Ha avuto una vita piena. Lavorava, correva, costruiva, faceva.Poi, a un certo punto, ha capito una cosa semplice: aveva bisogno di natura, di montagna, di lentezza. Fausto vive da oltre vent’anni in montagna ad 1 ora a piedi dalla civiltà.
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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30.3.26
Vive da solo in montagna da 20 anni (a 1 ora a piedi dalla civiltà)
Ha avuto una vita piena. Lavorava, correva, costruiva, faceva.Poi, a un certo punto, ha capito una cosa semplice: aveva bisogno di natura, di montagna, di lentezza. Fausto vive da oltre vent’anni in montagna ad 1 ora a piedi dalla civiltà.
4.3.26
la dura vita dei vegani
di

Nata a Salerno nel 1995, dopo diverse esperienze all’estero ha scelto di tornare a vivere in Italia, dove adesso insegna inglese nella scuola secondaria di secondo grado. Ama scrivere, leggere e viaggiare.
Non so se qualcuno di voi ha una vaga idea di quanto sia complesso essere vegani in Emilia-Romagna. Pasta all’uovo, salumi, tortelli e cappelletti sono solo alcuni degli alimenti che dominano pranzi e cene senza temere rivali, naturalmente insieme allo strutto. Il peggiore di tutti. Insidioso nemico silente, si nasconde così bene che anche un innocuo panino può tradirti quando meno te lo aspetti. Da quattro anni ormai la mia vita sociale è un continuo slalom tra un aperitivo e l’altro in cui, per conquistarmi una ciotola di patatine o dei taralli all’olio, devo produrmi in una serie di premesse, precisazioni e giustificazioni varie.
Le difficoltà iniziano, ovviamente, al momento dell’ordinazione. Quando paleso il mio veganismo (chiedere che tra gli stuzzichini non ci sia nulla che contenga uova-latte-strutto-formaggio è un’operazione un po’ lunga, anche se spesso mi tocca comunque specificare), cerco sempre di assumere il tono più gentile e conciliante possibile, sia mai che lo chef la prenda come un’offesa personale. Nella mia seppur breve carriera da vegana ho collezionato svariate reazioni: dalle risate agli sbuffi, passando per il “poverini voi, avete qualche problema mentale ma vi vogliamo bene lo stesso”, quindi ho dovuto imparare a prevenire. Ahimè, nonostante tutte le mie cautele, spesso è a questo punto che la situazione precipita irrimediabilmente.
«Ah, ma sei vegana?» esordisce qualcuno al tavolo, e inizio a sudare freddo. So che da qui non si tornerà più indietro, a prescindere dalla provenienza geografica dei commensali. Se all’interno del gruppo c’è una persona che non ti conosceva prima o con cui non avevi mai parlato di questo argomento, nove volte su dieci dopo la domanda di apertura inizia un vero e proprio interrogatorio degno della Santa Inquisizione Spagnola, che procede seguendo, più o meno liberamente, sempre lo stesso canovaccio. Per prima cosa ti chiedono il perché, ma tu opti per la risposta breve. Non hai voglia di rovinare il morale a tutta la tavolata e, soprattutto, sai che il discorso non si fermerà qui. Il tuo interlocutore non si accontenterà della tua risposta e, a pioggia, sfodererà tutte le sue obiezioni.
Ormai le sai a memoria e sei preparatissima, perciò ti accingi a fare mostra del tuo più classico sorriso di circostanza e a rispondere a ciascuna di esse, sempre con il nobile intento di salvare la serata. No, non ti manca il formaggio; no, non fai “sgarri”; sì, hai tutti i valori a posto e fai le analisi regolarmente; no, non mangi solo insalata; no, non lo sai se le vongole provano dolore, ma hai comunque le tue buone ragioni per non mangiarle (anche su questo preferisci la versione breve e non la spiegazione dei danni della pesca sull’intero ecosistema terrestre, e nemmeno osi avvicinarti al discorso sull’antispecismo). In pratica, se vuoi goderti la tua birra in tranquillità devi prima fare un po’ come Super Mario quando va in cerca della principessa Peach: saltare tra un ostacolo e l’altro rimbalzando sulla testa di funghetti indispettiti che hanno il solo scopo di farti rinunciare alla missione.
