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1.3.26
VALENTINA TOMIROTTI DENUNCIA L’IA CHE CANCELLA LA DISABILITÀ: “LA MIA IMMAGINE NON È UN ERRORE DA CORREGGERE”
interrogativi profondi sul rapporto tra tecnologia, inclusione e rappresentazione dei corpi. Dopo aver caricato una propria fotografia su un’app diventata virale sui social, incuriosita dalla promessa di migliorare immagini vecchie o sfocate, ha ottenuto un risultato che definisce “agghiacciante”. L’intelligenza artificiale non si è limitata a ottimizzare la qualità della foto: ha cancellato completamente la sua disabilità fisica e motoria, eliminando la carrozzina e modificando la sua conformazione corporea. Nelle immagini generate, il suo corpo è stato “normalizzato”, reso filiforme, privo di quei tratti che fanno parte della sua identità. Secondo Tomirotti, non si tratta di un semplice errore tecnico ma di un segnale più ampio. L’algoritmo, addestrato su milioni di immagini provenienti dal web, tende a riprodurre e rafforzare standard di bellezza stereotipati, spesso escludendo o invisibilizzando la disabilità. Un meccanismo che rischia di alimentare modelli culturali pericolosi, dove ciò che esce dalla norma viene corretto o cancellato. La giornalista sottolinea come il problema si sviluppi su due livelli. Da un lato quello personale: per chi fatica ad accettare la propria immagine o vive una percezione distorta di sé, vedere una versione “aggiustata” e normalizzata può avere effetti devastanti sull’autostima. Dall’altro quello sociale: la disabilità è ancora poco raccontata e spesso marginalizzata nello spazio pubblico, e un’intelligenza artificiale che elimina sedie a rotelle o modifica i corpi contribuisce a rafforzare questa invisibilità. Tomirotti evidenzia come gli algoritmi riflettano inevitabilmente l’immaginario collettivo da cui sono stati alimentati. Se i database sono composti prevalentemente da immagini che privilegiano corpi conformi a determinati canoni estetici, il risultato sarà una tecnologia che replica quegli stessi pregiudizi. La sua denuncia non è una battaglia contro l’innovazione tecnologica, ma un invito a interrogarsi sulla direzione che si sta prendendo. “Io non ho bisogno di essere ritoccata per esistere. La mia immagine reale non è un errore”, afferma, sollevando una domanda più ampia: che tipo di società stiamo costruendo se la diversità viene percepita come qualcosa da correggere? L’ALGORITMO E LO SGUARDO: LA SFIDA DELL’INCLUSIONE NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE La vicenda raccontata da Valentina Tomirotti non riguarda soltanto una fotografia modificata. È lo specchio di una tensione culturale che attraversa il nostro tempo: il conflitto tra progresso tecnologico e rappresentazione autentica della realtà. L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come neutrale, oggettiva, capace di analizzare dati senza pregiudizi. Eppure ogni algoritmo nasce da scelte umane: dai dataset selezionati, dai parametri impostati, dalle priorità stabilite in fase di progettazione. Se l’immaginario dominante è costruito su standard ristretti di bellezza e normalità, la tecnologia non farà che amplificarli. Il rischio non è soltanto estetico. Quando un sistema “aggiusta” un corpo disabile, il messaggio implicito è che quel corpo sia un errore, una deviazione da correggere. È una forma sottile ma potente di esclusione, che può incidere sulla percezione individuale e collettiva della diversità. In una società che fatica ancora a rappresentare pienamente la pluralità dei corpi e delle esperienze, l’IA diventa un moltiplicatore di ciò che già esiste. Se la disabilità è poco visibile nei media, negli spazi pubblici e nelle narrazioni dominanti, rischia di esserlo ancora meno nei mondi digitali generati dagli algoritmi. La questione sollevata da Tomirotti invita a una riflessione più ampia: l’innovazione non può essere separata dall’etica. Investire risorse nello sviluppo tecnologico significa anche interrogarsi su inclusione, rappresentazione e responsabilità sociale. Non basta rendere le immagini più nitide o più “belle”; occorre chiedersi quali corpi e quali storie stiamo scegliendo di mostrare. Forse la vera rivoluzione non sta nel perfezionare i volti nelle fotografie, ma nel cambiare lo sguardo con cui osserviamo la realtà. Accettare la diversità non come eccezione, ma come parte costitutiva dell’esperienza umana. Perché un algoritmo può riflettere i pregiudizi di una società, ma può anche diventare uno strumento di trasformazione. Dipende dalle scelte che compiamo oggi, dal coraggio di includere, dalla volontà di costruire un futuro in cui nessuno debba essere “corretto” per essere riconosciuto.
