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27.12.25

riflessione natalizia e non solo II - di Nicola tondini

riflessione  Natalizia  (  e  non solo  )   I 

 Lo so che un po' ve lo aspettate e un po' pensate: che palle l'ennesimo post su noi ricchi e loro poveri in fila alla mensa di carità.
Certo, a guardare quanti pasti potrò consumare con i resti del pranzo natalizio, la tentazione c'è. Però non è più quel tempo.
Nel senso che, certo, il congelatore è pieno di lasagne e altre leccornie, ma sono di meno. Meno di tutto.
E non è dovuto a una scelta — che so, la dieta o un consumo responsabile. È dovuto all'abitudine e, un po', alla paura.
L'abitudine di una spesa che non è più quella di qualche anno fa, quando i carrelli, per quanto grandi, erano sempre insufficienti all'abbuffata settimanale.
La paura delle file alle mense di carita. Gia, perché guardando le persone in fila, oltre alla solidarietà umana, si finisce per chiedersi: «perché io no?». «Perché io sono quello che passa in auto e li guarda dal finestrino sporco di pioggia, e non quello che, bagnato, guarda un uomo che lo scruta da dietro un vetro Cosa è successo a loro che non è successo a me? Oppure, un po' più inquietante: cosa è successo a loro che non è ancora successo a me? O forse non ci siamo accorti, come loro non si erano accorti, che improvvisamente al supermercato guardavi i prezzi. Che improvvisamente cercavi solo le cose in offerta. Che improvvisamente certi prodotti erano usciti dal paniere di tutti i giorni.Usciranno — ammesso non siano gia uscite — statistiche per dire quanto abbiamo speso in banchetti in queste settimane. Sicuramente saranno cifre stratosferiche, magari maggiori di quelle delle scorse festività. Ma nessuno peserà i sacchetti, nessuno conterà le cose acquistate, nessuno ci dirà che siamo più poveri. Che siamo in recessione. Nessuno ci dirà la verità e noi continueremo a pensare a "loro" che sono in fila e a "noi" che siamo in auto. Invece siamo tutti sotto questa pioggia: ombrello piu’ ombrello meno

23.12.25

l'atmosfera nataliza ha fatto presa su un Grinch - Ebenezer Scrooge . natale non ha solo un aspetto caramelloso e mellifluo

infatti
   

io vero significato del natale non sono tanto i regal in se ma il fatto di ritrovarsi e rinascere ogni volta . come suggerisce quest articolo

  da  https://www.italiachecambia.org/ 22 Dicembre 2025 |

Solstizio d’Inverno, tra la Natura in apnea e il significato (vero) del Natale antico

Un viaggio nel significato profondo del Solstizio d’Inverno: tra archeologia, tradizione e scienza, il buio come grembo della rinascita.

Marta Serra
 
HEADER solstizio 1

Quando la terra trattiene il suo nome, tutto sembra dimenticare di respirare. La luce si assottiglia fino a diventare un filo, gli alberi si spogliano fino a mostrare la loro architettura di ossa, gli animali arretrano verso tane profonde e persino il vento si muove senza spiegarsi. È il Solstizio d’Inverno, la notte più lunga, il momento in cui la natura entra in apnea. Non è morte: è concentrazione. È ascolto. È un antico gesto di preparazione al parto della luce.

Le culture che ci hanno preceduto non hanno mai letto questo passaggio come un evento lieve. La nascita del Sole non è solo una festa: è una tensione, un dolore, un respiro trattenuto. Il Sole arriva al punto più basso della sua traiettoria, come se il cielo non avesse la forza di sollevarlo ancora. Si ferma, sospende il passo e proprio in quel fermarsi, nell’immobilità della luce compressa, il mondo comincia a cambiare direzione. Il Solstizio è quindi un travaglio cosmico: la spinta silenziosa con cui la luce torna al mondo.

solstizio
Immagine di repertorio Canva

Solstizio: nel grembo delle civiltà più antiche

Prima dei Greci, molto prima, il Mediterraneo sapeva parlare molto bene il linguaggio dell’ombra. I Minoici scendevano nelle grotte come in un ventre, sicuri che la rinascita avesse bisogno del buio. Gli Anatolici narravano di un dio solare che attraversava annualmente un corridoio oscuro prima di riemergere. Le culture neolitiche costruivano templi ipogei dove la luce poteva entrare solo in due o tre giorni dell’anno, come fosse messaggio. In Sardegna, questa sapienza diventò pietra.

I nuraghi, in questo specifico senso, sono colonne vertebrali del paesaggio, luoghi dove il buio del cielo e della terra si incontrano in una stanza centrale. La loro architettura canalizza la luce, soprattutto quella solstiziale, trasformando l’alba di metà inverno in un rito di penetrazione cosmica. I menhir, verticali e immobili contro il vento, collegamento assiale tra cielo e terra, sono antenne. Aste di roccia che comunicano e fanno comunicare, radicate lì dove il Sole cambia direzione, come marcatori di un patto antico tra luce e terra. 

