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7.1.26

olimpiadi invernali 2026 i teodofori

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Lo so che manca ancora un mese , ma il percorso della fiaccola è già inziato nel silenzio ( o quasi . solo all'inizio e solo qu.elli locali delle tappe già percorse e da percorrere fino al 6 febbraio ) dei media . Ecco alcune storie dei tedofori




Le storie dei tedofori. Il ricercatore, gli studenti, la 90enne e il triatleta: "Che orgoglio la fiaccola"

Il fuoco e la neve, insieme. La tappa forlivese del viaggio della fiamma delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina è partita ieri mattina dallo stadio Morgagni intorno alle 12.30, in ritardo di un’ora rispetto al programma, anche per le difficili condizioni atmosferiche, con la neve che è caduta sulla Romagna dalla notte e per tutta la mattinata. L’arrivo della Torcia partita da Rimini ha toccato nel suo percorso Cesena, Forlì appunto, Faenza e Imola, prima di approdare a Bologna. L’itinerario complessivo è di oltre 12mila chilometri, con più di 10mila tedofori protagonisti di un passaggio che lega il Paese a questo evento storico.
A Cesena è stato il forlivese Samuele Piovaccari, 23 anni, che pratica triathlon e sci di fondo, ad accendere la fiaccola. I tedofori hanno portato la fiamma lungo viale Roma, attraverso piazzale della Vittoria, poi corso della Repubblica, piazza Saffi, via delle Torri, piazza Ordelaffi e corso Garibaldi prima di imboccare viale Bologna verso Faenza.
Numerosi i tedofori appartenenti al servizio pubblico Sapre Uonpia (servizio abilitazione precoce dei genitori), attivo al Policlinico di Milano. "Supportiamo e formiamo i genitori di bambini con malattie neuromuscolari – spiega la responsabile del servizio Chiara Mastella, una di coloro che hanno portato la fiaccola – per aiutarli a gestire la quotidianità e migliorare la qualità della vita familiare". Diverse le staffette, con prevalenza di giovani come Lorenzo Salvaderi, 15 anni di Paullo (Milano), Cristian Agostini, 18 anni di Santarcangelo, Matteo Ceccarelli, 19 anni di Savignano. E ancora: Lijun Lin di Milano, di 21 anni, Mosè e Pisana Sacerdoti e Tommaso Salvaderi rispettivamente di 19, 14 e 16 anni, tutti studenti milanesi. Ma ci sono anche Pisana Talamini, pensionata di 90 anni di Verona, e Paolo Parmeggiani, 58 anni, dirigente d’azienda di Bologna, colui che ha acceso il braciere olimpico in piazza Saffi.
Sono tante le storie di chi ha voluto dare anima e gambe al simbolo dei Giochi. "Sono un ‘bi-tedoforo’ – così ama definirsi il forlivese Fabrizio Organi, 59 anni, responsabile commerciale di Unieuro –, visto
che avevo partecipato anche all’edizione di Torino 2006. Amo lo sport, pratico ciclismo e sci e per me è un orgoglio continuare a essere un ambasciatore dei Giochi olimpici. La fiamma è un simbolo importante di unità e fratellanza, che rilancia ideali e coinvolge in una dimensione internazionale persone di diversi Paesi".
Un altro forlivese è Federico Della Salandra, studente di 24 anni di informatica, "orgoglioso di essere stato scelto". Per Filippo Piccinini, 40 anni, ricercatore dell’Irst e dell’Università di Bologna, nativo di Forlimpopoli ma residente a Faenza, si tratta della "realizzazione di un sogno. Ho l’opportunità di portare i valori della ricerca nel palcoscenico sportivo più importante del mondo". La sua attività si concentra sulla microscopia e la coltura tridimensionale di cellule tumorali. "Dopo 32 anni in cui ho seguito lo sport per lavoro – spiega l’ex giornalista del Carlino Ravenna Luca Suprani – corono un sogno. Lo sport insegna a non arrendersi mai, a rispettare gli avversari e le regole e a dare sempre il massimo".

Fra meno di un mese, con una doppia cerimonia a Milano e Cortina si alza il sipario sulle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026: si tratta della terza olimpiade invernale in casa Italia, dopo i Giochi di Cortina del 1956 e a 20 anni esatti dai Giochi di Torino. La corsa verso il d-day del 6 febbraio con l’accensione dei due bracieri ufficiali si fa serrata. Nelle Olimpiadi di neve e ghiaccio n.25, le prime con due città (distanti 400 km) a dare il nome all’evento e anche le prime decisamente diffuse (oltre a Milano e alla località ampezzana, sono sedi olimpiche Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, Tesero e Verona protagonista anche se solo per la cerimonia di chiusura), crescono ance le attese. L’obiettivo dichiarato sono 19 medaglie. Ma a rendere la cartolina in bianco e nero sono i ritardi dei lavori e i nodi della logistica. Il piano dei Giochi prevede 98 opere per un investimento complessivo di 3.54 miliardi di euro, di cui solo il 13% dedicate alle Olimpiadi e l’87% alla legacy, soprattutto per interventi stradali o ferroviari (per ogni euro destinato alle opere indispensabili ai Giochi, se ne spendono 6,6 per quelle che restano in eredità ai territori coinvolti). Il report fornito da Libera insieme alle 20 associazioni promotrici della rete civica Open Olympics 2026 evidenzia che solo 42 opere hanno una fine lavori prevista prima dell’evento: “il 57% degli interventi sarà completato dopo i Giochi, con l’ultimo cantiere che si chiuderà nel 2033”. Intanto prosegue il Viaggio della Fiamma Olimpica. Per Coca-Cola (sponsor dei Giochi) il viaggio attraverso i suoi tedofori è anche un racconto collettivo che intende promuovere valori universali attraverso realtà simbolo dell’impegno civile e dell’impatto sociale nel Paese. Ogni tappa è un’occasione per testimoniare come lo Spirito Olimpico possa estendersi oltre lo sport, trasformandosi in un’occasione concreta per promuovere inclusione, solidarietà e coesione sociale. Qui raccontiamo le storie-simbolo di alcuni tedofori.
La sfida della disabilità: il gesto di Benedetta
Benedetta De Luca ha portato la fiamma olimpica lo scorso 21 dicembre a Salerno. Avvocatessa, content creator e disability advocacy, oltre che fondatrice del brand “Italian Inclusive Fashion”, nota per il suo impegno nell’inclusione delle persone con disabilità. Nata con una malattia rara: l’agenesia sacrale, ha trasformato le sue sfide personali in forza, promuovendo una cultura dell’inclusione e abbattendo stereotipi. «Essere scelta come tedofora ha per me ha avuto valore enorme, umano prima ancora simbolico. Mi sono sentita vista, accolta, scelta per quello che sono, senza limiti». Dal primo momento, spiega Benedetta, «ho percepito attenzione, rispetto, cura: non solo nell’organizzazione, ma nel modo in cui sono stata accompagnata in ogni attimo di questa giornata». Il messaggio che voglio trasmettere con la mia presenza? «Portare la Fiamma olimpica per me significa illuminare un sogno collettivo: quello di un mondo che include e non lascia indietro nessuno. Con questa esperienza vorrei dire che ogni persona ha diritto di sentirsi parte, di sentirsi possibile, di sentirsi orgogliosa di sé. Io l’ho fatto portando in alto e con orgoglio la fiamma, fiera di chi sono, e spero che quella luce abbia acceso per chi era in strada a sostenermi e anche negli altri il coraggio di credere nel proprio valore»
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Benedetta De Luca
Benedetta De Luca

