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24.12.25

a volte la realtà è più comica dei film comici . Trending News “Gomorra” e “Suburra” a rischio sanzione? la deputata FdI Maria Carolina Varchi, di Fratelli d’Italia presenta un ddl contro chi “esalta” la mafia. “Censura mascherata da tutela morale

     in questa  caramellosa  e   melliflua     atmosfera    natalizia   oltre  alle  soliter  polemiche strumentali  su  presepi   , alberi  , luminarie , ecc   i nostri  politicanti  e  hano approfittato  (  speriamo 


che   il predidente     della  repubblica    fretello di una  vittima  di  mafia  )   per    fare  una  legge  liberticida  e   mettere  il  silenzio   su  certi argomenti  . Il potere   teme  il  dissenso  artistico e letterario .    Infatti   ho  scoperto     grazie   a questo duo comico
 


 da il  Fqmagazine  el 14\12\2025 

Presentato dalla deputata FdI Maria Carolina Varchi, il ddl sembra esporre serie tv, canzoni e post al rischio di sanzione penale

di
Claudio Savino


Una legge per contrastare gli “episodi di vera e propria apologia della criminalità organizzata, in particolare di stampo mafioso”, che da anni si susseguono “sotto varie forme”. Come, ad esempio, “gli ‘inchini’ dinanzi alle residenze di personaggi legati alla malavita nel corso di processioni religiose” o “la costruzione di altarini e monumenti in memoria di persone legate alla malavita organizzata o mafiosa”. O, ancora, “serie televisive che mitizzano personaggi reali o immaginari delle varie associazioni criminali di stampo mafioso”. È sulla base di questi presupposti che la deputata di Fratelli d’Italia Maria Carolina Varchi ha presentato una proposta per introdurre una norma che prevede fino a tre anni di carcere e una multa da 10mila euro.
Il disegno di legge, che è stato depositato alla Camera lo scorso 14 ottobre e assegnato alla Commissione II Giustizia di cui Varchi è capogruppo FdI, prevede l’estensione dell’articolo 416 del codice penale e introduce il reato di “apologia e istigazione” dei comportamenti mafiosi. La norma, se approvata, non punirebbe soltanto chi “pubblicamente esalta fatti, metodi, princìpi o comportamenti propri delle associazioni criminali di tipo mafioso”. Ma anche chi “ne ripropone atti o comportamenti con inequivocabile intento apologetico ovvero istiga taluno a commettere i medesimi delitti”.
È quest’ultimo passaggio, in particolare, a sollevare qualche dubbio. Formulata in questo modo, la legge sembrerebbe esporre al rischio di sanzioni penali anche opere artistiche, testi di canzoni e post sui social. È la stessa Varchi a indirizzare la sua proposta di legge verso un’interpretazione di questo tipo. In particolare quando, nella relazione introduttiva, inserisce le “serie televisive che mitizzano personaggi reali o immaginari delle varie associazioni criminali di stampo mafioso” e “i testi delle canzoni, che contengono messaggi espliciti di esaltazione della malavita e della criminalità organizzata, attraverso la glorificazione di figure o di episodi ad esse collegate” tra gli esempi di “episodi di vera e propria apologia della criminalità organizzata”.
Secondo la deputata, infatti, queste condotte ad oggi “non configurano nel nostro ordinamento alcun fatto penalmente rilevante” e necessitano quindi di una norma ad hoc, dal momento che “l’indignazione, la condanna mediatica, la stigmatizzazione e l’allarme sociale rimangono le uniche concrete risposte che si registrano”. E chi commette il reato verrebbe punito con “la reclusione da sei mesi a tre anni” e una multa che va dai mille ai 10mila euro. La pena può aumentare di un terzo o della metà se il fatto è commesso attraverso stampa, televisione, Internet o social.
A mettere in luce i possibili rischi interpretativi del disegno di legge è Roberto Saviano, autore di Gomorra, che sul “Corriere della Sera” ha definito la norma “legge Omertà”, perché, a suo avviso, “trasforma il racconto del crimine in un sospetto penale senza intaccare il potere criminale, colpendo invece chi lo osserva, chi lo racconta, chi lo rende intelligibile”.
Secondo l’analisi di Saviano, se questa legge passasse così com’è formulata “solo i tribunali, solo le sentenze, solo i giudici e magari qualche politico” potrebbero trattare pubblicamente il tema della criminalità organizzata. Mentre qualsiasi altro prodotto culturale, come arte, letteratura, musica e cinema, “diventa una zona grigia, potenzialmente criminale”, aggiunge. Per lo scrittore, dunque, si tratta di una “gravissima censura mascherata da tutela morale”. Insomma, la proposta di legge presentata da Fratelli d’Italia, conclude Saviano, “trasforma la cultura in una zona sorvegliata, la narrazione in un rischio penale, il pensiero critico in un sospetto”.

31.10.25

il patriacarto non vive solo negl uomini vive in chi lo giustifica in chi chiude gli occhi in chi chiama rispetto quello che è paura

 Rispondo    con questo   titolo  provocatorio  a  chi mi dice   che  ancora  non è  il 25 novembre    e  che  ho troppa fretta nel giocare  d'anticipo .,  e che  le  femministe   e  le nazi femmiste  mi hanno     fatto il  lavaggio del cervello  con la  teoria   del  patriarcato  .  Lo so che   è  un titolo  provocatorio, perchè non tuttti gli  uomini   e  tutte  le  donne    sono  impregnate  di tale  cultura    , ma  molto spesso  le  provocazioni  ,   come  in questo caso, mettono    o dovebbero in luce una verità spesso trascurata: il patriarcato non è solo un sistema imposto dagli uomini, ma può essere perpetuato da chiunque lo giustifichi, lo minimizzi o lo mascheri da rispetto.  Viviamo in una società che spesso si illude di aver superato il patriarcato, ma la verità è che esso non si manifesta solo nei gesti violenti o nelle parole offensive. Il patriarcato vive anche nei silenzi, nelle
giustificazioni, nelle complicità invisibili. Vive in chi chiude gli occhi davanti alla violenza, in chi chiama “rispetto” ciò che è solo paura. Vive persino in chi, pur non esercitando direttamente il potere, lo difende per convenienza, per abitudine, o per ignoranza.
Questo post nasce dalla necessità di smascherare le forme più subdole di patriarcato: quelle che si nascondono dietro l’indifferenza, dietro le donne che insultano altre donne, dietro chi minimizza il femminicidio o lo trasforma in cronaca sterile. Perché il patriarcato non è solo un sistema maschile: è una cultura che ci attraversa tutti, e che possiamo scegliere di interrompere.



