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29.3.26

Silvia Camporesi: «I viaggiatori pensano di avere diritto a usare i luoghi: anche fotografare un posto per mostrarlo è un gesto di appropriazione»

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 da  https://www.vanityfair.it/










Silvia Camporesi: «I viaggiatori pensano di avere diritto a usare i luoghi: anche fotografare un posto per mostrarlo è un gesto di appropriazione»
La fotografa e filosofa, cha ha appena pubblicato il libro Una foto è una foto è una foto riflette sul rapporto tra immagine e viaggio, sull’impatto visivo del turismo e sulla necessità di un nuovo sguardo consapevole sui luoghi che attraversiamo


Filosofa di formazione, fotografa di mestiere: si dovrebbe presentare così Silvia Camporesi, se non fosse che per la raffinatezza delle sue immagini e la profondità dei suoi ragionamenti le due definizioni sembrano essersi fuse in lei. Da anni impegnata a ritrarre il paesaggio italiano, ha da poco pubblicato con Einaudi il libro Una foto è una foto è una foto, riprendendo il verso di Gertrude Stein A rose is a rose is a rose. Un capitolo del volume è dedicato al binomio sempre più delicato fotografia-viaggi.
In queste pagine Silvia Camporesi si interroga su come fotografare oggi i luoghi che visitiamo senza darli in pasto al turismo. Se il mondo è sempre più fotogenico e tutto, da una camera d'albergo a una mostra fino alla sala di un ristorante, viene pensato per essere instagrammabile, dove si colloca la nostra responsabilità di fotografi? Usata così la fotografia, dice l'autrice, diventa un gesto di appropriazione che nasce da un'idea antica: l'idea che come viaggiatori abbiamo diritto a usare un posto. Ne abbiamo parlato con lei.



Silvia Campore





Il titolo del suo libro riprende il celebre verso di Gertrude Stein. In quel gioco di ripetizioni c’era l’idea che una cosa sia semplicemente se stessa. Cosa significa affermare che una foto è una foto?
«È una tautologia che nel libro ha un significato ben preciso. La fotografia è viva e morta allo stesso tempo: morta rispetto a come l'abbiamo conosciuta, viva perché ha subito varie rivoluzioni, pur rimanendo se stessa, soprattutto se parliamo di fotografia autoriale. È un modo per dire che sì, è molto cambiata, ha generato anche grossi problemi - di verità, ad esempio - ma continua a sorprenderci».
Entrando nel merito del capitolo dedicato alla fotografia e al viaggio, lei dice che più fotografiamo un luogo e più lo priviamo della sua singolarità. È come se l’immagine, invece di rivelare, esaurisse ciò che ritrae. Da fotografa e filosofa, come definisce questo paradosso dello sguardo contemporaneo?
«Ci sono tante cause che hanno generato il problema dell’overtourism. Michel Houellebecq, nel romanzo La carta e il territorio, si domanda se le località servite da Ryanair fossero già mete turistiche o se lo siano diventate proprio in seguito alla decisione della compagnia di includerle nelle proprie rotte. Il fatto è che ora che ci è consentito andare in luoghi fino a poco tempo fa non accessibili, li fotografiamo e “pubblichiamo”, accompagnati dalla narrazione: “C’è un posto che vale la pena vedere". Questo innesca un processo che arriva a far conoscere a tutti luoghi che prima erano sconosciuti».
Nel libro cita alcuni esempi emblematici.
«Il caso più noto è quello del fiordo in Islanda, ripreso in un video di Justin Bieber che ha avuto 400 milioni di visualizzazioni, con un impatto devastante. In Italia, invece, quello dei Palmenti di Pietragalla: un posto sconosciuto, trasformato in meta turistica da una singola fotografia diffusa online con la narrazione: “Esiste un posto in Italia che sembra il paese degli Hobbit”. È bastato questo per renderlo richiestissimo».




Atlas Italiae, del 2011. Trolley books. Foto: Silvia Camporesi

Sembra che oggi tutto sia pensato per essere trasformato in esperienza.
«È così. Anche nelle mostre più prestigiose oggi c’è un punto pensato per far scattare una foto o un selfie. Nel libro c’è un paragrafo che si intitola Scenografia per un selfie. Sembra un’esagerazione, e qualcuno mi ha criticato dicendo che non è vero che tutti cerchiamo luoghi “instagrammabili”. Tutti no, ma molti sì».
E questa società che crea scenografie per i selfie che impatto ha sui luoghi?
«Succede che, quando un luogo comincia a essere visto sui social e diventa molto frequentato, si riempie di persone che mangiano, consumano, lasciano rifiuti. Quando i numeri crescono esponenzialmente i negozi e le strutture devono ingrandirsi, la proposta si omologa e il cibo non può più essere “autentico”. Non parliamo poi degli alloggi».