I volontari della Croce Rossa: «Ogni giorno facciamo lo stesso percorso, ma per aiutare gli altri»



Lo scorso 3 gennaio Croce Rossa Italiana è stata protagonista con un collective slot che ha visto coinvolti 20 volontari del Comitato di Carsoli, in provincia dell’Aquila. «Essere un tedoforo è un’emozione indescrivibile - racconta la volontaria di Croce Rossa Italiana Giorgia Camerlengo, portavoce del Croce Rossa Collective Comitato di Carsoli - È proprio in questo percorso che sento ardere quella stessa fiamma. Ogni giorno, in ogni azione. Non per i riflettori, ma per illuminare il cammino di chi è in difficoltà, per riscaldare un cuore solitario o per portare speranza in momenti bui». Il messaggio che vogliamo trasmettere? Essere portatori di luce, sia essa quella eterna dello sport o quella silenziosa e vitale dell’aiuto umanitario, è un onore e un privilegio. «Oggi porto con me non solo una fiamma simbolica, ma lo spirito di migliaia di volontari della Croce Rossa che, ogni giorno, sono al fianco del prossimo per accendere una nuova luce. Orgogliosa di rappresentare questi due mondi che corrono verso lo stesso: l’umanità». Il legame che unisce Coca-Cola al Comitato di Carsoli della Croce Rossa Italiana fu consolidato durante l’emergenza Covid-19, impegno che valse il conferimento a Coca-Cola HBC Italia della Medaglia di Benemerenza “Il Tempo della Gentilezza”, proprio da parte della Croce Rossa Italiana e su proposta del Comitato CRI di Carsoli.
I volontari della Croce Rossa italiana
I volontari della Croce Rossa italiana

Sport e natura: Raffaella l'ambientalista

A portare la fiamma olimpica, lo scorso 22 dicembre a Castellamare di Stabia (nel Salernitano) è toccato a Raffaella Giugni, segretario generale della Fondazione Marevivo, nata come associazione nel 1985 da un’idea della madre, Rosalba Giugni. Dopo una carriera nell’imprenditoria, ha scelto di dedicarsi completamente alla missione ambientalista di Marevivo, che da 40 anni lavora quotidianamente per tutelare l’ecosistema marino attraverso campagne di sensibilizzazione e progetti di educazione alla sostenibilità. Tra le iniziative più recenti, Marevivo ha lanciato “MedCoral Guardians”, il primo progetto di restauro dei coralli del Mediterraneo. «Essere scelta da Coca-Cola come tedofora è per me un grande onore e una responsabilità. La Fiamma Olimpica rappresenta valori universali in cui credo profondamente: impegno, rispetto, solidarietà e pace. Portarla significa dare visibilità a un messaggio che unisce sport e società, ma anche ricordare quanto sia importante custodire il patrimonio naturale che rende possibile lo sport. In qualità di Segretario Generale di Marevivo, sento questo ruolo anche come un riconoscimento all’impegno quotidiano per la difesa del mare e dell’ambiente, temi che oggi non possono più essere separati dal futuro dello sport». Con la Fiamma Raffaella vorrebbe «trasmettere l’idea che sport e natura siano alleati e non mondi separati. Lo sport ci insegna il rispetto delle regole, dei limiti e degli altri: gli stessi principi che dovremmo applicare al nostro rapporto con l’ambiente. In un contesto come Milano-Cortina che unisce città e montagna, tradizione e futuro, il messaggio è chiaro: possiamo vivere grandi eventi e grandi emozioni solo se impariamo a prenderci cura degli ecosistemi che ci ospitano. La Fiamma Olimpica è un simbolo di energia e speranza: sta a noi fare in modo che questa energia sia anche sostenibile e orientata alle nuove generazioni».
Raffaella Giugni
Raffaella Giugni