Mondo sotterraneo dei Greci e mondo solare dei Romani

I Greci osservavano il Solstizio come incontro tra due tempi: Kronos, il tempo che consuma, rallentava fino a quasi spegnersi, mentre Aion, il tempo eterno, apriva una fessura nella notte più lunga. In quel varco camminavano gli dèi. Era una delle stagioni di Persefone, della luce che scende nel profondo, del mondo sotteraneo. Era il momento in cui Helios faticosamente rimontava la sua ruota. Era il preludio al ritorno di Apollo, il cui passo verso la primavera non è mai immediato, ma lento, inevitabile.

HEADER solstizio 2
Menhir – immagine di repertorio Canva

A Roma questo periodo era una soglia viva. Nei Saturnalia, l’ordine si capovolgeva: chi comandava serviva, chi serviva comandava, i ruoli si scioglievano come neve sul fuoco. Non era caos per divertimento: era memoria del principio. Era un ritorno simbolico al brodo primordiale, affinché la società potesse rinascere. Pochi giorni dopo, il 25 dicembre, arrivava il Dies Solis Invicti: la nascita del Sole Invitto. Non un Sole forte, non un Sole estivo, ma un Sole che, pur avendo toccato l’abisso del buio, non è stato vinto.

Era la celebrazione della sua fragile vittoria: un raggio sottilissimo che, da quel giorno, avrebbe ricominciato a salire sull’orizzonte. Il Natale cristiano si è posato esattamente su questo gesto cosmico: la luce che rinasce nel punto più profondo della notte. Prima che il Carnevale prendesse forma, questo era il tempo delle maschere antiche: uomini-bestia, spiriti cornuti, ombre che camminavano tra i villaggi.

Il solstizio è un momento in cui il mondo parla in un linguaggio più sottile

Non erano mostri. Erano guide. Erano la forma che la notte prende quando accompagna la luce a rinascere. Portavano il caos necessario per sciogliere ciò che deve morire e proteggere ciò che sta per cominciare. Nella notte più lunga, le comunità accendevano fuochi. Non per illuminare, ma per invocare. Il fuoco era ed è un filo rosso tra terra e cielo, pare sussurrare padronanza di fuoco ctonio e fuoco manifesto. Ventre incadescente di terra e cuore e lume abbagliante di sole e intelligenza. Attorno a quelle fiamme, la comunità diventava e diventa un solo respiro.

La scienza del buio e download di coscienza

La natura, in questa apnea, non dorme. Rallenta. Raccoglie. Riorganizza. Le piante abbassano il metabolismo, la linfa si ritira, gli animali riducono il ritmo. Il mondo non smette: approfondisce. Anche il corpo umano si fa più denso. Cerca calore, interni, silenzio. Si nutre di ciò che radica, sogna di più, sente di più. È la nostra partecipazione al grande respiro cosmico. Nelle ore più scure dell’anno, la mente diventa un organo ricettivo. Le neuroscienze lo vedono. Le tradizioni lo sapevano.

HEADER solstizio 3

Nel buio il pensiero simbolico si intensifica, le intuizioni si liberano, le visioni si precisano. Il solstizio è un momento in cui il mondo parla in un linguaggio più sottile. Contrariamente a ciò che si pensa, il seme non dorme nel cuore dell’inverno. Agisce. Rompe il guscio. Si idrata. Si ancora. Mette radice. Nel solstizio, il seme comincia già a crescere. Il buio lo protegge. Il freddo gli indica la direzione. La prima spinta verso la vita si compie qui, nel ventre gelido della terra. La gioia dell’estate nasce sempre in un punto di buio.

Quando il mondo inspira di nuovo

Dopo la notte più lunga, la luce avanza di un respiro impercettibile. È appena un soffio, ma basta: il mondo inspira di nuovo. Il ciclo ricomincia. Il Natale antico non celebrava un evento, ma un mistero: ogni nascita – cosmica, vegetale, umana – è un atto di coraggio nel buio. Proprio nell’apnea del mondo tutto comincia davvero a vivere

18.12.25

L’ANSIA DELLE FESTE: QUANDO LA FELICITÀ METTE SOTTO PRESSIONE Pillole di psicologia I consigli del famoso terapeuta Gerry Grassi

Chiara* arriva in seduta pochi giorni prima di Natale. «Tutti sono felici, io invece mi sento so"o pressione. Devo essere serena, devo godermi le feste, ma dentro sento solo ansia». Le sue parole raccontano una condizione molto più di$usa di quanto si pensi: l’ansia da vacanze natalizie. Il periodo delle feste, simbolo di convivialità e riposo, può amplifcare tensioni, aspettattive. Le luci, i regali, i sorrisi dei social diventano un promemoria di ciò che manca:
relazioni autentiche, tempo per sé o la libertà di non dover essere felici a comando.L’ansia delle feste nasce dall’incontro tra tre fa"ori: il sovraccarico di stimoli (impegni, spese, viaggi), l’idealizzazione della felicità e la ria"ivazione di vissuti familiari irrisolti. La mente, invece di riposare, entra in uno stato di vigilanza, teme di non essere all’altezza del Natale. Come lavoro terapeutico a Chiara propongo due strategie.

