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19.5.26

diario di bordo \ buone. notizie n 1 anno I , Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra ., LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI , Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso ed altre. storie

 

  • Corriere della Sera
  • Di Marta Serafini

  • Aline Kamakian Essere chef in tempi di guerra «Cibo e speranza per il Libano»

    L’imprenditrice impegnata nella ong World Central Kitchen di José Andrés Dall’inizio della nuova emergenza distribuiti 1,7 milioni di pasti agli sfollati

    Aline Kamakian (col cappellino) con il team della ong World Central Kitchen e i pasti preparati per gli sfollati libanesi. La chef, con doppia laurea in Finanza e marketing, è considerata la migliore interprete della tradizione culinaria armena

    C’è un momento, nelle crisi, in cui il cibo smette di essere una faccenda domestica e diventa un presidio essenziale. Succede anche in Libano, dove la guerra e gli spostamenti forzati si innestano su una fragilità economica e sociale che dura da anni, aggravandola. Ma ogni tanto accade in guerra: bellezza e cura riescono a vincere su macerie e morte. È qui che entra in scena Chef Aline Kamakian: nella dimensione dell’emergenza, cucinare non significa soltanto preparare pasti, ma garantire continuità, un ordine minimo, una forma concreta di sopravvivenza quotidiana.

    Kamakian, cuoca, imprenditrice e figura molto nota della gastronomia libanesearmena, ha trasformato una competenza privata in una risposta pubblica. Scrittrice oltre che chef, ha contribuito a rendere la cucina armena una presenza riconoscibile nel racconto gastronomico di Beirut, soprattutto attraverso i suoi ristoranti Mayrig e Batchig, indirizzi molto noti in città. Il suo lavoro nasce anche dalla memoria trasmessa in famiglia: ricette, gesti, tavole intese come luogo di identità e resistenza.

    Oggi è impegnata con World Central Kitchen, la ong fondata dallo chef José Andrés e specializzata nella distribuzione di pasti nelle aree colpite da guerre, catastrofi naturali e crisi umanitarie. Il modello dell’organizzazione è noto: attivare ristoranti, cucine, volontari e reti territoriali locali per portare cibo in tempi rapidi, adattando la risposta alle condizioni reali del territorio.

    In Libano questo sistema si è tradotto in un intervento su larga scala. Secondo World Central Kitchen, dall’inizio della nuova fase dell’emergenza, il 2 marzo, l’organizzazione ha distribuito oltre 1,7 milioni di pasti alle famiglie sfollate. In una fase precedente dell’intervento, aveva già superato quota 200 mila pasti in dieci giorni, per poi arrivare a oltre un milione di pasti e a più di 25 mila pasti caldi al giorno in diverse aree del Paese, da Beirut alla Bekaa, da Baalbek a Sidone.


    Aline Kamakian al lavoro con World Central Kitchen

    I numeri, però, da soli non restituiscono il quadro. «La dimensione del bisogno delle famiglie sfollate dal conflitto è enorme», osserva. E aggiunge: «Il nostro compito è fare in modo che i pasti continuino ad arrivare ogni giorno».

    Il Libano affrontava già prima del conflitto un deterioramento profondo delle condizioni di vita. La nuova emergenza si inserisce in questo contesto e lo rende ancora più instabile. Anche l’integrated Food Security Phase Classification segnala per il Paese un quadro grave sul fronte della sicurezza alimentare, legato alla combinazione di crisi economica, sfollamenti e accesso più difficile ai beni essenziali. «Le cifre ufficiali probabilmente non raccontano tutta la portata degli sfollamenti», spiega Kamakian, ricordando che molte persone trovano riparo presso parenti o amici, oppure si spostano senza entrare nei canali formali di registrazione. «La mia preoccupazione più grande, adesso, è quanto durerà questo conflitto», dice. In questo quadro, il lavoro di World Central Kitchen non consiste soltanto nel distribuire cibo, ma nel costruire una rete di risposta che tenga insieme velocità e radicamento locale.

    Chef Aline non parla di «beneficiari», ma di persone che arrivano stremate, spesso dopo viaggi lunghi, con bambini piccoli, sacchetti in mano e nessuna certezza sulla notte successiva. Racconta di famiglie costrette a impiegare anche dodici ore per percorrere tragitti che normalmente richiederebbero poco più di un’ora, tra strade danneggiate e villaggi che si svuotano.

