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20.1.26

non c'è solo la shoah \ olocausto nazista ma anche quello fascista prima con Il regime poi dopo il crollo con la repubblica sociale



   Se proprio  vogliamo ricordare  la  shoah  e l'olocausto  facciamolo  a  360  e ricordiamo   che esso   avvenne    da parte  di noi italiani  ( una  gran parte  d'essi )  . Infatti    un aspetto poco noto ma
fondamentale della Shoah in Italia: la rete dei campi di internamento ebraico istituiti dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI) a partire dal 30 novembre 1943, data in cui il ministro Buffarini Guidi firmò l’ordinanza di polizia n. 5. Ecco i punti principali:

  • Svolta repressiva: L'ordinanza prevedeva l’internamento di tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, e la confisca dei loro beni. Segnò un netto passaggio da misure discriminatorie a una vera e propria "caccia all’uomo".
  • Connessione con la deportazione: I campi provinciali istituiti dalla RSI fungevano da anelli di congiunzione tra l’arresto e la deportazione nei lager nazisti, in particolare passando per il campo speciale di Fossoli.
  • Mappa dei campi: Il libro di Carlo Spartaco Capogreco censisce 22 campi provinciali (da Verona a Perugia) e 5 campi preesistenti riattivati, distribuiti in zone isolate, spesso lontane dalle grandi città.
  • Strutture d’internamento: Le sedi adibite erano molto varie: ville, scuole, caserme, colonie, conventi e perfino sinagoghe o case di riposo ebraiche.
  • Organi esecutivi: L’internamento fu gestito dalla polizia ordinaria e, nelle grandi città, da corpi come la Guardia nazionale repubblicana, la milizia ferroviaria, e squadre irregolari come la banda Carità.
  • Rastrellamenti e deportazioni: Basati su elenchi del 1938 o su delazioni, gli arresti avvenivano per strada o in luoghi pubblici. I deportati furono almeno 7.000, circa un migliaio passati per i campi della RSI.

Infatti  Memoria e consapevolezza: La memoria di questi campi è rimasta marginale e  coltivata   da pochi   per decenni. Solo tra la fine degli anni '80 e '90, grazie a opere come Il libro della memoria di Liliana Picciotto, si è cominciato a riconoscerer  apertamente   il ruolo nella Shoah   da  parte  italiana

   

per     chi  volesse    approffodire       consiglio  quest   articolo    d'  avvenire  del 23\6\2025  



