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9.1.26
17.9.25
Renato Copparoni, il portiere sardo che fermò Maradona: ricordi ed emozioni a VillasimiusLa presentazione del libro nella splendida atmosfera di Casa Todde
Renato Copparoni, il portiere sardo che fermò Maradona: ricordi ed emozioni a Villasimius
La presentazione del libro nella splendida atmosfera di Casa Todde

(foto Agus)
Ricordi ed emozioni a Villasimius durante la presentazione del volume “Renato Copparoni, il portiere che fermò Maradona”. Nella splendida atmosfera di Casa Todde lo storico portiere del Cagliari e del Torino ha raccontato i momenti in cui riuscì a neutralizzare il rigore tirato da Diego Armando Maradona: «All’epoca – ha detto - giocavo nel Torino. Il campione argentino ha cercato di spiazzarmi prima di tirare il penalty, ma io non mi sono mosso perché sapevo che non avevo niente da perdere. Alla fine Maradona è stato costretto a tirare, ho intuito il tiro e sono riuscito a respingere il pallone. Mi ricordo ancora gli ottantamila spettatori del San Paolo muti perché Maradona non aveva mai sbagliato un rigore».
Il libro, pubblicato dalla Carlo Delfino Editore, è stato scritto da Umberto Oppus e Mario Fadda. «Ho lavorato per mesi alla composizione del libro – ha spiegato Fadda – e sono stati fondamentali i tanti giornali raccolti e custoditi dal padre di Renato Copparoni».
Ritrova la tomba del padre mai tornato dalla guerra Rina, 80 anni, aveva di lui solo delle foto ingiallite: «Ora voglio che lo riportino qua a Quartrucciu »
unione sarda 17\9\2025
Ritrova a Piacenza la tomba del padre mai tornato dalla guerra
Le foto risalgono ai primi anni Quaranta. Hanno i segni del tempo, passato inesorabile. Rina Fanunza conosce suo padre solo tramite quegli scatti in bianco e nero. Aveva appena dieci giorni quando Onofrio Fanunza, nato a Quartucciu nel 1922, morì a soli 23 anni, nel 1945.
Era un soldato di stanza a Piacenza, nella Quinta Compagnia di controllo del traffico aereo, e stava svolgendo il suo lavoro quando, il 10 giugno, mentre andava a prendere delle lanterne su ordine dei suoi capi, scese dal rimorchio guidato da un suo commilitone e, per una manovra errata, venne travolto dal mezzo. Fu soccorso subito, ma morì quattro ore dopo all’ospedale civile piacentino. Commozione cerebrale e frattura del bacino: questo il referto post-mortem redatto dal direttore del nosocomio a gennaio 1946. Troppo grave per sperare nel miracolo.
La ricerca
Sua figlia Rina, che oggi ha 80 anni e vive nel borgo di San Gaetano, frazione di Quartucciu, negli anni ha coltivato due grandi desideri: «Ho sempre voluto sapere dove era sepolto mio papà e, una volta venuta a conoscenza di questo, vorrei essere seppellita accanto a lui. Mia madre, che quando mio padre morì aveva 19 anni, si risposò e non mi parlava mai di lui. Inizialmente frequentavo i miei zii paterni, che però non mi dissero mai la storia di papà nei dettagli. Poi mia mamma non volle più che li frequentassi, perché per una donna che si risposava era un tabù parlare del primo marito. Capii la motivazione ma non la accettavo».
Sete di verità
La volontà di conoscere il padre morto nel fiore della giovinezza si è rafforzata dopo la morte di sua madre, nei primi anni Ottanta. «Ero rimasta figlia unica, mia sorella più grande morì a 5 anni. Avevo bisogno di sapere la verità su mio padre». Così Luciana Sanna, figlia di Rina e nipote di Onofrio, nella primavera di quest'anno si è messa alla ricerca del nonno. Prima ha chiesto all'Archivio di Stato di Cagliari, il quale non ha saputo fornire risposta, poi al Ministero della Difesa, che le ha comunicato il luogo di morte: Piacenza, per l’appunto.