Poi, se sono stata sufficientemente brava, arriva il tanto desiderato lasciapassare dell’inquisitore che, soddisfatto, mi proclama “Vegana Non Rompipalle” e mi dà il permesso di proseguire la serata, a quel punto rovinata solo per me. Ironico, no?
Anche se col tempo ho acquisito una certa familiarità con queste dinamiche e sono diventata abbastanza svelta nell’estinguerle, devo ammettere che le tollero sempre meno. Non riesco a capacitarmi di come mi ritrovi puntualmente, e senza volerlo, implicata in falsi dibattiti con qualcuno che dall’altra parte non ha nessun reale interesse a capire il mio punto di vista ma cerca solo la validazione della propria idea di partenza.
Sono certa di non andare in giro puntando il dito contro il piatto altrui eppure, in un modo o nell’altro, mi capita sempre di dover spiegare a chicchessia la ragione delle mie scelte, e non solo di quelle alimentari. Già, perché poi i più caparbi iniziano a chiedermi se uso l’auto, se compro borse o scarpe di pelle e persino se ammazzo le zanzare in estate, come se per avere il diritto di dire di essere vegana dovessi dimostrare di non produrre alcun tipo di inquinamento nel mondo né nuocere a nessun animale sulla Terra. Insomma, dovrei essere un’entità che non sporca, non consuma, non danneggia. Una cosa non proprio plausibile. Conclusione logica, che spesso mi viene esplicitamente proposta: essere davvero vegana è impossibile, quindi tanto vale lasciar perdere.
L’epilogo di solito mi vede tornare a casa scoraggiata e di pessimo umore, il più delle volte parlando da sola in macchina ad alta voce per sfogare la frustrazione che ho dovuto sopprimere. Mi chiedo sempre perché noi vegani dobbiamo giustificarci in questo modo, come se desiderare una vita migliore per gli animali fosse qualcosa di cui vergognarsi.
Una soluzione sarebbe rifugiarsi in qualche spazio digitale, alla ricerca di una bolla in cui finalmente dar voce ai propri pensieri. È quello che faccio quando ho bisogno di sentirmi più compresa e meno sola ma ormai non riesco a trovare conforto neanche così. Persino nell’ambito del mio profilo social non mi sento completamente libera di mostrare di essere vegana: basterebbe un piccolo passo falso per scatenare dell’altro baccano. Per capire cosa intendo, provate a condividere la foto di un piatto di pasta accompagnato dalla scritta “carbonara vegetale”. Poi mi farete sapere quanti sfottò e prese in giro avrete collezionato.
Qualunque sia il tipo di contesto in cui esistiamo, pare quasi che basti la nostra sola presenza per attivare reazioni caratterizzate da un certo grado di insofferenza. Inizio a pensare che la vera fonte di tale disagio non siamo noi persone vegane, ma quello che smuoviamo in chi incontriamo, come se la nostra stessa esistenza incrinasse qualcosa in chi mangia carne. La cascata di false domande, contestazioni o ridicolizzazioni che riceviamo sembra, in realtà, non tanto un attacco alle nostre ideologie quanto uno scudo, una sorta di barricata dietro la quale mettere in salvo le proprie convinzioni prima che possano essere ulteriormente scalfite.
Forse il punto della questione è proprio questo: formulare quante più critiche possibile al veganismo e più in generale al vegetarianesimo è una sorta di giustificazione contro la tentazione di farne parte. Dimostrare che essere davvero vegani, quindi davvero puri, è impossibile diventa un lasciapassare, e al contempo offre l’occasione di deresponsabilizzarsi nei confronti dell’intera faccenda.