  Nei campi di Salò la mappa dello sterminio

                                      di Gianni Santamaria 



l 30 novembre del 1943 è una data poco nota nella storia della persecuzione e dello stermino degli ebrei italiani. Eppure fu uno spartiacque. In quel giorno, infatti, fu emanata dal ministro dell’Interno della Repubblica di Salò, Guido Buffarini Guidi, l’ordinanza di polizia numero 5, che destinava ai campi di concentramento tutti gli ebrei a prescindere dalla nazionalità e prevedeva la confisca dei loro beni. Dal giorno successivo cambiò, dunque, in modo decisivo la strada seguita sino ad allora dal fascismo sulla “questione ebraica” e iniziò una vera e propria “caccia all’uomo”. Con quell’atto furono costituiti i campi provinciali che afferivano al campo di concentramento speciale di Fossoli, nel Modenese dal quale partivano i convogli destinati ai luoghi di sterminio.Di questi luoghi e dell’ingranaggio di violenza e sangue di cui furono una ruota si occupa Carlo Spartaco Capogreco nel saggio I campi di Salò. Internamento ebraico e Shoah in Italia (Einaudi, pagine 448, euro 30,00) con cui lo storico prosegue e integra lo studio dedicato vent’anni fa ai Campi del Duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (uscito per lo stesso editore nel 2004 e tradotto in varie lingue). A Capogreco, che insegna Storia contemporanea all’Università della Calabria, si deve anche un pionieristico studio su Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista (Giuntina 1987), oltre che numerose monografie e contributi a opere collettive su Shoah, fascismo e Resistenza (Il partigiano Facio, Donzelli, 2007).L’idea che muove questo nuovo saggio, scrive l’autore nell’introduzione, è quella di dare «una mappatura territoriale complessiva, ancora mancante, dell’internamento ebraico attuato dalla Repubblica di Salò» e «delle sue connessioni con la deportazione dall’Italia, condotta dalle autorità di occupazione tedesche, nel quadro della “soluzione finale del problema ebraico”». Diversamente dall’internamento “di guerra” attuato da Mussolini a partire dal 1940, spiega Capogreco, questa direttiva riguardava tutti gli ebrei e non solo gli stranieri, considerati alla stregua di agenti nemici. E fu, di fatto, l’«ingranaggio» che connesse il regime collaborazionista nato dopo l’8 settembre al progetto nazista. «Non a caso venne salutato subito con compiacimento dai tedeschi, i quali, pur continuando a riservarsi la “titolarità” delle deportazioni, ritennero che esse sarebbero state certamente facilitate dalla disposizione di Salò sull’internamento autonomo degli ebrei». I repubblichini ebbero di fatto “carta bianca”, come testimoniano le centinaia di “fogli di traduzione” emanati dalle autorità italiane, conservati - non senza «lacune clamorose», nota lo studioso – negli archivi.Capogreco, dunque, ricostruisce la rete dei campi e i fili che li misero in connessione con l’attività di rastrellamento e poi di deportazione verso lo sterminio. Per effetto dell’ordinanza, campi provinciali vennero realizzati in ventidue delle cinquantotto province controllate dalla Repubblica di Salò: Asti, Borgo San Dalmazzo (Cuneo, attivo già dal 18 settembre in relazione alle prime, occasionali, azioni degli occupanti contro gli ebrei), Vercelli, Aosta, Calvari di Chiavari (Genova), Valle Crosia (Imperia), Bergeggi (Savona), Mantova, Sondrio, Venezia, Verona, Tonezza del Cimone (Vicenza), Vo’ (Padova), Monticelli (Parma), Reggio Emilia, Ferrara, Forlì. Bagni di Lucca, Marina di Massa (Apuania), Roccatederighi (Grosseto), Senigallia (Ancona) e Perugia. Allo scopo furono adibiti edifici i più disparati: ville, scuole, caserme, antichi manieri, alberghi, teatri, colonie marine o invernali, istituti religiosi cattolici e perfino sinagoghe e case di riposo ebraiche. Ad essi vanno inoltre affiancati cinque campi di internamento di civili preesistenti e riattivati allo scopo: Scipione (Parma), Bagno a Ripoli (Firenze), Civitella della Chiana (Arezzo), Pollenza (Macerata) e Civitella del Tronto (Teramo). Quelli del Sud come il già citato Ferramonti di Tarsia (Cosenza), erano ormai in mani alleate dopo lo sbarco in Sicilia. L’elenco – oltre a dare al lettore una plastica rappresentazione della diffusione capillare - fa capire anche che si trattava di luoghi lontani dalle grandi città, dove allo scopo funzionavano le prigioni. Come San Vittore a Milano, i cui prigionieri venivano condotti al binario 21 della stazione centrale con destinazione Auschwitz. I campi provinciali - ricorda l’autore – ebbero comunque un ruolo «considerevole» nella deportazione, contribuendo con un migliaio di deportati sui 7mila dalla Penisola tra 1943 e 1945. E questo nonostante il fatto alcuni rimasero per alcuni periodi pressoché vuoti, vista la discontinuità dei flussi e la ristrettezza dell’arco temporale in cui tali strutture operarono: si va dai pochi giorni del campo provinciale di Apuania agli otto mesi di quello di Padova. Deportazione e spoliazione furono attuate da diversi soggetti. Nella Rsi non da reparti ad hoc, ma dalla polizia ordinaria. Mentre nelle grandi città come Roma, Firenze e Milano agirono la Guardia nazionale repubblicana, la Milizia ferroviaria e confinaria, la polizia ausiliaria e anche gruppi irregolari, composti in gran parte da avanzi di galera, come la famigerata banda dello squadrista Mario Carità. I rastrellamenti si basarono sugli elenchi redatti nel 1938, sempre aggiornati, o su delazioni. E vennero eseguiti per strada, sui mezzi pubblici, negli ospedali o nei luoghi di culto.All’atlante dei lager italiani è dedicata la quarta parte del saggio (arricchito da un apparato fotografico, carte, grafici, schede e un’appendice di documenti e testimonianze). I primi tre (“Un nuovo invisibile ghetto”, “Dentro il cono d’ombra” e “Tutti stranieri e nemici”) trattano del regime persecutorio dopo il 1938, al primo inasprimento che toccò soprattutto gli ebrei stranieri e al successivo crescendo. Non mancano i ritratti di vittime di quella spirale d’odio. Come Mario Spagnoletto, ebreo romano che nella sua tragica vicenda incarna la continuità della politica razzista e antisemita del fascismo. Fu, infatti, internato una prima volta nel 1940 per «attività contraria agli intessi della Nazione» e poi deportato da Fossoli ad Auschwitz nel 1944. Alle testimonianze dei sopravvissuti, rese a fatica, pochi credettero, come scrisse Primo Levi. L’unica resa al processo Eichmann da un’italiana, Hulda Cassuto Campagnano, venne addirittura travisata in patria con l’intento di minimizzare il ruolo giocato nello sterminio. Dopo il 1961, in Italia si è dovuto attendere il biennio 1988-1989, cinquantesimo delle leggi razziali e caduta del Muro - e la successiva uscita del Libro della memoria di Liliana Picciotto Fargion (1991) - per una prima presa di consapevolezza. Oggi la storiografia e le tante iniziative sulla memoria stanno facendo progredire la coscienza civile nazionale su questi temi, contrastando l’onda negazionista che tuttora tracima dai social. Ma i campi di Salò, risultano ancora oggi «l’emblema di una memoria mancata e di una storia trascurata a lungo »

22.1.22

la soluzione finale e lo shoah -olocausto compiono 80 . Conferenza di Wannsee. dalla discriminazione e dalla persecuzione al genocidio ebraico e non solo


Come promesso nel post precedente ¹  ,  onde  evitare  di cadere  nella  solita retorica  celebrativa  lascio    che  a parlare  siano  questa  testimonianza   appello 

che   conferma  quello che  dicevo e provo  a dire  d'anni  nonostante  sia deriso    è  trattato come un passatista   e diffusore  di anticaglie , ovvero che la  shoah  e     l'olocausto  debbano essere  anche  se   con gradualità   insegnante    fin dalla  più tenera  età .


  e  i  fatti Conferenza di Wannsee     cui quest'anno  si  celebrano  gli  80 anni   ovvero quando    dalla discriminazione   "  semplice  persecuzione  "   si  è passati al genocidio  .  


  da   https://encyclopedia.ushmm.org/search?query=Conferenza+di+Wannsee&languages%5B%5D=it