    Non è la prima volta che accade. Già dopo l’esplosione al porto di Beirut, nel 2020, Kamakian era stata in prima linea. Quel giorno si trovava nel suo ristorante Mayrig, gravemente danneggiato dall’esplosione, mentre l’altro locale, Batchig, veniva trasformato in una base operativa per preparare pasti. Ferita anche lei, si mise subito al lavoro nei soccorsi e poi nella cucina d’emergenza. La cucina come forma di infrastruttura civile. È anche questo che José Andrés ha intuito fondando World Central Kitchen: uno chef, davanti a una catastrofe, non deve limitarsi a raccogliere fondi o a testimoniare solidarietà, ma può organizzare una risposta concreta, veloce, radicata nel territorio. Kamakian, in Libano, incarna questa idea. Conosce il Paese, le sue fragilità, la geografia materiale e sentimentale dei suoi quartieri. Non promette salvezza. Garantisce presenza. E non dimentica che la vita deve andare avanti. Racconta di una donna in fuga verso una zona più sicura che ha partorito in auto prima di arrivare in ospedale. «In mezzo a tutto quello che sta accadendo, ti trovi improvvisamente davanti a una nuova vita che nasce. È un momento che ti resta dentro. Ti ricorda che esistono ancora umanità e speranza».


    Questa è buona LA VOCE DI OMAR CHE FA BENE AGLI ALTRI


    Questa è buona come un sogno che si realizza. C’è stato un tempo che Omar Kamata, 44 anni, ha vissuto da apprendista elettricista. Imparava e cantava, con una voce potente che non potevi non notare. Un giorno un ex cantante di lirica di passaggio davanti al suo cantiere rimase incantato dalle capacità vocali di quel ragazzo. «Fu lui che mi spinse a studiare canto», racconta oggi Omar che è trevigiano di nascita e veronese di adozione. «Da lì è iniziato il mio percorso. Mi sono diplomato al Conservatorio a Vicenza nel 2004 e ho iniziato la professione». Una carriera luminosa da baritono sui palcoscenici di tutto il mondo. Arricchita dall’empatia e dalla riconoscenza verso la vita che si sono trasformate in progetti per persone meno fortunate di lui, come ha raccontato Christian Gaole sul nostro Corriere di Verona. Uno di quei progetti è dedicato al benessere psicofisico verso canto e musica rivolto ai ragazzi con fragilità psichiche e fisiche. E poi la collaborazione con la Casa di Cura Santa Giuliana. Per non dimenticare mai che dal bene nasce bene.

    Cieco, professione fotografo La luce di Giovanni Caruso

    La malattia agli occhi da piccolo, i primi scatti a Catania, poi i reportage e l’impegno in tutto il mondo Il ricordo di Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia: «Il lavoro e la militanza attiva sono per me inscindibili» La scoperta che «si può vedere con tutti

    Giovanni Caruso, 77 anni, di Catania, fotografo e fotoreporter nella sua abitazione, ha perso del tutto la vista nel 2003

    È seduto in controluce nel suo studio. Alle spalle, fuori dalla finestra, la chioma di un ficus gigante. «La mia ispirazione per le prime foto da cieco» sorride Giovanni Caruso, fotografo catanese e attivista, che negli ultimi cinquant’anni ha raccontato la storia di Catania, e non solo. Tra lotta alla mafia, colletti bianchi, volontariato, militanti. E periferie del mondo. Da Catania a Lima, dalla Sicilia al Sud America.

    Ai suoi piedi è accovacciato il suo fedele cane guida, Jazz. E sulla maglia ha la spilletta de I Siciliani, testata fondata negli anni Ottanta da Giuseppe Fava, che «per me è il direttore, al presente, anche se la mafia l’ha ucciso quarant’anni fa». Classe 1950, tra le mani tiene la sua fidata Nikon. E continua a battersi per i diritti umani e la legalità. In prima fila per documentare cortei e manifestazioni, con gli inconfondibili occhiali scuri, piccoli e rotondi, a proteggere la sua cecità.

    La vista gliel’ha portata via un’uveite di origine reumatica, malattia degenerativa che attacca il nervo ottico, con cui convive sin da bambino. Così come con la passione per la fotografia, «scoperta a 14 anni istintivamente, quando mio papà mi ha regalato una mini Comet» racconta. «Era un giornalista e in estate, finita la scuola, andavo con lui e il suo fotografo a fare i servizi, negli stessi anni in cui cominciava a comparire la malattia». Poi, l’incontro casuale con il suo maestro, la prima Reflex Minolta 202, la camera oscura, il banco ottico, mentre la passione per la fotografia cresce, e pure la malattia. «Ma io volevo fare il fotografo e non mi sono abbattuto, non mi sono arreso nonostante i miei fossero contrari per una comprensibile preoccupazione. Per risposta, nello stanzino della mia grande casa paterna, mi sono fatto una camera oscura!» ride.

    Testardo e determinato, Giovanni Caruso apre la sua agenzia fotografica giornalistica, collabora con L’europeo, fino all’incontro con Giuseppe Fava. Dopo il suo omicidio nel 1984 «mi venne una certa repulsione per la cronaca nera, mi avevano ammazzato il direttore, ero molto arrabbiato». Si dedica, quindi, ai grandi reportage sociali in Sud America tra Perù, Argentina, Paraguay, ma anche in Messico e Chiapas, in Medio Oriente con il treno per la pace in Kurdistan. «Per me fotografia e militanza sono sempre stati inscindibili e imprescindibili» chiosa. E lo sono ancora, anche nella cecità.