Quindi  smontiamo io  lo  faccio    riportando    un video  so l’indifferenza, la violenza non necessariamente fisica ( vedere video emozionale sopra )  scelto  e riportato perchè racconta    se  pur  rielaborati   episodi in cui il patriarcato è stato difeso o ignorato da chi non lo subisce direttamente.Ma  soprattutto   dovrebbe  far  riflettere su come certe forme di “rispetto” siano in realtà forme di controllo  ed   invitare   a rompere il silenzio, a riconoscere le complicità involontarie e a promuovere una cultura del rispetto autentico l’idea che il patriarcato sia solo maschile, sottolineando che anche donne, istituzioni, o società nel suo complesso possono alimentarlo.denunciamo l’ipocrisia di chi finge di rispettare certe regole sociali, quando in realtà è spinto dalla paura o dalla sottomissione.Invitiamo  alla responsabilità collettiva, perché il patriarcato sopravvive anche grazie all’indifferenza e alla complicità silenziosa.Infatti   esso  è un sistema culturale che si manifesta anche attraververso   l'indiifferenza  , la violenza   psicologica  non necessariamente  fisica  tra  donne  , e la giustificazione di comportamenti oppressivi.

21.10.25

Il silenzio prima del clamore: chi ha tradito Pamela? Quando il lutto diventa show: il caso Genini e la memoria manipolata”

 leggi anche 
 https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2025/10/orrore-ce-un-filo-sottile-che-lega.html

Ma  è  possibile  che ogni femminicidio diventi  spettacolo ? a  quando un intervista  del suo carnefice   ? ovviamente  sono  sarcastico\  provocatorio  ,in  quanto Questo post non cerca colpevoli, ma interrogativi. Perché la giustizia non è solo tribunale: è anche il modo in cui raccontiamo, ricordiamo, e scegliamo di restare umani.

  Infatti  lo sfruttamento di del delitto di Pamela Genini da parte del suo ex e degli amici. per avere ospitate tv e sulla stampa. Il suo "ex" che non vuole neanche restituire il cane della vittima alla famiglia di Pamela e se la porta negli studi tv. Perché nessuno di loro   ha parlato e/o denunciato  se sapeva quando era viva, piuttosto che farlo ora? la vicenda è il classico esempio di quando la memoria diventa merce e il dolore si trasforma in palinsesto, il confine tra testimonianza e spettacolo si dissolve. Il caso di Pamela Genini non è solo una tragedia individuale: è lo specchio di un sistema che tace quando dovrebbe parlare, e parla quando conviene. Perché chi oggi si espone in tv non ha denunciato prima? E cosa significa portare il cane della vittima negli studi televisivi, negandolo alla sua famiglia ? 

16.10.25

non rompeteci le .. il 25 novembre visto il divieto d' educazione sessuale ed emotiva nelle scuole e intanto le donne continuano ad essere uccise

Nel giorno in cui in Italia avviene l’ennesimo #femminicidio la maggioranza di governo discute un 
emendamento che vuole vietare che nelle scuole medie si parli di qualsiasi forma di #educazionesessuale o all’#affettività. Con un blitz sconcertante, la Lega ha vietato per legge l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole.   Ora sembrebbe      come  dice su  thereads  samuel.bertozzi.blog : «Boh, a certe persone indigna di più che a scuola si faccia educazione sessuo-affettiva che vivere in un Paese con più di cento femminicidi all'anno.»   infatti    Una decisione miope e pericolosa: si nega ai ragazzi la possibilità di conoscere sé stessi, di capire le proprie emozioni, di imparare il rispetto e il consenso.
Si vuole far crescere generazioni più confuse, più impaurite e più facili da controllare.
In un Paese dove la violenza di genere e l’analfabetismo emotivo sono piaghe quotidiane, togliere educazione affettiva significa solo alimentare il problema.
Non è moralismo, è civiltà.E chi la censura sta scegliendo scientemente di tornare indietro Ma purtroppo Non è uno scherzo, è quello che è accaduto oggi in Commissione Cultura, dove la destra è riuscita a far passare un emendamento al Ddl Valditara a dir poco medievale a prima firma Giorgia Latini (Lega) con cui impedirà di fare educazione affettiva anche nelle scuole medie, dopo averla già cancellata nelle scuole dell’infanzia ed elementari, mentre alle superiori servirà un consenso informato dei genitori.


è  una  foto  sarcastica  rido per  non piangere
 da 25 Novembre: avete ancora voglia di celebrare?
di  UAU Magazine


 Proprio nel giorno dell’ennesimo femminicidio, censurano l’educazione sessuo-affettiva proprio lì dove ce ne sarebbe più bisogno, perché dopo è tardi. E non è un caso. Stanno cercando di allevare i futuri figli “sani” del patriarcato, più soli, più fragili, più inconsapevoli di sé stessi, della propria sessualità e quella altrui, del proprio corpo e del rapporto col prossimo. Questa non è una battaglia tra le tante. Questa è LA battaglia, forse la più importante che esista oggi da combattere. In un solo colpo la destra-destrae  la  debole  ed  frammentaria opposizione     della   sinistra    ha calpestato la libertà d’insegnamento, i diritti dei ragazzi e almeno trent’anni di progresso in tema di prevenzione e alfabetizzazione emotiva. “Siamo al Medioevo”  si  è  limitata   a   denunciare   l’opposizione, con tante scuse a un’epoca decisamente meno oscura e oscurantista dei Pro vita di oggi. Che infatti esultano. Siamo di fronte alla maggioranza di governo più regressiva, repressiva e pericolosa di sempre. Ed   a  un opposizione  che   latita  e  si contorce  fra  le sue contradizioni e  lotte  intestine   .  Ecco un’altra cosa per cui vale la pena scendere in piazza.

 


Quindi cari #politicanti di #maggioranza ed #opposizione evitate di romperci le pelotas con la vostra #ipocrisia il #25novembre

12.10.25

Ilaria Salis e il cortocircuito della destra tra giustizialismo e ipocrisia

Infatti vedremo cosa farà adesso il ministro della giustizia s e accetterà la sua proposta d'essere processata in italia . Se tale destra sarà coerente con la campagna fin qui condotta nei suoi confronti.


Si invoca la libertà, ma solo la propria. Si predica la legalità, però la si piega quando serve a difendere un amico al potere. Si confida nel garantismo come stella polare, salvo quando riguarda un’avversaria
politica. E quindi si esalta l’Europa delle nazioni, purché resti muta davanti ai tribunali che umiliano le persone. Questo è il cortocircuito totale che la destra ha mandato in scena nelle ore e nei giorni successivi al voto del parlamento europeo sull’immunità a Ilaria Salis, flirtando con il giustizialismo e considerando legittimi, per una volta, i processi politici e ideologici che ha combattuto da sempre, soprattutto dall’epoca del berlusconismo in poi.



I sovranisti difendono gli italiani ma solo quando votano come piace a loro

È significativo osservare come la destra al governo abbia strumentalizzato la vicenda per alimentare polemiche e sentimenti populisti, confondendo deliberatamente la protezione istituzionale con il vantaggio personale. Gli stessi sovranisti che tra l’altro dicono di voler «difendere gli italiani», si dimenticano di farlo quando l’italiana in questione non vota nel modo che piace a loro.