Durante la Conferenza di Wannsee, tenutasi a Berlino nel gennaio 1942, le SS (la guardia speciale d'elite dello stato nazista) e i rappresentanti dei ministeri del governo tedesco stimarono che la Soluzione Finale (il piano nazista per l'eliminazione degli Ebrei d'Europa) avrebbe coinvolto 11 milioni di Ebrei, inclusi quelli di paesi in quel momento non occupati, come l'Irlanda, la Svezia, la Turchia e la Gran Bretagna. Molti degli Ebrei che vivevano in Germania e nelle zone europee occupate furono deportati tramite convogli ferroviari nei campi di sterminio situati nella Polonia occupata, dove vennero uccisi. I Tedeschi cercarono di celare le loro intenzioni riferendosi alle deportazioni come a "re-insediamenti a est"; alle vittime veniva detto che sarebbero state portate nei campi di lavoro, ma in realtà, a partire dal 1942, la deportazione significò per la maggior parte degli Ebrei un breve periodo di transito verso i campi di sterminio e poi la morte.

da  https://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_di_Wannsee

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Metodi provvisori di persecuzione e uccisione[modifica | modifica wikitesto]

«Soluzioni territoriali»[modifica | modifica wikitesto]

In verde l'area del Governatorato Generale dopo la campagna di Polonia, e in verde chiaro l'area aggiunta al Governatorato dopo l'operazione Barbarossa

Alla data dell'invasione nazista della Polonia, il regime hitleriano era riuscito a cacciare dalla Germania circa 250 000 ebrei; tuttavia con l'inizio della seconda guerra mondiale la Judenpolitik «entrò in una fase totalmente nuova e più radicale». Circa 1,7 milioni di ebrei polacchi si ritrovarono nei territori annessi al Reich e così nell'orizzonte mentale nazista nacque l'impellente necessità di trovare una soluzione a ciò che era percepito come un notevole problema[5].  Le soluzioni iniziali furono di tipo «territoriale», ovvero la deportazione organizzata e sistematica degli ebrei soggetti al controllo tedesco in una «riserva» situata alla periferia dei territori conquistati; tuttavia le difficoltà logistiche e l'impossibilità di deportare semplicemente gli ebrei in altri paesi confinanti rese impraticabile questo progetto. Successivamente, con la conquista della Francia e delle sue colonie nella primavera-estate 1940, fu lanciata una radicale idea di «soluzione territoriale», ossia quella di deportare tutti gli ebrei nella colonia francese del Madagascar. Secondo le stime, dai 4 ai 6 milioni di persone dovevano essere trasferiti sull'isola e sottoposti a un regime di polizia. Come affermò in merito Franz Rademacher, «referente per gli ebrei» (Judenreferat) presso il ministero degli Esteri, l'intenzione era quella di considerarli «ostaggi della Germania a garanzia della buona condotta dei loro compagni di razza americani» e, «in caso di azioni ostili degli ebrei statunitensi contro il Reich», prendere nei loro confronti i «necessari e adeguati provvedimenti punitivi». Il clima intimidatorio creato da queste minacce, ma soprattutto il fatto che l'isola non offriva le condizioni per permettere a milioni di emigranti di sopravvivere (peraltro non considerate dai responsabili tedeschi) indicano che anche l'opzione Madagascar non ambiva a costruire una sorta di patria in cui accogliere gli ebrei d'Europa, bensì a sottoporli a insostenibili condizioni di vita, con conseguente abbassamento del tasso di natalità e un progressivo annientamento fisico[5]. Il persistere della guerra con l'Impero britannico e la conseguente inaccessibilità dell'isola costrinse Heydrich, capo del Reichssicherheitshauptamt (Rsha) e all'epoca figura centrale nella persecuzione degli ebrei, a elaborare una terza «soluzione territoriale». Nel gennaio 1941 presentò a Hitler un progetto dettagliato per la «soluzione finale» in ambito europeo, da portare a termine una volta conclusa la guerra; questa consisteva nel deportare tutti gli ebrei a est, in Unione Sovietica, dato che il Reich si stava preparando a invaderla. Tra marzo e luglio 1941 Heydrich presentò a Göring due bozze in cui venivano predisposti i piani generali di deportazione, che Heydrich stesso avrebbe supervisionato e coordinato. Il 31 luglio Göring ordinò a Heydrich di predisporre «tutte le necessarie misure per preparare dal punto di vista organizzativo, pratico e materiale una soluzione globale della questione ebraica nell'area dell'Europa sotto influenza tedesca», di coinvolgere, qualora necessario, altre istanze centrali (soprattutto il ministro dei Territori occupati Alfred Rosenberg) e infine di presentargli un «piano globale» relativo ai provvedimenti da adottare: a questa delega Heydrich si sarebbe richiamato in occasione della conferenza di Wannsee. Le premesse per la deportazione in massa degli ebrei d'Europa all'indomani della vittoria sull'Unione Sovietica erano dunque state create; nel frattempo sarebbe stato il territorio del Governatorato Generale (Generalgouvernement) a ospitarli in zone da utilizzare come «riserva per gli ebrei» o Judenreservat (ad esempio nel distretto di Lublino) in attesa di essere deportati verso le zone interne della Russia[6]. Questi progetti non erano stati concepiti per promuovere una futura patria semita, come rivelò nel novembre 1939 in un rapporto il vicegovernatore Arthur Seyss-Inquart:

«[...] il distretto di Lublino, assai paludoso, potrebbe ben servire come riserva per gli ebrei, producendo con ogni probabilità una drastica decimazione»

(Rapporto di Seyss-Inquart, 20 novembre 1939[7])

Le deportazioni iniziarono effettivamente nell'autunno 1941, ma la Wehrmacht non ottenne la preventivata veloce vittoria sull'Unione Sovietica. Si generò, pertanto, un'ulteriore radicalizzazione della Judenpolitik che, dopo l'attacco tedesco ai territori sovietici, assunse rapidamente le dimensioni di un genocidio[5].