    «Ho fatto le mie ultime fotografie nel Natale del 2003, poi è arrivato il buio e ho chiuso la macchina fotografica in una cassapanca». Dove rimane, finché sua moglie Elena non gli legge Tommaso e il fotografo cieco di Gesualdo Bufalino. «Un libro bellissimo, che non conoscevo. Per fortuna ho una grande compagna che mi sostiene moltissimo» sorride Giovanni. Che ricomincia a fare qualche scatto in digitale, «più per tenere la macchina fotografica in mano e ricordami chi ero».

    È stato poi Costantino Ruiz, fotografo e reporter spagnolo, nel 2020 in piena pandemia, a «spingermi a usare con più attenzione gli altri sensi, il tatto in particolare, per tornare a fotografare. All’inizio il mio bastone, la mia pipa, il tavolo, la gatta, finché non ho ritirato fuori le mie macchine fotografiche analogiche». A guidarlo, la memoria dell’esperienza tecnica. Il calore dei raggi del sole sul corpo, «che mi dice da dove viene la luce». E ancora una volta le mani, per toccare. «Quando dico le mani che vedono, è reale questa cosa».

    E la sta insegnando ad Alessio, un ragazzino di 14 anni cieco dalla nascita, appena conosciuto a Catania alla mostra «Di luce e di vita. I due tempi di Giovanni Caruso» a cura di Marco Pirrello e Nancy D’arrigo. Intanto Caruso lavora a un nuovo progetto, La panchina. «Ogni panchina è un piccolo centro sociale, una storia», per le strade che il fotografo esplora con il bastone bianco con la «cianciana» (campanella) e Jazz al suo fianco. «Adesso fotografo solo in bianco e nero, piccole storie raccontate in poche immagini o addirittura in una sola che io non vedrò mai, ma penso che in ognuna ci sia almeno una storia mia, interiore. È un mistero anche per me».

    In Aspromonte l’arte «accarezza» gli orfani contro il dolore

    Il progetto di Nadia Macrì con le associazioni Fraternamente e Mammalucco

    Alcune delle volontarie dell’associazione Fraternamente durante un evento

    Sono tanti gli orfani in terra di Aspromonte. E tante sono anche le loro storie. C’è chi ha perso la mamma, chi il papà e chi entrambi i genitori: Gaetano, Piergiorgio, Patrick, Christopher, Luigi, Emma, Lara, Giorgia, Benedetta, Giulia e tanti altri. Fragili, a volte smarriti, hanno così tanto orgoglio che colmano il vuoto con una carezza, paradossalmente da riservare agli altri, più fortunati di loro.

    A sostenerli in questo percorso di vita sono le associazioni Fraternamente e Mammalucco, che offrono loro uno spazio protetto in cui la sofferenza può trovare un senso con il progetto «L’arte che accarezza», avviato da Nadia Macrì, scrittrice, giornalista, di Taurianova, comune della Piana di Gioia Tauro. «Non è stato semplice riunirli - spiega - e spesso anche le famiglie faticano ad accettare un percorso che nasce dal dolore. Chi partecipa scopre un ambiente sereno e mai invasivo, in cui ogni emozione può trovare spazio senza essere soffocata. Un luogo che accoglie come una storia raccontata piano, quasi una fiaba, capace di catturare l’attenzione dei bambini.

    «Zazà il robottino felice», è stato il primo suo successo. Poi, «Pepè il topo intelligente» con l’obiettivo di trasmettere ai bambini il rispetto per l’ambiente e l’amicizia, attraverso la narrazione di episodi senza preclusioni, allontanando dalla loro mente le stranezze del nostro tempo e gli strani comportamenti degli umani. E adesso «Francesco, un cuore leggero» e «Natuzza, un cuore vicino», storie di santità con lo sguardo dei bambini. «Devono sentirsi compresi e non diversi dagli altri», insiste la scrittrice. L’idea è accompagnarli, con le cautele del caso, a comprendere che l’assenza dei loro geche nitori, a causa di gravissime patologie o morte improvvisa, non cancella il loro dolore, ma può renderlo più respirabile. «Ritrovare la fiducia prosegue Nadia Macrì - è un atteggiamento importante, così come fondamentale è vederli gioiosi insieme ad altri bambini più fortunati di loro li sostengono in questo percorso di crescita. È un successo straordinario scorgere come i bambini del gruppo si preoccupano di proteggersi tra loro perché significa che attraverso il gioco si è consolidato il gesto di un’amicizia che protegge chi sta vivendo le amarezze della vita».