23.1.26
omologazione linguistica per chi vuole aderire alla Ue
unione sarda 22\1\2026
Ma è possibile che a fare tali discorsi siano solo la destra ( a livello politico\ partitico ideologico ) o i populistri e i qualunquisti ⁎
⁕ https://copilot.microsoft.com/shares/pages/vtPmuaHnM1uLZsCkTpwMP
4.1.26
Il peggior Zalone ? Recensione di Buen Camino
Almeno negli altri si rideva , qui no e se si ride lo si fa per non piangere cioè non ride spontaneamente ma forzatamente . Infatti non biasimo questa recensione \ stroncatura
1. La nuova tappa di un sodalizio che funziona
Il sodalizio tra Checco Zalone e Gennaro Nunziante prende avvio nel 2009 con Cado dalle nubi, film che inaugura una collaborazione destinata a cambiare per sempre la commedia italiana. Seguono Che bella giornata (2011), Sole a catinelle (2013) e Quo Vado? (2016), tutti capaci di stabilire un nuovo record al botteghino. L’unica eccezione è Tolo Tolo (2020), girato come detto dallo stesso Zalone, che pur dividendo critica e pubblico si è comunque confermato campione d’incassi. Ora con Buen Camino la coppia Zalone-Nunziante si è finalmente ricomposta, confermando un’intesa che, film dopo film, ha dimostrato di funzionare senza perdere efficacia.
Anche questa volta, infatti, Buen Camino mescola avventura e comicità, con i cliché italiani calati in un contesto internazionale e con quella vena tragicomica che da sempre caratterizza i titoli di Checco Zalone. Nei suoi film, dopotutto, convivono tre livelli diversi di comicità - dal linguaggio deformato alla maschera riconoscibile del personaggio fino all’equivoco della situazione - disposti come in un vero e proprio spartito, con i tempi e i silenzi di una partitura musicale. È questa precisione artigianale, che Nunziante e Zalone curano fin nei minimi dettagli, a trasformare ogni battuta in un colpo sicuro e ogni film in un appuntamento irrinunciabile per il pubblico italiano.
2. La redenzione proposta da (tutti) i film
Il filo rosso che attraversa tutti i film è il personaggio di Checco Zalone (dal dialetto barese "Che cozzalone"), maschera di Luca Medici: sempre uguale a sé stesso, ma ogni volta immerso in contesti diversi, dall’aspirante cantante all’addetto alla sicurezza, dal padre disilluso all’impiegato aggrappato al posto fisso. Ed è qui che si colloca la vera unicità del suo cinema: Zalone non è la parodia dell’uomo medio, come spesso si sente dire. Innanzitutto perché non fa satira: quest’ultima, per sua natura, osserva dall’alto e giudica, smascherando i difetti ma senza mai condividerli. Allo stesso tempo non appartiene alla tradizione dei cinepanettoni, dove i vizi italiani non solo venivano esibiti, ma addirittura consacrati senza alcuna possibilità di redenzione.Franco Origlia//Getty Images
Checco sceglie un’altra strada. Si pone al di sotto dello spettatore, finge di non capire, di non sapere, di essere sempre più "inconsapevole" di chi guarda. È questa inferiorità ostentata che libera la risata, perché ci fa sentire - almeno per un attimo - superiori. Ma non basta. Nei suoi film c’è sempre un movimento finale che porta a una forma di riscatto, una piccola redenzione che scioglie gli errori messi in scena fino a quel momento. Così Zalone diventa piuttosto una sorta di esorcista dell’uomo medio: mostra i vizi degli italiani, li esaspera e ci fa ridere di essi, ma infine li neutralizza. È questo meccanismo, né satirico né puramente commerciale, a rendere irripetibile il suo modello di comicità.