Con Massimo corre la legalità



Massimo Vallati è stato tedoforo lo scorso 7 dicembre a Roma. Fondatore di Calciosociale, progetto nato nel 2005 a Corviale per trasformare il calcio in uno strumento di inclusione, legalità e coesione sociale, Massimo è ex calciatore e attivista, ha creato il Campo dei Miracoli, un centro polisportivo dove le regole premiano solidarietà e rispetto, oltre ai gol. L’iniziativa coinvolge persone di ogni età e abilità, promuovendo empatia e cittadinanza attiva. Vallati è impegnato nella rigenerazione urbana e nella lotta alla criminalità, nonostante intimidazioni e minacce che hanno rafforzato la sua determinazione. Oggi Calciosociale è un modello replicato in altre regioni italiane e all’estero, riconosciuto come esempio innovativo di sport al servizio della comunità. La sua storia ispira a credere nel potere dello sport di generare cambiamento e nel coraggio di chi non si arrende di fronte alle difficoltà, proprio come lo spirito olimpico insegna. «Essere tedoforo è il riconoscimento di un percorso fatto di persone, sogni e impegno quotidiano - spiega - In quel momento non ero solo: correvo per una comunità che cresce insieme, per chi ogni giorno trasforma il campo in un luogo di accoglienza, rispetto e speranza. La recente inaugurazione della Curva dei Miracoli, la prima curva antimafia d’Italia, nasce proprio da questo spirito: un simbolo di etica, positività e gioia, pensato per rendere il nostro centro ancora più vivo e per dimostrare che lo sport può essere un potente strumento di cambiamento».Massimo Vallati
Massimo Vallati

Marco e il gesto semplice del Banco alimentare



Marco Lucchini, co-fondatore e segretario generale della Fondazione Banco Alimentare - organizzazione che coordina una rete diffusa in tutta Italia per il recupero delle eccedenze alimentari e la loro redistribuzione a chi ne ha più bisogno- correrà con la fiamma olimpica in Lombardia i primi giorni di febbraio. Sotto la sua guida, Banco Alimentare ha promosso campagne nazionali come la Colletta Alimentare ed è stato protagonista nell’introduzione di normative fondamentali, come la Legge del Buon Samaritano, che hanno reso possibile il recupero di milioni di pasti ogni anno. La sua storia dimostra che anche attraverso la gestione di un bene semplice come il cibo si possono costruire reti di comunità, restituire dignità e generare speranza. «Portare la Fiamma Olimpica significa dare visibilità a una rete fatta di volontari, imprese e istituzioni che ogni giorno lavora per trasformare lo spreco in risorsa e per non lasciare indietro nessuno - spiega Lucchini - È un momento profondamente simbolico, che celebra il valore della solidarietà come forza capace di unire e generare cambiamento. La Fiamma Olimpica, aggiunge «rappresenta un messaggio universale di speranza, responsabilità e comunità. Attraverso questa esperienza vorrei ricordare che anche i gesti più semplici - come prendersi cura del cibo e condividerlo - possono diventare strumenti potenti di giustizia sociale. Il mio augurio è che questa Fiamma accenda una maggiore consapevolezza sul valore del cibo, che non coincide con il suo prezzo, ma con il suo scopo che è nutrire ogni persona. Recuperarlo e poi condividerlo, offre l’opportunità di accogliere e avere cura del prossimo riconoscendone la dignità e l’impegno di tutti coloro che hanno partecipato a questa catena di solidarietà. Tutto ciò genera legami positivi e costruttivi tra chi produce, chi dona e chi riceve, perché il bene si trasforma e genera altro bene. È nello spirito olimpico che credo profondamente: fare squadra e affrontare le difficoltà come opportunità di originare il bene comune, con e per tutti».
Marco Lucchini
Marco Lucchini

Alessandro da San Patrignano, per tutti i ragazzi che lottano contro le dipendenze



E tra i tedofori delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, il 5 gennaio, c'è stato anche Alessandro Carraro, un ragazzo che ha concluso il suo percorso nella comunità di San Patrignano e ha rappresentato gli oltre 800 ospiti presenti nella struttura correndo con la fiaccola olimpica uno dei tratti finali della tappa Ancona-Rimini. «È un onore e un orgoglio ricoprire questo ruolo a nome delle tante ragazze e ragazzi che si impegnano ogni giorno per riprendere in mano le loro vite in comunità – ha raccontato –. Correre con la fiaccola per me ha un significato davvero profondo, perché simbolo di rinascita che mi permette di guardarmi indietro e di vedere la tanta strada percorsa e dove sto andando». Alessandro, entrato a San Patrignano per ritrovarsi dopo una vita segnata da dipendenze e emarginazione, si è fermato in comunità per dare una mano agli altri: «So quanto è stato importante avere al mio fianco persone che avevano vissuto le mie stesse difficoltà e per questo ho voluto donarmi a mia volta. Ho corso non solo per chi è in comunità, ma anche per i tanti ragazzi che hanno problemi di dipendenza e che ancora non hanno trovato la forza di chiedere aiuto».
Alessandro Carraro
Alessandro Carraro


5.12.25

Destinazioni lontanissime da raggiungere a velocità moderate: viaggiare in scooter è un’esperienza unica, diversa da tutte le altre

in sottofondo
Vespa 50 special - Cesare Cremoni note  finali 
Culture Club - Karma Chameleon

Oltre all'articolo preso  dal  n  della  scorsa settimana  di topolino   che trovate sotto ,vi segnalo , amati delle due ruote , questo progetto di www.lentamente.net . « un progetto nato da un gruppo di amici con in comune la passione per i motorini e per tutti quei veicoli inadeguati che a volte usiamo per i nostri piccoli viaggi e per le nostre avventure.Attraverso questo sito ed attraverso i principali social raccontiamo le nostre avventure , piccole imprese di riders con mezzi assolutamente inadatti per queste fantastiche esperienze. Attraverso il nostro BLOG e tramite i canali social ci scambiamo consigli, stringiamo amicizie e creiamo gruppi di viaggio fantastici »  









26.8.25

Moglie e marito a 80 anni in camper da Bassano del Grappa a Shanghai: «In Uzbekistan si è rotto il frigo, la polizia turistica ci ha trovato l'officina e ha voluto pagare le riparazioni»

 da https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/vicenza/cronaca/  25  agosto  20025

                     di Marianna Peluso

In 143 giorni hanno attraversato 20 Paesi e percorso oltre 32.000 chilometri: «L'accoglienza? Ovunque fantastica. Noi europei pensiamo di essere i migliori ma siamo molto indietro»

Nonni camper Anna e Aldo, 80 anni in camper in cina e ritorno

Foto Facebook «Nonni in camper sulla Via della Seta»


«Sono innamorato di Marco Polo da quando sono bambino. E ho sempre voluto seguire le sue orme, vedere quello che ha visto lui, anche se ottocento anno dopo». Così Aldo Serraiotto, classe 1946, racconta le origini di un sogno diventato realtà: percorrere la Via della Seta, da Bassano del Grappa fino a Shanghai. Un’idea maturata nel tempo, frenata dalla pandemia, ma mai accantonata. 