Deportazioni e fucilazioni[modifica | modifica wikitesto]

L'operazione Barbarossa, scattata il 22 giugno 1941, servì alla Germania a dare avvio a una campagna militare razziale, di conquista brutale e distruzione. La popolazione sovietica, che nell'immaginario nazionalsocialista non era altro che un insieme eterogeneo di popoli slavi e «razze miste» di ceppo asiatico considerate "sottouomini" (Untermenschen), sarebbe stata assoggettata, espulsa verso le aree interne della Russia o lasciata morire di fame. Ciò avrebbe permesso di liberare uno «spazio vitale» in cui i coloni tedeschi, o quelli provenienti da aree geografiche o nazioni considerate germaniche, come i Paesi Bassi e la Scandinavia, si sarebbero trasferiti.

Da sinistra a destra: Rudolf HessHeinrich HimmlerPhilipp BouhlerFritz Todt e Reinhard Heydrich ascoltano Konrad Meyer-Hetling durante un'esposizione del Generalplan Ost, 20 marzo 1941

La guerra, inoltre, creò i presupposti per un'azione diretta nei confronti della componente ebraica della popolazione dell'Europa orientale, componente che sarebbe stato necessario eliminare sistematicamente per privare il cosiddetto «bolscevismo giudaico» della propria base demografica. Perciò, uno degli obiettivi principali dell'invasione tedesca dell'Unione Sovietica fu quello di sopprimere tutti gli esponenti di una non meglio definita classe dirigente ebraico-comunista, per consegnare ai coloni tedeschi a guerra finita lo spazio vitale "libero dagli ebrei" (Judenfrei) nell'ambito del più generale progetto di ristrutturazione territoriale e demografico dell'Est europeo sotto dominio tedesco, noto con il nome di Generalplan Ost[8]. Già durante la preparazione dell'invasione dell'Unione Sovietica, Hitler aveva emanato una serie di direttive che miravano all'eliminazione dell'«intellighenzia giudaico-bolscevica», chiarendo a generali, ufficiali delle SS e della Wehrmacht che la guerra a est non si sarebbe svolta secondo i classici canoni di uno scontro tra belligeranti, ma che sarebbe stata una vera e propria lotta tra due ideologie contrapposte, da svolgersi quindi con tutta la determinazione possibile: si doveva agire senza pietà contro gli agitatori bolscevichi, i partigiani, i sabotatori, gli ebrei e annientare ogni forma di resistenza attiva o passiva. Parallelamente furono diramate disposizioni che di fatto concedevano carta bianca alle truppe al fronte, le quali non sarebbero state in alcun modo punite se ritenute responsabili di crimini di guerra: in questo contesto il Reichsführer-SS Heinrich Himmler affidò le mansioni di rastrellamento ed eliminazione fisica delle categorie citate a quattro Einsatzgruppen ("unità operative" composte da personale della SiPo e del SD), ma anche a ventitré battaglioni della Polizia d'ordine e a tre SS-Totenkopfbrigaden (i reparti "Testa di morto" delle SS, sottoposte direttamente a Himmler), che avrebbero agito nelle retrovie del fronte in collaborazione con distaccamenti dell'esercito regolare[8].

Nel maggio 1941 le condizioni di vita nel ghetto di Varsavia erano già atroci: un anziano giace sul marciapiede, sopraffatto dalla fame e dalla fatica

Le fucilazioni sistematiche e indistinte degli ebrei iniziarono dunque già nella prima metà dell'agosto 1941; al contempo Himmler aveva ingiunto di dare inizio a uccisioni in massa anche di donne e bambini, esortando le SS-Totenkopfbrigaden a organizzare grandi massacri di migliaia di civili ebrei. Allo scopo di completare tale piano, il Reichsführer-SS spostò il cuore delle operazioni dalla SiPo, le cui Einsatzgruppen erano addette in primo luogo alle uccisioni dei bolscevichi ebrei, ai comandanti in capo delle SS e della polizia, i quali, in quanto suoi plenipotenziari a livello locale, potevano coinvolgere i membri di tutti i corpi delle SS e della polizia per un genocidio da estendere all'intero territorio. In tal modo, accanto alla rodata via gerarchica per la politica verso gli ebrei che andava da Hitler a Göring fino a Heydrich, Himmler ne attivò una seconda con l'autorizzazione di Hitler. Da allora poté intervenire ovunque nella Judenpolitik attraverso i suoi sottoposti delle SS e della polizia, riguadagnando quindi il terreno politico perduto nei confronti di Heydrich, il quale dal 1939 era stato colui che più di tutti si era dedicato alla persecuzione degli ebrei[8].

Alla fine del 1941 almeno mezzo milione di ebrei era già stato ucciso dalle forze armate tedesche in Unione Sovietica, ma lo sterminio non era ancora diventato la soluzione definitiva: Hitler, Heydrich e gli alti gerarchi continuarono a confidare nell'idea di trasferire gli ebrei d'Europa nei territori che avrebbero conquistato alla conclusione vittoriosa del conflitto[9] e, non a caso, il processo di raccoglimento degli ebrei nei grandi ghetti del Governatorato Generale era andato avanti speditamente. Tuttavia, quando si comprese che la guerra sarebbe durata ancora a lungo, si andarono delineando in maniera più precisa i contorni della tappa successiva alla ghettizzazione. Nell'inverno 1941-1942 cominciò l'estensione del sistema concentrazionario tedesco sul territorio polacco, comprese le aree della Polonia annesse al Reich (come nel caso di Auschwitz), operazione che fu contraddistinta dalla costruzione di veri e propri campi di sterminio e che segnalò una nuova e inquietante fase dell'atteggiamento nazista nei confronti della questione ebraica[10].