La tomba ritrovata
«Quindi mi sono rivolta al cimitero monumentale piacentino», dice Sanna, «la comunicazione con il camposanto non è stata facile a causa di lavori in corso, ma poco dopo mi hanno comunicato che nonno è sepolto lì. Sono partita e gli ho portato una fiore anche e soprattutto a nome di mia madre». I dettagli sulla morte di Onofrio Fanunza, la nipote li ha scoperti grazie a una ricerca nei dati del Ministero della Difesa e a una foto trovata tra i documenti della nonna materna. «Abbiamo scoperto che i suoi resti erano stati dissepolti nel 1968 (sempre nel camposanto piacentino, nda) e traslati nell’ossario». Quando Rina ha saputo la bella notizia non stava più nella pelle.
La felicità
«Il mio cuore si è riempito di una gioia immensa», dice non riuscendo a trattenere le lacrime, «finalmente ora so dove riposa papà e soprattutto, conosco i dettagli della sua tragica fine». Il primo desiderio si è quindi avverato. Ora rimane l'altro: poter riposare accanto a lui. Per questo lancia un appello accorato al Comune, in primis al sindaco Pietro Pisu: «Faccia di tutto per riportare qui le spoglie di mio padre e dargli degna sepoltura in quello che è il suo paese natale». Luciana si accoda alla richiesta: «Nonno merita di riposare a Quartucciu. Voglio esaudire anche questo desiderio di mia madre, glielo devo. Spero, e sono convinta, che il sindaco saprà esaudirlo».
22.8.25
Sulle Alpi si scioglie la Storia: 140 mila bombe ed residuati bellici della grande guerra in otto anni
- Il Fatto Quotidiano
- » Giuseppe Pietrobelli
Dai ghiacci alpini che si sciolgono e dalle montagne che si sgretolano, spunta un tesoro di dolore e di ricordi lontani. Sono i cimeli della Grande Guerra, tragica epopea di un massacro che vedeva contrapposti gli eserciti del regno d’italia e dell’impero austroungarico. Un secolo abbondante è trascorso, è venuta un’altra guerra mondiale, ma i nevai hanno continuato a custodire ordigni di morte e oggetti di vita ordinaria in trincea. Adesso che il ghiaccio si ritira è sempre più frequente il ritrovamento di proiettili, bombe, gavette, munizioni ed esplosivo, che fanno tornare alla memoria pagine di Storia e di sangue in Trentino e in Alto Adige.
A partire dalla Val Martello, una laterale della Val Venosta che sale da Laces verso il Parco dello Stelvio,
i militari del 2º Reggimento Genio Guastatori Alpini, che fa parte della brigata “Julia”, hanno cominciato da fine luglio un lavoro ad alto rischio. Sulla base delle segnalazioni che arrivano da alpinisti e camminatori, individuano i residuati bellici e li mettono in sicurezza. I ritrovamenti servono però anche da indicatore dei luoghi dove se ne possono trovare degli altri, pericolosi per chi li trova e li maneggia, visto che il potenziale può essere rimasto intatto a dispetto del tempo.Il quartier generale delle operazioni è a Trento, ma le operazioni si svolgono con il supporto degli elicotteri del 4º Reggimento Altair dell’aviazione di stanza a Bolzano, adloClima I ghiacciai in ritirata restituiscono cimeli, spesso pericolosi: il Genio Alpini riceve le segnalazioni e sale in quota per sminare destrati per le difficili missioni in alta quota. Si tratta quindi di una collaborazione tra Esercito,Aviazione, Protezione civile regionale e altre forze dell’ordine.IL lavoro che viene svolto dagli artificieri non si limita alla rimozione, ma si basa su un consolidato meccanismo di segnalazione. Nell’area di competenza del 2. Reggimento, che copre le due province autonome di Trento e Bolzano, dall’inizio dell’anno sono stati neutralizzati 190 residuati bellici di vario calibro. Vengono portati in cave predisposte e fatti brillare.I militari spiegano che gli ordigni possono sembrare innocui, ma in realtà l’esplosivo che si trova al loro interno non si degrada e mantiene intatta la carica. Per questa ragione le indicazioni che vengono fornite sono tassative. Nessuno pensi di portarsi a casa un ricordino della Grande guerra, deve evitare di toccarlo e avvertire allo stesso tempo i carabinieri. Da loro verrà messa in moto la macchina di intervento specializzato che prevede la catalogazione degli ordigni e la valutazione sul modo migliore per il trasporto a valle e la distruzione. Quando possono essere conservati, finiscono in uno dei tanti musei di guerra di cui sono disseminate le località alpine.
