausa discografica lunga nove anni, il suo nome si era fatto conoscere grazie ad album come Aftertouches e Grafts, quest’ultimo esaltato dalla critica come uno dei lavori più radicali e intensi della nuova musica strumentale degli anni Dieci.Quella improvvisa attenzione, però, è stata piuttosto stressante per la compositrice. Di quel periodo parla apertamente, facendo riferimento a un esaurimento fisico e creativo, a orecchie stanche, a un bisogno radicale di silenzio. «Dopo un lungo periodo di concerti e tournée ho sentito un effetto quasi atomizzante sulla mia visione musicale», racconta. Troppo rumore, troppo spostamento. Il bisogno non era produrre di più, ma fermarsi: «Avevo bisogno di radicarmi in un luogo, di ritrovare una dimensione di quiete nella mia pratica».In questi anni di silenzio discografico, però, Coverdale non ha mai smesso di comporre. Ha scritto musiche per archi, coro ed ensemble, oltre a colonne sonore per film, documentari e installazioni. Ha sonorizzato anche una saune norvegese e lavorato per delle librerie sonore per terapie psichedeliche: «Ho imparato a definire cosa significhi “estremo” nel suono e a riflettere su come certi estremi possano essere dannosi non solo per lo spirito, ma anche per le nostre strutture mentali. Nell’era elettrica e del software questi estremi diventano sempre più pronunciati».

Foto: Norman Wong /
courtesy of Inner_Spaces


Nel frattempo ha studiato a fondo l’Harmonices Mundi di Keplero, alla ricerca di un rapporto tra proporzione, materia e cosmo che potesse offrire una nuova grammatica del suono. E ha continuato a suonare l’organo in chiesa: una pratica che l’accompagna fin dagli inizi e che non ha mai abbandonato. «La musica è una pratica profondamente spirituale per me», dice. «È un modo di comunicare con gli altri, ma anche con me stessa. Un modo per connettermi al mondo e all’universo attraverso la fisica, il soprannaturale, l’invisibile. È la più grande espressione umana che conosca».È in questo tempo di mezzo, alla ricerca del proprio spazio, che Coverdale ha ripensato il suo rapporto con il suono. «Sono da sempre affascinata dalle musiche che sanno ascoltare. Credo che i miei lavori più riusciti riescano a tirare fuori qualcosa dall’ascoltatore tanto quanto offrono. Il silenzio e l’immobilità nel processo di scrittura creano uno spazio in cui si può ascoltare il suono in sé, analizzare la musica in modo oggettivo». Continua: «La quiete e l’uso di strumenti acustici hanno riacceso in me un senso di immediatezza e presenza, di effimerità. Tornare alla natura spoglia di uno strumento solista, completamente non mediato né processato, è ancora oggi una sfida: devo trattenermi dal fare di più. Mi piace questa disciplina della sottrazione, lasciare che lo strumento semplicemente sia, nella sua forma più essenziale».Il silenzio discografico è stato rotto dalla pubblicazione di tre album in un solo anno. Un gesto netto. Lavori diversi ma complementari, nati dallo stesso lungo periodo di ascolto e sedimentazione. From Where You Came è «epico e avventuroso», A Series of Actions in a Sphere of Forever è «un lavoro per pianoforte solo, costruito su limitazioni modali e su un’attenzione radicale all’ascolto e al decadimento del suono». Changes in Air, invece, è «musica senza fretta, sensibile al clima, pensata per essere vissuta dall’interno».C’è molto pianoforte in questi album, un ritorno a una relazione più tattile e strumentale con la musica, un altro modo — stavolta sonoro — di radicarsi. «Con il pianoforte c’è un’immediatezza, una naturalezza che nasce dal tempo che abbiamo passato insieme. In questo momento sto apprezzando molto la fisicità degli strumenti acustici, il loro aspetto incarnato. Sta diventando quasi un privilegio poter esistere nel mondo reale». Perché, come afferma con semplicità: «Il suono è vita».Negli ultimi mesi si è registrato un rinnovato interesse per la musica classica anche al di fuori dei suoi contesti tradizionali, grazie soprattutto a un lavoro inaspettato come Lux di Rosalía. «Per me “classica” indica soprattutto una profondità di comprensione e di formazione: un impegno allo studio che dura tutta la vita. Rosalía è una studentessa della musica in senso ampio, ma anche profondo. Di recente ho letto una sua dichiarazione in cui diceva che per lei è fondamentale che la sua musica raggiunga un pubblico vasto, altrimenti la vivrebbe come un fallimento. Non so se definirei quello un fallimento, ma capisco e condivido il desiderio di comunicare in modo ampio: crea una comprensione comune. È qualcosa di bellissimo riuscire a creare un momento in cui tante persone possano vivere insieme un’esperienza significativa. Affidarsi all’amore è il modo migliore per farlo».Lasciata alle spalle la storica nevicata, Coverdale è arrivata in Italia per esibirsi ieri a Pordenone. Replicherà lunedì 31 gennaio all’interno della rassegna Inner_Spaces all’Auditorium San Fedele di Milano, là dove ambient, elettronica sperimentale e musica sacra sono di casa. Ovvero tutto ciò che fa parte del suo repertorio e della sua traiettoria, che per l’occasione prenderà forma in un live focalizzato sulla prima delle tre uscite del 2025, From Where You Came.Sarà l’occasione per rivederla dal vivo e assaporare, nei silenzi e nella materia, la sua idea di suono: «Ogni oggetto ha una voce. L’armonia è intrinseca alla materia, alla proporzione, alla forma. Anche gli esseri viventi come gli alberi hanno una voce, ma bisogna allenare le orecchie e l’anima per ascoltarla. Se ci apriamo a considerare la musica come un’espressione dei sensi, il mondo intero prende vita nella musica».

La storia di Andrea Carbini: «Facevo il manager della Feltrinelli (e fondai Ubik), poi ho rinunciato alla carriera: adesso lavoro in edicola 16 ore al giorno»

corriere. della sera.  «Aprire un'edicola mi è sembrato il modo migliore per abitare il reale in un mondo divenuto virtuale». Carbini er...