3. Il rapporto padre-figlia al centro della storia
Non per ultimo, Buen Camino merita di essere visto anche per la trama e, in particolare, per il rapporto padre-figlia che mette in scena. Un elemento che, pur inserito all’interno di meccanismi comici spesso leggeri e spesso esasperati, riesce comunque a generare immedesimazione, andando oltre il mero registro della farsa. Anche la sceneggiatura, dopotutto, porta la doppia firma di Zalone e Nunziante e rimette al centro il personaggio-maschera di Checco, qui nei panni di un ricco e viziato erede di un impero di divani, abituato a ottenere tutto senza sforzo, privo di qualsiasi reale motivazione e così pieno di sé (e di ogni bene inimmaginabile) da risultare, in fondo, profondamene vuoto. Separato dalla moglie Linda (Martina Colombari) e concentrato solo su sé stesso, la sua vita viene improvvisamente sconvolta dalla misteriosa scomparsa della figlia adolescente Cristal (Letizia Arnò), evento che lo costringe ad abbandonare la sua esistenza dorata per mettersi sulle sue tracce. Tuttavia, presto scoprirà che la figlia è partita per il Cammino di Santiago, un pellegrinaggio che, da semplice sfondo narrativo, si trasforma in un pretesto simbolico per un viaggio interiore fatto di fatica, imprevisti, incontri, malintesi e, soprattutto, per un tentativo sincero di riparare quel vuoto esistenziale che lo contraddistingue e che, inevitabilmente, lo separa dalla figlia
15.5.24
La fretta, l’omologazione dei desideri e lo smarrimento esistenziale dei tempi moderni - Emiliano Morrone

Allora questo movimento di merci, dati e (ovviamente) capitali determina il dominio di un’antropologia, dell’homo emptor, cioè dell’uomo acquirente, che rimuove e sostituisce usi, costumi e tradizioni locali. Così svanisce il senso della famiglia e della tenerezza che la pubblicità «Dove c’è Barilla, c’è casa», del 1986, l’anno di Černobyl’, racchiudeva e traduceva in 60 secondi nel mostrare il salvataggio di un gattino sotto la pioggia da parte di una bimba con due trecce e l’impermeabile giallo, una Greta Thunberg ante litteram, che per cena ritornava dai genitori dopo aver perduto lo scuolabus e portava con sé quel piccolo amico. Prova a recuperarne il sentimento il recente spot del Mulino Bianco «C’è un mondo più buono», il quale mostra l’autista di uno scuolabus che, senza palesarsi, riporta a una bambina il proprio orsacchiotto, simbolo di tenerezza e fantasia in un mondo che, è il messaggio morale della pubblicità, avrebbe bisogno di credere e sperare, come indica l’occhio che uno spaventapasseri, in un campo di grano biondissimo, strizza al pupazzo della piccola. L’idea è geniale, il contesto è mutato e, a differenza del richiamato spot del 1986, in cui era solito, naturale, che una bimba desse casa e famiglia a un micetto abbandonato, oggi le buone azioni sono ben più rare e i gattini si possono acquistare come i pesciolini, i pappagallini o i criceti, quali riempitivi del vuoto domestico
1.8.23
Marco Ruffa, l'anarchico dei tatuaggi: "Serve più cultura e romanticismo"
Qual è lo stile che ti piace tatuare di più, quello insomma che ti dà maggiore soddisfazione?
Sono i tatuaggi grandi. Quelli grossi, perché mi piace andare a mano libera. Uno dei miei fari illuminanti è stato Hanky Panky, il tatuatore olandese Schiffmacher, che fra l'altro ho anche conosciuto. È un “pazzo” che, vedendolo lavorare, mi ha indirettamente insegnato come il tatuaggio debba essere una linea che entra nel corpo. Una linea semplice, pulita, veloce. Che puoi anche permetterti di sbagliare, perché poi dopo riempi con il nero. Personalmente, a me piace fare i tribali. Ho girato tutto il sudest asiatico: Borneo, Malesia, India, Indonesia. Sono andato a studiare queste tecniche abbastanza grezze, soprattutto in India, dove in alcuni posti tatuano in mezzo alla strada con zero igiene.
