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20.2.26

Deborah Compagnoni: "Il bronzo di Sofia Goggia vale un oro"

Anche la Goggia ha fatto un impresa ma non ha avuto lo stesso clamore mediatico che ha avuto quelli
della Brignone e qualcuno lo riconosce ( vedi titolo )  ed articolo sotto preso da msn.it 


Intervistata da ilNordEst.it Deborah Compagnoni ha parlato anche delle Olimpiadi di Sofia Goggia. “Ha conquistato un bronzo pesantissimo, in condizioni mentali delicate – ha tenuto a sottolineare -. Quel bronzo assomiglia tanto ad un oro. Non era facile scendere dopo un infortunio così grave, l’elicottero sulla testa e venti minuti di stop. Lei è stata bravissima. A volte Sofia pecca nell’istinto. È una istintiva, aggredisce la pista senza mezze misure, è sempre stata la sua forza ma qualche volta anche un limite”.
“Il bronzo in discesa è arrivato perché Sofia ha capito che la situazione richiedeva gestione. In super

gigante aveva il miglior tempo quando è incappata nell’errore. L’errore fa parte del percorso, ma resta la più forte di tutte in discesa. La Goggia ha ottime possibilità di conquistare un titolo di specialità, discesa o super G. Vorrà anche vendicare un po’ queste olimpiadi, le motivazioni non le mancheranno di sicuro” ha aggiunto la valtellinese.
“La giornata di domenica è stata di difficile gestione, anche dopo l’infortunio della Lindsey Vonn, a cui mando tutti i miei più sinceri auguri di guarigione – ha evidenziato la bergamasca a RTL 102.5 -. Innanzitutto mi è dispiaciuto tantissimo per quello che le è capitato. Lei partiva con il pettorale 13, io avevo il 15: in partenza si sentivano le urla, sebbene la terza porta, dove poi è caduta, fosse a circa 100 metri in linea d’aria o poco più. Non è stato un momento semplice da gestire, ma chiaramente il dispiacere per lei va oltre la mia difficoltà nel gestire quel momento in partenza”.
“Sul Gigante non mi sono sentita delusa. È chiaro che, quando sei terza nella prima manche alle Olimpiadi e poi arrivi ottava, la delusione venga descritta anche dalle testate giornalistiche per quella che avrebbe potuto essere un’altra medaglia – ha proseguito -. Però, a dire la verità, io in Gigante non salgo più sul podio in Coppa del Mondo dal 2018. Mi ritengo comunque soddisfatta della mia gara, perché ho fatto due manche ad alto livello. Poi, chiaramente, nella seconda manche le vere gigantiste, che forse erano andate un pochino più piano nella prima, si sono date una mossa e hanno sciato un po’ più forte. Comunque ho preso quattro decimi sia nella prima sia nella seconda manche dalla vincitrice, quindi la mia gara è stata molto lineare. È chiaro che poi si sono invertite un po’ le posizioni e questo può essere visto come una delusione”.




“Devo dire che, se dovessi avere un rammarico per qualcosa, nel caso sarebbe per il superG, perché io sono molto più forte nelle discipline veloci, sebbene sappia sciare anche in Gigante. Essere in testa fino a metà pista con 65 centesimi di vantaggio e poi sbagliare, non riuscendo a concludere la gara, mi è dispiaciuto molto. In discesa, invece, sono riuscita a portare a casa questo bronzo” ha sottolineato poi la campionessa.

15.2.22

Sofia Goggia, Valentino, Totti e gli altri: quando l'impossibile diventà realtà

 


Pechino 2022, Goggia d'argento, l'ortopedico del Coni: "Vi spiego perché la sua è un'impresa" Ai Giochi di Pechino Sofia Goggia ha conquistato l’argento olimpico nella sua specialità, la discesa libera, quattro anni dopo l’oro di Pyeongchang nella stessa disciplina.

La campionessa bergamasca ha recuperato in soli 23 giorni da una lesione al legamento crociato del ginocchio sinistro. Abbiamo chiesto a Francesco Franceschi, professore associato di Ortopedia all’Università Unicamillus di Roma e ortopedico dell'istituto di Medicina dello Sport del Coni i come e i perché del suo recupero prodigioso. infatti Quella della bergamasca, argento olimpico a soli 23 giorni da un grave infortunio, è solo l'ultimo dei tanti recuperi in extremis di grandi campioni che hanno caratterizzato la storia dello sport

Ci si spezza per vedersi ritornare. I 23 giorni che separano l'infortunio di Sofia Goggia dall'argento che vale più dell'oro nella discesa libera delle Olimpiadi di Pechino segnano il confine tra l'impossibile e il possibile. Oltre il dolore e prima del trionfo, ricca è la lista dei campioni interrotti da un ginocchio che salta, un muscolo che si strappa, un incidente di percorso, un destino cattivo. Non escludono il ritorno, mentre in testa il martello che batte è quello di una sola domanda: tornerò quello di prima? Valentino Rossi al Mugello, 2010: frattura esposta di tibia e perone. Il Dottor Costa della Clinica Mobile disse: "E' molto grave, la gamba si è spezzata, è uscito fuori l'osso che ha lesionato la pelle. Non tornerà prima di tre mesi". Trenta giorni dopo Vale era in sella alla Yamaha, ne erano passati 41 quando si presentò in pista. Al Sachsenring giunse quarto.