scorso anno l’operazione “Carè Alto” si era svolta in alta quota sul gruppo dell’adamello. Aveva portato al recupero di 53 granate d’artiglieria che erano in ottimo stato di conservazione e si trovavano nelle zone di Bocchetta del Cannone (2.850 metri) e Cima Pozzoni (2.915 metri). Nel 2022 gli ordigni recuperati erano stati 785, nel 2021 erano stati 340. Nel 2023, nella sola zona della Vedetta di Nardis, sono stati trovati addirittura 1.039 ordigni. Secondo i calcoli del Genio guastatori, dal 2017 al 2024 sono stati rinvenuti ed estratti ben 141 mila ordigni in tutta la regione Trentino Alto Adige.
Non c’è solo la montagna. Nel 2021 e 2022 il cantiere del Waltherpark ha portato alla luce a Bolzano due bombe inesplose risalenti alla Seconda guerra mondiale. Lo scorso febbraio, nella zona industriale di Bressanone Sud è stata trovata una bomba d’aereo americana, poi disinnescata dai guastatori e fatta brillare in una cava a Naz - Sciaves. A gennaio, durante i lavori del cantiere del bypass ferroviario di Trento, sono emerse dal terreno munizioni del Secondo conflitto bellico, che hanno richiesto anche l’intervento dei Vigili del fuoco per la messa in sicurezza.
Le ricerche vengono estese ai laghi e ai bacini idrici, grazie alla collaborazione dell’esercito con la Marina militare. A intervenire nel Garda e nel lago di Torbole sono stati alcuni mesi fa gli specialisti del Comando Subacquei e Incursori (COMSUBIN). In quel caso erano state rinvenute quattro bombe a mano risalenti alla Prima guerra mondiale, due bombe da fucile modello “Zeitzunder Grenade” e due proiettili d’artiglieria dell’ultima guerra.
16.7.25
La figura del recuperante È una figura storica che nell'Altopiano di Asiago ha avuto un senso.
- il recupero a scopo commerciale, la cui ricerca nei siti delle guerre è finalizzata al ritrovamento, restauro e vendita dei reperti, presso i mercatini sparsi nel Nord e centro Italia o durante le fiere normalmente denominate "Militaria" o simili.
- il recupero a scopo collezionistico o storico, che impronta la sua ricerca nel ritrovamento, il restauro conservativo e la creazione di una collezione o la cessione dei reperti a musei e collezioni pubbliche.
I recuperanti: Ermanno Olmi e la memoria dell’Altopiano di Asiago di Montagna.TV⁕⁕
15.4.25
Esodo di chiara Atzeni Un viaggio dentro se stessi attraverso la storia dell’esodo giuliano dalmata
Le stesse vicende che costrinsero la famiglia della cantautrice ad abbandonare la propria terra, le proprie case, il senso stesso della propria vita. L’album e il libro sono legati a doppio filo dalla stessa genesi e dalla volontà di pervenire a una “catarsi” collettiva e individuale.
“ESODO” è la divulgazione di una memoria comune a migliaia di persone, come riflessione e cura delle più profonde ferite personali. Un viaggio nella storia, così come nell’io più profondo.
Immunità è la canzone più criptica di tutto il disco, che però lascia anche spazio all’immaginazione; a volte il non detto apre a più interpretazioni e lascia più spazio e chi ascolta. Credo ci sia bisogno anche di quello. “ che poi male che vada, saprò farne una canzone” penso racchiuda un po’ il senso. Tutto quello che ci succede può essere trasformato in qualcos’altro. Anche se non era ciò che avevamo immaginato per il nostro futuro.
vi lascio con le note dell'ultima canzone del disco Esodo COSA è CASA .