Scarico di cadaveri da un treno di deportati verso i campi di concentramento

Questo "salto qualitativo", incrociato con il piano di ristrutturazione territoriale e demografico teorizzato nel Generalplan Ost, non lasciava dunque alternativa alcuna alla soluzione della liquidazione fisica. Secondo lo storico Enzo Collotti, quindi, a differenza dell'ipotesi avanzata dallo storico statunitense Arno J. Mayer, la decisione dello sterminio non fu conseguente al fallimento dell'operazione Barbarossa, ma anteriore a essa, in quanto appunto guerra di sterminio su base ideologica e biologica fin dalla preparazione. Alla fine del 1941 il meccanismo della distruzione in massa, del quale le Einsatzgruppen non erano che una variante relativamente autonoma, era ormai in pieno dispiegamento: la conferenza di Wannsee non rappresentò, come talvolta si dice, il momento in cui fu decisa la soluzione finale, ma semplicemente la tappa fondamentale per il suo coordinamento e la sua sincronizzazione a livello continentale europeo[11].

Nel settembre 1941 Hitler aveva già deciso di dare avvio alle deportazioni senza attendere la vittoria sull'Unione Sovietica e, nell'autunno successivo, i vertici del regime nazista presero a considerare e condurre la guerra su tutti i fronti come una lotta «contro gli ebrei»; Hitler e i gerarchi si mostrarono decisi a non farsi influenzare dall'andamento delle ostilità e a perseverare nell'obiettivo di deportare gli ebrei in un luogo isolato per abbandonarli al loro destino o ucciderli attraverso il lavoro[9][12]. Nelle settimane che seguirono la decisione di dare avvio alle deportazioni, Hitler evidenziò la sua risolutezza a espellere definitivamente tutti gli ebrei dall'Europa e il 23 settembre il ministro della propaganda, Joseph Goebbels, fu informato dal Führer che Berlino, Vienna e Praga sarebbero state le prime città a essere "liberate" dagli ebrei. Il successivo 6 ottobre Hitler dichiarò che tutti gli ebrei dovevano essere allontanati dal Protettorato, ma non condotti nel Governatorato Generale, bensì ancora più a est. Insieme agli ebrei del Protettorato sarebbero dovuti «scomparire anche gli ebrei di Vienna e Berlino». Come Heydrich chiarì durante un colloquio tenuto il 10 ottobre a Praga, Hitler si augurava che gli ebrei venissero allontanati dal suolo tedesco possibilmente entro la fine dell'anno. Inoltre le deportazioni della primavera successiva avrebbero interessato anche le popolazioni semite presenti nei territori occupati[9].

Sterminio[modifica | modifica wikitesto]

Esecuzione di civili sovietici da parte di Einsatzgruppen

Una volta iniziate le deportazioni alla metà di ottobre, i vertici nazisti iniziarono a parlare sempre più spesso e apertamente della «distruzione» degli ebrei[13]. Queste dichiarazioni perseguivano lo scopo palese di accelerare e forzare la radicalizzazione della Judenpolitik già avviata con le deportazioni e le «soluzioni finali» messe in atto a livello regionale e locale, ad esempio le fucilazioni di massa operate dalle Einsatzgruppen e dalla Wehrmacht in Unione Sovietica e nei Balcani: infatti, soprattutto in Serbia, è provato che i soldati regolari giustiziassero in gruppi gli ebrei presi in ostaggio come ritorsione per le aggressioni dei partigiani nei confronti di militari tedeschi. Nel paese fecero inoltre una precoce comparsa i gaswagen creati su iniziativa del Sonderkommando Lange, inizialmente destinati alla soppressione dei disabili in Germania e, successivamente, utilizzati per uccidere ebrei e prigionieri di guerra sovietici anche nei territori occupati all'est. Sempre nella seconda metà del 1941 i tedeschi avevano avviato le sperimentazioni con lo Zyklon B nei campi di concentramento, dove furono edificate le prime rudimentali camere a gas, e l'impostazione dei primi campi di sterminio, che dovevano spostare il massacro dal livello dell'efferatezza selvaggia dei reparti speciali alla premeditazione scientifica dell'eccidio programmato e industrializzato.[14][15] Una radicalizzazione ulteriore della Judenpolitik avvenne con l'ingresso in guerra degli Stati Uniti d'America, il che rappresentò per i vertici nazisti un segnale inequivocabile dello spettro della congiura mondiale giudaica contro la Germania[13]. Se nell'autunno 1941 Hitler aveva considerato l'ipotesi di usare gli ebrei deportati come ostaggi per impedire l'entrata in guerra degli Stati Uniti, l'apertura delle ostilità con Washington rese obsoleto questo machiavellico calcolo politico; tuttavia, il Führer mantenne ferme le proprie convinzioni e ribadì le minacce di distruzione[16]. La decisione presa da Hitler di deportare nell'immediato tutti gli ebrei nei territori sotto l'influenza tedesca a est, tracciò le coordinate degli sviluppi futuri della Judenpolitik, nonostante non esistesse un piano globale o un preciso orientamento temporale per la distruzione degli ebrei d'Europa: prima della decisione definitiva e in attesa di una vittoria totale sui sovietici, le deportazioni sarebbero approdate in ghetti sparsi tra il Governatorato, l'Unione Sovietica e la Cecoslovacchia, pensati come campi di transito. La decisione di dare il via alle deportazioni ebbe come conseguenza l'inizio di frenetici preparativi volti alla costruzione di grandi strutture in cui uccidere con l'ausilio dei gas gli ebrei locali «inabili al lavoro», fatte sorgere nei pressi dei ghetti scelti come meta delle prime ondate di deportazioni dal Reich: a Riga per l'area di Łódź, a Bełżec (Lublino) e a Mogilëv (Minsk)[17]. Tuttavia, nell'autunno 1941, l'intenzione di deportare verso est gli ebrei rimasti nei territori sovietici occupati all'indomani della fine vittoriosa del conflitto non era ancora tramontata e rimaneva uno dei piani della «soluzione finale» da realizzarsi a lungo termine, non con lo sterminio diretto. Nell'ottica dei principali attori del genocidio, dunque, alla fine del 1941 nacque l'esigenza di ricondurre a un unico denominatore comune le due linee di sviluppo della Judenpolitik in cui si riconoscevano rispettivamente Himmler e Heydrich[17]: estendere le fucilazioni in massa e le «soluzioni territoriali» messe in atto dalle SS- und Polizeiführer in Unione Sovietica, trasformandole in genocidio; oppure sviluppare un «piano di totale evacuazione degli ebrei dai territori occupati», di cui Heydrich era debitore a Göring sin dalla fine di luglio precedente[9].