STRATEGIA 1 – La mappa delle aspettative: insieme analizziamo cosa sente di “dover” fare per forza durante le feste e cosa sceglierebbe davvero. Spesso emerge una distanza tra ciò che desidera e ciò che pensa di dover rappresentare. Ridurre questa distanza significa tornare padroni del proprio tempo emotivo.

STRTEGIA 2 – Il rito del silenzio: ogni giorno, anche per dieci minuti, invito Chiara a sospendere musica, notidche e conversazioni. Uno spazio di vuoto per ritrovare il contatto con se stessa. È sorprendente come, nel silenzio, l’ansia perda forza e riemerga la presenza.

Clinicamente, questo periodo natalizio rivela un paradosso molto interessante: più cerchiamo di “costruire” la felicità, più rischiamo di perderla. La serenità non nasce da come dovrebbe andare il Natale, ma da come scegliamo di viverlo, anche se è imperfetto, anche se non corrisponde all’immagine ideale. A volte, il regalo più grande che dobbiamo farci è concederci il permesso di non dover essere felici a tutti i costi.




*I nomi e i riferimenti presenti sono stati modificati per garantire la riservatezza e l’anonimato del caso.

                                                 gerry.grassi@gmail.com




Aggiungo che L'ansia durante le feste di Natale è un fenomeno comune, spesso dovuto a aspettative irrealistiche e pressioni sociali. È importante affrontare questo periodo con equilibrio e rispetto per i propri bisogni. Ecco alcuni consigli per gestire l'ansia e godere al meglio delle festività:

  • Ridimensiona le aspettative: Non ci sono regali perfetti o famiglie perfette. Concentrati su ciò che è significativo per te.
  • Pianifica senza strafare: Lascia spazi liberi per riposarti e goderti momenti di tranquillità.
  • Ristruttura i pensieri stressanti: Scegli momenti di gioia e non ti limiti a "non piacere a tutti".
  • Mantieni i tuoi spazi personali: Anche durante le feste hai diritto a momenti solo per te.
  • Dici "no": Non tutto è essenziale e necessario. Stabilisci priorità chiare e prenditi cura di te stesso.

Se l'ansia persiste, considera di consultare un professionista della salute mentale per supporto e miglioramento.

16.12.25

mancano 15 giorni a natale e anche i Grinch s'inteneriscono e cedono o quasi all'atmofera natalizia

 il  countdown natalizio ormai agli sgoccioli; inizierà a regalarci  sempre più  il luccichio delle luminarie e quell'atmosfera via via più calda e ovattata che anche i Grinch come il sottoscritto finiscono col respirare  facendosi inevitabilmente influenzare-  Ma  non passivamente  . Infatt come  ho  già  detto   in  « Malinconia  Natalizia » e  « ormai  a quasi    50 anni sto iniziado    ad   avere  un   rapporto complicato con  il natale lo vedo più come un obbligo sociale     e  commerciale più  che  una  festa  vera » reagisco     condivenendo     video come  questi    due  dei  I  sansoni  




o    canzoni  ed  album  alternativi    come  


 
 un modo di reagire a cagate natalizie simili 

oltre  che  alla martellante  pubblicità  e  musiche    per  le  vie  cittadine  proveniuenti   oltrte  che  dagli esercizi  commerciali  da  altoparlanti  comunali  

9.12.25

ormai a quasi 50 anni sto iniziado ad avere un rapporto complicato con il natale lo vedo più come un obbligo sociale e commerciale più che una festa vera

 canzone  suggerita
povero me -   francesco de gregori 

Ma  prima  di inziare  potete  sempre sul mio rapporto complicato del natale leggere  il precedente  post  Malinconia natalizia  

 Ebenezer Scrooge  dal  Canto di Natale di Topolino


Sono quasi certo di quanto affermavo l'anno scorso .L'anno scorso infatti     ecco  cosa   è risultato dal test   di natale  di https://www.wired.it/