Mettersi in discussione costa fatica, ma sarei felice se una persona onnivora provasse a dialogare con me con sincera curiosità e ascoltandomi davvero, senza intanto pensare a come controbattere. Ne sono consapevole, ne prendo atto – il mondo è, banalmente, “bello perché vario” – e un po’ mi rattrista, ma vorrei chiedere un piccolo favore per quando incontrate uno che non mangia come voi: se non avete intenzione di provare a capirlo, almeno lasciategli bere la sua birra in pace.
– Leggi anche:
Pollo coltivato,
ostriche in vitro e magiche polpette
20.10.25
Lascia il lavoro all’Onu e diventa suora missionaria, in Congo e Camerun, come pure in Italia e in Thailandia, a sostegno degli ultimi. Suor Simonetta Caboni, missionaria saveriana,
Ha lasciato un prestigioso lavoro all’Onu per dedicarsi alla vita missionaria, in Congo e Camerun, come pure in Italia e in Thailandia, a sostegno degli ultimi. Suor Simonetta Caboni, missionaria saveriana, torna nella sua Macomer per la messa di ringraziamento dei voti perpetui, in programma per oggi, alle 18, nella chiesa della Madonna Regina delle Missioni. Evento importante per l’intera comunità dove lei rivedrà tanti momenti forti della sua esperienza, compreso l’omicidio in Burundi di tre suore sue amiche. Ricordandole sottolinea: «Accogliere l’amore di Dio è dare la vita per i propri amici oppure manifestarlo al mondo». Lei ha 37 anni, entra in contatto per la prima volta con le missionarie saveriane nell’ultimo anno del liceo.
La svolta
Studia all’università, a Gorizia e a Ginevra, si laurea in scienze internazionali e diplomatiche. Inizia subito a lavorare, come giurista ausiliario all’Organizzazione mondiale del lavoro. Sente nascere un desiderio sempre più insistente, che non trova risposta nelle attività e nelle soddisfazioni professionali. Nel 2012 trascorre un mese con le Missionarie di Maria in Thailandia. Lì incontra donne appassionate di Cristo e dell’umanità. Nel 2013 lascia il lavoro e chiede di essere accolta nella famiglia saveriana, che è il suo desiderio di sempre.
In Africa
La storia di Simonetta Caboni è costellata anche di fatti tragici, che l’hanno segnata non poco, come la morte delle amiche, suor Olga Raschietti, suor Lucia Pulici e Bernardetta Boggian, trucidate in Burundi nel 2014. Nello stesso anno, dopo un periodo di discernimento, è accolta dalla comunità saveriana e inizia la formazione alla vita missionaria nella comunità del noviziato a Bukavu nella Repubblica democratica del Congo. Vi resta fino al 2018 quando fa la prima professione di voti religiosi. Tra il 2018 e il 2021 è a Parma per fare assistenza nella Casa Madre e per l’animazione missionaria. Nel 2021 riparte per il Camerun, ma dopo qualche mese deve tornare a Macomer per assistere la mamma malata. Lei stessa viene ricoverata in terapia intensiva per una malaria cerebrale. Dal 2022 è a Milano, dove le viene affidato l’insegnamento dell’italiano agli stranieri. Tre anni fa come volontaria con l’Oftal Sardegna è in pellegrinaggio a Lourdes. Un’esperienza che vive intensamente tra i sofferenti.