    Il progetto «L’arte che accarezza» mette al centro una certezza: i bambini possono affrontare anche il dolore più grande, se non vengono lasciati da soli. «E in un tempo in cui le fragilità rischiano di essere invisibili, questo progetto ricorda che la solidarietà silenziosa può cambiare la traiettoria di una vita. È importante che questi bambini orfani si sentano compresi, imparino a prendersi cura di loro e ritrovino la fiducia», prosegue la scrittrice.

    «Tutti questi bambini hanno a casa qualcuno che li ascolta, li segue, li educa e li accompagna. Sono famiglie che attraversano un’assenza grande e che trovano in noi una complicità in quel dolore che condividiamo», conclude.

     

    Parkinson e lavoro: «La malattia non va nascosta»

    Ennio Trebino, ingegnere genovese in pensione, e la diagnosi ricevuta quando aveva solo 40 anni «Per paura di giocarmi la carriera non raccontavo il mio problema, ma ho sbagliato» Presidente dell’associazione in Liguria, ammonisce i giovani: «Vivete imparando il compromesso » 

    Di Chiara Daina

    Ennio Trebino, ingegnere in pensione, durante una passeggiata in montagna A 40 anni la diagnosi di Parkinson, che non gli ha impedito incarichi da top manager Dal 2025 presiede l’associazione ligure Parkinson

    «E adesso cosa sarà del mio futuro?». Aveva bisogno di rassicurazioni Ennio Trebino, quando a soli 40 anni un neurologo gli diagnosticò il Parkinson. Voleva capire se sarebbe riuscito ad affrontare il suo lavoro da manager, che lo portava tutte le settimane in viaggio per l’italia, a condividere i momenti con la famiglia, a dedicarsi al trekking, la sua grande passione. «Fino a quando sarò in grado di fare tutte queste cose normalmente?», chiese al medico. «La risposta fu brusca e disarmante. Nessuno lo sa, mi disse, lei continui a fare la sua vita, poi vedremo. In quell’istante sentii un buco nell’anima. Ma presi quelle parole alla lettera e non tirai mai i remi in barca. Né allora, né adesso, che ho 66 anni e i sintomi non posso più nasconderli».

    Trebino è un ingegnere genovese in pensione da sei anni. Nel 2025 è diventato presidente dell’associazione ligure Parkinson (circa 300 iscritti). «È la prima volta - confessa che mi racconto e lo faccio perché questa malattia colpisce tante persone anche in età giovane, che hanno il diritto di non interrompere i loro progetti». Rincomincia da qui: «Mi resi conto che non mi sarebbe servito a nulla vivere con la paura addosso, pensando a quando non ce l’avrei più fatta a sostenere fisicamente i ritmi di lavoro, a quando i movimenti sarebbero stati lenti e difficili, la voce debole, il volto contratto. Non mi rintanai in casa e puntai sempre alla carriera. Non devo rinunciare a un incarico oggi pensando che domani non sarò più prestante, pensai. Nel 2020, quando arrivò la diagnosi, facevo il direttore dei servizi idrici di Genova. Decisi di non parlare ai colleghi della malattia: l’ambito del lavoro è uno dei più vigliacchi e insidiosi, temevo di essere messo all’angolo».

    I sintomi non si notavano ancora. Dopo quattro anni si presentò l’offerta della mia vita: un posto da amministratore delegato per la società che si occupa dei servizi ambientali di Livorno, un’azienda da 500 dipendenti. Accettai senza esitare un attimo, sebbene mi toccasse fare avanti e indietro in macchina da Genova». Tace sul Parkinson, di nuovo: «Quando non ce la farò più, mi fermerò. Non voglio che decida qualcun altro al posto mio, se ho ancora le forze di raggiungere i risultati». Dal 2004 al 2020 non perde un colpo, nonostante i primi segni del Parkinson. Fatica a concentrarsi, piccoli irrigidimenti alle gambe e alle braccia negli ultimi mesi di carriera. «Un collega, un giorno, mi chiese come mai avessi rallentato il passo. Gli dissi la verità e ne parlai anche al capo del personale, che mi propose di anticipare la pensione. A quel punto capii che era giunta l’ora di ritirarmi».

    Dal lavoro, non dalle relazioni e dai suoi interessi. Anche qui, Trebino segue lo stesso principio: «Cercare l’ottimismo in ogni situazione. Se ci sono delle cose che ci piace fare, come coltivare l’orto, nonostante la malattia ci crei dei disagi, le faremo meno bene di prima, mettendoci più tempo, ma comunque le potremo fare». Il suo non è, sottolinea, «un messaggio buonista», ma «quasi egoista». Nel senso che «non si devono trasformare i problemi in dilemmi: o in montagna faccio le ferrate oppure non ci vado e resto sul divano. Si può sempre trovare un compromesso per goderci la vita, la malattia non è la fine del mondo». Lui si è messo in gioco: «Oggi faccio la maschera al teatro di Camogli, leggo molto, cammino in collina e vado a caccia di ristoranti con gli amici. Come associazione conclude - vorremmo entrare nelle scuole per spiegare ai ragazzi cos’è il Parkinson. Quando perdiamo l’equilibrio in strada rischiamo di essere scambiati per ubriachi. E poi dobbiamo combattere i pregiudizi sul posto di lavoro: non va nascosta la malattia, come ho fatto io, per paura di essere danneggiati».