Tu il Natale lo vivi come un dovere sociale: fai l’albero (magari un po’ storto), sorridi agli inviti in famiglia e scarti i regali con diplomazia. Anche se ricevere l’ennesimo paio di calzini ti fa un po’ storcere il naso. Tu il Natale lo vivi come un dovere sociale: fai l’albero (magari un po’ storto), sorridi agli inviti in famiglia e scarti i regali con diplomazia. Anche se ricevere l’ennesimo paio di calzini ti fa un po’ storcere il naso. Per te la vera gioia arriva il 6 gennaio, quando torni alla routine e puoi finalmente smettere di rispondere  (   o     di farne  )   ai messaggi di auguri preconfezionati o riciclati .  Ovvero  sei 


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                       BEFANA 

É  Da un paio   d'anni  (  ormai   non sono  più  bambino    che aspettava   il natale   già da novembre  prima   per  desiderare i regali di babbo natale / Gesù  bambino poi   per   fare  regali  poi con le guide di auto aiuto su come sopravvivete alle feste  di natale ) le persone attorno a me mi credono una specie di Grinch che odia il natale infatti  da un biennio  non trascorre autunno senza che inizi a lamentarmi in modo molesto dell'ormai imminente Natale.  Comincio di solito già a metà novembre i dopo halloween ( le festività  dei santi e dei morti ) in contemporanea alle prime pubblicità  e decorazioni natalizie delle vetrine .                                IL primo step è l'autoconvincimento: “ Quest'anno a Natale nessun regalo ! ". A questa fase per lo più istintiva ne segue una più razionalizzante: “Non sarà certo un problema... E chiaro a tutti che sono molto impegnato ... Capiranno non posso occupare le mie giornate a scegliere regali... E poi con tutte le persone che conosco la lista sarebbe infinita”... oppure  che sto invecchiando  e vedo  il natale  solo   come   un qualcosa  di  commerciale di capitalistico .Mi convinco in genere con relativa facilità. Una volta persuaso, passo alla fase due: l'attacco. Mi prodigo nel far sapere a tutti che “Quest'anno vi avviso, niente regali!". A seconda dell’interlocutore decido se  buttarla sul filosofico e quindi sulla “perdita del vero e originario significato della festa" oppure venare i miei discorsi di critica sociale puntando il dito sulla sua “eccessiva mercificazione" o altre banalità simili. Con alcun la  sincerità   non  ho  soldi   Con gli amici viaggiatori è più facile“... sai, dovrò organizzare il viaggio di fine anno... e tempo non ne avrò!"Di solito tutti mi assecondano. Annuiscono e non replicano direttamente  .                    Cortesia, credo. Ma  poi  Le mie granitiche certezze iniziano a scricchiolare verso inizio dicembre. Il mondo attorno è ormai costellato sempre piu di lucine colorate e vetrine apparecchiate, pacchetti luccicanti e alberelli innevati. Tutti sono indaffarati a scegliere, comprare, incartare. Tanto da  dimenticarsi  degli  altri   vedi  l'esperimento  sociale fatto   l'anno scorso  dalla  dottoressa  



 Ma  Verso metà dicembre i dubbi e le increspature diventano vero e proprio disagio. Evito di uscire per i negozi se non per l'estremo necessario e a   tenere sotto controllo l'inquietudine. D'altronde “occhio non vede...".Superata la metà del mese l'ansia rompe gli argini! In genere accade di notte. Nel dormiveglia. Quando i pensieri si amplificano e si dilatano. Mi assalgono i fantasmi  , proprio
come  il racconti  di  di Dickens  dei precedenti Natali  ( foto  a  destra  )  delle cene in famiglia e degli amici attorno. Il calore dello scartare i regali assieme. E così, nel cuore della notte, ormai sfumata l'idea di dormire, scatto freneticamente all'opera! Inizio dal solito file excel con la lista delle persone e dei possibili doni. Passo nervosamente a navigare su negozi online,ma in molti casi niente da fare, tempi troppo stretti per la spedizione. Sveglia quindi all'alba e via, coltello tra i denti, a sgomitare per negozi e centri commerciali  o cercare    fra i doppioni  e  regali non piaciuti   qualcosa   per  fare  un regalo Alla fine, il mio “Nightmare before Christmas" si risolve in extremis con un lieto fine e una probabile  certezza: tra un anno, andrà di nuovo in scena il medesimo copione !  😇🤗😛
Che altro   dire visto che mancano   14  giorni  A Natale  ? Buon Natale a tutti/e/* voi !    a  voi   decidere   se  accettarli o meno  , se  farli o  non farli   a  chi e  a  chi non  ,   come  .  Trovate  tratto da   queste    due    guide   di sopravvivenza    alle   festività natalizie  la  prima  del 2010   e   la seconda   mi pare del 2015   alcuni  link  e alcuni suggerimenti   