[ .... ] 


    è ricordate  questo è  stato   ....  mi fermo qui    perchè  due  parole  sono troppe   e  una  è  poco  . 

leggi   anche 






23.1.20

perchè nonostante consideri ipocrita e pulicoscienza la giornata del 27 gennaio continuo a ricordare ed a parlare di tali argomenti



So che gli assassini sono esistiti che confonderli con le loro vittime è una malattia morale ed un prezioso servigio reso ( volutamente o no ) ai negatori della verità
                                         Primo levi
Lo so  che  il 27  gennaio la  giornata  della memoria   (  anche  se   s'inizia,  perchè la retorica  ipocrita  e pulicoscienza  ha  capito   che  un  giorno  non serve  e   se ne parla      e    ci si lucra  ed  specula  politicamente   poco ,  a  dedicarne speciali  mediatici   da prima   e quindi  bisognerebbe  parlare  di settimana  della memoria  , lo stesso vale   per  quell'altra   giornata  del  ricordo  il  10  febbraio ovviamente  senza  metterli sullo stesso piano perchè  sono due   giornate diverse   nella  loro tragedia    )  . Soprattutto  a  livello  Italiano   .
Risultati immagini per risiera di san saba
la  risiera  di San saba (  trieste  )   campo di concentramento italiano
con forno crematorio
  
Ma  nonostante    tutto  ,  non posso fare   a meno  di  ricordare 



 l'olocausto \ shoah che dir si voglia,  di farlo  possibilmente   prima del 27 gennaio o al massimo dopo la  fine   dell'ubriacatura    retorica . Lo ricordo , vedere    video    sopra  ,  nonostante  la considero ipocrita sopratutto a livello italiano visto che avendo la possibilità di scegliere una data non scelse il 16 ottobre 1943 in cui collaborò con i nazisti a rastrella,mento del ghetto ebraico di roma ed si è limitata a scegliere quella #pulicoscienza e generica del 27 gennaio 1945 . Per     chi  non avesse capito  ancora  il perchè    della  mia  scelta  ,  Qui  sotto , trovate   un ulteriore  spiegazione  , dei motivi alla  base  d'essa  



Intervento di Davide Conti, storico, è consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica. Ha collaborato con la Procura della Repubblica di Brescia per la strage di Piazza della Loggia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della «brava gente» 1940-1943” (Odradek 2008), “Criminali di guerra italiani. Accuse, processi e impunità nel secondo dopoguerra” (Odradek 2011), “L’anima nera della Repubblica. Storia del Msi” (Laterza 2013), “La Resistenza di Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini dai Gap alle Missioni Alleate” (Senato della Repubblica 2016) e “Guerriglia partigiana a Roma” (Odradek 2016).
Concludo     con  un altra  provocazione  collegata   al post  .
Perchè :  cari presidi  , provvedditori  regionali  e provinciali non gli portate   in viaggio  d'istruzione    a  non solo nei campi di concentramento   tedeschi  ma  anche in quelli Italiani   di :  Risiera  di san Saba  (  trieste ) Bolzano , Fossoli.
A   chi  mi dice   che  quelli erano solo campi  di transito   \ deportazione     dico solo   studiate  ed  approffondite   cliccando  sopra  i  collegamenti  ipertestuali   e  poi  ne  riparliamo .

22.1.19

l'olocausto \ shoah non fu solo in germania ma anche in italia . oltre fossoli \ san saba il campo di Bolzano

