Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta vecchiaia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vecchiaia. Mostra tutti i post

15.4.26

Felice Maniero, ex boss ora. solitario e triste «Non rifarei il bandito» L’ex boss, le rapine, la malattia: il tesoro di 30 miliardi non c’è più



da il. Corriere della Sera. 15 apr 2026
                   Di Andrea Pasqualetto




Adesso vive in una casa di riposo. Ha 71 anni e un passato di rapine e clamorose evasioni. Trascorre le giornate dipingendo. Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta, si racconta: «Sono stato lasciato solo anche dai figli». Confessa che non rifarebbe il bandito. E rivela che il tesoro di trenta miliardi oramai

In un angolo della sala, seduto come un soldatino, c’è un signore che fissa l’unico quadro. È magro, pallido, silenzioso. Lo chiamano con un nome da bambino e fino a qualche tempo fa pochi qui sapevano che quest’uomo dall’aria mite, in realtà, è lui: il superboss Felice Maniero.

«Il mondo — sussurra indicando il quadro — il vulcano, la lava, l’inferno…». Chi è l’omino rosso sotto il vulcano? «Io». Un’anima dannata? «Sì».Lo sta dipingendo lui da qualche mese, un colpo di pennello al giorno, senza fretta. Maniero parla con un filo di voce, ogni tanto si alza e cammina lentamente e sembra possa cadere da un momento all’altro. Gli occhi sono carichi di malinconia, assorti in chissà quali pensieri. Di tanto in tanto accenna un sorriso guardando dalla finestra: «Bello qui». Ci sono degli alberi mossi dal vento.