La quale , oltre a riassumere insieme a Esodo l'intero ed intenso lavoro di Chiara, è secondo https://www.rockit.it/, cosa con cui concordo , il ritorno alle origini con la consapevolezza necessaria è possibile solo grazie al distacco di due generazioni; è l’accettazione e la reintegrazione del proprio vissuto e di quello dei propri avi. È la chiusura di un cerchio in pratica .
10.2.25
se proprio vogliamo una menoria condivisa sul 10 febbraio \ giorno del ricordo ricordiamo quello che è stato a 360 gradi non solo quello che ci fa comodo
Oggi 10 febbraio giorno del ricordo si celebra giustamente le foibe e l'esodo \ sradicamento delle polazioni italiane o miste vista la situazione tipica di confini come quelli dove convivevano tra alti e bassi e si mescolavano \ contaminavano etnie diverse fino all'esplodere \ all'esacerbarsi ne nazionalismi ed arrivare alle brutture delle pulizia etnica . Ma che altro dire su tali eventi che non sia già stato detto o scritto , che non sia solo retorica nazionalista \ patriottarda ? Io nel mio piccolo posso solo ripetere quanto già detto , da quando ho messo su il blog ( prima con splinder poi con blogger ) ed in particolare in quest'ultimo post scritto di qualche fa , quello che da fastidio a coloro che vogliono celebrando tali eventi a senso unico e solo in parte , sminuendo e accusando chi fa il contrario di negazionismo \ giustificazionismo oscurando il resto delle vicende
Quindi posso lottare finchè sia ricordato tutto la pulizia etnica e l'italianizzazione forzata e la cancellazione etnica e le brutalità con i nazisti
non solo i crimini del foibe e del regime di Tito .Per e per parafrasare la mia patria di Sabina Guzzanti ( qui il testo integrale ) le vele al vento del mio pensiero al finche' quel vento resisterà' e soffierà ancora ( canzone di Pierangelo Bertoli ) lottare affinché non si speculi con la scusa di trovare una memoria condivisa su tali vicende cosi dolorose e " divisive " e ancora per la politica della guerra fredda \ congiura del silenzio e degli italiani brava gente ( url ) . Ma sopraqttutto non siano ogetto propagandistico e usato cone speculazione politica contro gli avversari ( destra ) e negazionista e giustificazionista con distruzione e deturpamento di monumenti e sacrari con vergognose scritte
Quindi ho già detto tutto quello che dovevo dire . Che altro aggiungere quindi ? se non
oppure visto che zitto non riesco a stare segnalando ( è dell'anno scorso ma l'ho scoperto solo oggi ) un ottimo lavoro letterario e musicale scevro quasi del tutto dalla retorica patriottarda e nazionalista ma carico di nostalgia esodo
di Chiara atzeni qui la sua pagina facebook o con una bellissima testimonianza da sinistra perché l'esodo e lo sradicamento da quelle terre riguarda tutti e non guarda in faccia nessuno
da
Foibe, la memoria sia almeno giusta: tutto va ricordato e nulla giustificato
- Il Fatto Quotidiano
- » Adriano Sansa
Sono nato a Pola; il nonno era medico a Dignano: morì d’infarto in quei giorni tremendi. Fummo costretti dalle minacce e dal terrore di Tito a lasciare la nostra terra. Passammo tempi di angustie. Poi i miei genitori ricominciarono, senza troppi lamenti. Si riunivano con altri esuli ogni anno a cantare il “Va pensiero”. Ma ancora dopo decenni altri profughi meno fortunati vivevano in squallide caserme fra corde tese a separare con qualche coperta le famiglie.
Al principio l’italia non fu sempre generosa. Il Partito comunista subiva l’egemonia sovietica, simpatizzava per Tito; gli esuli furono stoltamente chiamati fascisti, talvolta insultati e molestati. Paradossalmente il fascistume seguace del corresponsabile del loro dramma fece mostra di difenderli. Per molti anni non si parlò onestamente della tragedia istriana e dalmata.