29.11.25

diario di bordo n 156 anno III libertà d'opinione e conflitto israeliano palestinese il caso Mohammed Shahin., chi ha rubato il natale gli islamici secondo i. leghisti ed affini , i buonisti d'accatto , i centri commerciali ?., l'arte del kintsugi-arte-giapponese-metafore

oggi la rubrica parlerà di : libertà e dissenso , repliche social , ed altre riflessioni suscitate dalla puntata dela 3 stagione un professore. Iniziamo
Nel vergognoso trattamento che il governo italiano ha riservato a Mohammed Shahin vi sono decenni di islamofobia, il veleno utilizzato dal sistema per scatenare la più semplice delle guerre orizzontali, quella che da sempre fa presa sull'immaginario collettivo di un occidente vittima di una mendace operazione mediatica di demonizzazione e disumanizzazione dei popoli mediorientali.
E mettiamoci dentro anche una vagonata di orientalismo, che è l'approccio fondamentalmente razzista dell'occidente nei confronti dell'oriente, che
non ha diritto di parola perché è fuori della sfera del reale, è mera categoria (a)culturale, che esiste solo nella rappresentazione alterata che l'occidente dà di esso. Oggetto di descrizione, dunque, inesistente di per sé e quindi intrinsecamente soggetto a dominio coloniale e discriminazione culturale, come lo definì Edward Said.
Se non fosse per queste due categorie, nulla di ciò che accade sarebbe stato possibile, né la disumanizzazione di un popolo altrimenti meritevole di essere giudicato eroico secondo tutti i parametri del pensiero logico né la vendetta applicata dagli stati verso i segmenti più deboli della catena di solidarietà per Gaza: chi non possiede cittadinanza e quindi diritti, meglio se musulmano da offrire in pasto ad una pubblica opinione come comodo capro espiatorio su cui riversare la frustrazione per i propri diritti erosi, e per la povertà materiale e morale che avanza, inesorabile come una piccola morte.
Il sangue dei musulmani, e la loro miseria, sono anzi particolarmente apprezzati nel sottobosco delle società occidentali, in cui vegetano ampi strati di popolazione per lo più incolta, alla perenne ricerca di vittime sacrificali su cui riversare decenni di alienazione per le ripetute sodomizzazioni violente da parte del potere e alla cui pancia si rivolge il sovranismo becero, quello che da Fallaci a Salvini - ma il fenomeno è assai più antico - ha propagandato la liceità dell'ultimo razzismo socialmente accettato, quello anti-arabo e anti-islamico.
Lo abbiamo visto con Souzan Fatayer, docente di lingua araba e membro della Comunità Palestinese Campana, candidata alle ultime elezioni regionali e sottoposta a gravissimi attacchi personali, con offese irripetibili, dal primo all'ultimo giorno della sua campagna elettorale per il solo fatto di essere straniera e palestinese, e lo vediamo oggi, con il provvedimento di espulsione arbitraria nei confronti di una persona, incolpevole se non di aver testimoniato a favore del diritto e della giustizia in Palestina, in ciò che si configura come vigliacco atto di vendetta politica da parte di un sistema che fa affidamento sul sostegno dei segmenti più disagiati del paese. [ ... continua qui sulla https://www.facebook.com/antonella.salamone.52/ ] Se proprio è vero che sia colpevole di antisemitismo ed odio anche se sembra che risulta il contratrio sentite la testimoianza sotto , non lo si può condannare fare scontare la pena in italia invece di mandarlo i un paese nel quale essendo un dissidente rischia di finire come Giulio Regeni .

 

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Ormai novembre volge al termine e dicembre è alle porte ma già dall'inzio del mese , neppure in tempo di una trequa che subito dopo i morti ed santi il cosidetto hallowen iniziano i prodromi della melensa atmosfera natalizia con pubblicità e decorazioni ed vetrine , luminarie nelle vie cttadine iniiza ad appiccarti addosso

Pippo e l'ultimo viaggio di Babbo Natale (Mignacco/M. De Vita) - TL n°1569, del 1985
Infatti si è nel caso in cui a realtà supera la fantasia ...40 anni fa preparare l'albero con così tanto anticipo era generalmente vista come una cosa stramba alla Pippo ( vedere foto a sinistra ) mentre oggi, complice anche il consumismo imperante, è diventata la normalità... anzi, rispetto al calendario che viene mostrato, oggi in tanti lo hanno già addobbato prima di lui ma altri s'indignano per fortuna


! Ma almeno fosse solo questo .
Come ogni anno le solite polemiche sul buonismo d'accatto da non confondere con laicizzazione vera che storpia e censura \ riadatta i testi natalizi delle recite ( ecco un fatto recente avvenuto in una scuola ) e le proteste strumentali dei falsi credenti e a tei devoti come a cui replico condividendo il video sotto alle teorie razzistiche \ sovraniste islamicofobiche in quanto non ci sono solo i mussulmani o islamici che non festeggiano il natale e le sue feste . Ma anche altre religioni \ confessioni alcune di derivazioni cristriane cattoliche . Ricollegandomi anche al discorso di prima ,ecco perchè non faccio più , anche a costo di pedere like e deludere chi di voi lettori c'era affezionato o a chi locercava nei motori di ricerca non faccio più la classica guida di sopravvivenza alle festività natalizie .