«Bastava un piccolo errore per finire tutto»

Con lui, sua moglie Anna Vaccaro, 77 anni, che di questa avventura è stata prima scettica, poi protagonista coraggiosa e appassionata. «Ero contraria. Non parliamo le lingue, non siamo tecnologici e, diciamolo, l’età è quella che è. Ma alla fine mi sono lasciata convincere. E dal 2 aprile abbiamo iniziato il nostro viaggio in camper». In 143 giorni hanno attraversato 20 Paesi, percorso oltre 32.000 chilometri e superato montagne, deserti e confini burocratici. Un’impresa che ha poco a che fare con l’età, e molto con lo spirito. Il loro mezzo, un camper Cartago più pesante della media, è diventato casa, confine e rifugio. Ma anche passaporto umano, capace di attirare incontri, aiuti e gesti inaspettati. Come quella volta sul Pamir, la mitica catena montuosa dell’Asia Centrale: salite sterrate a 4.600 metri, strade che diventano sentieri. «Tratti dove bastava un piccolo errore per finire tutto: il viaggio e anche qualcos’altro» racconta Anna «30 centimetri a destra c’era il fiume, a sinistra le rocce. Ma mio marito era tranquillissimo e voleva arrivare in cima. E ci è riuscito».

L'ospite è sacro

Quel tratto di strada tagikista, con il fiume Panj a fare da confine naturale con l’Afghanistan, è stato forse il simbolo più evidente di un viaggio dove ogni confine era insieme ostacolo e soglia. Ma a sostenere i due viaggiatori non sono state solo le gomme del camper, bensì le persone incontrate lungo la strada. «In Uzbekistan, dopo buche e salti, è saltato l’impianto elettrico. Freezer e frigorifero fuori uso, dove c’erano le nostre provviste, anche il pasticcio portato da casa! Sarebbe stato un disastro perdere tutto. Eppure anche in quel frangente siamo stati aiutati. La polizia turistica ci ha portato in un’officina super moderna. Dopo tre ore di lavoro, volevamo pagare, e loro: “No, siete ospiti, grazie a voi che venite qui”». Episodi simili si ripetono, ovunque: «In Iran siamo stati ospiti per quattro giorni a casa di un signore, che aveva anche perso il lavoro. Ma lì l’ospite è sacro: ci ha voluto offrire sempre colazione, pranzo e cena a casa. E la sera arrivavano i parenti, per fare festa. In Italia sarebbe impensabile» riflette Anna, con una lucidità che suona anche come rimprovero dolce a un’Europa che spesso ha dimenticato cosa sia l’accoglienza. «Abbiamo scoperto un’umanità che qui è scomparsa. Noi europei pensiamo di essere i migliori, ma in realtà siamo molto, molto indietro». 

Moglie e marito a 80 anni in camper da Bassano del Grappa a Shanghai: «L'accoglienza? Noi europei pensiamo di essere i migliori ma siamo molto indietro»

Con i figli a Pechino

Le emozioni si rincorrono, chilometro dopo chilometro, fino al culmine d’inizio giugno, nel giorno del loro cinquantesimo anniversario di matrimonio. Sono a Shanghai, fuori dalla chiesa di Sant’Ignazio. Piove. Anna entra: «Vedo mia figlia. Mi abbraccia. Penso: sto impazzendo. Poi vedo mio figlio. In un attimo, mi convinco che è un’allucinazione. E invece erano lì davvero, con noi. Ho dovuto abbracciarli, toccarli con le dita per capire che erano loro, in carne e ossa. Sono rimasti con noi una settimana e, insieme, abbiamo viaggiato da Shanghai a Pechino, per 1300 chilometri. Avevano fatto la patente cinese, abbiamo cambiato la targa del mezzo e passeggiato lungo la muraglia cinese. Questa sorpresa, architettata da loro con mio marito, è stata in assoluto l’emozione più grande della mia vita. Mai e poi mai mi sarei aspettata una cosa così». Anche il ritorno è stato un’avventura. Il momento dell’arrivo, sabato 23 agosto, è andato ben oltre le aspettative: «Siamo stati accolti in modo trionfale, anche troppo. C’erano il vicesindaco, le autorità di Cassola e di Bassano. A Castelfranco Veneto ci ha ricevuto il sindaco Stefano Marcon, che ha fatto un discorso bellissimo. Poi via, direzione Bassano. Arrivati lì, sono ammutolita: c’era un mare di gente. Avevano allestito un gazebo con porchetta, formaggi, vino e prosecco. Ci siamo fermati fino alle 21 a salutare e abbracciare amici». E ora? «Dormire nel mio letto mi è sembrato strano» sorride Anna. 