A questo punto, Ruffa mi indica una fotografia appesa a una parete.
Questa è Higan. Ho conosciuto questi indigeni sul fiume Skrang in Borneo. Ti racconto un episodio: sono arrivato il lunedì e non c'erano bambini nel villaggio. Dopo cinque giorni ho chiesto il motivo. Allora mi hanno portato nel villaggio principale, dove mi hanno mostrato la scuola con i banchi, i libri e i bambini che studiavano. “Possiamo insegnare a scacciare le scimmie ma i bambini vogliono andare nella civiltà e devono studiare”, mi hanno risposto i capi. Mi stavano dicendo che avere la conoscenza era un fattore importantissimo.
L'italiano medio pensa che il tatuatore sia una persona un po' rozza, quasi un criminale senza cultura..
Il tatuatore, se è veramente serio, se è un professionista, è una persona di altissima cultura. Perché il tatuaggio c'è da sempre, nasce nella storia dei tempi. I tatuatori sono persone con le quali puoi parlare ore di conoscenza, di antropologia.
Il centro di questo mestiere è l'uomo con i suoi sogni, le sue paure, insomma...
Esatto. Quando le persone vengono nel mio studio, è importante che lascino fuori l'ignoranza e si aprano. Perché io li tocco. Devono quindi raccontarmi le loro storie e capire l'importanza di ciò che stanno facendo: tatuarsi.
Essendo eterno, il tatuaggio non può essere una cosa stupida.
Certo. Molte volte mi capita di avere dei clienti attempati, 50-55 anni, che mi chiedono di rimettere in ordine alcuni loro vecchi tatuaggi. Io mi rifiuto, dico di no anche se potrei guadagnarci. E questo perché quel tatuaggio che mi chiedono di coprire era un momento di una loro storia risalente a tanti anni prima. Non bisogna mai rinnegare il passato. No remorse.
Hai iniziato a tatuare alla fine degli anni Ottanta, tra il 1988 e il 1989. Hai avuto come riferimento il grande maestro Gianmaurizio Fercioni. Poi chi altro?
Non solo lui. Anche Marco Leoni, Marco Pisa, Gippi Rondinella. I primi ad aver avuto il coraggio di iniziare questo tipo di lavoro.
Erano tutte persone che uscivano dall'Accademia delle Belle Arti...
Io faccio parte di un'idea proletaria, non sono figlio di persone ricche o di borghesi. Ho fatto fatica. Ho lottato per far capire che quella di fare il tatuatore era la mia idea. Ricordo che diverse volte mio papà mi ha portato a vedere il suo lavoro. Lavorava in una ditta: disegnava e vendeva le guarnizioni degli altiforni. Quando avevo 12-13 anni, lui tornava a casa e mi diceva che non gliele compravano. Sai perché? Perché funzionavano e quindi è morto arrabbiato. Voleva inoltre che facessi il suo lavoro. Io invece mi sono tolto questa sua rabbia.
Il mestiere del tatuatore è cambiato?
Certo. Sta seguendo il cambiamento del mondo globalizzato. Una volta c'erano tre o quattro studi di tatuaggi, adesso ce ne sono 300mila. Dentro questo numero ci sono anche giovani umili e in gamba, ma anche una grande fetta di sbarbati che vogliono soltanto fare “i fighi”. Servono poi determinate qualità. Noi tatuatori tocchiamo e facciamo male a persone che non conosciamo. Quindi loro si aprono e si raccontano. Siamo una specie di psicologi.
Tu dici che il fenomeno del tatuaggio si è globalizzato. C'è il rischio di una uniformazione, in senso negativo del termine, del tatuaggio?