Il ritorno
Oggi è a Macomer, per la messa di ringraziamento dei voti perpetui, nella chiesa parrocchiale, accanto a quello che è stato il centro saveriano. Domani nella chiesa della Santa Famiglia di Nazareth sarà la testimone nella veglia missionaria per l’inizio dell’anno pastorale, che ha come tema “Missionari tra la gente, per essere operatori di pace”, presieduta dal vescovo, padre Mauro Maria Morfino. «Una grande testimonianza di fede - dice il parroco, padre Andrea Rossi, anch’egli saveriano -, la comunità potrà stare accanto a Simonetta e ai suoi familiari

L'intera cittadina, in rappresentanza delle quattro parrocchie, si è mobilitata per accogliere la sua giovane missionaria, suor Simonetta Caboni, nel giorno del ringraziamento per i voti perpetui. La chiesa fondata proprio dai missionari saveriani alla fine degli anni sessanta, era colma all'inverosimile.
Suor Simonetta Caboni, a 37 anni ha dietro una grande attività missionaria, costellata anche di avvenimenti tragici, tra cui la perdita di tre sue consorelle, trucidate in Burundi nel 2014, che la giovane religiosa ha voluto ricordare e ricorda sempre nelle sue preghiere. Alla messa di ringraziamento, celebrata da padre Andrea Rossi, anch'egli Saveriano e parroco della cittadina, vi hanno partecipato anche i familiari della giovane suora, il padre Antonio, la madre Maria, il fratello Giuseppe, la cognata e la nipote.
Attività missionaria che suo Simonetta ha iniziato, lasciando il prestigioso lavoro all'Onu. Ieri, il giorno del ringraziamento, si è presentata davanti alla sua gente nella semplicità che da sempre la contradistingue, con un abbigliamento semplice e con un linguaggio altrettanto chiaro.
Dal pulpito ha parlato della sua esperienza che ha segnato per sempre la sua vita, dopo aver aver ascoltato i canti dei cori parrocchiali riuniti, per certi versi toccanti.
«Il cristiano non è mai solo nella Preghiera- ha detto tra l'altro la giovane missionaria- nella vita si è realizzato, senza stancarsi, senza scoraggiarsi, senza incattivirsi. Senza perdere la speranza. Missionaria per sempre, senza eroismi, ma facendo bene senza stancarsi».
Alla celebrazione non sono mancate le varie associazioni religiose, quali l'Oftal, l'associazione con la quale suor Simonetta ha vissuto l'esperienza di pellegrinaggio a Lourdes, dopo la sua malattia. Non ha accettato nessun regalo, ma ha accolto l'iniziativa delle parrocchie, delle associazioni religiose e degli amci, che nel salone gli hanno organizzato un rinfresco, al quale vi hanno partecipato tantissime persone, accolte con un abbraccio dalla giovane missionaria.
1.7.25
Una galleria d’arte per cambiare vita., La biblioteca di Chiaramonti? Si sposta al mercato La biblioteca di Chiaramonti? Si sposta al mercato Un incontro tra libri, ambiente e comunità per comunicare iniziative di lettura
fonti unione sarda e nuova sardega del 1\7\2
C’è una nuova luce tra le pietre secolari di Villasalto: è quella che filtra dal grande portone di Su Crociu e accende le sale dell’ex falegnameria diventata “Sa Buttega”, galleria d’arte contemporanea nata dall’iniziativa di Angelica Manca e del marito Paul Frank Wagner, una coppia che si è trasferita in paese dagli Stati Uniti. Un progetto di vita prima ancora che culturale, cominciato con l’acquisto dell’immobile nel gennaio 2023, un anno di restauro meticoloso e il trasferimento definitivo nel febbraio 2024
La scelta
«Desideravamo un paese raccolto e autentico, ricco di tradizioni, un luogo da poter chiamare casa e dove dare radici a nostro figlio Kai, di 11 anni», dice Angelica Manca. L’incontro con Villasalto è stato un colpo di fulmine: l’edificio, incastonato fra le strade acciottolate a pochi passi da piazza Italia, custodiva ancora i segni del suo passato artigiano. «Attraverso il grande portone si accede a un cortile rigoglioso, ogni pietra porta i segni del tempo come se custodisse storie dimenticate». Da qui l’idea di un restauro rispettoso — pietra locale e làderis di terra cruda — che conservasse la memoria del luogo trasformandolo in spazio culturale aperto. “Sa Buttega” oggi vuole essere «un punto di riferimento, prima per Villasalto e poi per il Sud Sardegna, dedicato alla condivisione, alla creatività e alla valorizzazione delle identità locali». Mostre, laboratori e residenze d’artista si intrecceranno con le feste del paese: la sagra di Santa Barbara, Su Sinnadroxiu dove il latte diventa formaggio, Is Animeddas coi suoi scambi di dolci. L’obiettivo è «usare il linguaggio universale dell’arte per raccontare l’autenticità».