24.7.25

l'italia e piena di angoli nascosti ma i burocrati del ministero per il turismo promuovono ( se pruomovono ) i grandi centri già famosi all'estero

 L'Italia è piena di angoli nascosti dove succedono cose magiche. Alcuni di questi luoghi soho piccoli borghi antichi,abbracciati dalla natura, dove l’arte ha trovato casa.Quindi  prima di andare  all'estero  impariamo  a  conoscere  il nosro paese .   e a promuoverlo  meglio oltre  alle   classiche mete  internazionali  . Oltre  i  classici ed  arcinoti  murales  sardi   e  adesso  la  città  di Sciola   , ecco altri esempi 

  








3.9.24

IL MIO This Wandering Day

Non importa  dove  sia  la  tua  casa   e  quale  sia  il  tuo  percorso   ma  tieni presente     che  il  nostro  stato non è  mai certo   è  che  la  fortuna  può  capovolgersi  anche  per  i  più potenti   
  Un sentiero   sicuro  può  franare   ma  ce  n'è  sempre  un altro   che  spesso  può  condurci   in un posto  migliore  \  propizio   da cui  ripartire   \  ricominciare   prima di   riprendere  il  viaggio  o rincominciare  uno nuovo  

24.7.24

Claudio Carastro, lavora a Milano e fa l'università in Sicilia: si sveglia alle 3 del mattino e torna alle 2 di notte. La storia del pendolare estremo



   da  ilgazzettino  tramite  https://www.msn.com/it

 di   
Cecilia Legardi
 • 2 ora/e •




Lavora a Milano e studia Economia aziendale a Catania: «Aereo alle 5, alle 9 gli esami». È la storia di “pendolarismo estremo” di Claudio Carastro, un ragazzo italiano che ha scelto un percorso "al contrario" e lo ha concluso da poco.
La scelta dello studente
Quella di Claudio Carastro, 24enne di Paternò, è una vicenda da fuori sede “al contrario”: un lavoro al Nord non gli ha impedito di laurearsi a casa sua, in Sicilia. Per sostenere gli esami, partenza all’alba e ritorno in tarda serata. Perché lo ha fatto? per dimostrare che le università del Sud non hanno nulla da invidiare al resto d’Italia. Lo ha spiegato lui stesso al portale Skuola.net.È lui stesso ad aver soprannominato il suo stile di vita con “pendolarismo estremo”: lavora in Lombardia in uno studio di commercialisti, mentre consegue la laurea a Catania, facendo un percorso inverso a quello che tanti suoi compagni scelgono. E la distanza tra le due sedi è di 1.400 chilometri. Per fortuna, Claudio deve recarsi fisicamente nelle aule universitarie soltanto nelle giornate in cui si tengono gli esami.
Claudio è un pendolare estremo
A Skuola.net il ragazzo ha spiegato come è nato il termine "pendolarismo estremo": «Mi è venuto in mente quando, durante la lettura di un bando per le borse di studio, vidi una tabella che riportava varie attribuzioni a seconda della distanza dello studente fuorisede. Si partiva dai “pendolari a stretto giro”, al di sotto dei 15 km di distanza, per poi proseguire a scaglioni. Ovviamente il mio caso era fuori da ogni schema, così pensai che, con una distanza di 1.420 Km non potevo che essere un “pendolare estremo”».
La giornata di viaggio di Claudio
«Per rendere l’idea, la giornata tipo della “trasferta” aveva inizio alle 3 di mattina, dopo una rapida preparazione mi dirigevo in aeroporto, dove parcheggiavo l’auto - racconta Claudio - Il volo tendenzialmente partiva tra le 5.30 e le 6.00 ed era l’unico che mi permetteva, salvo imprevisti, i quali ovviamente si palesavano spesso, di essere presente per l’orario di inizio dell’esame generalmente alle ore 9.00/9.30. Durante il volo, 1 ora e 35 minuti, avevo modo di simulare l’esame nella mia mente, la quale si spegneva in una stanca dormiveglia. Arrivavo a Catania, prendevo il bus che mi lasciava davanti la facoltà, il tempo di un caffè e successivamente entravo in aula. Finito l’esame, se restava ampio margine prima del volo ritorno, che sovente partiva all’ultimo orario disponibile (22.30/23.30), rientravo volentieri al mio paese, a trovare la mia ragazza, gli amici e i parenti. Altrimenti, se avevo meno tempo, passeggiavo per Catania e attendevo l’orario per tornare direttamente in aeroporto. Il rientro avveniva, causa continui ritardi dei voli, verso le 2.00 di notte. L'indomani ricominciava la giornata di lavoro, sicuramente con maggior vigore se l’esame era stato superato».