Insomma, niente a che fare con il Felice Maniero che trent’anni fa era stato sorpreso veloce e pimpante all’hotel Principe di Savoia, 5 stelle lusso di Milano, dove soggiornava per qualche giorno in barba alle prescrizioni di legge. «Felice Maniero?». «Chi sei tu?». «Giornalista». «Vieni con me», disse in un baleno conoscendo bene il rischio che stava correndo se la notizia fosse circolata. Quello era il Maniero dall’inconfondibile frangetta, l’espressione furba e il pensiero veloce che lo portò a decidere in pochi giorni di scrivere un libro autobiografico, «Una storia criminale», la storia cioè di un bandito diventato il capo indiscusso della Mala del Brenta, la più potente, feroce e sanguinaria organizzazione malavitosa mai esistita al Nord. Basti un numero: 400 uomini fra ladri, rapinatori, biscazzieri, sequestratori, spacciatori, trafficanti e anche assassini. Erano gli anni Ottanta e Novanta e i crimini di Faccia d’angelo riempivano le pagine della cronaca nera, soprattutto quando metteva a segno il grande colpo, specialità della casa. Qualche esempio? La rapina al Casinò di Venezia, bottino due miliardi lire, quella all’aeroporto Marco Polo, 170 chili d’oro, e quella all’hotel Des Bains del Lido, 53 cassette di sicurezza ripulite di gioielli e denaro. «No me interessava i schei, giuro, quelli entravano e uscivano e se qualcuno ne aveva bisogno glieli davo, anche perché non erano miei — racconta fra un silenzio e l’altro — No, mi piaceva la sfida, se vincevo. Il resto era noia»E poi le clamorose fughe dal carcere: da Fossombrone facendo scavare dall’esterno un tunnel nelle fogne lungo 600 metri che arrivava sotto il penitenziario in un punto concordato; e da Padova simulando un trasferimento da parte di quattro uomini vestiti da agenti e carabinieri, amici suoi.Del superboss è rimasto quest’uomo fragile, invecchiato ben oltre i suoi 71 anni, che ritroviamo in una casa di riposo di cui non possiamo dire alcunché per ragioni di sicurezza. È solo. «Non vedo più neppure i miei figli e questa è la cosa che più mi fa male, mi mancano tanto, li sento quando chiamo io e loro rispondono per forza». Non vede i figli, non vede l’ex compagna Marta ed è comprensibile visto che l’aveva denunciato per maltrattamenti. E non vede neppure la sorella Noretta, anche lei vittima delle sue intemperanze. C’era una donna, Monica, una sua ex, che si appalesava di tanto in tanto ma ora ha smesso pure lei. Il solo che passa a trovarlo è un giornalista, Maurizio Dianese, grande esperto di Mala del Brenta, che ha pubblicato di recente «Come me nessuno mai», libro nel quale parla anche quest’ultimo Maniero che sta lottando contro la depressione e una forma di demenza senile. Qui Faccia d’angelo gioca a carte, passeggia, tira frecce di plastica con un arco. E dipinge. «Nell’arte vedo uno sfogo», dice e mentre lo dice suona il braccialetto elettronico che porta al polso.E pensare che un tempo lo sfogo erano le rapine, le Ferrari, la bella vita. «Se tornassi indietro però non rifarei il bandito... forse». Perché? «Non conviene, non ti resta niente». Nessuna questione morale: il bottino finisce, la vita costa e non conviene. «Ai ragazzi lo sconsiglio vivamente». Mentre consiglia l’arte che è sempre stata una sua passione. «Ecco, magari farei il mercante di quadri, in certi capolavori c’è una grandiosità… il Demoiselles d’avignon del Moma di Picasso è grandissimo, le emarginate, i poveri». Si è sempre vantato di essere comunista spacciandosi per novello Robin Hood, di certo se avesse le energie dei trent’anni tenterebbe il colpaccio al Moma. Il curriculum c’è tutto: un Velasquez, un Correggio, un El Greco e due Guardi trafugati dalla pinacoteca di Modena. «Li ho restituiti in cambio di una liberazione». Nella sua personalissima galleria sono entrati anche un De Chirico e due autoritratti di Picasso e di Van Gogh. «Li prendevo e li mettevo da mia zia a Campolongo. Mi piaceva accarezzarli, anche se poi li usavo come merce di scambio. Uno l’ho restituito per la liberazione di mio cugino Giulio». E gli altri? «Non ho più niente». Cioè? «Sono all’estero, per i figli», aveva detto a Dianese. Boh. Pare che il Van Gogh l’avesse comprato all’asta per 650 milioni di lire quarant’anni fa. Ora varrà milioni di euro. «L’ho venduto». Non aggiunge altro, anche perché sa bene che tutto ciò che dichiara di possedere gli verrebbe sequestrato. Quindi, non si sa, e bisogna fare i conti con il fatto che la prodigiosa memoria di un tempo ora è quel che è, tanto che gli stanno nominando un amministratore di sostegno.

Dicono che abbia finito i soldi: «Non li ho finiti, ne ho meno», insorge con l’orgoglio del boss che non vuole riconoscere di essere finito sul lastrico. C’è ancora il tesoro di Maniero? «No, quello non c’è più». Erano una cinquantina di miliardi? «Nooo, meno, una trentina, ma non li contavo». Il più bel periodo della vita? «Quando facevo l’hippie in Inghilterra a 15 anni, zero schei, autostop, dormivo per strada e andavo a caccia dei Jethro Tull, dei Genesis, dei Black Sabbath. Paranoid, meraviglia. Per un annetto e mezzo sono sparito lì».

E il più bel ricordo da boss?

”La studentessa morta Nell’assalto a un treno morì una studentessa, ho pagato troppo poco per la sua fine. I delitti? Non mi pento, con i traditori era la nostra regola

«La rapina al Casinò di Venezia, che colpo, che felicità, quel giorno li avevamo sbancati noi». Il più brutto? «La morte di mia mamma in novembre… e quella di Elena (sua figlia, morta suicida nel febbraio 2006, ndr), non saprei quale è peggio...». Silenzio, gli occhi si inumidiscono, scuote la testa. Si sente solo il rumore del vento.