Tuttora, nonostante il Giorno del ricordo, e anzi proprio in questa occasione, certe analisi sono inquinate dall’ideologia. I crimini del fascismo, la persecuzione della popolazione slava richiedono giustamente una memoria e possono spiegare in parte la ferocia dei titini, le foibe, la sostituzione etnica che ne seguì. Ma non le giustificano. Gli eventi pur connessi della storia esigono uno ad uno un giudizio. Gli istriani patirono tremende crudeltà, violenze, sevizie di ogni sorta.
Le ultime parole di mia madre furono “perché devo morir cussi’ lontan?”. Nata a Lussino, cresciuta tra Trieste e Pola, aveva insegnato nella minuscola isola di Unie. Per tanti esuli il Giorno del ricordo arriva tardi: che sia almeno giusto.
buona celebrazione a tutti\e
2.1.25
Sopravvissuta all'Olocausto, ha vinto 10 medaglie alle Olimpiadi: Agnes Keleti si è spenta a 103 anni
18.3.23
Onori e sgarbi Dopo l’8 settembre Ettore Castiglioni portò in salvo un centinaio di persone, tra cui molti ebrei e il futuro capo dello Stato Il no a un monumento
Questa storia è ormai di ordinaria meschinità politica. Ha radici lontane. Lo spunto è una data: il 12 marzo 1944. Ogni anno, sui social, in occasione di questa ricorrenza, si ricorda il grande alpinista e partigiano Ettore “Nino” Castiglioni, sottotenente degli Alpini che dopo l’8 settembre 1943 si era unitoai partigiani e che salvò oltre cento ebrei e antifascisti fra i quali il futuro presidente Luigi Einaudi, portandoli al sicuro in Svizzera, nel Cantone dei Grigioni, e queste imprese lo hanno eletto “Giusto tra le Nazioni”. Castiglioni, infatti, morì assiderato la notte del 12 marzo 1944 mentre fuggiva dalla Svizzera, dove era stato arrestato per la sua attività di passeur . Indossava un lenzuolo e un plaid: i gendarmi elvetici gli avevano sequestrato gli scarponi, gli sci, la giacca a vento, persino i pantaloni. Se assurda e ingiusta è stata la morte di Castiglioni, ancor più assurda e ignobile è invece stata la decisione di Donato Seppi, sindaco di Ruffré-mendola che ha negato la posa di un monumento dedicato all’eroico alpinista nella piazza del paese, in provincia di Trento, dove Ettore era nato il 28 agosto 1908. Successe cinque anni fa, ma da allora, ogni 12 marzo, un’ondata di indignazione si abbatte sul settantenne Seppi. Ancor prima di diventare partigiano, Castiglioni era stato tra le due guerre uno dei più forti scalatori europei (affrontò le Dolomiti a soli 15 anni), tanto da essere premiato con la medaglia d’oro al merito alpinistico. Autore di bellissime guide escursionistiche sulle Pale di San Martino, le Odle, il Sella, la Marmolada, le Dolomiti di Brenta, con il trentino Bruno Detassis aprì oltre 200 vie. Conosceva a menadito le montagne della Valtellina: accompagnava i fuggiaschi lungo sicuri percorsi in alta quota, sfruttando ogni valico, ogni passo, ogni scorciatoia. Una volta entrato in Svizzera, cercava di rabbonire le guardie con forme di formaggio. Ma non bastò. Arrestato per spionaggio e contrabbando, rimase in cella due settimane. Al rilascio, lo minacciarono: se rientri, ti sbattiamo in galera e gettiamo via la chiave della cella. Ettore non si spaventò. Continuò nei suoi percorsi clandestini, sfidando i nazisti e i loro alleati repubblichini. Un giorno, i gendarmi svizzeri lo intercettano. Addosso ha documenti falsi. Un’aggravante. Finisce rinchiuso in un hotel. Riesce a scappare lo stesso, calandosi dalla finestra con un lenzuolo, avvolto in una coperta. Troppo poco per proteggersi dal freddo. C’era la luna piena, quella notte. C’erano anche 20 gradi sottozero, mentre raggiunge il Passo del Forno. Il ghiacciaio non fece sconti. Stremato, Ettore si accostò a un masso. Forse voleva riposarsi, prima di riprendere il cammino verso il fondovalle. Non si rialza più. Il gelo lo uccide. Lo ritrovarono il 6 giugno. Appena oltre il Passo del Forno (quota 2770), sul versante italiano c’è un piccolo piano, formato dal letto di un ghiacciaio scomparso. Al