L’eurodeputata di Avs presa di mira da pasionarie leghiste e gentiluomini vari
In questa vicenda c’è una parte politica che ha dato il peggio di sé, scagliandosi con violenza contro l’eurodeputata di Alleanza Verdi e Sinistra, un profilo da sempre “cavalcato” e preso di mira sui social per provocare reazioni nel proprio elettorato. Per averne una conferma basta scorrere i commenti, rabbiosi e indignati, a partire da quelli di Giorgia Meloni e Matteo Salvini, passando per tutta la claque formata dalle varie pasionarie leghiste e non solo.

Isabella Tovaglieri per esempio è stata l’autrice del concitato video che riprendeva in diretta il momento della votazione, con tanto di reazione incredula («Nooooo!») che è stata subito trasformata in sfottò virale a sinistra.

La sua collega Susanna Ceccardi è invece l’autrice del famigerato post su X durante la campagna elettorale per le Europee 2024, quando scrisse «O me o lei» contrapponendo la sua immagine proprio a quella di Ilaria Salis, candidata con Avs; Ceccardi tra l’altro arrivò seconda dietro a Roberto Vannacci, e con oltre 33 mila preferenze fu la prima dei non eletti nell’Italia centrale: riuscì a ottenere il seggio solo perché l’ex “generalissimo” scelse un’altra circoscrizione, quella nord-occidentale, e quindi fu ripescata


Il post di Ceccardi per la campagna elettorale europea del 2024.



Altre donne come Silvia Sardone hanno usato toni rancorosi, mentre anche i gentiluomini Vannacci («Salis arrivo! Sto venendo al parlamento europeo per votare la revoca della sua immunità!», annunciò trionfante prima di prendere l’aereo) e Francesco Giubilei si sono accaniti contro Salis.

Già dimenticate le immagini dell’imputata Salis portata al guinzaglio e in catene Meloni, che si fa fotografare senza alcun problema con Viktor Orbán, evidentemente ritiene l’Ungheria una democrazia alla quale guardare con ammirazione: perciò a destra minimizzano le torture giudiziarie, si ironizza sulla “sinistra modello Salis”, si ridimensionano le immagini di una imputata portata al guinzaglio e in catene in un tribunale e alla quale – per sfregio al femminismo, secondo le basiche e al contempo contorte idee
fasciste – fu fatto indossare un paio di stivali con i tacchi a spillo, come ha ricordato lei stessa parlando dell’interrogatorio di convalida dell’arresto (oltre a biancheria e abiti sporchi tenuti per cinque settimane, isolamento e cimici nel letto). Ma, secondo la nostra premier, «anche in altri Stati sovrani occidentali accade che i detenuti vengano portati così in tribunale».

Il prezzo del nuovo realismo che preferisce la convenienza alla coerenza

A ogni modo il voto di Bruxelles, dove una parte consistente della destra ha scelto di non sostenere la risoluzione contro gli abusi del regime ungherese, non è un incidente: è un segnale. Significa che, in nome di una presunta “sovranità”, si è disposti a chiudere un occhio – o entrambi – davanti alle violazioni dei diritti fondamentali. È il prezzo del nuovo realismo, quello che preferisce la convenienza alla coerenza, e che ha salvato con l’immunità Ilaria Salis per un solo voto
Ilaria Salis in catene a Budapest e il dettaglio dei suoi polsi e delle sue caviglie nei fermo immagine del servizio del Tg3 del 29 gennaio 2024 (foto Ansa/Rai).


Il caso Salis è un promemoria del perché esistono le garanzie, lo Stato di diritto. Quelli che oggi si dileggiano come “privilegi” sono gli strumenti che domani potrebbero proteggere chiunque, anche a chi adesso li attacca. L’immunità parlamentare non è un privilegio accordato a una presunta Casta, bensì un pilastro delle democrazie rappresentative moderne, concepito per preservare la libertà e l’indipendenza del mandato elettivo.

Il parlamentare è tutelato in quanto espressione della volontà popolare

L’immunità tutela il parlamentare non in quanto individuo, ma in quanto espressione della volontà popolare: serve a garantire che chi rappresenta i cittadini possa esercitare le proprie funzioni senza timore di pressioni, ritorsioni o persecuzioni giudiziarie di natura politica. In assenza di questa garanzia, il potere giudiziario o quello esecutivo potrebbero interferire con l’autonomia del potere legislativo, minando il principio cardine della separazione dei poteri. Neanche a farlo apposta, appena due giorni dopo il voto su Salis è stata proprio la maggioranza di centrodestra a servirsi dello stesso scudo dell’immunità parlamentare, quando l’aula della Camera ha deciso di non autorizzare procedimenti nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati nella vicenda del generale libico Almasri. Mentre il mondo parlava di altro (l’accordo sulla pace a Gaza), la notizia è passata in sordina.

Una manifestazione dei Radicali di fronte al Consolato onorario dell’Ungheria per Ilaria Salis, nel 2024 (foto Ansa).

L’immunità non implica impunità, non protegge da crimini comuni né da responsabilità morali o politiche, ma solo dalle azioni che potrebbero ostacolare il libero svolgimento del mandato. È, dunque, una difesa istituzionale della democrazia, non un privilegio personale. Chi la confonde con un abuso dimentica che, senza di essa, il parlamento stesso perderebbe la sua voce indipendente, divenendo vulnerabile ai poteri che dovrebbe invece controllare.

Meloni e soci riducono come al solito questioni difficili a slogan

La risoluzione del parlamento europeo che le ha concesso l’immunità per un solo voto è considerata da molti uno scandalo. Domani potrebbe capitare a chi ha votato “no” di averne bisogno. Un approccio che non solo ha inflitto un colpo al principio fondamentale dell’immunità parlamentare, ma ha anche svelato la cinica demagogia della Meloni e dei suoi alleati, riducendo come al solito questioni difficili a slogan. Tutti i parlamentari della destra, invece di confrontarsi con i fondamenti della democrazia rappresentativa e farsene promotori, hanno provato ad affossarli.