 
Infatti ormai è come combattere contro i mulini a vento \ una battagli perso visto che i media e internet insomma lo stesso sistema mediatico \ culturale e la massa s'appropriano delle tue stesse armi

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 tutto  si  ripara  prima  o  poi   basta  volerlo     ed  impegnarsi  . cioè apllicare alle relazioni  (  non solo  sentimentali )  L’antica arte Kintsugi viene dal Giappone e si ispira ai vasi riparati . Infatti   Abbiamo  come  suggerisce   il sito  https://cultura.biografieonline.it/kintsugi-arte-giapponese-metafore/ da me  consultato  e  a da  cui  ho  preso  foto  e  notizie  riortate  sotto   tanto da imparare dai popoli dell’Oriente. L’antica arte giapponese del Kintsugi trasmette una preziosa lezione di vita rivolta a tutti, prendendo spunto dalla sapiente e antica tecnica di mettere in evidenza le fratture dei vasi rotti.

Kintsugi: i cocci di una ciotola riparati con l’oro

Kintsugi: in cosa consiste?
Noi occidentali siamo soliti buttare un vaso quando questo cade e si rompe, seppure a malincuore perché trattasi di un oggetto prezioso. In Giappone, invece, la rottura di una ciotola, di un vaso o di una teiera diventa un’occasione per renderli ancora più pregiati.
Proprio grazie alle fratture provocate dalla rottura, la pratica giapponese del Kintsugi aggiunge valore all’oggetto, evidenziando le linee e restituendogli una nuova opportunità.
Il termine giapponese “kintsugi” deriva da “kin” (che significa letteralmente “oro”) e “tsugi” (che sta per “ricongiunzione, riunione, riparazione”).Kintsugi: due vasi riparati con polvere d’oro. (Foto dal sito: francinesplaceblog.com)

Per rimettere insieme i pezzi di un oggetto rotto i giapponesi utilizzano un metallo prezioso (di solito oro o argento liquido oppure una lacca di polvere dorata). Quando i cocci si riuniscono vengono fuori alcune nervature che rendono più originale il pezzo.
Le cicatrici, anziché privare l’oggetto del suo valore, gli conferiscono un aspetto unico ed irripetibile. Le ramificazioni che si formano per la rottura vengono esaltate con l’applicazione del metallo. La tecnica del Kintsugi permette di realizzare vere e proprie opere d’arte partendo da un oggetto rotto, che per definizione è imperfetto.
Le origini del Kintsugi
Alcuni oggetti laccati sono stati rinvenuti circa 5.000 anni fa. Ciò significa che la tecnica Kintsugi affonda le sue radici nell’antichità. Da millenni i giapponesi utilizzano come sostanza collante la lacca urushi, che si può ricavare dalla pianta “Rhus verniciflua” (Albero della lacca, chiamata anche Lacca cinese).
Alcuni documenti accreditati fanno risalire l’origine di tale tecnica artistica al XV secolo. Si racconta che l’ottavo shogun Ashikaga Yoshimasa ruppe la propria tazza da tè e decise di farla riparare da alcuni esperti artigiani.
Questi applicarono alla tazza dello shogun la tecnica del kintsugi, riempiendone le fessure con resina e polvere d’oro.
Per riparare gli oggetti con questo metodo sono necessarie diverse fasi e inoltre il tempo di essiccazione può consistere in un mese o più.
Kintsugi: dettaglio di una saldatura con l’oro