Si è un po' perso il linguaggio dei tatuaggi. Sarà colpa anche della Torre di Babele. Alla fine tutti parlano in modo diverso. Mentre prima quei pochi tatuatori che c'erano parlavano allo stesso modo, forte e romantico, ora ognuno parla una lingua diversa. E rimarca il fatto che la sua sia la lingua più bella. Invece dovrebbe essere come una volta, con tanto romanticismo. Rispetto i tempi che cambiano, sia chiaro. Ho fatto il giudice di varie tattoo convention, e sto vedendo da vicino i cambiamenti del settore. Penso che, anche se qualcuno decide di disegnarsi un piccolo infinito sulla pelle, il suo gesto sia uguale a quello che decide di farsi un tatuaggio che ricopre l'intera schiena. In entrambi i casi stiamo sempre parlando di mettere un po' di nero sulla pelle. Bisogna solo fermarsi, andare piano. Dovrebbe rimanere una cosa delicata. E invece adesso anche il salumiere sotto casa mia ha chiuso la vecchia attività per fare quella di tatuatore. Con pessimi risultati, per altro, visto che ha già chiuso.
Hai citato tante volte la parola romanticismo. Cosa significa?
È semplice. È la risposta alla domanda sul perché ho scelto di tatuare. Quando ero ragazzino sono sempre stato un ribelle. Quando avevo dieci anni e vedevo gli uomini, ex galeotti o muratori, con addosso tatuata una rosa dei venti, ero affascinato. Quel disegno mi portava a Salgari, al viaggiare con la mente in altri posti. Penso che sia questa una delle cose più importanti. Romanticismo vuol dire anche convivere con dei sogni, gli stessi che poi, magari quando si avverano, non sono più belli. Ecco: il tattoo è un sogno che dovrebbe rimanere tale. Non dovrebbe essere realtà, anche se quel che faccio è reale. Il romanticismo sta all'inizio della realizzazione di un lavoro. È quel punto in cui ho davanti una persona che non ha tatuaggi e inizia a realizzare qualcosa di romantico e incredibile. Io non salvo vite. Non sono un medico. Però produco felicità e sogni.
Mi colpisce quello che dici perché oggi l'idea del tatuaggio è sempre più distante dal romanticismo e associata alla moda. Non serve una rieducazione al tatuaggio?
Domani verrà qui, nel mio studio, una ragazzina che è la figlia della mia prima fidanzatina. La madre mi ha telefonato per raccomandarsi: “Non sono d'accordo con la sua scelta. Convincila a fare un disegno non esagerato”. Mi chiama poi la figlia tutta entusiasta: “Non vedo l'ora di tatuarmi”. Vedi, il discorso del tatuaggio si pone all'interno della famiglia, nei rapporti tra figli e genitori e via dicendo. Secondo me riguarda anche un discorso di ribellione, fermo restando che adesso sono quasi più ribelli quelli che non hanno tatuaggi. Però, ripeto: anche avere solo un puntino, vuol dire essersi predisposto ad accettare il fatto che una persona che non conosci, il tatuatore, ti tocchi e ti faccia male.
Il tatuaggio è sempre stato un rito di iniziazione.
Oggi questo rito è andato perso. Io tatuo varie cose... Sono passato a fare disegni che riguardano le isole del Pacifico. Dopo anni che le ho riprodotte, le persone a cui le ho realizzate non sono mai state neanche sull'Adriatico. Per questo sono in un momento un po' di stasi. Sono un po' “stanchino”. Io tatuo tutti. Però, su dieci persone che entrano nello studio, io sono felice quando ce ne sono due o tre che vengono a chiedermi dei lavori, che rimarranno sulla loro pelle, e che sanno cosa vogliono e quello che fanno. Al giorno d'oggi la gente non sa cosa vuole.
Ti sei mai rifiutato di fare un tatuaggio?