Cambiamo discorso, con Marta com’è andata? «Sono tre anni che non la vedo… Finiti i lussi finito l’amore, ma con lei non è mai stato vero amore. L’unica donna di cui sono stato innamorato è un’altra. Si chiamava Barbara, morta in un incidente sul ponte della Libertà». Pentito di qualcosa? «Di qualche errore». Tipo? «Il furto del mento di Sant’antonio, le reliquie non si toccano... e dell’assalto al treno dove morì la studentessa. Ho pagato troppo poco per la sua morte». Nessun pentimento invece per i sette omicidi che ha confessato: «Chi tradiva la banda pagava con la vita, era la nostra regola». Ora ha in piedi ancora due procedimenti, uno a Pisa per i maltrattamenti della sorella, la sola peraltro ad aiutarlo in questo periodo. E uno a Brescia per il fallimento della sua azienda di depurazione dell’acqua. Processi ai quali non è nelle condizioni di partecipare. «Non mi interessa». Chi è oggi Felice Maniero? «Quest’uomo che vedi, niente di speciale». Si alza aiutandosi con le mani, muove qualche passo, barcolla e se ne va.

17.12.25

Emergenza medici, nel sud dell’Isola un drappello di veterani ancora in servizio: «Il riposo può aspettare» Al lavoro anche se in età di pensione .,


Anche la vecchiaia è vita
 Essa non indica soltanto l'esaurirsi di una sorgente dalla quale non sgorga più nulla , bensì è essa stessa vita, con una propria configurazione e in proprio valore
          ( Romano Guardini )

unione  sarda 16\12\2025   estratto 


Emergenza medici, nel sud dell’Isola un drappello di veterani ancora in servizio: «Il riposo può aspettare»Al lavoro anche se in età di pensione: gli over 70 che non hanno deposto il camice bianco sono una piccola e fondamentale pattuglia sul territorio

Emergenza medici, nel sud dell’Isola un drappello di veterani ancora in servizio: «Il riposo può aspettare»Al lavoro anche se in età di pensione: gli over 70 che non hanno deposto il camice bianco sono una piccola e fondamentale pattuglia sul territorio

(foto (Ansa)



Il dottor Paolo Piras è un medico di famiglia in servizio permanente effettivo, praticamente un veterano. Settantaquattro anni, natali a Seui, è in pensione dal febbraio 2021 e ha risposto sì alle chiamate dell’Asl di Cagliari e di Lanusei. «Non ho fatto domanda per restare al lavoro, mi è stata chiesta la disponibilità». Non ha mai smesso di lavorare un giorno, e oggi, nel suo ambulatorio di Sadali, continua a ricevere i pazienti del paese e del territorio.
Lui è uno dei medici over 70 che non hanno deposto il camice bianco. Sono una piccola pattuglia in tutto il sud Sardegna, l’area più popolosa che, sulla mappa desolante delle 470 sedi vacanti in tutta la regione, conta decine di ambulatori chiusi e decine di migliaia di persone (470mila in tutta l’Isola) senza medico di base.
LA MAPPA – Una desolazione che – per restare nel versante meridionale - va dal Sulcis Iglesiente (1.500 pazienti non coperti solo tra Giba e Piscinas) ai paesi del Medio Campidano, dai paesi intorno a Cagliari fino al Sarcidano e alla Barbagia di Seulo. Territori in parte distanti dagli ospedali e dai pronto soccorso, con una popolazione anziana e quindi con un carico di malattie croniche che richiederebbero migliore assistenza. Dopo che la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso del governo contro la legge regionale (prorogata per tutto il 2026) che dà modo alle Asl di richiamare in servizio i medici di base in pensione (o chiedere di restare a quelli prossimi alla quiescenza) per fronteggiare i vuoti dell’assistenza, i dottori più anziani restano una risorsa fondamentale per scongiurare il collasso definitivo delle cure primarie. Ancor più perché – a fronte del numero enorme di pensionamenti, che entro il 2030 conterà in Sardegna l’uscita di almeno 600 camici bianchi – i giovani non scelgono più questa specializzazione, e i pochi che ci sono rifiutano le sedi disagiate.

.....