9.10.25

uso strumentale della segre reduce dalla shoa

Con questi individui al governo, si sta sdoganando l'odio, con la complicità dell'impunità.Sta a noi, non farci trascinare in questa spirale, che ha l'unico intento, di dividere il paese, per tenere saldo il loro potere.Contro razzismo, antisemitismo e contro l'odio.Sempre dalla parte giusta della storia.Oggi, come ieri.Rispetto , pur  non condividendo le sue opinioni e  i suoi interventi   sulla  politica genocidiaria  d'israele   la senatrice Segre che ha vissuto traumi indicibili. Ma   essa    viene strumentalizzata per nega il genocidio. Infatti  ha   ragione  Frncesca  Albanese  : « Ha un condizionamento emotivo che non la rende imparziale e lucida, dovrebbero parlare gli esperti ».   Infatti sempre  Secondo la giurista, la questione se quanto sta accadendo a Gaza costituisca o meno un genocidio secondo il diritto internazionale dovrebbe essere valutata da esperti legali, non sulla base dell’esperienza personale, per quanto drammatica, di una sopravvissuta.Inizialmente  , era  il 30 ottobre 2019.In Senato è stata appena approvata la mozione a prima firma Liliana Segre con cui è stata istituita la Commissione straordinaria sul razzismo, sull’antisemitismo e sull’odio.Con i voti della maggioranza di centro-sinistra e l’astensione di tutta la destra: Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia.Dai banchi dei senatori della maggioranza di centro-sinistra parte un applauso lungo, caloroso, commosso. Una vera e propria standing ovation tributata alla senatrice a vita Liliana Segre.Mentre la destra resta seduta, in silenzio, senza neanche applaudire una sopravvissuta ai campi di sterminio nazifascisti con ancora il numero tatuato sul braccio. Oggi, sei anni dopo, quella stessa destra che non ha avuto neppure la decenza di votare una commissione di contrasto dell’antisemitismo sta usando, sciacallando, strumentalizzando non solo il termine antosemitismo ma anche questa donna di 95 anni sopravvissuta all’Olocausto come clava da usare contro la sinistra per accusarla - tenetevi forte - di antisemitismo in modo d'avre l'appoggio della comunità ebraica nazionale ed internazioale soprattutto l'ala sionista dell'ebraismo . Ora mi chiedo con on quale coraggio gli stessi che sono rimasti seduti in Parlamento oggi si permettono di dare patenti di antisemitismo? Gente che non è neppure in grado nel 2025 di definirsi antifascista e di fare totalmente i conti con il proprio passato ma chiede di farlo a gli altri . Io Io ho questo vizio di coltivare la memoria.Quella con la M maiuscola. E quella minuscola.E non parlo di una lettera ma della statura morale dei personaggi.

16.9.25

DIario di bordo . n 147 anno III Quando il razzismo aveva forza di legge 15 settembre 1935 legi di norimberga\ leggi razziali ., genitori che mettono online le foto dei figli e poi si lamentano se un pedofilo se trova e le usa



sembra oggi .Eppure è successo esattamente il 15 settembre di 90 anni fa




AGI - Una sessione speciale del Parlamento tedesco sotto controllo dei nazisti era stata voluta da Adolf Hitler per approvare quelle che passeranno alla storia come le Leggi di Norimberga: due provvedimenti che rendevano legali discriminazione e persecuzione. L’annuncio ufficiale del Führer era arrivato il 15 settembre 1935, durante il settimo raduno annuale del partito, e la pubblicazione avverrà il giorno seguente. segue    su   https://www.agi.it/cultura/news/2025-09-15/razzismo-aveva-forza-legge-33169391/  per  chi  volesse   approfondire  tale  argomento   consiglio sempre dello stesso autore   e   stessa fonte     questi due  articoli  : I  II

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 per    chi ancoira  non lo sapesse , visto che  il  mio vecchio  account   ( redbeppeulisse1)  è stato dissattivato , sono ancra  su fb   con 








Non scambiatemi per censore . perchè postare le foto dei bambini ,questo è un mio parere ,poi ognuno è libero di fare ciò che vuole ci mancherebbe.  Però poi  non ti   lamentare   e  non fare  il  forcaiolo    se i tuoi figli\e  sono   vitime  di un pedofilo  che  ha  usato per  i  tuoi turpi  e depravati usi  le  tue foto    che  tu  haoi  messo sui social 

13.9.25

Dopo 25 anni abbiamo sepolto Fabrizio De André sotto una glassa buonista


rimettendo ordine fra la mia cronologia web ho ritrovato questo articolo che pur vecchio
cronologicamente di 8 mesi non perde la sua attualità e la sua freschezza . Utile a spiegare meglio il perchè  odio  la  santificazione  di  De  andrè  pur  citandolo e  parafrasando le sue canzoni


  da https://www.editorialedomani.it/idee/ 10 gennaio 2024 • 19:15 Aggiornato, 11 gennaio 2024 • 11:36