    «Artigiano in Fiera? Un ponte di pace, diversità è ricchezza»

    Antonio Intiglietta presenta il prossimo evento Dal 29 maggio torna l’anteprima d’estate: arrivi da 50 Paesi, compresi i territori in guerraDi Elena Comelli @elencomelli

    Mille artigiani da oltre cinquanta Paesi del mondo convergono su Milano per portare una parola di pace, con la seconda edizione dell’anteprima d’estate dell’artigiano in Fiera, che va in scena a Fieramilano dal 29 maggio al 2 giugno.

    «Sarà un incontro fra culture diverse, religioni diverse e storie diverse, per gettare ponti fra le persone in un quadro di relazioni, di meraviglia e di scoperta, gli stessi valori che da sempre guidano il nostro impegno nel promuovere l’artigianato come espressione genuina di umanità, territorio e saper fare», commenta Antonio Intiglietta, presidente della manifestazione.

    «L’importante è riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri e scoprono la loro umanità, in questo caso attraverso il lavoro. Questo è l’atteggiamento che più ci corrisponde, perché la simpatia nasce in maniera naturale fra persone creative, che si scambiano le proprie esperienze, i propri talenti e le proprie tradizioni manuali. In questo modo s’instaura la stima per l’altro, anche nella sua diversità. La diversità non è più un difetto ma un arricchimento».

    Lo vedete nella vostra esperienza?

    «Certo, questa dinamica noi la vediamo con l’esperienza, perché la gente che viene da noi guarda la diversità con simpatia. Bisogna immaginare questi cinque giorni di incontro con il pubblico milanese come un luogo di pace. La pace nasce quando le persone s’incontrano e comunicano senza pretendere di piegare la volontà dell’altro. Nella nostra fiera si costruisce questo ponte, facendo vedere che la pace è possibile».

    «Anche la concorrenza, naturale fra artigiani, non è un conflitto ma è un “correre insieme”, come dice la parola stessa. La concorrenza non è una guerra, come spesso la vediamo, ma uno stimolo, una provocazione per migliorare confrontandosi con il lavoro degli altri. Il concorrente non è un nemico, ma uno che correndo insieme a me, mette in luce i miei pregi e difetti».

    Avete artigiani da tutto il mondo?

    «Sì, da noi vengono ormai dai cinque continenti, anche dai luoghi di guerra. Abbiamo 15 iraniani che sono riusciti a partire malgrado il conflitto in corso. Abbiamo israeliani e palestinesi. Abbiamo siriani, africani, asiatici, latinoamericani, molti dei quali da Paesi in preda a queste guerre che ormai dilagano in tutto il mondo. Sono persone che arrivano qui con il desiderio di creare qualcosa di positivo e di bello, per resistere alle incertezze sul futuro grazie al proprio lavoro».

    «L’anno scorso sono venuti all’anteprima d’estate 200 mila visitatori, è stato già un bellissimo risultato, ma la manifestazione era alla prima edizione e quindi ancora poco conosciuta. Quest’anno ne verranno senz’altro di più, noi siamo molto speranzosi, perché c’è una certa fidelizzazione. Come stanno crescendo i nostri artigiani, che quest’anno sono il 20% in più dell’anno scorso, crescerà sicuramente il nostro pubblico».

    «Certamente. L’esperienza proposta ai visitatori è un percorso tra continenti ma anche fra tutte le regioni italiane, da Nord a Sud dello stivale, tra tessuti e abiti leggeri, gioielli

    Forza del lavoro

    «È importante riuscire a instaurare un clima in cui le persone vedono il bene negli altri»

    ispirati alla natura, creazioni artistiche luminose, soluzioni di design per la casa e l’outdoor, accessori per il viaggio e il tempo libero. Ci sarà anche un itinerario gastronomico che attraversa specialità regionali italiane e cucine dal mondo, ospitate nelle otto Piazze del Gusto tra i vari padiglioni».

    «Sono molto colpito dall’interesse sempre più marcato per i prodotti in sintonia con la natura, creazioni sostenibili all’insegna dei materiali naturali, cosmetici e alimenti biologici, che cercano di ridurre il più possibile l’impronta dell’umanità sul pianeta. Sono queste le creazioni che attraggono di più anche il favore del pubblico, che privilegia sempre più la sostenibilità nei suoi acquisti».