 vedi anche


Campo di transito di Bolzano

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Il campo di transito di Bolzano (in tedescoPolizei- und Durchgangslager Bozen, anche Dulag Bozen) fu un campo di concentramento nazista che fu attivo a Bolzano dall'estate del 1944 alla fine del secondo conflitto mondiale. Prima di questa data era già in essere dal 1942 un lager per prigionieri di guerra alleati.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Vista del campo di transito di Bolzano
Bolzano, dopo l'8 settembre, era divenuta capoluogo della zona d'operazioni delle Prealpi, e si trovava dunque sotto il controllo dell'esercito tedesco.
Entrò in funzione nell'estate del 1944[1], in vecchi capannoni del genio militare italiano[2], e nei circa dieci mesi di attività passarono tra le sue mura tra 9.000 e 9.500 persone. Per decenni si è ritenuto che il numero dei prigionieri fosse superiore, perché la matricola più alta assegnata nel campo fu l'11.115, ed era noto che molti prigionieri - a cominciare dai circa 400 ebrei - non vennero immatricolati[3]. In realtà a Bolzano la numerazione non partì da 1, ma circa da 2979[4], proseguendo da dove si era giunti a Fossoli. Tuttavia Mike Bongiorno, che fu tra i detenuti, ricevette il numero di matricola 2264[5]. I deportati provenivano prevalentemente dall'Italia centrale e settentrionale (circa il 20% fu arrestato a Milano, il 10% nella provincia di Belluno che con Trento e Bolzano era stata annessa alla Germania dopo l'8 settembre 1943 con la creazione della zona d'operazione delle Prealpi). Si trattava principalmente di oppositori politici, ma non mancarono deportati ebrei, zingari (Rom e Sinti) e Testimoni di Geova[6][7].
Una parte dei deportati - circa 3.500 persone, uomini, donne e anche diversi bambini - fu trasferita nei campi di sterminio del Reich (ad esempio MauthausenFlossenbürgDachauRavensbrückAuschwitz); una parte fu invece utilizzata in loco, come lavoratori schiavi, sia nei laboratori interni al campo, che nelle aziende della vicina zona industriale ed alla IMI, che aveva trovato rifugio all'interno della galleria del Virgolo per sfuggire ai bombardamenti alleati, ma anche come raccoglitori di mele[2].
Durante la storia del campo, 23 italiani che furono catturati e lì internati, furono successivamente trucidati nell'eccidio della caserma Mignone, il 12 settembre 1944. In totale sono documentate come certe circa 48 uccisioni nel campo, anche se ne sono state ipotizzate fino a 300[8].
Man mano che gli alleati avanzavano, i deportati furono liberati a scaglioni tra il 29 aprile ed il 3 maggio 1945, quando il lager fu definitivamente dismesso. Le SS ebbero cura di distruggere per intero la documentazione relativa al campo prima di ritirarsi[9].

Il campo[modifica | modifica wikitesto]

I blocchi erano contrassegnati da una lettera. Nel blocco A, vi erano i lavoratori fissi, trattati leggermente meglio degli altri prigionieri perché necessari al funzionamento del campo; nei blocchi D ed E erano rinchiusi i prigionieri politici considerati più pericolosi, separati dagli altri deportati; nel blocco F donne e bambini[9]. I deportati ebrei di sesso maschile venivano invece stipati nel blocco L[10]. Era presente anche un blocco celle - la prigione del campo - con 50 posti angusti. Le celle furono luogo di tortura e di morte per decine di prigionieri.
Amministrativamente il campo era gestito dalle SS di Verona. Comandante della Gestapo e del servizio di sicurezza tedesco in Italia era il Brigadeführer (Generale di brigata) delle SS Wilhelm Harster[2], a capo del campo vi erano invece il tenente Karl Titho ed il maresciallo Haage, che guidavano una guarnigione composta da militari tedeschi, sudtirolesi ed ucraini[9] i quali si resero responsabili di esecuzioni sommarie, torture e violenze di ogni genere[11].

I sottocampi[modifica | modifica wikitesto]

Il campo di Bolzano fu l'unico, tra quelli italiani, ad avere dei campi di lavoro dipendenti. Interrotti dai bombardamenti alleati i collegamenti ferroviari e stradali del Brennero, e quindi impedite le deportazioni verso i grandi lager del Reich, i nazisti crearono dei sottocampi nella regione per sfruttare il lavoro dei prigionieri. I principali si trovavano nel comune di Merano, in località Certosa nel comune di Senales, a Sarentino, a Moso in Passiria ed a Vipiteno. Altri erano a Dobbiaco e Colle Isarco. In realtà, la definizione di sottocampi è piuttosto impropria: si trattava o di baracche (Sarentino) o di caserme dell'esercito (Merano e Vipiteno) o della Guardia di Finanza (Certosa)[10].

Il campo satellite di Certosa[modifica | modifica wikitesto]

Ospitava circa 50 deportati, deputati al trasporto merci dalla stazione di Senales in paese; in un primo momento furono rinchiusi in baracche in paese, poi nella caserma della Guardia di Finanza[12]. Fu smantellato all'inizio del 1945.

Il campo satellite di Merano[modifica | modifica wikitesto]

Era il quarto campo satellite per numero di deportati (dopo Sarentino, Vipiteno, Moso[13]), oltre un centinaio, che trovavano posto nella caserma Bosin, nei pressi dell'ippodromo cittadino. Anche in questo campo, compito principale dei deportati era quello di trasportare materiale dalla stazione.[14]
Il CLN meranese fu molto attivo nel supporto a questi deportati[13], e si segnalò in modo particolare un sacerdote, don Primo Michelotti.[14]

Il campo satellite di Sarentino[modifica | modifica wikitesto]

Fu di gran lunga il più grande fra i campi satellite. Oltre 500[13] furono i deportati nelle sei baracche costruite all'imbocco della val Sarentina. Compito dei deportati, oltre a lavori di falegnameria,[15] era qui soprattutto quello di allargare la strada: la val Sarentina, che corre parallela alla val d'Isarco avrebbe potuto costituire una via di ritirata alternativa.[13]
L'origine del campo è dovuta ad una serie di falliti trasferimenti a Mauthausen nel febbraio 1945. La linea del Brennero era stata danneggiata, ed i deportati nel Lager di Bolzano erano diventati troppo numerosi. Le SS decisero dunque di trasferirne una parte all'imboccatura della valle, per poterli utilizzare nel cantiere stradale.[16]

Sistema di codifica dei contrassegni dei prigionieri[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Simboli dei campi di concentramento nazisti.
Nel Campo di transito di Bolzano vigeva un utilizzo dei simboli identificativi degli internati differente rispetto a quello comune a molti lager:[17][18]
  • un triangolo rosso contrassegnava gli oppositori politici;
  • un triangolo rosa contrassegnava i rastrellati;
  • un triangolo giallo contrassegnava gli ebrei;
  • un triangolo bianco o verde contrassegnava gli ostaggi.