La comunità
«Siamo stati accolti dalla popolazione e dalla pubblica amministrazione, entrambe entusiaste delle nostre idee» raccontano, aggiungendo di sentirsi «specchi e finestre»: specchi che riflettono la bellezza già presente, finestre che la collegano al mondo esterno. Uno dei momenti più significativi è quando il figlio Kai, dieci anni all’arrivo, ha colto l’essenza del progetto: «Mamma, ora capisco perché siamo venuti a vivere qui. Se non ricordiamo la bellezza di questo luogo, rischia di essere dimenticata per sempre». Guardando avanti, la posizione strategica di Villasalto — porta del Gerrei a mezz’ora da Cagliari — può attrarre viaggiatori in cerca di esperienze genuine. «Oggi, più che mai, abbiamo bisogno dell’autentico». Radicati in un paese «ricco delle cose essenziali: tradizioni, cultura, amicizia, ospitalità e solidarietà », i Manca non pensano ad altri traslochi: «Villasalto è diventata la nostra casa ».
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La biblioteca di Chiaramonti? Si sposta al mercato

Un incontro tra libri, ambiente e comunità per comunicare iniziative di lettura soprattutto sui temi dell’ecologia e della sostenibilità
Chiaramonti Ha riscosso un notevole successo venerdì mattina la prima giornata dell’iniziativa “La biblioteca al mercato”, svolta nel mercato rionale in piazza Costituzione nell’ambito del progetto “Impronte leggere – Un passo alla volta per cambiare il mondo” promosso dalla biblioteca comunale in collaborazione con lo Sbangl (Sistema bibliotecario dei Comuni dell’Anglona e della Bassa Valle del Coghinas), la Comes (Cooperativa mediateche sarde) e l’Unione dei Comuni dell’Anglona. Un incontro tra libri, ambiente e comunità per comunicare iniziative di lettura soprattutto sui temi dell’ecologia e della sostenibilità. Un’occasione anche per divulgare le attività della biblioteca e coinvolgere il maggior numero di persone. «All’inizio ero un po’ scettica _ ha detto la responsabile Caterina Marrone _, invece le persone hanno risposto benissimo. Nonostante il caldo, in tante si sono avvicinate al nostro banchetto, chiedendo informazioni e suggerimenti di lettura per l’estate. Molte hanno preso libri in prestito e abbiamo addirittura fatto nuove iscrizioni». L’iniziativa della biblioteca al mercato, che in diversi luoghi è già una consuetudine consolidata e si accompagna ad altre iniziative delle biblioteche appartenenti allo Sbangl per il progetto “Impronte leggere” (dai laboratori eco di Laerru a quelli di Bulzi e Tergu), è stata anche occasione per distribuire la “Guida ai servizi” con una breve storia della biblioteca, ora al numero 16 di via Vittorio Emanuele, e una descrizione di tutte le attività adatte a qualsiasi tipo di lettore, da quello tradizionale a quello più social e interattivo. Per info: tel. 079 568025; e mail chiaramonti@sbangl.it - o bibliochiaramonti@tiscali.it, su Facebook e Instagram. |
7.1.25
diario di bordo n 97 anno III , I sinti salvano il dialetto piemontese: «Ormai lo parlano solo loro» ., Lascia il lavoro in banca e fonda un ipermercato solidale, la scelta di Edoardo ., Rosa Maria Tropeano e Salvatore Picariello, dopo un percorso pieno di difficoltà, diventano genitori della piccola Silvia, nata ad Avellino
I sinti salvano il dialetto piemontese: «Ormai lo parlano solo loro»
Alla 34esima settimana, una rottura del sacco amniotico ha portato i medici a intervenire rapidamente con un parto cesareo. L’operazione è stata eseguita dal dottor Raffaele Picone, coadiuvato dal collega Antonio Ranieri, dall’ostetrica Anna Pepe e dall’anestesista Franco Lazzarini. Subito dopo la nascita, la piccola Silvia è stata affidata al dottor Angelo Izzo, responsabile della Terapia Intensiva Neonatale, che ne ha garantito le cure necessarie.