    9.7.25

    Arunima Sinha è una giovane atleta indiana che ha subito schiaffi dalla vita . ma si è sempre rialzata

                                                                     da facebook

     Arunima Sinha è una giovane atleta indiana, piena di sogni. Ha giocato a pallavolo a livello nazionale e sta cercando di entrare nelle forze armate, come previsto in India per chi eccelle nello sport. Ha 23 anni e una strada chiara davanti a sé: servire il Paese, diventare qualcuno, rendere orgogliosa la sua famiglia. Ma tutto cambia in una notte.Nel 2011 sta viaggiando in treno per recarsi a un esame d’ammissione. È sola. Durante il tragitto, un gruppo di uomini sale sul vagone per rapinare i passeggeri. Le chiedono soldi e la catenina che porta al collo. Lei si rifiuta, opponendosi con dignità. In risposta, quei criminali la spingono giù dal treno in corsa.Cade sui binari e, pochi istanti dopo, viene investita da un altro treno. Le ruote le tranciano la gamba sinistra. Rimane distesa lì, sanguinante, tra le pietre e le traversine, per tutta la notte. Alcuni racconti dicono che provi a tenersi sveglia contando le stelle, unico modo per non perdere conoscenza. Quando viene finalmente soccorsa, le condizioni sono critiche. La portano in ospedale e le amputano una gamba. Seguono infezioni, dolori lancinanti, depressione. E, come se non bastasse, inizialmente alcuni giornali mettono persino in dubbio la sua versione dei fatti.Ma Arunima, in quel letto d’ospedale, prende una decisione. Quella tragedia non sarà la fine della sua storia. Sarà l’inizio. Mentre è ancora in cura, legge un libro su Edmund Hillary e Tenzing Norgay, i primi a scalare l’Everest. In quel momento prende una decisione che suona come pura follia: scalerà il tetto del mondo. Con una gamba sola.Riacquista lentamente forza e mobilità. Si rivolge a Bachendri Pal, la prima donna indiana ad aver raggiunto l’Everest, che decide di allenarla. Arunima inizia così il suo percorso: dalle colline più basse dell’Himalaya ai picchi sempre più alti, imparando tutto da zero. Cade molte volte, si fa male, ma non si ferma mai. Ha una protesi di metallo alla gamba e una determinazione che nessun dolore riesce a incrinare.Dopo oltre un anno di preparazione, nell’aprile del 2013, parte per la spedizione più importante della sua vita. Ogni passo verso la cima è una lotta contro il freddo, l’altitudine, la mancanza d’ossigeno. Ma anche contro il ricordo di quella notte che l’aveva spezzata. Il 21 maggio 2013, Arunima Sinha raggiunge la cima dell’Everest. Pianta la bandiera indiana e un cartello in memoria di sua madre. In quell’istante, l’intera India la guarda con occhi diversi. Non più come una vittima, ma come una conquistatrice.Dopo l’Everest non si ferma: scala le vette più alte di tutti e sette i continenti, diventando la prima donna amputata al mondo a farlo. Fonda un’organizzazione per aiutare le donne vittime di violenza e ustioni. Porta la sua storia nelle scuole, nei villaggi, ovunque possa accendere una scintilla. Parla con forza, senza mai vittimismo. Racconta come si può rinascere anche dopo essere stati spezzati in due.“Non voglio essere ricordata per ciò che ho perso, ma per ciò che ho fatto con ciò che mi è rimasto.”

    6.4.25

    targa speciale degi alfieri della repubblica a una classe del Parini di Torino «Con gli occhi e un puntatore comunichiamo con il nostro compagno disabile»

    I media nazionali parlando degli Alfieri della Repubblica si sono dimenticati o hanno fatto passare in secondo piano questa notizia   co un  iccolo  trafiletto in cronaca o   in edizioni locali    notizie  come  qqueste .
     Lo so che dovrebbe essere una storia normale , ma in un paese in cui i ragazzi d'origine straniera , nati e che crescono qui , no hanno ancora pieni diritti , fa si che tale storia sia
    : « [...]   Storia diversa per gente normale \ storia comune per gente speciale [...] » ( cit De Andreiana ) . Infatti  enti bambini della attuale VB della scuola elementare Parini di Torino, tutti con background migratorio, sono stati nominati Alfieri della Repubblica con una targa dal Presidente Sergio Mattarella . 
      Leggo  tale  notizia  da msn.it  mi pare     corriere della sera  edizione  torino   l'articolo che  sotto riporto   




