
Dovrebbe essere lo sport più puro. Quello che parla di impegno, sacrificio, sorrisi, inclusione. E invece, ancora una volta, sono proprio le atlete e gli atleti con sindrome di Down a rischiare di restare indietro. Non per mancanza di talento, non per mancanza di risultati, ma perché mancano i fondi. Una nazionale italiana che ha già vinto, che ha già fatto suonare l’inno, oggi potrebbe non partire per i Mondiali di Sofia. La scelta della FISDIR di non aiutare questi atleti,
declassando
l’attività a semplice “esperienza di socializzazione” e voce di bilancio “non prioritaria”, mostra tutti i limiti di un Paese incapace di dare concretezza alla tanto decantata pari dignità sportiva e relega un’intera nazionale italiana in panchina. E allora succede l’assurdo: per poter rappresentare l’Italia, sono costretti a lanciare una raccolta fondi. È una situazione che fa male, perché racconta una contraddizione enorme: riempiamo i discorsi di parole come inclusione, pari opportunità, sport per tutti, ma poi lasciamo soli proprio quelli che incarnano questi valori nel modo più autentico. Lo sport non può essere davvero universale se alcuni devono chiedere aiuto per poter semplicemente scendere in pedana con la maglia azzurra.Dietro questa raccolta non ci sono solo spese di viaggio o di iscrizione, ma c’è il diritto di rappresentare il proprio Paese. Perché l’inno nazionale dovrebbe poter suonare per tutte e tutti, senza eccezioni. Chi vuole dare una mano può farlo qui: https://tinyurl.com/4nh6jmsn
Nessun commento:
Posta un commento