centro, quel masso. Un po’ più grande degli altri che stanno attorno. E una piccola targa arrugginita: “Ettore Castiglioni – 12 marzo 1944 – alpinista patriota”. Ufficialmente, il sindaco di Ruffré ha motivato il rifiuto di concedere lo spazio pubblico al monumento perché “non aveva nulla a che fare con Ruffré, era uno di Milano”, scusa risibile, visto che Castiglioni era nato lì, dunque un legame tutt’altro che casuale (come il rapporto che Castiglioni aveva col Trentino). Era il 2018, il gesto del sindaco suscitò indignazione e proteste, alle quali Seppi replicò: se ci tenete tanto, potete erigere il monumento in un terreno privato. Lo fecero, in un bosco appena fuori Ruffré. Ma nessuno dimenticò l’affronto. Gli alpinisti sono come i marinai. Aiutano, soccorrono. Comprendono. Ma non perdonano gli inumani: “Stando a contatto coi profughi si può toccare con mano la gioia che si dà. Li si vede con la faccia stravolta dalla paura e poi, al confine, sereni e felici salutarti come un salvatore”, aveva appuntato Castiglioni nei giorni in cui salvava ebrei e antifascisti, “dare la libertà alla gente, aiutarli a fuggire per me adesso è un motivo di vita”. Disperatamente attuale.
1.11.21
Che strano è l'essere umano. Litiga con i vivi e regala fiori ai morti.
Oggi nei giorno dei morti concordo con l'amica
Non sempre è così, almeno per e vero che molte persone vanno solo una volta all'anno a portare i fiori sulla tomba dei loro cari, ho detto questo perché nella tomba dei miei nonni paterni e sempre bella pulita e con tanti fiori dei nostri giardini, e pensiamo a loro con tanto affetto. Quelli materni quando possiamo perchè si trovano in citta lontane , ma il pensiero rimane .
Alessandra Canu
I parenti, gli amici, le persone in generale, vanno amate e rispettate da vive. Serve una carezza,un bacio, un,io ci sono,da vivi,un fiore va regalato da vivi , dopo ,fa bene solo a chi rimane ,magari xché la coscienza, si fa sentire
18.10.21
la shoah e l'antisemitismo cattolico fanno ancora paura ? Trento: la mostra sull’antisemitismo non deve esistere Domenica Primerano lascia il Museo Diocesano Tridentino: l’allestimento (già premiato) svela la menzogna ecclesiastica e antisemita su Simonino da Trento
Ecco cosa succede a
Trento: la mostra sull’antisemitismo non deve esistere
Domenica Primerano lascia il Museo Diocesano Tridentino: l’allestimento (già premiato) svela la menzogna ecclesiastica e antisemita su Simonino da Trento
Il Fatto Quotidiano18 Oct 2021▶ MONTANARI
Fateci caso, i posti di responsabilità nel governo del patrimonio culturale sono tutti assegnati a figure allineatissime al potere costituito. Ortodosse, poco o per nulla innovative: meglio se grigie e ossequiose. Nessuno spazio per eretici talentuosi, creativi, visionari, sperimentatori: alla faccia della funzione rigenerativa della cultura. Se poi si tratta di donne, ciò che ci si aspetta è una totale sottomissione
all’ordine stabilito dal dominio maschile. Figuriamoci se poteva reggere la brillante, intellettualmente insubordinata, responsabile di un museo ecclesiastico: e infatti Domenica Primerano,( foto a sinistra ) direttrice del Museo Diocesano Tridentino, si è da poco clamorosamente dimessa. La sua colpa? Aver pensato e realizzato la mostra italiana più importante degli ultimi anni, almeno sul piano intellettuale e politico. E poi aver proposto di renderla in qualche modo stabile e permanente.LA MOSTRA è quella, del 2019, su L’invenzione del colpevole. Il ‘caso’ di Simonino da Trento dalla propaganda alla storia. Vi si ricostruiva la storia terribile di Simonino: un martire inventato nel 1475 da un principe vescovo corrotto e in cerca di soldi e successo. La morte accidentale di un bambino divenne allora l’occasione per montare un processo atroce contro la comunità ebraica. Il capo di accusa era quello classico della persecuzione degli ebrei: Simonino sarebbe stato dissanguato nell’impasto del pane da consumare per la Pasqua, in una parodia