    La candidatura è partita dalle loro stesse maestre, colpite dalla solidarietà che si era creata in classe nei confronti di un compagno con una grave disabilità. 
    «So che il riconoscimento di Alfiere è individuale, ma nel percorso di crescita che queste bambine e bambini realizzano ogni giorno, come futuri cittadini italiani e del mondo, non posso sceglierne uno solo», ha scritto l’insegnante di sostegno Giorgia Rossino, segnalando la sua classe al Quirinale. «Io li guardo non solo con l’amore di una maestra, ma con la speranza nel futuro che loro possono regalare, nonostante tutti gli orrori che molti di loro sono costretti a sopportare».
    La notizia della nomina è trapelata nei giorni scorsi, diventata ufficiale con il comunicato della Presidenza della Repubblica. «È una storia eccezionale, unica, per le condizioni di questo bambino – commenta Massimo Cellerino, preside dell’Ic Torino II -, ma al contempo è anche esemplificativa del lavoro che le maestre fanno ogni giorno in questo istituto comprensivo per accogliere la diversità in ogni sua forma, che sia linguistica, culturale o fisica».
    Una storia che il Quirinale ha voluto premiare «per aver dato valore alla pluralità». Accanto ai 29 riconoscimenti per comportamenti individuali, il Presidente Mattarella ha conferito alla VB una delle 4 targhe per premiare azioni collettive di giovani e giovanissimi, anch’esse espressione dei valori di solidarietà, inclusione e accoglienza.
    «I bambini della VB provengono da ogni parte del mondo: Marocco, Egitto, Bangladesh, Senegal, Perù e Cina. Ciascuno di loro, pur avendo alle spalle vissuti talvolta complicati, si prende cura con amore e dedizione di un compagno di classe con disabilità», è scritto nella motivazione ufficiale. «Tutti hanno imparato a usare il puntatore oculare con cui lui comunica, tutti sanno cosa può e cosa non può mangiare o bere il compagno. Nei corridoi si scatenano con la sedia a rotelle spronandolo con il loro affetto genuino e proteggendolo da sguardi o parole indiscreti. A scuola stanno imparando una delle lezioni più preziose: il valore della diversità e della pluralità».
    L’Ic Torino II ha in media il 75% di alunni «nuovi italiani», con punte tra l’80 e il 90% nel plesso Parini di corso Giulio Cesare in zona Aurora. «I nostri alunni sono dei piccoli grandi eroi perché senza le stesse possibilità di altri compiono giornalmente, insieme ai loro genitori, piccoli grandi miracoli», commentano le maestre ancora frastornate dal riconoscimento. «A scuola coltiviamo l’educazione civica tutti i giorni, non solo parlando ma dando l’esempio di civiltà, democrazia, partecipazione e rispetto per l’essere umano di qualunque colore sia».


    23.2.25

    L'ex campione di motocross Toccaceli: «Paralizzato dal collo in giù a 23 anni: uso il joystick col fiato. E faccio il coach per Valentino Rossi»

    dopo il  post    su L'Heysel  ed  il  ricordo   di  chi c'era   sia  come  giocatore  sia  come  tifoso   , ecco  un altra  storia     che  unisce  sport  e    disabilità. La storia  dell'ex campione di motocross Bryan Toccaceli  ora paralizzato   dal  collo  in  giù .Ma  che ha  mantenuto intatta la  passione  e efa  il coache  per  Valentino 


    L'ex campione di motocross Toccaceli

    Cosa sta ascoltando?

    «Cremonini, il nuovo cd. Mi piace molto, sto facendo un ripasso generale delle ultime canzoni perché a giugno andrò al concerto. Non ero mai riuscito a trovare il biglietto, per noi persone con disabilità ce ne sono sempre pochi».

    Bryan Toccaceli abbassa il volume per farsi sentire meglio. Lo fa senza alzarsi e senza muovere un braccio o un dito. Non può, il suo corpo è completamente paralizzato dal collo in giù, è così da quando aveva 23 anni: «Ne sono passati già sette dall’incidente, mi sembra ieri. Era l’1 maggio, il giorno prima del mio compleanno».

    Campione di motocross, poi cosa è successo?

    «Ero passato all’enduro, la domenica avrei avuto la prima gara del campionato italiano. Quel giorno era festa e la mattina andai ad allenarmi insieme ai miei amici. Succede che la moto si spegne. La spingiamo fuori dal bosco, la porto a casa, la smonto e cambio tutto quello che potevo cambiare. Era saltato un fusibile, lo sostituisco».

    E poi?

    «Faccio qualche giro di prova intorno a casa, la moto andava bene. Vado al crossodromo di Baldasserona per capire se avrebbe risposto bene ai salti e alle vibrazioni. Arrivo alla pista, faccio un paio di giri. Sembra tutto a posto. "cavolo, stamani non mi sono allenato. Già che ci sono faccio qualche manche", mi dico. Rientro, faccio il primo giro. Ma a metà del secondo, durante un salto, la moto si spegne di nuovo. Improvvisamente».

    Da lì cosa ricorda?