La resistenza[modifica | modifica wikitesto]

Era presente un'organizzazione di resistenza con ramificazioni interne ed esterne al campo. In realtà si può parlare di tre forme distinte e parallele di resistenza[19]: una politica, organizzata dal Comitato di Liberazione Nazionale (prima dall'emanazione locale di quello milanese, fino al dicembre 1944, poi - quando si strutturò - da quello bolzanino) e dalle brigate partigiane; una organizzata dal clero (molti furono i sacerdoti arrestati e deportati per aver fornito aiuto agli internati nel Lager); una spontanea, fatta di semplici cittadini che portavano aiuto autonomamente, magari a parenti internati. L'attività coinvolse decine di persone che riuscivano a far giungere notizie dei deportati al di fuori delle mura, e viceversa.[9]
Per tutta la vita del campo funzionò un comitato clandestino di resistenza interno - coordinato da Ada Buffulini[20] e che vedeva fra gli animatori anche Laura Conti ed Armando Sacchetta[21] - che lavorò in costante contatto con un comitato clandestino operante nella città di Bolzano e che fu diretto fino al 19 dicembre 1944, data del suo arresto, da Ferdinando Visco Gilardi ("Giacomo") e quindi, fino alla liberazione, da Franca Turra ("Anita").[20] Grazie a questa rete furono fatti pervenire ai prigionieri del lager centinaia di pacchi con generi di prima necessità, viveri e vestiario, e si mantenne attiva e operante una rete clandestina di corrispondenza che consentì a centinaia di famiglie di avere notizie dirette dai prigionieri: quelle lettere sono in moltissimi casi l'ultimo segno di vita di deportati uccisi nei lager nazisti.
La rete interna organizzò e realizzò con successo decine di fughe dal campo: ne sono documentate una cinquantina.[19]

I processi[modifica | modifica wikitesto]

Nel novembre 2000 il tribunale militare di Verona ha condannato all'ergastolo Michael Seifert, pena confermata poi in appello (2002) ed in cassazione (2003).[22] Questi, nato in Ucraina, fu da giovanissimo una SS al campo di Bolzano, noto col soprannome di Misha. Si era reso protagonista, insieme ad un'altra SS ucraina, Otto Stein[23], di una lunga serie di atrocità nei confronti dei deportati. Vittime preferite, secondo quanto stabilito dai giudici, coloro che occupavano il blocco celle.
Si tratta di uno di quei casi giudiziari, come ad esempio quello per l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema, rimasti sepolti per decenni in quello che è stato soprannominato l'"armadio della vergogna", riportato alla luce solo nel 1994. Tra i prigionieri di Seifert e Stein vi fu anche un giovanissimo Mike Bongiorno.[24]
Seifert, che dopo la guerra si era rifugiato in Canada, a Vancouver, dovette rispondere di 15 capi di accusa, tra cui 18 omicidi.[25] Fu rintracciato e fotografato da un cronista del Vancouver Sun, su indicazione dell'ANED,[26] pochi giorni prima dell'inizio del processo.
La sua vicenda, attraverso le carte processuali, è stata ricostruita dagli storici Giorgio Mezzalira e Carlo Romeo nel libro "Mischa". L'aguzzino del Lager di Bolzano.[27] Il 17 gennaio 2008 la Corte Suprema del Canada,[28] dove risiedeva dal 1951, ha respinto la domanda per il permesso di appello dell'ottantatreenne criminale contro la sua estradizione in Italia, dove dovrà scontare l'ergastolo.[29] Seifert è giunto in Italia il 16 febbraio 2008.[30]
Otto Stein risulta ancora ricercato dalla giustizia italiana.[22]
Alcuni anni prima, nel 1999, finirono sotto processo anche i comandanti del campo, Titho e Haage: il primo fu assolto per insufficienza di prove, contro il secondo, ritenuto dai giudici il vero padrone dei campi, non si poté procedere perché deceduto.[31]

Il campo oggi[modifica | modifica wikitesto]

Il monumento di via Pacinotti
La Pietra d'inciampo, posata nel gennaio del 2015 in memoria di Wilhelm Alexander Loew-Cadonna (1873-1944)
Nel luogo che ospitava il campo di Bolzano oggi sorge un complesso di case popolari realizzato negli anni '60. Del campo rimangono poche tracce, praticamente solo il muro di recinzione. All'entrata principale si notano illustrazioni che ricordano il tragico luogo. Nel 2005 il comune ha bandito un concorso per una serie di quattro installazioni artistiche a ricordo dei deportati. Le opere vincitrici, della scultrice bolzanina Christine Tschager, si trovano nei pressi dell'ex-Lager, in via Pacinotti (lungo i binari che attraversavano la zona industriale di Bolzano e su cui passavano i treni da e per il campo) ed in via Claudia Augusta (non lontano dalla galleria del Virgolo, luogo di lavoro coatto dove era stata trasferita la fabbrica IMI).[32]
Già nel 1985 il comune aveva fatto erigere un monumento (opera di Claudio Trevi) ed una stele in memoria delle vittime del campo, ma non nell'area del campo stesso: sorge infatti sul sagrato della chiesa di San Pio X, poco distante da dove si trovava l'ingresso del lager, ma sull'altro lato della via Resia.[33]
Nel 2012, infine, è stato inaugurato, in occasione della Giornata della Memoria internazionale dedicata all'Olocausto, in via Resia 80 il Passaggio della Memoria (Passage der Erinnerung), facendo della via d'accesso al campo un luogo di memoria con tabelle esplicative in più lingue che narrano le vicissitudine legate alla storia del campo.[34]
Dal 2015, una delle Pietre d'inciampo a Bolzano ricorda la vittima ebraica Wilhelm Alexander Loew-Cadonna, internato e maltrattato nel Lager di Bolzano prima della sua deportazione a Auschwitz.[35]

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