2.6.15

Youth - La giovinezza, di sorrentino più addatto come corto che a un lungometraggio ?




ti potrebbero interessare
http://www.mymovies.it/film/2015/inthefuture/rassegnastampa/






nonostante alcune pecche come per esempio la lunghezza eccessiva Infatti secondo Idee buone per un corto,  come dice    questa  mezzo stroncatura    di un utente  su mymovies.it

<< Ma nel giro di due ore, l’abilità tecnica e i virtuosismi di Sorrentino hanno , almeno per chio dovesse vedere per la prima volta uno dei suoi film , da sole la pretesa di riempire il vuoto. l’abilità tecnica e i virtuosismi di Sorrentino hanno da sole la pretesa di riempire il vuoto. I suoi cortocircuiti stranianti, con un registro che è abile nel tenersi per buona parte sulla superficie delle cose, per poi focalizzarsi su durezze improvvise, è ormai maniera. Quello che era peculiare distinzione in “La grande bellezza” e ne “Il divo” diviene replica vacua, riproposizione neanche troppo ispirata di stilemi logori. Sequenze come il finto videoclip della popstar o il sogno acquatico iniziale a Venezia, sono decisamente orrende e in un profluvio di discorsetti tra il bacio Perugina e un Woody Allen inacidito e stanco, spiace che alcuni passaggi, belli e strazianti (il discorso di Lena al padre durante la cura dei fanghi, il gioco al massacro tra Caine e la Fonda, la visita di Fred alla moglie toccata dal “sacro segno dei mostri”) anneghino nel mare magnum della vacuità a buon mercato, terreno fertile della clap silenziosa, già pronta con un carpiato a difendere il proprio eroe >&gt







Ma questi difetti passano in secondo piano davanti ad Un incipit musicale spiazzante, una buona fotografia , una discreta ed a tratti sublime colonna sonora . Un film commovente e spiritoso che parla della vita e della morte e del tempo che passa con tutti i nostri dubbi ed i nostri perchè. La fantasia è seminata piene mani con risultati discreti . Molto onirico . Le immagini sono di una bellezza abbagliante e poi i paesaggi , i personaggi , le battute intelligenti e profonde . Certo gli attori contano e sono fenomenali , naturalmente Michael Caine , ma Harvey Keitel , Paul Dano ( idea : con quella faccia un " po' così " alter ego di Sorrentino in qualche futuro film ? ), Rachel Weisz non sono da meno e Jane Fonda nel suo cameo è perfetta : che coraggio accettare di farsi truccare per sembrare più vecchia . I comprimari tutti , perfino l'esagerato e claudicante falso Maradona, con l'aggiunta di una Miss Mondo intelligentissima sono azzeccatissimi. Ma il merito di tutto ciò è suo ,tutto suo, di Paolo Sorrentino un regista di livello mondiale , alieno ad ogni forma di provincialismo .Uno che rischiando e butta sempre il cuore ed anche la mente oltre l'ostacolo e vince sempre le suo SCOMMESSE . Ogni paragone con il passato è fuorviante . Nel nostro cinema aver avuto un passato fenomenale non ci vieta dal poter avere un presente altrettanto importante . Non nego e non mi vergogno di dire che alla fine del film ero commosso e che mi sono alzato quando , i titoli di coda , accompagnati da una colonna sonora vivace , moderna ma anche importante e colta sono finiti e si sono accese le luci . A parte certe scelte musicali moderne , io mi sarei concentrato di più sula musica classica o quantro meno classico a moderna magari immaginando scritte dall'ex direttore d'orchestra , magari per il film delll'altro protagonista , la colonna sonora era buona . Un film triste e nostalgico . secondo me è il prequel della grande bellezza . 
Molto bello . non certamente dei migliori di sorrentino ma guardabile e godibile almeno per chi nè abituato ai voli pindarici e alle scene oniriche . Le tre  stelle sono più   che meritate . Mi  ha  fatto esorcizzate il terrore  che m,i viene più    s'avvicinano , mancano  -8 mesi , i miie  40 anni  

Felice Maniero, ex boss ora. solitario e triste «Non rifarei il bandito» L’ex boss, le rapine, la malattia: il tesoro di 30 miliardi non c’è più

da il. Corriere della Sera. 15 apr 2026                    Di Andrea Pasqualetto Adesso vive in una casa di riposo. Ha 71 anni e un passa...