di Samuele Doria
"Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento". È il progetto "sci che fu" di Tommaso Novaro, ventitreenne attualmente studente e dipendente della ditta Leitner. Ben oltre la professione, la sua è una vocazione che sposa lavoro, studio e tempo libero. Qui presenta una delle sue scoperte più recenti

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto, di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Tommaso Novaro è un ventitreenne di Torino, che attualmente vive e lavora a Vipiteno, per l’azienda di impianti a fune Leitner. Nel frattempo, sta inoltre scrivendo una tesi in Estetica del paesaggio, proprio sugli impianti a fune. Il suo è molto più che un lavoro: è una passione e un campo di ricerca sterminato.
Al suo progetto di censimento di ricerca di tutte le località sciistiche abbandonate in Italia ha dedicato il sito web: Lo sci che fu, nel quale si legge: "Gli anni dello sci ‘campanilistico’ sono finiti, a peggiorare la situazione oltre al cambiamento del mondo del turismo e dello sci, ci si aggiungono pure i cambiamenti climaticidurante quest'epoca di transizione ecologica. Oltre agli impianti di risalita, la mappa cerca di censire tutte le teleferiche per trasporti materiali e gli impianti di arroccamento".
Facendo ricerca per la tesi sulla storia degli impianti a fune in Italia, Novaro è venuto a conoscenza dell’esistenza di un ultimo modello funzionante di "Ski-Kuli", un diffusissimo modello di skilift della Leitner utilizzato dai primi anni Cinquanta, una rarità che negli anni ha trovato un impiego insolito.
La cosa curiosa? Questo impianto non è solo l’unico Ski-Kuli funzionante, ma funziona anche in modo particolare: oggi è utilizzato come teleferica per il trasporto del latte. Siamo in Val Giovo, Alto Adige, dove questo vecchio skilift fa su e giù tutti i giorni, anche la domenica. Alle 9 porta il latte a valle e poi la teleferica risale verso le 11. Si tratta di una teleferica che riutilizza 2 sostegni, stazione motrice e sospensioni con morsetti dei traini Sge.

"La cosa interessante - per Tommaso Novaro che studia questi impianti - è proprio che in origine quella struttura era uno skilift: il portale, i pali, così come la stazione motrice, appartengono al primo modello di skilift prodotto dalla Leitner di Vipiteno".
Seguendone le tracce, il giovane appassionato ha scoperto che originariamente l’impianto si trovava a Corvara, nella località "Pralongià", dove fu inizialmente costruito come skilift. Era uno dei primi modelli di quel tipo. "Dal 1963 al 1974, poi, acquistato dal proprietario dell’Hotel Sonklarhof, lo skilift finì in Val Ridanna, sotto la chiesa di Santa Maddalena. Ma ci vollero ancora tre anni prima che finisse in Val Giovo.
Come è finito lì? "Nel 1974 venne dismesso, perché è stata aperta la sciovia Gasse, che esiste ancora oggi. In quegli anni c’erano molte idee di espansione turistica nella valle: si progettavano nuovi impianti più lunghi e si sognava molto. Alla fine però l’impianto sotto Santa Maddalena fu chiuso e sostituito".
Soltanto nel 1977, l’impianto venne acquistato da alcuni contadini e riposizionato in Val Giovo come teleferica per il latte.
"Anche il sistema di trasporto è interessante - continua Novaro - utilizzano un grande barile che viene trascinato dal maso fino alla teleferica tramite un sistema di corde. Poi viene sollevato con un paranco e agganciato alla linea. È una soluzione semplice ma molto ingegnosa".
"Questo è, in sostanza, quello che sono riuscito a ricostruire", conclude. Tanta dedizione nella ricerca non può che meravigliare da un ragazzo tanto giovane, e la sua curiosità è contagiosa. "A quando risalgono i primi skilift della ditta?" chiediamo allora.
"Da quello che risulta nei documenti interni, il primo skilift Leitner risale al 1952, ed era a Passo Giovo. Tuttavia, impianti a fune erano stati realizzati anche prima, già tra il 1946 e il 1947, anche se non ancora propriamente come Leitner. Uno dei primi impianti in assoluto era a Malga Zirago, sopra Vipiteno. Il modello di skilift a cui appartiene anche quello della teleferica di cui parlavamo è uno dei primi prodotti: una sorta di ‘prima serie’, chiamata Ski-Kuli appunto".
Aziende votate all’evoluzione tecnologica, come la Leitner, non sempre prestano al passato l’attenzione che merita, eppure con i loro prodotti hanno contribuito a plasmare generazioni di sciatori e in generale a dare al paesaggio alpino la sua conformazione attuale.

"Secondo me è fondamentale. Più passa il tempo, più diventa difficile ricostruire la storia di questi impianti. Può essere un valore aggiunto sia dal punto di vista culturale sia economico. Un museo aziendale funzionerebbe molto bene, soprattutto in un contesto come il Tirolo. Inoltre, valorizzare l’eredità aziendale è importante anche per il marketing".
Gran parte del lavoro di ricerca di Tommaso Novaro si concentra anche sugli impianti abbandonati, e qui la questione diventa ancor più complessa. Ogni anno, Legambiente tenta di fare un censimento degli impianti in disuso o abbandonati con il report Nevediversa, che già ci dà un’idea di quanto ormai facciano parte dello scenario montano della penisola. "Tuttavia - svela l’appassionato cercatore di impianti - sono talmente tanti che molti di questi rimangono fuori dai report. A trovarli tutti non basterebbe una vita".
Ma cosa farne poi di queste strutture cadute nell’abbandono? "Alcuni andrebbero demoliti, soprattutto quando non hanno più alcun valore né funzione. Anche se in genere le demolizioni sono incomplete e restano le fondamenta in cemento. Secondo me, più che conservare l’impianto in sé, bisogna valorizzarne la memoria. Ad esempio, si potrebbe lasciare un elemento simbolico, come una targa o delle immagini storiche. È una soluzione semplice ed economica. All’estero, soprattutto in Francia, c’è più attenzione a questo aspetto. In Italia ci sono pochi esempi, ma uno interessante è quello vicino a Carpegna, nelle Marche, dove una vecchia manovia è stata monumentalizzata".
Per quanto riguarda la ricerca sugli impianti abbandonati, il lavoro di ricerca è molto pratico. Per trovare gli impianti Novaro si serve di vere e proprie community di appassionati, forum online e discussioni pubbliche, cui unisce conoscenze personali e l’esplorazione diretta dei luoghi. "Io stesso sto cercando di creare una mappa degli impianti abbandonati, ma è difficilissimo tenerla aggiornata. Una volta individuato un impianto, vado sul posto, faccio foto e video e, soprattutto, cerco di parlare con chi lo ha visto funzionare. Il problema è che molte testimonianze stanno andando perdute".
Questa ricerca, negli anni, lo ha portato a viaggiare molto: oltre all’Italia, anche in Repubblica Ceca, Germania e Francia, visitando spesso impianti abbandonati. "In Italia conosco bene il Piemonte, il Trentino-Alto Adige e gli Appennini romagnoli. Mi piacerebbe esplorare di più il Centro e il Sud, soprattutto la zona del Gran Sasso, che secondo me è una delle più suggestive".

"Questo mondo degli impianti abbandonati è vastissimo e ancora poco conosciuto. Anche solo nella zona di Vipiteno, in un raggio di 15 km, un tempo c’erano circa quindici impianti, mentre oggi ne restano attivi solo quattro. È un ambito di ricerca ancora tutto da esplorare".
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