Il Kintsugi e le sue Metafore per la Vita
Quante lezioni di vita possiamo apprendere dall’antica e sempre attuale arte del kintsugi! La prima, più importante di tutte, è che non si deve buttare un oggetto perché si rompe.
Recuperare un rapporto
Come il kintsugi restituisce nuova vita ad un oggetto rotto impreziosendo le fratture con il metallo prezioso, così nella vita dobbiamo cercare di recuperare le relazioni o i rapporti prima che si logorino del tutto.
Resilienza
Altra lezione fondamentale del kintsugi consiste nell’applicare la Resilienza. Questa è la capacità di reagire alle avversità della vita con coraggio, considerando le esperienze dolorose come occasioni di crescita. Come il kintsugi mette in evidenza le crepe di un vaso rotto, così noi dobbiamo imparare ad esibire e valorizzare le cicatrici della nostra vita, senza vergognarci di esse. Anzi, secondo la metafora del kintsugi sono proprio le cicatrici a rendere un’esistenza unica e preziosa.
Simbolo dello Yin e Yang
Applicazioni moderne delle metafore del kintsugiMentre noi occidentali stentiamo ad accettare le crepe (sia fisiche che spirituali) e piuttosto siamo portati a considerarle come segni di fragilità ed imperfezione, la cultura orientale da millenni accetta e valorizza la compresenza degli opposti, che fluiscono insieme in maniera armoniosa – come lo Yin e lo Yang
I giapponesi, millenni fa, avevano già compreso che le imperfezioni estetiche possono assumere forme nuove rendendo gli oggetti ancora più preziosi. Proprio come succede a noi: chi ha sofferto ed esibisce con orgoglio le ferite dell’anima è una persona consapevole e di certo preziosa per gli altri.
Secondo la moderna psicoterapia, il kintsugi giapponese è un ottimo spunto di riflessione per imparare la resilienza. Una dote che non è innata e che serve a tutti per vivere meglio anche le peggiori avversità che la vita riserva.

9.12.24

non sento l'atmosfera del natale e voi ?

  in sottofondo   
 canto  di natale  dei  Mcr 


Dopo  anni  e fare   guide e  post  natalizi , da  un paio  d'anni  più precisamene  dal covid  , non riesco a farmi coinvolgere e  poi   non sapevo cosa  inventarmi  e che  consigli originali dare  , visto  che  ormai  : tutti i quotidiani ,tutte le riviste e    le trasmissioni  tv    fanno  la  stessa   cosa  . Infatti  anche  se  ho  già  regalato a  " mio


figlioccio "  l'abbonamento  al  settimanale  topolino  , quest'anno   , nonostante  :  la  pubblicità  tv  ,  gli  addobbi delle vetrine  e le luminarie dei comuni   e  dei supermercati  ,  
f ilm ,  le  pubblicità delle  associazioni  Ong   che stranamente   si  risvegliano  a  Natale  ,ecc    non sento  quell'atmosfera  caramellosa      che  si respira    già dalla  fine di  novembre   . Starò visto che mi  sto avvicinando a  i 50    vecchio e   ho ucciso lo spirito natalizio    come  suggerito   dal fumetto  a  babbo morto di zero calcare   da me  precedentemente recensito  https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2024/11/spettliliana-segre-ipocrisia-culturale.htm ( è l'ultimo  post   della    rubrica  diario di Bordo   )  sono il solo a  pensarla cosi  ?.

21.12.23

il mio Canto di Natale



Questa canzone rispecchia il mio stato d’animo ... profonda ... bellissima. L’ ho sempre amata tanto.., oggi ancora di più


Contro l'ipocrisia del natale,il capitalismo sfrenato che gli gira attorno,contro le ingiustizie che in quei giorni (altro che la favoletta del siamo tutti più buoni) aumentano a dismisura...... Vi voglio regalare questo splendida canzone !

20.12.23

Le feste di Natale sono una tortura: ci salverà Pasqua di Massimo Fini e le sedie vuote a Natale, del male che fanno di Roberta broccia di Madre terra amici di cuore

 due  articoli  che descrivono il scrunge  natalizio di cui  avevo parlato   nel post   : <<  mi  avvicino ai  50 e inizio a sentirmi    come    Ebenezer Scrooge  di Charles Dickens  >>