31.7.23
OMOLOGAZIONE O AUTOCENSURA QUESTO è IL PROBLEMA
- CARA DEMOCRAZIA - FOSSATI
- linea gotica - C.S.I
- La tua Libertà" - FRANCESCO GUCCINI
- Oltre alla guerra MCR *
dopo l'ordine di aderire acriticamente alle regole della costosissima economia verde perseguendo il velleitario obiettivo di costringere la Terra, secondo certuni impazzita, a rinsavire; dopo l'istituzione della gendarmeria dei controllori, ora ha fatto irruzione il concetto dell'emergenza. Dichiarare uno stato d'emergenza consente al potere di imporre regole straordinarie limitative della libertà personale.cit tacitus unione sarda 30\7\2023
22.12.22
ogni natale i soliti gesti dei buonisti d'accatto che per non offendere le altre culture e religioni non festeggiano la natività
di cosa stiamo parlando
Ogni anno la solita rottura di ..... del il solito buonismo d'accatto che annulla le differenze . che ignora che anche i mussulmani stimano Gesu . Ci mancano le reazioni dei tradizionalisti ed exenofobici leghisti ma non solo .Ogni anno questa rottura di scatole! Se in Italia si festeggia il natale cristiano non vedo perché non si debba rappresentare e festeggiare la natività. Certo non sono i bambini ad offendersi, ma i genitori con chiusure mentali. Non capisco perché la scuola si debba preoccupare. Invece di rinunciare al proprio Natale dovrebbe festeggiare ANCHE le festività dei bambini musulmani o ebrei, quanto meno parlarne in classe. Questa è una rinuncia ipocrita. E dico tutto questo da atea convinta !
Infatti o cercare forme di coesistenza magari alternare all'interno di una recita il modo con cui lo festeggiano gli altri a quello nostro .
18.10.22
un altra vittima della dittatura del politicamente corretto Francesco Baccini accusato di sessimo: la sua risposta è al veleno. «Allora cancelliamo Vasco e De Andrè» Il cantante genovese è stato accusato di sessismo per la canzone Le donne di Modena, scritta oltre 30 anni fa
Anche se questa vignetta e l'articolo La dittatura del politicamente corretto non esiste, si tratta solo di marketing di Fumettologica che la contiene hanno ragione
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| Una vignetta di Zerocalcare da “La dittatura immaginaria”, pubblicata su Internazionale del 14/20 maggio 2021 |
La scure del politicamente corretto si è abbattuta anche su Francesco Baccini e su una delle sue canzoni più popolari, Le donne di Modena. A scoprire che il testo della sua canzone fosse accusato di sessismo, è stato lo stesso cantante a Sondrio, una volta salito sul palco del Premio letterario «Notte dei poeti», quando durante la consegna della targa, una ragazza del pubblico ha detto la sua opinione. Il j'accuse della ragazza, riguarderebbe il passaggio della canzone: « tutte fanno da mangiare, sanno cucinare, odiano stirare, e san far l’amore », cantata dal genovese ben 32 anni fa.
Baccini risponde
Prima di essere premiato, ho eseguito alcuni brani del mio repertorio e nell’introdurre ‘Le donne di Modena’ ho fatto una battuta dicendo che oggi forse avrei qualche problema a pubblicare un pezzo del genere perché potrei essere accusato di sessismo» racconta Baccini sulle pagine del Quotidiano Nazionale.
«C’era, ovviamente, dell’ironia nelle mie parole, ma, quando l’accusa è materializzata nell’aria per davvero, ho invitato la ragazza a salire sul palco e spiegarmi le sue motivazioni. Avrà avuto vent’anni e scandendo le parole come un automa mi ha detto di sentirsi offesa in quanto donna - detto ancora il cantante - Ho cercato di spiegarle che in realtà il testo mette alla berlina il gallismo italiano, ma niente da fare; come parlare col muro.
11.7.22
l'ennessima imbecillitta conformistica del politicamente corretto Basta grembiulini azzurri e rosa, dall’anno prossimo «sarà consentito solo l’uso del colore giallo»
DI COSA STIAMO PARLANDO
Pistoia, alla materna tutti con il grembiule giallo per la parità di genere. Pillon: «No ideologia sui bambini»
Basta grembiulini azzurri e rosa,dall’anno prossimo «sarà consentito solo l’uso del colore giallo», scrive il preside. Polemico il leghista Pillon
Un grembiule per combattere gli stereotipi di genere. Dal prossimo anno
i bimbi della scuola materna dell’istituto comprensivo
Salutati-Cavalcanti di Buggiano (Pistoia) indosseranno un grembiule
giallo senza distinzione tra alunni maschi e femmine. [....] segue su Pistoia, alla materna tutti con il grembiule giallo per la parità di genere. Pillon: «No ideologia sui bambini» - CorriereFiorentino.it4.9.14
IL quoka L’animale più felice del mondo che però rischia di estinguersi perchè l'uomo ne ha cambiato le abitudini da erbivoro a dipendente dal pane che gli da l'uomo
IL quokka messo in pericolo dalla passione per il pane. Vive in Australia, si muove saltellando come un canguro ma ha bisogno di alberi per nascondersi.