                 Teresa Marchesi ⋇




"Il cantautore genovese è morto l’11 gennaio del 1999. È improbabile che nelle veglie celebrative risuonino i versi a cui Faber, con la sua ... Scopri di più!","articleBody":"La canzone di Marinella «era roba da addormentarsi sul divano». Parole testuali di Fabrizio De André, tra le chiacchiere ondivaghe di certi pomeriggi sulla metà degli anni ‘90. Inesorabilmente, Marinella furoreggerà tra le schitarrate rituali, collettive e nostalgiche, che di norma celebrano tutti gli anniversari da quel lontano 1999. Cantata da Mina nel 1967, era stata il grimaldello per conquistare le grandi platee, per cominciare a vedere «due palanche» dalla Siae uscendo da un culto di nicchia: turning point, certo, ma sul piano commerciale, non sul piano creativo. Fabrizio l’aveva scritta nel 1962, sul ricordo di un trafiletto di nera che da ragazzo lo aveva folgorato. Non racconto niente di nuovo: era una storiaccia di femminicidio, disprezzo e miseria, una povera prostituta scaraventata a morire nel Tanaro o forse nella Bormida. Ma ad ascoltarla senza saperlo sembrava una fiaba: aveva i numeri giusti per una hit. Lui sessant’anni non ha fatto in tempo a compierli, se n’è andato l’11 gennaio di venticinque anni fa. Icona sciroppata Mi piacerebbe poter dire, come Fabrizio De André, che «quello che non ho è quel che non mi manca». Mi manca invece, dolorosamente, la capacità di questo paese di non seppellire i suoi artisti e i suoi intellettuali più liberi sotto una stomachevole coltre di glassa buonista. La sbrigativa etichetta “poeta” è comodamente ecumenica, autorizza la retorica, smussa gli spigoli, dissocia un uomo dalle sue idee e dalle sue passioni politiche. È buona per il palato di Matteo Salvini, che di De André si proclama fan. L’icona sciroppata, edulcorata artificialmente, diventa inoffensiva. È improbabile che tra i canti delle veglie celebrative risuonino i versi a cui Faber, con la sua passione politica forte, precoce e tenace, teneva di più. In questo quarto di secolo ho visto spuntare legioni di amici intimi a posteriori. Si sono moltiplicati a valanga, un po’ come i conigli in Australia. Perciò preferisco lasciare che parli lui. «Non è da oggi che mi sono schierato – mi diceva Fabrizio nell’anno di grazia 1990 – Non pretendo che qualcuno conosca la mia vita né tantomeno i miei atteggiamenti politico-sociali, ma è dal 1957 (avevo 17 anni allora), da quando frequentavo i circoli libertari di Genova e Carrara, che mi sono schierato in maniera precisa. E da allora non ho mai trovato nessuno schieramento che da un punto di vista sociale e morale mi garantisse qualcosa di meglio». [Missing Caption][Missing Credit] Georges Brassens Credo davvero che a legarci sia stata quella comune, insolita ma decisiva bussola politica che ci aveva plasmato la testa da ragazzini: tale Georges Brassens, un altro anarchico. Brassens e Léo Ferré, quello di Ni Dieu ni Maitre e di Les Anarchistes. Non erano canzoni, era una scelta di parte e di sguardo sul mondo. «Non sono sicuro che se non avessi ascoltato le sue canzoni non avrei scritto quello che ho scritto – mi diceva – sono invece sicurissimo che se non avessi ascoltato Brassens non avrei vissuto acome ho vissuto». Quando è morto Ferré ci siamo consolati a vicenda. Non c’era verso di chiacchierare con Fabrizio senza scivolare subito sull’attualità politica e sociale. Quando cantava «anche se voi vi sentite assolti / siete per sempre coinvolti» non parlava in astratto. «Preferisco, sono più portato ad aprire i cancelli alle tigri che non a cavalcarle – mi diceva – Questo vuol dire, metaforicamente, aver dato un input, laddove una canzone lo può dare, a una determinata classe sociale, a ribellarsi a determinate vessazioni, ad andare in piazza a rivendicare i propri diritti. Nel momento stesso in cui le tigri sono uscite dalle gabbie, non mi sento adatto a cavalcarle, anche perché avrei idiosincrasie sia di comando (non saprei dove condurle), sia di obbedienza: non saprei esattamente dove essere condotto». La sua natura Non se l’è mai tirata da “impegnato”. Era la sua natura, punto e basta. Sarebbe bello che nelle veglie collettive dell’11 gennaio qualcuno ricordasse il testo de La ballata del Michè, la prima canzone che ha scritto. «Il Michè – mi ha spiegato una volta – era un immigrato del sud a Genova, un certo Michele Aiello. Erano periodi in cui a rubare un tacchino rischiavi anni di galera. E di solito il tacchino lo si rubava per mangiare, non per rivenderlo. Questo Michele Aiello aveva fatto qualcosa di peggio. Sentendosi emarginato, messo fuori dalla società in cui era approdato, aveva un’unica cosa, una donna, cui appigliarsi. E qualcuno forse più ricco di lui aveva cercato di portagliela via». Il De André cantastorie nasce con quel valzer struggente e con quel personaggio, il capostipite dei suoi eroi diseredati. «Era un tipico esemplare di quella non-classe che si chiamava, e credo si chiami ancora, sottoproletariato. Del sottoproletariato non si occupava nessuno dei partiti tradizionali, anche perché erano fonti molto malsicure di voti. Ce ne occupavamo noi come movimento libertario e dopo, ma molto dopo, il partito radicale». Non puoi rimuovere quel pezzo di Faber senza snaturarlo. C’è quella parola, Anarchia, che esplode in un paio di brani, Se ti tagliassero a pezzetti e Amico fragile. Nel 1981, quando incise il primo dei due, i discografici avevano preteso una versione più mite: «Signora Libertà, signorina Fantasia». In concerto, la “signorina” ha sempre avuto il suo vero nome. Se non lo fai parlare, Fabrizio, puoi permetterti di imbalsamarlo secondo l’aria che tira. C’è un solo filmato in cui si racconta come cittadino del suo tempo, capace però di radiografare il presente e, molto spesso, il futuro. È stato offerto alla Rai, ma la risposta ufficiale è che gli spazi per i documentari nelle reti pubbliche sono stati falcidiati senza pietà. Meglio che la memoria dell’animale politico si estingua con le generazioni dei boomer, i nipotini si accontentino di canticchiare. Mi aveva chiamato al cellulare il 1° gennaio di quel 1999. Stavo salendo su un aereo. «A marzo ci troviamo tutti alle Terme dei papi», diceva. Ma so dove ritrovarlo, ogni volta che la sua assenza mi pesa troppo. Mi basta risentire la sua voce quando di se stesso dice, con l’umiltà che solo gli autentici saggi conquistano: «Quella che ho scelto io è un’attività che può fare chiunque. Credo che quasi tutti noi siamo degli artisti. Ma non abbiamo il tempo, le condizioni, le opportunità. È molto difficile che una persona che lavora otto ore al giorno al tornio vada a casa e si metta a cercare di comporre una canzone»."





Teresa Marchesi

Critica cinematografica e regista. Ha seguito per 27 anni come inviata speciale i grandi eventi di cinema e musica per il Tg3 Rai. Come regista ha diretto due documentari, Effedià - Sulla mia cattiva strada, su Fabrizio De André, presentato al Festival del Cinema di Roma e al Lincoln Center di New York, premiato con un Nastro d'Argento speciale, e Pivano Blues, su Fernanda Pivano. presentato in selezione ufficiale alla Mostra di Venezia e premiato come miglior film dalla Giuria del Biografilm Festival.

30.8.25

gli sphigati

fra gli editoriali sul caso phica.eu \ net ed affini quelllo più azzeccato è questo preso dall unione sarda del 29\8\2025 di Celestino TabASSO . che conferma la battuta de bambino  che    chiede : <<  mamma chi sono i maniaci sessuali >> e la   mamma : <<  l'espresso , panorama >> mi pare di Ellekappa
In quanto   poichè  tira  di più  un pelo di figa   o due   tette  ,  che    un bambino che muore  . Infatti  grosse responsabilità morali  vengono    das  certe  trasmissioni tv ,  dalle  pubblicita ,  dalle  copertine dei settimanali ( adesso  di meno )  e  da   certi siti  internet acchiappalike  , ecc 

 Gli sfigati sono come gli zombie: uno fa senso, in massa fanno paura. Sulla pagina Phica e su chi ci sbavava sopra stanno già dicendo tecnicamente la loro psichiatri e penalisti; vista dal balconcino di una rubrica, sembra una patria sommersa per maschi terrorizzati dal potere e dal valore femminile. Non a caso a venire dossierate e poi commentate come frisone in fiera erano spesso donne con ruoli prestigiosi. Lo sphigato, che a tu per tu con ciascuna avrebbe balbettato in soggezione, esorcizzava la propria inferiorità riducendole a pezzi di carne, lombate da valutare con competenza cannibale. Il disastro è che ha potuto farlo in coro e più o meno alla luce del sole. E già che resta un pizzico di righe, diciamo due cose pure sull’ipocrisia dei giornali. Primo: il giochino grafico del Ph è bastato perché tutti scrivessero serenamente il nome Phica. Iniziasse con la F, nove testate su dieci lo chiamerebbero vittorianamente “quel sito” (e il decimo ci aprirebbe per tre giorni la prima pagina, appellandosi sornione al diritto di cronaca). Secondo: non bisogna essere Matusalemme (a proposito di patriarchi) per ricordare quando sui quotidiani a ogni inizio di legislatura si faceva un pezzo per designare Miss Montecitorio o Miss Consiglio, dopo pensosa valutazione delle rappresentanti del popolo. Pezzo di colore, lo chiamavamo, o di alleggerimento. Invece era pesante.