Il professor Sean Smith: «Come Instagram e Tik Tok sono diventati i padroni dei nostri viaggi»

In occasione della Giornata Mondiale del Turismo, che si celebra oggi 27 settembre, abbiamo intervistato il docente Sean Smith che si occupa di studiare il collegamento tra social media e cambiamenti sociali. Anche nel turismo


Quello degli alloggi è un discorso delicato in Italia, con un’emergenza abitativa gravissima. Ma c'è anche un altro problema: oggi dobbiamo programmare tutto prima di un viaggio. L’andare non dovrebbe essere naturale?
«Sì, oggi non si può più andare in un luogo in maniera non programmata. Bisogna pianificare ogni minimo passaggio. Non c’è più la libertà che avevamo un tempo, se non andando in luoghi ancora non presi di mira, dicendo: “andiamo lì prima che venga scoperto”. E poi c'è anche un problema di costi: oggi è diventato normale pensare che se qualcosa è gratis vuol dire che non sia bello. Tutto è diventato costoso: la spiaggia, il sole, l’ombra, niente è più gratuito. Ma non è normale».















13.3.22

I cercatori di luoghi abbandonati: viaggio con gli esploratori urbani che visitano l'Italia dimenticata



"Prendi solo fotografie e lascia solo impronte". La frase che ai più può sembrare senza logica

per gli urbexer di tutta Italia è come un vero e proprio mantra: "Vuol dire che il luogo deve essere amato e rispettato e nulla va toccato o portato via".

Questo  è quello    che    fanno  gli autori  di   https://ascosilasciti.com/it/

In sintesi da   https://ascosilasciti.com/it/chi-siamo/




ASCOSI LASCITI, IN “PAROLE POVERE”

Il progetto Ascosi Lasciti nasce nel 2010, dall’occhio del regista ed autore TV Alessandro Tesei (fondatore). Il suo tema principale è l’abbandono di infrastrutture, trattato in tutti gli aspetti. Si sviluppa grazie al lavoro di squadra di un team ramificato sul territorio, coordinato da Davide Calloni (amministratore), e prende la sua forma finale grazie alla sinergia tra gli esperti web di Passionlab e Subwaylab. Nel 2020 il progetto si fa associazione culturale grazie all’impegno di Cristiano La Mantia (presidente) e dei soci fondatori (E. Bai, M. Montaperto, L. Licciardi et al.). A capo della parte editoriale, i due redattori (F. Coppari, G. Imburgia) che si avvalgono del supporto di un gruppo di reviewers.
Le pagine “social” del progetto sono tra le più seguite in Italia ed in Europa su questo tema. I responsabili (M. D’odorico, L. Rosa, M. De Leonibus, V. Genco e A.Ciampalini et al.) ne curano quotidianamente i contenuti fotografici e divulgativi.
Tra gli autori più attivi spiccano i nomi, in ordine di maggior apporto, di J. Della Giacoma, V. Fanelli, E. Macchiavelli, C. Catinello, C. Goffi.; senza contare la preziosissima collaborazione con i gruppi nazionali di Tesori Abbandonati, PLAI, tra i più seguiti in Italia, e i gruppi territoriali più attivi di Derive Suburbane, Obiettivo Uno, Liotrum e Ascosi Lasciti Marche.
Il collante di un gruppo così numeroso? L’amore per l’urbex (esplorazione urbana), volta alla riscoperta di luoghi dimenticati.

Il Team Di “Ascosi Lasciti“..
Qui Trovate La Nostra Pagina INSTAGRAM…
…E Qui La Pagina FACEBOOK
PER CONTATTARCI : info@ascosilasciti.com



 "Non si tratta solo di fare l'intruso in un mondo che non possiamo più vedere - raccontano esploratori urbani esperti - Ma è anche riportare in vita attraverso fotografie quei posti che ormai sono stati dimenticati da tutti".
Negli ultimi anni in Italia sono nati sempre più gruppi urbex con l'intento di documentare tutti quei posti abbandonati che ci sono nel nostro paese. Tra i primi a portare avanti questa professione c'è ascosi lasciti: un progetto nato per "condividere le esplorazioni e le storie dei più suggestivi luoghi nascosti in Italia e nel mondo - raccontano gli autori - Oltre i luoghi abbandonati, vogliamo documentare attraverso i nostri reportage ciò che ruota attorno alle città fantasma, i relitti e i sotterranei. L'intento è quello di prendere coscienza dell'immenso patrimonio immobiliare sommerso ma anche quello di raccontare aneddoti e di informare

che palle i vanacciani e i salvinisti che vedono. nel. caso di Bergamo (e non solo) la nazionalità vera o presunta del colpevole.

 Lo  so  che non  dovrei rispondere a tali assurdità  (metaforicamente parlando ) ma non ci  resisto.   soprattutto perché  come  dice    xx...