Che "tabella di marcia" dovevi rispettare per conciliare un lavoro comunque impegnativo con lo studio a distanza?
«Sfruttavo ogni momento libero della giornata: studiavo sul treno durante il tragitto verso lo studio con il quale collaboro ormai da alcuni anni, o mentre rientravo a casa, o durante la pausa pranzo, o ancora appena rientrato a casa, ecc. Sicuramente il weekend era il momento in cui massimizzavo gli sforzi, anche se ciò comportava dover rinunciare a molti aspetti legati alla vita sociale, per non andare eccessivamente oltre con le tempistiche del percorso».
La strategia per andare avanti con gli esami, invece, qual era?
«L’iter base prevedeva il superamento per ciascun appello di due esami, per due materie differenti. La difficoltà principale che ho dovuto affrontare era la sfida costante con la consapevolezza di non poter sbagliare. Avevo un solo tentativo per ogni materia: lo ripetevo sempre a me stesso. Un passaggio a vuoto avrebbe comportato un dispendio ulteriore di energie e di soldi, un carico supplementare di stress, nonché lungaggini dei tempi di completamento. Ogni errore faceva slittare all’appello successivo. Con un approccio del genere sono riuscito a terminare il percorso di studi in poco più di 3 anni e mezzo, arrivando a 4 con la discussione della tesi».
A questo punto la domanda sembra scontata: perché non hai scelto un corso di laurea a Milano? Sarebbe stato più comodo…
«La mia forma mentis, la mia istruzione, la mia crescita derivano tutte dal percorso fatto nella mia terra. Per cui, se da un lato le strade si sono divise per varie ragioni, dall’altro ho nutrito il sentimento di creare un legame indissolubile con essa, concludendo il mio percorso di formazione, per l’appunto, in Sicilia, la quale investe per me, come per tutti gli altri studenti, nella nostra formazione. E poi, in qualche modo, ho voluto dimostrare che le università al Sud sono valide tanto quanto le università del Nord».
Oggi, alla fine del percorso, qual è il tuo bilancio di questa esperienza?
«La mia missione è man mano diventata, anche e non solo, una sfida d’orgoglio. Mi è stato spesso chiesto il motivo della mia scelta e, devo dire, molte volte ho pensato, soprattutto a metà percorso, di trasferirmi in un'università più vicina. Nel momento in cui, però, durante una normale conversazione a riguardo mi risposero: “Fai bene, così concludi velocemente visto che giù gli esami li regalano”, nonostante tu sapessi dentro di te quanto è difficile superare ciascuna prova e quanta ansia dovessi affrontare ogni volta. Allora ho sentito quasi il dovere di portare a termine ciò che avevo cominciato, al fine di poter sottolineare, qualora la vita mi avesse riservato anche semplici soddisfazioni a livello lavorativo, di essere laureato presso l’Università di Catania».
A conti fatti, consiglieresti ad altri giovani una esperienza simile alla tua?
«A chi deve intraprendere un corso di laurea, più che la mia esperienza in senso letterale, consiglio di scegliere non in base al blasone dell’istituto in sé. Anzi, bisogna far sì che ognuno porti avanti il nome degli istituti della propria terra natale, in qualsiasi regione si trovino, anche al Sud, dove molte strutture hanno ben poco da invidiare al resto del Paese».
Intanto, però, i dati sugli immatricolati ci dicono che ogni anno c'è un vero e proprio esodo di universitari dal Sud al Nord. Secondo te perché?
«Ritengo che gran parte degli studenti opti per un’università situata al Centro-Nord più che altro nell’ottica di un inquadramento lavorativo futuro più celere e immediato. Sono indiscutibili i legami e le porte d’accesso che varie facoltà al Nord offrono agli studenti. Mi sento però di evidenziare, per quanto riguarda l’università di Catania, l’organizzazione e la puntualità dei professori, oltreché le competenze in materia».
Ora quali sono i tuoi piani per il futuro, sia a livello professionale che personale? Sceglierai Milano o Catania?
«A livello lavorativo, purtroppo, non è possibile al momento eseguire lo stesso ragionamento proposto a livello di istruzione. Ho provato ad approcciarmi al mondo lavorativo anche in Sicilia ricevendo, però, delle delusioni. Inoltre, per chi come me ha intrapreso un percorso in ambito economico e finanziario, Milano rappresenta il vertice in Italia. Attualmente, a livello professionale e personale, sto bene. In futuro si vedrà».

7.7.24

ritorno per un po' alla mia comfort zone prima di ritornare all'azione



ci sono  momenti come  questo    in cui non mi  va  di  uscire  dalla mia Zona di comfort   ed andare   a cercare  isole  che non ci sono     ed  pensare  a  combattere  i  miei fantasmi  \  incubi  che  a  volte premono per  ritornare     (  come di  solito  faccio   aumentando ulteriormente  il mio stato  ansioso  E    di sconforto  in quanto  




)  o lamentarmi   ed    rivangare  il mio passato tenendo  aperti  rimorsi e  sensi di colpa   , rimanendo   in ambito     fummettistico   come  Geremia Lettiga  di  Alan  ford   . E  fare  cosi  


Topolino e l'isola che non c'è - Cap. 5: la resa dei conti in topolino 3580
Soggetto e sceneggiatura di Giorgio Salati
Disegni di Giampaolo Soldati
Chine di Simone Paoloni
Colore di Irene Fornari

perchè  come dice   l'augurio  che mi   fece  quando apri il blog o meglio iniziai    con il  mio \  nostro   blog    CDV.SPLINDER.COM   al'inizio  ,   Mario pischedda  un mio amico scrittore   ed  artista poliedrico   festina lente  Festìna lente ("Affrettati lentamente" in lingua italiana)  *  ovvero  



  topolino  n 3580


* è una locuzione latina attribuita all'Imperatore Augusto dallo storico latino Svetonio. In realtà, nel testo di Svetonio (Vite dei dodici Cesari. Augusto, 25, 4), viene riportata una citazione di Augusto (in greco antico, σπεῦδε βραδέως spèude bradéōs), della quale "festina lente" è la traduzione latina. La locuzione unisce, in un ossimoro, due concetti antitetici, velocità e lentezza, e sta a indicare un modo di agire senza indugi, ma con cautela. .....  https://it.wikipedia.org/wiki/Festina_lente

22.5.24

DIARIO DI BORDO N 52 ANNO II . Ingegnere cambia vita, si licenzia e molla tutto: «Giro il mondo in bicicletta» ., Ferite e vive per miracolo dopo incidente stradale si scattano un selfie sul bordo della strada ., ed altre storie