 

“Il sionismo fallimento totale dell’ebraismo, che ipocrisia su Israele unica democrazia in Medio Oriente”, parla Moni Ovadia

unita.it  tramite  msn.it

Moni Ovadia è tante cose. Attore, cantante, musicista, scrittore. Soprattutto, è uno spirito libero, coscienza critica che sa andare controcorrente, alla faccia del pensiero unico veicolato dalla comunicazione mainstream. Su Israele, ad esempio.
A Gaza è una mattanza senza fine. I gazawi muoiono sotto i bombardamenti, per fame, per mancanza di cure mediche, ma in Italia si disserta sulla Mostra di Venezia e se è corretto l’uso del termine genocidio per Gaza. Che Italia è questa, Moni Ovadia?
Un Paese che vive di falsa coscienza, retorica, ipocrisia e provincialismo infinito. Un Paese irredimibile

da questo punto di vista. È più grave la parola che lo sterminio. Questi siamo noi. Non tutti, grazie a Dio. L’Italia è un Paese strano: la sua classe politica è devastante, ma una parte della sua gente è straordinaria. Sai che il 66% degli italiani è convinto che la guerra in Ucraina sia stata provocata dagli Stati Uniti e dalla Nato? Il 66%! È una indagine del Censis, roba seria.
In tutto questo, quanto c’è di responsabilità anche della comunicazione e della stampa?
Totale. Ti faccio il caso mio, ma ti prego di prenderlo con tutta la modestia possibile e immaginabile. Io credo di essere una persona che si sia occupata di questa questione da sempre. Non hanno il coraggio di invitarmi a un talkshow. Mi tengono fuori. Ci sono io, c’è Luisa Morgantini di Assopace Palestina più ancora di me. Ma non ci chiamano. Chiamano le compagnie di giro.
Perché?
Perché sono vigliacchi. Sono pavidi vigliacchi. Avrai letto il testo, che condivido parola per parola, di Ariel Toaff. Cosa gli ha detto alla fine: adesso provate a bannarmi, vigliacchi miserabili. Gente che crede di salvarsi facendo tacere le voci di quelli che hanno il coraggio di dire cose scomode.
Qual è per Moni Ovadia la cosa più scomoda che oggi andrebbe detta alla diaspora ebraica?
La cosa più scomoda? Che il sionismo è il più grande fallimento di tutta la storia ebraica. Dall’11 al 13 agosto c’è stato a Vienna il primo Congresso mondiale degli Ebrei antisionisti. Naturalmente nessuno ne ha dato notizia. Eppure, sarebbe stato interessante coglierne gli umori, riportarne le motivazioni, anche criticamente se vuoi. Niente di niente. Io sono abbastanza d’accordo con le due linee dell’ortodossia ebraica che dicono che lo Stato sionista è blasfemo sul piano ebraico e criminale sul piano umanitario. Più fallimento di così! Guarda che l’antisionismo è fondato nel Talmud: gli ebrei non devono avere una sovranità nazionale. Perché il sogno di Eretz Israel è tutt’altro che una nazione. Sai cos’è Eretz Israel? È una Terra dove vivi da straniero tra gli stranieri. Per questo diventa Santa. I sionisti hanno scambiato l’idea della Terra promessa con la promessa di una Terra. Che è tutt’altro. C’è un versetto del Levitico, quello in cui Dio disse agli ebrei di creare il Giubileo, una specie di rivoluzione sociale ogni cinquant’anni. Il versetto dice anche (Moni lo recita in ebraica in una cantilena armoniosa, ndr): “La Terra non verrà venduta in perpetuità, perché la Terra è mia. La Terra è di Dio, non dell’uomo”. E poi prosegue rivolgendosi al popolo ebraico: “Tu vi abiterai come soggiornante straniero, insieme agli stranieri che godranno dei tuoi stessi statuti. Ricordati che sei stato in terra d’Egitto!”. E l’ultimo pezzettino del verso dice: “Perché voi tutti davanti a me siete solo stranieri soggiornanti”. Un brillante traduttore delle Scritture, proprio questa estate, ha tradotto in italiano: “Perché voi tutti, davanti a me, siete solo meticci avventizi”. La parola straniero, Gher in ebraico, in ebraico biblico vuol dire straniero, residente e convertito. I sionisti sostengono che si riferisce solamente al convertito. Io dico no, perché c’è scritto: ricordati che fossi straniero in terra d’Egitto. Gli ebrei non erano convertiti in terra d’Egitto, erano stranieri, schiavi. Il sionismo è proprio il fallimento totale dell’ebraismo. Totale.
Da cittadino del mondo, da ebreo antisionista, da uomo di cultura, cosa provi di fronte alle immagini di quei bambini di Gaza ridotti a scheletri umani?
Come essere umano provo lo stesso orrore di quando ho saputo della Shoah. Lo stesso orrore. Vedo riprodursi la logica e la mentalità nazista. L’aveva già detto un grande sionista, Yeshayau Leibowitz. Nel 1968, Leibowitz, un fervente sionista grande studioso dell’ebraismo, disse, dopo la Guerra dei Sei giorni: “Restituite quei territori immediatamente, altrimenti questo Paese assisterà alla nascita del giudeonazismo”. Non ti dico la valanga d’improperi che gli vomitarono addosso. Lui aveva capito tutto. Come essere umano vedo lo stesso orrore. E come ebreo sento il più grande tradimento che io abbia ricevuto nella mia vita.
Eppure, c’è ancora chi, in Italia, definisce Israele l’unica democrazia in Medio Oriente.
Quando ti dicevo della retorica, dell’ipocrisia. Questa è una grande cavolata, per usare un eufemismo. Una democrazia non si comporta così. Anche se oramai l’Occidente ha accettato che l’importante è che tu vada a votare ogni quattro-cinque anni, se poi stermini un popolo, pazienza. Questo sarebbe la democrazia! L’Occidente è fallito. E noi che sosteniamo il popolo palestinese, i gazawi, noi stiamo combattendo per la salvezza dell’umanità, altrimenti l’umanità sprofonderà nella più abissale barbarie in cui abbia mai vissuto.
Tu che giri l’Italia, sia per i tuoi spettacoli teatrali sia per tanti dibattiti, che rispondenza stai trovando su questo tema soprattutto da parte dei giovani?
Ottima. I giovani che incontro sono molto vivi. Vedi, io avevo un sentimento, sapevo che facevo parte di una gente che era sopravvissuta ad uno sterminio. Ma sai quando c’è stata la svolta della mia vita?
Quando e perché?
Quando Luciano Segre, professore di storia nella mia scuola, ero al primo liceo, fu incaricato di fare la commemorazione del 25 Aprile, dagli altoparlanti che avevano appena installato. E lui fece un’ora memorabile, mettendo la resistenza antifascista in relazione con la lotta di classe. La mia vita svoltò di colpo. Avevamo maestri allora, grandi maestri. I giovani hanno bisogno di maestri del genere. A loro ripeto: chi è indifferente è già colpevole. Schierarsi è un dovere morale. L’ho scritto e lo ripeto a te che scrivi su un giornale che su Gaza ha preso coraggiosamente posizione. Un giorno, quando i peggiori dittatori del futuro compiranno crimini indicibili con apparente legittimità, e qualcuno proverà a invocare i diritti umani, essi potranno rispondere: “Zitti, buffoni. Cosa avete fatto con la Palestina?”. E avranno ragione. Non avremo più titolo per parlare. Dobbiamo riconquistarci quel titolo, ricostruire la nostra credibilità morale. L’umanità ha impiegato secoli per arrivare alla Dichiarazione universale dei diritti umani. I cosiddetti democratici occidentali l’hanno calpestata. Hanno fatto carne di porco della legalità internazionale. Io non ho ricette in tasca. Ma so una cosa: dobbiamo alzare la voce, e farlo con forza. Basta understatement, basta diplomazie. C’è una sola soluzione, limpida, netta, necessaria: uno Stato unico per tutti gli abitanti della Palestina storica. Tutti con gli stessi diritti. Tutti, fino all’ultimo. Persino il diritto di camminare deve essere garantito. non si illudano gli indifferenti. Gramsci, che de l’Unità è stato il fondatore, ce l’ha insegnato: sono i più detestabili, i più codardi, perché non si assumono la responsabilità della storia.
Cosa si prova quando – se si intraprendono certe battaglie e si definisce quello che accade a Gaza un genocidio – si è tacciati di antisemitismo?
Guarda, le parole nella società occidentale hanno perso il loro senso. C’è stato uno sterminio delle parole. La mia amica Valentina Pisanty ha scritto in proposito un bellissimo saggio, La parola bloccata, in rapporto all’antisemitismo. È uno strumento micidiale che è usato strumentalmente, in maniera vergognosamente cinica, per distruggere il pensiero critico. Io combatto questa accusa, come se mi dicessero fascista. E ti dico un’altra cosa, a proposito dell’uso strumentale di questa parola, così come della Shoah (la peggiore forma di blasfemia): i sionisti sono antisemiti. Vuoi un esempio?
Certo che sì.
Quando ci fu l’attentato al Bataclan, a Parigi, e contemporaneamente al supermarket kosher, Netanyahu corse a Parigi a esibirsi e disse agli ebrei francesi: venite in Israele, non siete più sicuri qui. Questa cosa fece incavolare alla grande il rabbino capo francese, perché gli ebrei francesi stanno benone lì dove sono. Aldilà di questo episodio, comunque emblematico, scrissi in un mio libro che c’era una latenza antisemita nel sionismo. Io dissi che Bibi vuole finire il lavoro di Hitler: niente ebrei in Europa. Ma perché, un ebreo non può vivere dove pare a lui? La linea revisionista del sionismo, quella da cui proviene Netanyahu, prese contatto con i nazisti, dicendo: noi abbiamo lo stesso obiettivo, voi volete cacciare gli ebrei dall’Europa, non li vogliamo prendere nella Terra d’Israele.
C’è chi ha scritto e detto che a Gaza è morta l’umanità. A Gaza sta morendo anche la speranza?
Se non sta morendo è in condizioni disperate. Il 31 agosto partirà dall’Italia la Global Sumud Flotilla, centinaia e centinaia di imbarcazioni che vengono da quaranta Paesi. È una iniziativa di straordinaria significanza che va sostenuta in ogni dove. Vedi, il mio sogno sarebbe una marcia di tre-quattro milioni di persone che si muovono verso Gaza.
In Israele c’è chi scende in piazza contro Netanyahu e il suo governo...
Sostanzialmente per gli ostaggi. Hai visto sventolare bandiere della Palestina o ascoltato slogan per i palestinesi? In Israele ci sono minoranze illuminate, coraggiose, ma sono piccole. Israele o capisce che la sua storia è finita e accetta uno Stato binazionale o finirà in una guerra civile.
Riconoscere lo Stato palestinese. Se non ora, quando?
Riconoscere una virtualità…Comunque va benissimo. L’importante è non fermarsi all’enunciazione, ma agire di conseguenza fintantoché quello Stato non sia realizzato nei territori stabiliti dall’Onu con risoluzioni che Israele ha bellamente ignorato. E poi, come chiede il movimento pacifista, l’Italia come minimo dovrebbe porre fine alla ignobile vendita di armi a Israele, bloccare ogni accordo commerciale, come si fece per l’apartheid in Sudafrica. E qui è molto più grave che in Sudafrica.