La gratitudine di una madre
“Si è realizzato il sogno della mia vita che sembrava irraggiungibile,” ha dichiarato emozionata Rosa Maria Tropeano, ringraziando il professor Carmine Malzoni, il dottor Petta, e tutto il personale sanitario del “Malzoni Research Hospital” per l’assistenza ricevuta. “Non avremmo mai potuto farcela senza il loro supporto e la loro professionalità.”
Con la nascita di Silvia, si conclude un cap
18.11.24
non sempre è necessario abortire la storia di laura malata di oloprosencefalia alobare, una malformazione congenita del cervello
13.6.24
L'ex chitarrista punk e l'ex carabiniere diventano preti: «Ecco perché»
Barba e capelli lunghi, Giulio Vannucci ha l’aspetto da asceta. Ma anche da “musicista punk”. Una musica che ha segnato la sua vita e che continuerà a seguire anche da prete. Perché stamani l’ex chitarrista e tastierista di un gruppo folk punk della Toscana è diventato sacerdote nella Cattedrale di Prato. «Un periodo nel quale mi sono
divertito tantissimo e che non rinnego», dice don Giulio.Con lui, è stato ordinato prete dal vescovo di Prato, Giovanni Nerbini, un ex carabiniere: Michele Di Stefano. Due vocazioni cresciute all’interno della diocesi di Prato. «Il Signore non si è scelto manager o super uomini, ma persone semplici e sempre generose» è stato l’augurio che il vescovo Nerbini ha rivolto ai due sacerdoti.L'ex chitarrista punk e l'ex carabiniere
© Fornito da Avvenire
Don Giulio, 38 anni, è nato a Pistoia, dove ha vissuto fino a otto anni fa, quando ha deciso di entrare a far parte della comunità dei Ricostruttori nella Preghiera di Prato, con sede a Villa del Palco. Prima di maturare la vocazione ha preso due lauree, in lettere e in scienze della formazione, e ha lavorato come insegnante ed educatore. Ma si è anche cimentato nel punk suonando la chitarra e la tastiera nella band “i Quanti”, molto attiva nella zona. Poi l’incontro con i Ricostruttori e con la figura di padre Guidalberto Bormolini. Don Giulio ha una folta capigliatura riccia e una lunga barba, tratto distintivo dei membri maschili dei Ricostruttori, comunità conosciuta a Prato per aver realizzato il progetto del borgo “Tutto è Vita”, un paese abbandonato nel Comune di Cantagallo, rinato dopo essere caduto nell’abbandono. «Negli ultimi tempi ho fatto il muratore e ho accolto le tante persone venute al borgo, una esperienza bellissima. Per me diventare sacerdote – afferma don Giulio – significa mettersi ancora di più a servizio, significa prendersi cura di tutto e di tutti». Tanti scout in Cattedrale. Perché il neo sacerdote è la guida spirituale dei gruppi Agesci di Prato.