 Nnon è  mai troppo tardi per  cambiare  vita  e  rimettersi indiscussione  



Alex Battiston© Anthology

SAN VITO - Mollare tutto e fare il giro del mondo. Un pensiero che fa capolino nella mente di molte persone, almeno una volta nella vita. Alex Battiston lo sta facendo davvero, in sella alla sua bici. Classe 1985, il viaggiatore è originario di Sesto al Reghena. Dal borgo si era poi trasferito nella vicina San Vito, ma da una decina di anni la sua vita è in Finlandia. A portarlo nel nord Europa, la sua tesi di laurea incentrata sull'automazione. Alex è un ingegnere meccatronico e con i suoi studi si era guadagnato un'ottima posizione lavorativa a Helsinki. Un incarico che negli anni gli ha dato molte soddisfazioni, e che non ha lasciato a cuor leggero. Qualche settimana fa, la scena quasi da film. L'incontro con il capo per comunicare «mi licenzio e mi metto in viaggio». «È stata una scelta difficile racconta Alex -, ma avevo questo sogno da tanti anni e non volevo aspettare ancora. La cosa bella è che sono stato non solo compreso, ma anche appoggiato. Hanno capito tutti il valore che ha per me questa esperienza». 150 mila chilometri da percorrere su quello che da sempre è il suo mezzo preferito, alla scoperta di culture diverse, bellezze naturali, sapori e profumi di ogni parte del globo. Un tour che richiederà più di tre anni. E soprattutto un cambio d'abitudini radicale, dalla quotidianità "tradizionale" del lavoro in azienda, a quella nuova e a volte imprevedibile dell'avventura.
LE TAPPE
Ma da buon ingegnere, Alex è organizzato: tenda, materassino, fornello a gas da campeggio, piccoli attrezzi per la bici, telefono e pc, e lo stretto necessario per spostarsi in sicurezza. Il viaggio è cominciato qualche giorno fa dalla Finlandia, con un traghetto per arrivare a Tallinn, capitale dell'Estonia, e cominciare a pedalare «tra foreste - spiega Alex -, piccole città e gemme quasi sconosciute che meritano di essere viste». In questi giorni continua il tragitto in direzione sud-ovest, che toccherà, oltre ai Paesi baltici, la Polonia, la Slovacchia, l'Austria e la Slovenia. In Italia non mancherà la tappa in Friuli Venezia Giulia, per salutare la famiglia, e poi via per la Francia, l'Andorra e la Spagna. Terminata la parte europea del tour, sarà il turno dell'Africa, un momento molto atteso dall'ingegnere, che pensa al deserto del Sahara, e ai colori e alle ombre delle foreste tropicali. Pedalerà lungo tutta la costa occidentale del continente nero per poi risalire a est e arrivare in Etiopia. Seguiranno i soggiorni in alcuni Paesi del Medio Oriente, in India, Bangladesh, Thailandia, Malesia e Indonesia. E giù, fino all'Australia. «Un "must" - commenta Alex per chi come me ama i deserti». Il ciclista raggiungerà poi il Sud America e si sposterà verso l'emisfero Nord. Argentina, Cile, Bolivia, Perù e Colombia. E ancora Panama, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, Guatemala, Messico, per finire con gli Stati Uniti, da percorrere da ovest a est.
SUL SUO SITO
L'itinerario di Alex è pubblico, si possono leggere tutte le tappe sul suo sito, World On Bicycle. Nel portale, così come nei suoi canali social, l'ingegnere condivide foto e video della sua avventura. Scrive e parla in inglese, così da rendere i suoi contenuti fruibili per un pubblico più ampio possibile. Alex non nasconde di avere un ulteriore sogno: trasformare la sua passione in un lavoro, proprio grazie all'ausilio dei social media. Una passione che gli ha trasmesso il nonno Felice, «che mi ispira - spiega - ogni volta che conquisto una salita», e che nel tempo è cresciuta. Il desiderio di affrontare in bici sfide sempre più ardue è stato alimentato anche dal mondo del web, caro all'ingegnere. «Ho fatto i primi viaggi in Irlanda, Scozia, Islanda e Toscana - conclude - spinto da alcuni video visti su YouTube. Ora vorrei anch'io motivare altre persone, ispirarle a inseguire i loro sogni. Tutto si può fare, basta volerlo».


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leggendo   su https://www.fanpage.it/  la  vicenda      riporta  sotto  

Mi chiedo e mi sono sempre chiesto ( vedere il precedente post : << perchè non dobbiamo diffondere ulteriormente e non ho guardato ed diffuso il video della pompa di benzina di brescia o dintorni >> d'appassionato fotografo , io che volglio sempre cogliere l'attimo e fare foto da bastard inside 😇😂 agli amici senza chiedere di mettersi in posa , perché c'è un bisogno così costante di scattare una foto di tutto ciò che facciamo. Stiamo raggiungendo un livello ridicolo ed esagerato solo per attirare l'attenzione"? .

Ferite e vive per miracolo dopo incidente stradale si scattano un selfie sul bordo della strada
È accaduto in Messico, dove due ragazze gravemente ferite dopo un incidente stradale si sono scattate un selfie sul bordo della strada in attesa dei soccorsi.

                             A cura di Davide Falcioni

Scampate alla morte per miracolo dopo un terribile incidente stradale hanno trovato la voglia e il modo di scattarsi un selfie. Sta facendo discutere l'immagine scattata in Messico di due donne insanguinate, gravemente ferite e sedute su un marciapiedi intente a scattarsi una fotografia dopo essere state protagoniste di uno schianto nel quartiere Lomas del Mirador della città di Cuernavaca.
L'incidente è avvenuto sabato sera: nella foto scattata da un passante si vedono due ragazze sedute sul
bordo di una strada con lo smartphone in mano, intente a scattarsi un selfie mentre tutto intorno gli altri occupanti della vettura incidentata erano intenti a chiamare polizia e ambulanza. L'auto sulla quale viaggiavano intanto era ribaltata in mezzo alla strada con i finestrini rotti. Il sospetto delle forze dell'ordine è che lo schianto sia avvenuto a causa dell'eccessiva assunzione di alcol da parte della persona al volante.
Stando a quanto riferiscono i giornali locali entrambe le ragazze protagoniste del selfie avrebbero riportato ferite gravi e sarebbero state condotte in ospedale insieme agli altri tre occupanti della vettura. I dettagli dell'incidente non sono stati resi noti e le autorità messicane stanno ancora indagando, tuttavia online si è scatenato un acceso dibattito sulla "scena del selfie"


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3.1.24

La bicicletta è comunità e condivisione la storia di Davide Ferrario

Suggerimenti    musico  \ letterari 
https://bicimtbebike.com/2021/08/02/canzoni-bicicletta/
Musica per andare in bici: 10 canzoni consigliate da 10 artisti indie 