Pechino 2022, Goggia in gara nei Giochi tre settimane dopo l'infortunio: quando il recupero è lampo

Totti e il Mondiale del 2006

Tenacia, quella cosa lì. Tackle di Vanigli su Totti, frattura del perone: drammone azzurro, al Mondiale manca poco. Ma poco è abbastanza per recuperare. Da catalogo: cinque mesi. Totti tornò dopo 100 giorni secchi, andò al Mondiale, segnò contro l'Australia il gol che ci aprì le porte della semifinale e alzò la coppa del mondo. Impresa non riuscita a Franco Baresi nel 1994, in campo nella finale contro il Brasile a 24 giorni dall'infortunio al menisco che l'aveva bloccato ad inizio torneo. Il Ritorno contempla la perseveranza e mette in conto l'azzardo. Mika Hakkinen nel 1995 entrò in coma, quando si svegliò gli dissero: ce l'hai fatta, ora però spegni il motore e scendi dall'auto. Eh, come no. Campione del Mondo 1998, campione del mondo 1999.

Pechino 2022, Sofia Goggia, argento nella libera: "Il sogno olimpico mi ha fatto guarire presto"

Lauda e Hakkinen al limite dell'incoscienza

Sottrarsi all'evidenza, fuggire la mala sorte. Niki Lauda finì nel fuoco di Nurburgring, era il 1° agosto del 1976. La pelle ustionata, l'anima ferita. Quaranta giorni dopo era in pista per difendere il titolo Mondiale, ma le favole ogni tanto prendono deviazioni inattese: sotto il diluvio di Fuji Lauda decise di ritirarsi. Scrissero che Niki "aveva avuto il coraggio di avere paura". Nel 1995 Marco Pantani venne investito da una macchina mentre correva la Milano-Torino. Cartella clinica da far paura, però nove mesi dopo era di nuovo alla partenza.

Lorenzo in pista a 35 ore dall'operazione, Paltrinieri e la mononucleosi

Talvolta invece la paura è un fantasma, basta fargli "Buuu" e scompare: Jorge Lorenzo, anno di grazia 2013, cade nelle libere del giovedì, si frattura la clavicola, la stessa sera si opera, il sabato - a 35 ore dall'operazione - è in pista. Follia? Claro que sì. Prima delle Olimpiadi di Tokyo Greg Paltrinieri aveva contratto la mononucleosi e - di conseguenza - sospeso gli allenamenti. Si era presentato in acqua come un bambino che rivede il mare dopo un anno. Argento negli 800 stile libero, 4° posto nei 1500, bronzo nella 10 km., a dimostrazione che certi campioni danno il meglio quando il mondo si mette di traverso. E comunque ogni storia si carica di simboli, sta a noi dargli un significato.

L'incredibile Eriksen

Prendete Christian Eriksen. Il 21 giugno, all'Europeo, il suo cuore aveva smesso di battere. Il 14 febbraio, in un'amichevole, quello stesso cuore batteva il tempo della più imprevista delle felicità: un'ora in campo, nell'amichevole che il Brentford ha giocato contro il Southend United, a porte chiuse e orizzonti aperti. Che poi, a pensarci, non conta poi molto alzare una coppa o baciare una medaglia. Più del traguardo, la traccia che resta è quella del viaggio. A spingere Roberto Baggio verso la convocazione al Mondiale di Corea - in quel tardo inverno del 2002 - era tutta l'Italia. Il 31 gennaio si ruppe il legamento. Aveva 35 anni, le sue ginocchia martoriate somigliavano allo scarabocchio di un ragazzino ipercinetico, poteva anche finirla lì. Invece no. Decise di operarsi il 4 febbraio, 76 giorni dopo era in campo a segnare una doppietta e a mandare segnali al CT Trapattoni. Non servì a garantirgli il Mondiale, il Trap lo lasciò a casa. Ma servì a fare di Baggio ciò che amiamo nei campioni eterni: uomini che hanno attraversato il dolore e ne sono usciti forse migliori, di sicuro testimoni di quanto lo sport esalti l'uomo e lo spinga a fare cose impensabili.


Come il curling unisce le persone di Livigno anche senza medaglie

Camminando la sera lungo via Ostaria, nella parte nord di Livigno , si può ascoltare un suono inatteso. Una sorta di paff, o puck, o stonk. ...