    «Una volta a terra non riuscivo più a respirare. Mi sono agitato molto, un amico si avvicinò prendendomi la mano. "Stringila, stanno arrivando i soccorsi”. Ci provavo, ma non riuscivo. Da lì il buio».

    Quando riapre gli occhi?

    «Cinque giorni dopo, al Bufalini di Cesena. Mi avevano sedato, avevo avuto degli arresti cardiaci. Poi due operazioni e i problemi di respirazione. Per i dottori sarei dovuto restare per sempre attaccato all'ossigeno, ma mi imposi. "Non lo voglio più". E oggi è solo un ricordo». 

    Quando ha realizzato che non si sarebbe più mosso?

    «All’inizio pensavo si trattasse di una frattura che si sarebbe risistemata. In fin dei conti avevo diversi amici sulla sedia a rotelle. "Loro le braccia le muovono, guidano le macchine, fanno tante altre cose”, pensavo. Spronavo i dottori ad aumentare le ore di palestra illudendomi che sarebbe servito a qualcosa. Loro hanno cercato di farmelo capire giorno dopo giorno: "Bryan, hai una lesione completa del midollo”. Muovo solo un po’ le spalle, ogni tanto mi chiedo. "Perché a me? Perché così tanto?"».

    Tanti piloti le sono stati vicino, compreso Valentino Rossi.

    «In molti sono venuti a trovarmi e anche lui si era informato per farlo in modo segreto, così da evitare la calca. Ma decideva un orario e dopo mezz’ora lo sapeva già tutto l’ospedale. Quindi organizzò un grande pranzo a casa sua».

    Oggi lavora per lui.

    «Nel 2021 mi chiamò. "Ti andrebbe di diventare il coach della VR46 Academy?". Lo andavo a vedere spesso quando coi suoi allievi girava al Ranch di Tavullia. Sono tutti appassionati di motocross e il mio compito consiste nell’aiutarli nell’impostazione di guida e non solo. Ma ne hanno poco bisogno, si vede che sono dei professionisti. Hanno una maniacalità nel setup della moto fuori dal normale. Anche alla PlayStation».

    Alla PlayStation?

    «Col primo joystick usavo il mento, poi ne ho ordinato uno più avanzato dall'America e con la bocca cambio le marce. Poi invece dei tasti uso il fiato: soffio per una cosa, doppio soffio per un'altra e così via. Sfido Valentino, Pasini e Mauro Sanchini ad IRacing, un simulatore di guida. Girano forte, è tosta. Ogni tanto faccio da tappo, ma non mi faccio passare». 

    Cosa le manca della vita di prima?

    «Le moto erano diventate una pugnalata, oggi le guardo con più leggerezza. Mi sentivo osservato, ma ci ho fatto l’abitudine. Il dipendere da altri mi fa arrabbiare. “Mi puoi grattare il naso?”, all’inizio lo chiedevo solo ai miei genitori. Se avevo bisogno di bere un sorso d’acqua ed ero solo coi miei amici, piuttosto restavo a secco».

    Ha ereditato la passione per i motori da suo padre. Si è mai sentito in colpa per quello che è successo?

    «Il fatto che abbia reagito bene fin da subito lo ha aiutato. E poi chi sceglie di correre sa sempre che quando scende in pista potrebbe essere l’ultima volta».

    E lei si sente mai in colpa nei confronti dei suoi genitori?

    «Ho stravolto la loro vita. Potevano fare viaggi, andare in vacanza. Invece devono restare a casa per me e io a questa cosa ci penso, non c’è niente da fare. Mia mamma faceva la cuoca nelle scuole, poi è stata quattro anni con me grazie alle ferie solidali di colleghi e amici. Ora è tornata a lavorare, mentre papà – gommista – è andato in pensione».

    Il 2 maggio farà 30 anni.

    «Ogni 1 maggio mi incupisco, guardo le lancette dell’orologio e con la testa torno al momento dell’incidente. Ma i miei amici bussano, entrano in casa e mi portano via di peso. "Tanto non puoi opporre resistenza", scherzano. Da poco siamo stati a un addio al celibato a Barcellona, è stato il mio primo viaggio sulla sedia a rotelle».

    E l’amore?

    «Ci credo ancora ma non ne sento la mancanza. Una volta pensavo di dover avere tutto per essere felice, oggi anche una chiacchierata a casa mi fa stare bene».

    È vero che ama i bambini?

    «Sogno di aprire una scuola per giovani piloti, mi sono anche informato per prendere il patentino da istruttore. Prima dell’incidente avevo già avuto un’esperienza simile, quando li vedevo agitati prima delle gare mi piaceva tranquillizzarli. Purtroppo il mio incidente ha spaventato un po’ tutti, in molti hanno venduto le loro moto».

    E suo figlio lo metterebbe su una moto?

    «Sì, perché mi ha fatto vivere emozioni bellissime». 

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