cannibalesca dell’eucarestia cristiana. Tutto falso, ma la tortura strappò confessioni a spiriti prostrati e corpi massacrati, e, nonostante l’opposizione di illuminati prelati della curia romana, gli ebrei innocenti furono uccisi, e il bambino innalzato sugli altari. Era la fine della presenza ebraica a Trento, una ferita che iniziò a rimarginarsi solo quando le ricerche di un prete e storico trentino (era il 1965) convinsero la Chiesa ad abolire il culto del bambino e a riabilitare gli ebrei innocenti. Ma ancora oggi nel discorso pubblico, e sulla rete, Simonino è un santo vero, gli ebrei assassini di bambini.La mostra smontava questa storia attraverso la potenza delle opere d’arte, dei libri, dei riti pubblici dedicati a un santo inventato e a un massacro perpetrato in nome della fede cattolica. E lo faceva in un momento in cui l’invenzione del colpevole (nero, immigrato, rom, omosessuale, povero: comunque diverso, come gli ebrei) è ancora il pane quotidiano delle più votate forze politiche italiane. Non sembri un collegamento forzato: più di una volta la Difesa della razza (la rivista fascista, pubblicata tra 1938 e 1943, di cui era efferato caporedattore Giorgio Almirante: tuttora riconosciuto come padre politico dal partito di Giorgia Meloni) mise in copertina le immagini e la storia di Simonino, vittima dei perfidi giudei che allora fascisti e nazisti avviavano ai forni crematori.La mostra di Domenica Primerano ha avuto uno straordinario successo (comprese le scritte antisemite che ne hanno imbrattato i manifesti: segni sicuri di efficacia), vincendo tra l’altro il Grand Prix per l’educazione dell’eu ro pe an heritage award, il più prestigioso premio europeo per il patrimonio culturale. Di qui l’idea – necessaria – di musealizzarne permanentemente una parte nella cappella che, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, aveva ospitato per secoli le reliquie e i riti di questo culto “sacrilego” – sacrilego perché falso. Un’idea fortissima anche sul piano strettamente religioso: perché “i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Giovanni 4, 23).Ma un’incredibile alleanza di fatto tra destra catto-fascista, alcune personalità della comunità ebraica trentina (smentite però dalla presidente delle Comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, che si è rifiutata di firmare le lettere contro il progetto) preoccupate di una riaccensione del culto, e storici convinti che la storia non si possa spiegare al popolo ha indotto l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi (che pure aveva coraggiosamente sostenuto la mostra) ad archiviare il progetto, togliendo di fatto la sua fiducia alla direttrice Primerano. E così questa studiosa, questa intellettuale indomita e tutta intera alla quale dobbiamo così tanto, ha preso la bicicletta ed è partita per un viaggio lungo la Loira. CHI L’HA COSTRETTA ad andarsene si è assunto una grave responsabilità morale. Perché raccontare proprio in quel luogo il tradimento abominevole che lì fu compiuto sarebbe stato importantissimo: così come lo è stato musealizzare Auschwitz. E perché si sarebbe trattato di uno dei rarissimi tentativi di far parlare a tutti il patrimonio culturale: con rigore storico, ma anche con tensione morale e con spirito costituzionale. Abbiamo tremendamente bisogno di direttrici e direttori come Mimma Primerano: perché è solo con persone così che davvero “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura” (art. 9 Cost.)e crea anticorpi contro fascismi e nazismi ed i loro rigurgiti chge ancora oggi sono resenti anche se mescolati a l sovranismo ed al populismo .
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
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iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...
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Ascoltando questo video messom da un mio utente \ compagno di viaggio di sulla mia bacheca di facebook . ho decso di ...