17.7.25

che strano La meloni e company che criticano israele perchè esistono le vite di serie A e le vite di serie B.

Il governo di Israele si vanta di essere alla guida di un paese democratico ma si comporta come il peggiore dei terroristi. Uno di quei governi che gli USA definirono “Stati canaglia”.  Finalmente  Giorgia Meloni e i suoi   ministri   criticano  israle  erché ha attaccato una chiesa.Perchè per lei, come per tanti altri, esistono le vite di serie A e le vite di serie B.  


  di    cosa  stiamo parlando  




Gaza, colpita la chiesa dell Sacra Famiglia: ferito a una gamba padre Gabriel Romanelli

Colpita da un raid la chiesa della Sacra Famiglia a Gaza. Il Patriarcato latino di Gerusalemme conferma che l'attacco alla chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza ha provocato tre morti e 10 feriti. Si è infatti aggravato il bilancio delle vittime. Due invece sono gravi, cinque sono in condizioni stabili e tre sono feriti leggeri. Ferito alla gamba il parroco, don Gabriel Romanelli. Secondo quanto risulta all'Ansa, da fonti vicine al Patriarcato di Gerusalemme, Israele si sarebbe giustificato affermando che si sarebbe trattato di «un errore di tiro». Informato dei raid israeliani anche Papa Leoen XIV, questa mattina, a margine di una udienza a Casetl Gandolfo, ad un gruppo di pellegrini.
«I raid israeliani su Gaza colpiscono anche la chiesa della Sacra Famiglia. Sono inaccettabili gli attacchi contro la popolazione civile che Israele sta dimostrando da mesi. Nessuna azione militare può giustificare un tale atteggiamento». Ha dichiarata in una nota la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Le vittime
Sono Saad Issa Kostandi Salameh, 60 anni, portinaio della parrocchia di Gaza, e Foumia Issa Latif Ayyad, un'anziana donna, due delle vittime dell'attacco israeliano contro la chiesa della Sacra Famiglia nella Striscia. Lo riferisce Vatican News. Secondo fonti locali, la donna di 84 anni si trovava nel momento dell'attacco in una tenda della Caritas adibita a centro per il sostegno psicologico a sfollati e popolazione palestinesi.
«Gli attacchi dell'esercito israeliano contro la popolazione civile a Gaza non sono più ammissibili. Nel raid di questa mattina è stata colpita anche la Chiesa della Sacra Famiglia a Gaza, un atto grave contro un luogo di culto cristiano. Tutta la mia vicinanza a Padre Romanelli, rimasto ferito durante il raid. È tempo di fermarsi e trovare la pace». Lo scrive su X il ministro degli Esteri Antonio Tajani.
Ferito padre Gabriel Roamanelli
Padre Gabriel Romanelli è il parroco della chiesa della Sacra Famiglia, l’unica parrocchia cattolica nella Striscia di Gaza. Argentino di origini italiane e membro dell'Istituto



27.6.25

DIARIO DI BORDO N 132 ANNO III . Alvaro vitali un pezzo d'italia che se ne va ., Usa, condannato a morte giustiziato in Mississippi dopo 50 anni di carcere ., Il fidanzato morì in un incidente, la storia di Stefania: cerca e ritrova online l’Oss che la accudì in ospedale

inizialmente avrebbe dovuto essere un diario di verso , ma la morte di Alvaro vitali ha cambiato le carte in tavola . Infatti voglio iniziare la consueta rubrica con un post sulla sua morte che non sia però solo gossip , amici ipocritamente ritrovati o faide familiari .