l primo  è  di Massimo fini      da  il FQ  dl 20\12\2023


L’imperativo categorico è: sopravvivere alle Feste. Non sarà facile. Un’impresa, anzi.
C’è innanzitutto la cerimonia degli auguri. A chi farli? Al tuo amico Sempronio, ma Sempronio è anche amico di Caio che è pure tuo amico ma in tono minore e se Caio viene a sapere che hai fatto gli auguri a Sempronio ma non a lui si incazza. E in che forma poi gli auguri? Per telefono no, è seccante e quello ne approfitta per attaccarti un bottone. Per mail o sms? Troppo freddi. Ci sono poi le persone importanti che conosci. Per telefono è escluso, troppo confidenziale. Con un biglietto da visita? A parte che non ce
l’ho, come dev’essere il biglietto? Di cartone spesso? Troppo volgare. Di carta esile? Troppo sparagnino, troppo genovese, troppo ‘stundaiu’.
Finita la cerimonia degli auguri, che può essere risolta solo con difficili algoritmi, viene quella ben più insidiosa e difficile dei regali. Si sa da tempo che il Natale non è più una festa spirituale, ma è una festa del consumo, così si aiuta anche il Pil.
Scendere in strada, a Milano, per i regali vuol dire entrare in una bolgia infernale di persone, di automobili, di ambulanze perché la gente ha il cattivo gusto di ammalarsi a Natale, direi anzi a causa del Natale. La commessa carina, che ti ha sempre trattato bene, con cui c’era un inizio di flirt, è troppo stanca per darti la dovuta attenzione.
Se sei in strada c’è poi il rischio del borseggio. Una mano abile ti strappa dal braccio stanco il miserabile sacchetto di plastica dove hai messo i tuoi faticosi regali. Ma su questo sono preparato. Parto alla controffensiva. Lo scippo l’ho imparato dalla mala milanese che un tempo frequentavo, piccola mala s’intende, non Vallanzasca, perché Renato era al di là della mia portata. A scippo quindi contro scippo. Anche se non potrò beneficiare della benevolenza della Giustizia che è riservata a ‘lorsignori’, corrotti e corruttori, mentre per i delinquenti da strada vale il detto di madama Santanchè: “In galera subito e buttare via le chiavi”. La garantista.
E poi cosa regalare e a chi regalare? Qui si pone il problema, gravissimo, del nonno, che ha perso tutti i cinque sensi. Un quadro, non lo vede. Un disco, non ci sente. Una bella fanciulla, non gli interessa più. Un cavallo a dondolo, ecco questa potrebbe essere la soluzione, sempre che non cada.
La cerimonia delle cene. Oggi impera la famiglia allargata, ma in abitazioni metropolitane sempre più ristrette. Se invita la tua fidanzata, non può ignorare la tua ex moglie, madre dei tuoi figli. Le due ovviamente si detestano. All’inizio cercano di tenere una certa compostezza, come in Carnage di Roman Polanski, ma progressivamente è battaglia aperta. Si strappano l’un l’altra i capelli, si dan botte e a volte si arriva persino all’omicidio che, essendo donna su donna, non può nemmeno essere classificato come “femminicidio” per la disperazione dei compilatori di statistiche. Prevedo un considerevole aumento dei crimini durante le Feste di Natale.
Poi nel periodo 24 dicembre – 6 gennaio ci sono le torpide domeniche “di sole a tradimento”, come direbbe Ivano Fossati, peccato che siamo in inverno, in cui non sai che fare. Se vuoi andare a pranzo o a cena, dai più grandi ristoranti alle bettole più sordide, ti dicono che devi prenotare una settimana prima e che ne so se tra una settimana son vivo, soprattutto dopo le fatiche del Natale? E poi son domeniche senza calcio. E che può fare un pover’uomo senza nemmeno il calcio?
Se poi hai la disgrazia di essere un editorialista il giornale ti chiede dei pezzi particolari sul Natale, e tu non puoi spiegare al tuo Direttore, Marco Travaglio, cattolico, apostolico, romano, che del Natale e della nascita del Cristo non te ne importa un cazzo. Per quanto liberale il Marco Nazionale ci resterebbe male.
Arriva finalmente a liberarci l’Epifania che “tutte le Feste le porta via”. Ma i pericoli sono sempre in agguato. Perché incombe il Carnevale, altra festa che ha perso di senso perché ormai è carnevale tutto l’anno. Solo la Pasqua, giorno della resurrezione del Signore, e anche nostra, verrà a salvarci perché vale ancora la massima: “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”.

 il  secondo della    sagace    

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L’altra mattina la mia mamma mi ha chiamato e mi ha detto: “Ho letto un articolo che parlava delle sedie vuote a Natale, del male che fanno”, e le tremava la voce mentre parlava. Io, poi, a queste sedie vuote ci ho pensato per tre giorni, un po’ anche di notte, e mi ci è venuto perfino il mal di pancia, perché a me la tristezza si accumula tutta lì, nemmeno nel cuore o nella testa. Nella pancia.
A un certo punto, però, mi sono detta: “se tutti stiamo a pensare alle sedie vuote, a quelli che non ci sono, a chi non c’è mai stato, a chi non c’è più, chi ci penserà a chi è rimasto? A chi c’è ancora, chi ci pensa?” A me il Natale non fa tanto bene, perché mi ricorda quanta magia perdiamo per strada, mi ricorda quante speranze mandiamo al patibolo senza nemmeno accorgercene, e insomma: ci sono giornate che mi piacciono di più, tipo il primo giorno di primavera, il giorno in cui cambia l’ora e ci regalano un po’ di luce, il giorno in cui mi sveglio e gli alberi del mio viale sono arrossiti e si preparano a spogliarsi davanti a tutti. Eppure quest’anno voglio provare a viverla meglio, quest’anno ho un buon proposito per oggi (mi piace andare per gradi, un giorno alla volta, perché poi domani chissà). Oggi voglio pensare alle sedie piene, a quello che è rimasto, a tutto quello che è sopravvissuto, a tutto quello che c’è. Alle sedie vuote rivolgerò un sorriso, e non si offenderanno...
Chi non c’è più non si offende se ogni tanto proviamo ad essere felici.