Inizialmente ,  forse   perchè ispirato    al  libro   e  film  diari della  motocicletta      e  alle canzoni  :    1) VESPA 50 SPECIAL- LUNAPOP.wmv ., 2 ) motocicletta - lucio battisti  ed  alla  famosa  una  vespa    soprattutto  quella  della   pubblicità fine anni   fine  anni  80   : <<  una vespa ed uncasco  è via  >> credevo che    che  solo  la moto  fosse  un  mezzo di libertà  nonostante     esistessero anche  testimonianze inverse   . Tesi   che  iniziai    a mettere  indisciussione  con  la  canzone   tratta  da una storiua  reale   iul bandito  ed il campione  e  ora  confermata  rima  dalla  storia  di alfonsina strada   rappresentata   da questo monologo teatrale    di Miche  Vargiu     da    mwe recensito  qui in : << chi lo ha detto che il teatro dev'essere solo al chiuso ? l'esecuzione dell'opera : a perdifiato la storia di alfonsina strada la prima donna che corse il giro d'italia di michele vargiu >> 

  conclusasi     da     questa  storia   di Davide  Ferrario  

Per chi   volesse   sapere  chi è Davide Ferrario potete visitare la sua pagina Instagram
@davideferrario.wav e rivedere  qua  sotto  la sua intervista per le Storie di BIKE per cui  è  
Già stato ospite di Bike Channel per Le Storie di BIKE, Davide Ferrario è un musicista e producer con la passione della bicicletta. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con BIKE.
È curioso che, quando ci si appassiona a qualcosa, si iniziano a notare un sacco di cose che prima sembrava non ci fossero. Eppure sono sempre state lì, non viste, e all’improvviso non capiamo come non ci avessimo fatto caso prima. Ti compri un paio di scarpe nuove, un telefono, inizi ad ascoltare un genere musicale che non avevi mai considerato e ti accorgi che attorno a te c’è pure un sacco di gente che ha avuto la stessa idea.


Sebbene questo tipo di esperienza provochi una sottile delusione all’ego, che forse credeva di essere molto più originale e unico di così, entrare in contatto con una comunità è probabilmente la vera natura dell’essere umano. E, va detto, sentirsi parte di una societas è molto più stimolante che occuparsi della propria anima da soli.
Qualche anno fa ho iniziato a fare un po’ di sport. Un po’ per tenermi in forma, un po’ per dimostrare a me stesso qualche capacità fisica, un po’ perché se fai il musicista avere del fiato in più sul palco fa sempre piacere

   
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Li vedevo i ciclisti, nella mia antisportiva vita precedente, e pensavo che mai avrei voluto essere
così, fino a quando accadde per puro caso un’epifania: la riscoperta dell’andare in bicicletta. Da quel giorno non l’ho più lasciata, la mia gravel.
Ho cominciato a vivere in simbiosi con l’idea della bici, la gente ha iniziato a riferirsi a me come ad un ciclista amatoriale, gli amici al bar hanno iniziato a dire: “vabbè, ma questo fa centinaia di chilometri” e anche io ho iniziato a pensare alle vacanze in funzione delle ciclabili.
Insomma, la mia vita, come è successo a molti dopo la forzata reclusione pandemica, improvvisamente è cambiata. Per molte città, inoltre, europee e non solo, la bicicletta rappresenta il mezzo principe con cui spostarsi. Consente di muoversi con agilità in contesti dove l’automobile sta diventando sempre più ostica. Grandi città come Milano e Roma, ad esempio, impongono limiti sempre più rigidi e, senza voler entrare nella consueta polemica che ne valuti la correttezza, è necessario e inevitabile un adattamento del cittadino.
Di tutto questo e molto altro ancora, Ferrario, ci racconterà qui, su Bikechannel.it, offrendo ai nostri lettori il suo punto di vista di artista e professionista della musica… e “a pedali”. Una passione, quella per la bici, la gravel in particolare, che, come ci ha detto, lo porta a condividere in questo spazio, le sue esperienze e quelle delle tante persone che per lavoro e piacere ha l’occasione di incontrare

3.12.23

Diversamente simili rencensione di Marco Meucci a “Sulle tracce dell’altrove” di Cristian Porcino

Graie ad una  conessione  di  fortuna  ( grazie   fastweb    per i 150  giga   di offerta  su  telefonino mobile )    sono  riuscito  a  leggere    la   rencensione   di Marco Meucci  .   Io non avrei saputo    recensirlo   vorrei aggiungere  solo    due  cose   : 1)  lo consiglio    per  natale  e  che   confermo   come   come  ha  risposto  l'autore  stesso in  un  commenti   alla  diretta  su   istangram   

@vivielacarta grazie Vivi. Dopo anni di odio sono diventato l’incarnazione vivente della canzone omonima di Michele Bravi 😘😜

 

la  trovate   su queste  pagine    appena  mi  mettono apposto la linea  .  Per   iul momentoaccontentatevi di     questa   bella   recensione   

Incredibili analogie e curiose similitudini che hanno caratterizzato stralci della mia vita sono balzate fuori dalle pagine del breve ma intenso “Sulle tracce dell’altrove”, ennesima fatica letteraria dell’amico Cristian. Un sipario mai completamente chiuso su questa incredibile commedia, a volte dramma, che è la nostra esistenza terrena; passando fra le braccia di personaggi immortali come Franco Battiato, Raffaella Carrà, Manlio Sgalambro e molti altri che attraverso la loro Arte sono riusciti a lenire, se non guarire, le ferite inferte dagli artigli spietati dell’ignoranza e del giudizio.
“L’uomo è la belva più feroce” afferma il Generale Zaroff nel racconto “The Most Dangerous Game” di Richard Connell (1924); da che mondo è mondo gli umani hanno creato spietati giochi al massacro chiamati “guerre” “battaglie” “inquisizione”… la crudeltà è sempre stata il sollazzo del popolo e la strategia del Potere. Guerre più silenziose ma non meno terribili si consumano nelle famiglie, nelle scuole e in quei luoghi che la società e le chiese vorrebbero indicarci come “templi di edificazione” ma che spesso si rivelano fabbriche di etichette terribili, marchiate a fuoco sui singoli individui colpevoli di essere se stessi. Seguiamo dunque le “tracce dell’altrove” per trovare la nostra strada verso la serenità, facendo della “diversità” il nostro vessillo!

la vergogna non deve essere la fine di una storia.A volte è solo il punto da cui qualcuno trova la forza di ricominciare.Monica Lewinsky

 da  facebook Nel 1998, una donna di 24 anni diventò la persona più famosa d’America. Per il motivo peggiore possibile. Si chiamava Monica L...