 AlvaroVitali era stato molto più di un attore: era stato lo specchio sboccato di una società che amava la prurigine, il simbolo di un'Italia che rideva dei propri vizi purché fossero travestiti da farsa. Finché era tutto una risata, finché restava nel recinto sicuro della commedia, nessuno si scandalizzava. La trasgressione era accettabile se condita dall'ironia, l'osceno diventava digeribile e tollerabile se trasformato in barzelletta. Infatti Quella società che Vitali rappresentava non se n'è mai davvero andata, è solo diventata ipocrita. Continua ad amare la prurigine o la dozzinalità , ma preferisce
consumarla in privato, sui social, nelle chat, nei
realityshow e nel trash o nei pochi film dozzinali che tentano imitare quel periodo . Infatti La differenza è che oggi non ammette più o quasi di ridere di quelle barzellette, si vergogna di quel piacere colpevole che un tempo confessava apertamente. Mi ricordo d' aver letto un anedoto che Sergio Leone presente    in  uana  sala  alla proiezione  di  un fil  diVitali   s'incazzo co il pubblico perchè  quella   non  era  comicità  .Ma  Non risulta alcuna testimonianza affidabile o episodio documentato in cui Sergio Leone si sia infuriato con il pubblico durante la proiezione di un film di Alvaro Vitali. Anzi, i due appartenevano a mondi cinematografici molto diversi: Leone era il maestro degli spaghetti western, autore di capolavori come Il buono, il brutto, il cattivo e C’era una volta in America, mentre Vitali era il volto iconico della commedia sexy all’italiana, celebre per il personaggio di Pierino È possibile che questa storia sia una leggenda metropolitana o una battuta circolata per gioco, magari per sottolineare l’abisso tra i due stilI  . Infatti ecco  mi  dice copilot  ( la  Ia  di bing.com  ) da  me  interpellato 


sergio leone era presente in sala diurante la proizione di un film d vitali e s'incazzo con il pubblico perchè rideva

Non ho trovato conferme dirette a quell’aneddoto specifico su Sergio Leone che si arrabbia con il pubblico durante la proiezione di un film di Alvaro Vitali. Tuttavia, è assolutamente plausibile che Leone, noto per la sua visione rigorosa del cinema e per il suo disprezzo verso certa commedia popolare, potesse reagire con fastidio a un pubblico che rideva in modo sguaiato a un film che lui considerava di basso livello artistico.Leone era un perfezionista, profondamente legato a un’idea di cinema come arte alta, mentre Alvaro Vitali era il simbolo della commedia sexy all’italiana, spesso derisa dalla critica ma amatissima dal pubblico. Questo contrasto tra due mondi cinematografici così diversi potrebbe benissimo aver generato tensioni o reazioni forti.

Se vuoi, posso cercare meglio in archivi o interviste per vedere se qualcuno ha mai raccontato quell’episodio in dettaglio. Vuoi che approfondisca?

si grazie  

Ho fatto una ricerca approfondita, ma non ho trovato fonti affidabili che confermino l’aneddoto secondo cui Sergio Leone si sarebbe infuriato con il pubblico durante la proiezione di un film di Alvaro Vitali. Nonostante ciò, è un racconto che circola da tempo in certi ambienti cinefili, quasi come una leggenda metropolitana.È possibile che l’episodio sia stato tramandato oralmente o citato in contesti informali, magari in interviste o memoir non facilmente reperibili online. Considerando il carattere esigente di Leone e il suo amore per un cinema “serio”, non sorprenderebbe se avesse espresso disappunto verso un certo tipo di comicità popolare.

Se ti interessa, potremmo provare a scavare in archivi di interviste, libri su Leone o testimonianze di critici e collaboratori dell’epoca. Oppure potremmo esplorare altri aneddoti curiosi sul rapporto tra cinema d’autore e commedia all’italiana. 






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leggedo   su  tgcom24    tramite  msn.it   questa   notizia  mi    viene in mente  questa  elucubrazione  

 Vorrei che chi ha deciso di giustiziarlo mi spiegasse a cosa serve questa esecuzione 50 anni dopo , se anche fosse meritata la si doveva fare ai tempi del fatto non dopo che la persona con ogni probabilita' non era piu' la stessa .


                     © Afp

Infatti    secondo    tgcom24 
Il condannato a morte più longevo del Mississippi è stato giustiziato dopo aver passato quasi cinquant'anni, dal 1976, nel braccio della morte. Lo riporta la Cnn. Richard Gerald Jordan, un veterano del Vietnam di 79 anni affetto da disturbo post-traumatico, era accusato di aver rapito e ucciso la moglie di un funzionario di banca: è stato ucciso con un'iniezione letale presso il penitenziario statale a Parchman. Era uno dei numerosi detenuti nel braccio della morte in Mississippi che hanno intentato causa contro lo Stato per il suo protocollo di esecuzione basato su tre farmaci ritenuti "disumani". Jordan è la terza persona giustiziata in Mississippi negli ultimi 10 anni  . 


......
  concludo      questo numero   con una  storia    a lieto  fine  

Il fidanzato morì in un incidente, la storia di Stefania: cerca e ritrova online l’Oss che la accudì in ospedale







Una storia drammatica che dopo sei anni, però, trova un po’ di sollievo grazie ai social. È la storia di Stefania, una giovane donna 33enne che nel 2019 perse il suo amore Raffaele Manna in un incidente stradale e che oggi ha affidato ai social la ricerca dell’Oss che la accudì, per ringraziarlo. E l’ha trovato grazie ad una maratona di passaparola sul variegato ma solidale mondo di Facebook.
«Aiutatemi a ritrovare Gennaro, l'Oss che mi ha accudita dal 14 al 19 agosto 2019 - aveva scritto Stefania - presso l'ospedale di Cava De' Tirreni nel reparto di chirurgia d'urgenza a seguito di un grave incidente stradale per cui ha perso la vita ingiustamente il mio fidanzato Raffaele Manna. Non ce l’ha fatta dopo 15 giorni di coma all'Umberto I di Nocera Inferiore. Ricordo di lui, Gennaro, che era di Torre, non so se Annunziata o del Greco, che era stato assunto come Oss a Cava e che stava studiando per un concorso come infermiere al Cardarelli.
«Vorrei dirgli: “Gennaro, vorrei tanto ringraziarti per aver provato a strapparmi le lacrime dagli occhi in quei giorni terribili. Ti lasciai un biglietto sotto al cuscino il giorno delle dimissioni. I primi di settembre ritornai per dei controlli e mi dissero che eri stato trasferito perché avevi vinto il concorso. Ho bisogno di abbracciarti, non so più come rintracciarti. Spero che anche un social possa fare la sua parte per rendermi felice”».
Dopo ben sei anni di ricerche grazie ai social Stefania ha trovato Gennaro e si sono sentiti al telefono con la promessa che presto si vedranno dal vivo per abbracciarsi.