Si chiama quokka e vive in un piccolo angolo dell’Australia del Sud: è stato soprannominato "l'animale più felice del mondo" perché ha un'espressione che lo fa sembrare perennemente sorridente.
Mansueto, molto amato da grandi e piccini, è stato inserito nella lista delle razze a rischio estinzione a causa della sua golosità: a metterne in pericolo la sopravvivenza non sono tanto i predatori, quanto l’alimentazione.
Il quokka è un marsupiale erbivoro, ma avvicinato dagli umani ha scoperto un alimento di cui va ghiotto: il pane. È capace di mangiarne grande quantità, sempre col sorriso sul volto, che per la sua sopravvivenza possono essere letali. A nulla sinora sono valsi divieti e multe a chi glielo offriva. E il futuro dell'animale più felice del mondo adesso è davvero a rischio.
23.10.13
BASTA HALLOWEEN
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- “Basta con Halloween. Altro che festa celtica” dell’antropologa CECILIA GATTO TROCCHI (2002).
- http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2013/10/halloween-new-age-e-yoga-nella-black.html
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Ora molti \e di voi, magari facendosi ingannare dal titolo del post mi diranno che sono all'antica \ jurassico , probizionista .ecc.Ma io me ne frego perchè : chi mi conosce sa cosa sono realmente .
Essere quello che siamo è fantastico, perchè adeguarsi alle mode degli altri? Non siamo antiquati credetemi. Come popolo non siamo mai stati attaccati all'occulto, perchè inglobare nella nostra cultura questi simboli e tradizioni? La nostra è una via piena di luce non di oscurità e vogliano vedere chi ci sta di fronte e non baciare un entità nel buio.Rifiutiamo di accettare ad occhi chiusi quello che ci viene offerto sia come tradizione che come modo di vita, perchè a lungo termine non paga. >> su http://www.letterealdirettore.it/forum/testo/topic/9712-3.html . Un altro aspetto di haloween ops giorno dei morti che più mi da fastidio è questo
da www.greenstyle.it/ tramite http://oknotizie.virgilio.it/
Halloween si avvicina e, come tristemente riportato gli scorsi anni, si ripropongono i rischi per i gatti neri. Riti sacrificali, messe sataniche, torture dovute all’ingiusta fama che da secoli colpisce questi felini: anche per il 2013 l’associazione AIDAA chiede che sia mantenuta alta la guardia. E promette azioni di sorveglianza nelle località più a rischio.
sia che lo festeggiate alla vecchia maniera cme si faceva fino a qualche anno fa ( io che sono al generazione di mezzo ) ne ho sentito gli echi , sia che si festeggi seguendo la pagliacciata americana o religiosamente buon ponte del 31\10\2013 -1 e 2\11\2013
13.10.13
Iglesias Mamma si fa ladra per amore "Volevo mia figlia fosse felice"
2.8.13
eccessi di politicamente corretto Cuoca licenziata perché dà prosciutto a bimbo musulmano
Fausto Podda : << Ma non saranno tutte cazzate queste notizie? Messe ad arte per farci girare le palle? Non ci credo che i Britannici siano così stronzi, fosse successo in Italia ci avrei creduto di più.>>
Agosto 1, 2013 Elisabetta Longo
Per errore, la signora Waldock ha dato a un alunno una fetta di prosciutto. Dopo le lamentele dei genitori, viene cacciata
8.9.12
quando l'incultura diventa cultura il caso dei lucchetti dell'amore di Moccia [ reprise \ parte 2 ] ]
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i lucchetti dell’amore da Ponte Milvio. Stanno meglio al museo. Il
comune di Roma ha deciso di trasferire la ferraglia che appesantisce il
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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