Don Michele, 39 anni, è siciliano di Gela. A 19 anni ha scelto di fare il carabiniere di leva ed è stato mandato a Bardonecchia, in alta Val di Susa. Qui ha incontrato don Mario Bonacchi che ha una casa dove accoglie tantissimi ragazzi per le ferie estive. Il canonico Bonacchi, come veniva chiamato, è stato all’origine di molte vocazioni nella Chiesa pratese. Arrivato a Prato nel 2009, due anni dopo la morte del sacerdote pratese, Michele è stato accolto dall’allora vescovo Gastone Simoni per frequentare il Seminario e studiare teologia a Firenze. Presente alla Messa di ordinazione anche una rappresentanza dei carabinieri di Prato, in nome della vecchia appartenenza del prete novello. «Quello di oggi non è un obiettivo raggiunto, ma l’inizio di un nuovo cammino, anche faticoso, ma ho la certezza di non essere solo e di avere l’aiuto di Dio – dice don Michele Di Stefano –. È mia intenzione stare vicino alla gente che soffre, che si sente sola».
20.6.22
C'è ANCORA A CHI CREDE ALLA CASTITA' PREMATRIMONIALE Castità fino alle nozze, la testimonianza di due sposi: "Ecco perché abbiamo aspettato" e I dubbi dei teologi sulla castità prima delle nozze: "E' anacronistica"
La scelta della castita sta diventando molto cool .... ehm... di moda come di riporta il sito https://unapennaspuntata.com/TLW. Negli USA, il movimento è così popolare che il suo motto è addirittura diventato una sigla, un po’ sulle linee di ROTFL e TVB. “True Love Waits”, si ripetono ogni giorno centinaia di adolescenti in ogni parte degli Stati Uniti: “il vero amore sa aspettare; dunque, è più che possibile conservarsi casti fino alle nozze”.Per una come me, “appassionata” di castità, era praticamente impossibile non imbattersi nelle (millemila) attività che il movimento True Love Waits organizza oltreoceano. Per chi non conoscesse TLW, trattasi di un movimento giovanile nato negli Stati Uniti che si rivolge a tutti quei giovani intenzionati a rimanere vergini fino alle nozze. È un movimento popolarissimo: molto ggggiovane, molto cool, molto famoso in tutta l’America, capace di raccogliere ogni anno centinaia e centinaia di nuove adesioni. [ .... segue qui sul sito ]
| © Dal video della trasmissione |
I dubbi dei teologi sulla castità prima delle nozze: "E'anacronistica"
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| ANSA |
10.1.21
nuove forme di libertà Göteborg Film Festival, il distanziamento sociale è estremo: un solo spettatore su un'isola deserta e Beatrice Zott, la 19enne che accudisce le capre di Agitu Gudeta: «Altro che social e vestiti griffati, con la natura ritrovo me stessa»
- Il sindaco di Frassilongo: «Agitu Gudeta? Un uragano. Le capre erano la sua vita, ci prenderemo cura di loro» – L’intervista
- Integrazione, formaggi e rispetto per l’ambiente: chi era Agitu Gudeta, la donna etiope uccisa in Trentino
- Omicidio Agitu Gudeta, confessa il collaboratore: violentata prima di ucciderla per uno stipendio non pagato
- La pastora etiope simbolo di integrazione in Trentino è stata trovata morta in casa. Denunciò episodi di razzismo
Beatrice Zott, la 19enne che accudisce le capre di Agitu Gudeta: «Altro che social e vestiti griffati, con la natura ritrovo me stessa» – L’intervista: «Altro che social e vestiti griffati, con la natura ritrovo me stessa» – L’intervista
Per dedicarsi alla sua passione, la ragazza ha lasciato la scuola e sacrificato i suoi fine settimana, specialmente in estate. «Non mi importa più di niente, vado in giro così, con i capelli spettinati, libera, finalmente sono me stessa»
Beatrice Zott ha 19 anni. È lei che si occuperà delle capre di Agitu Gudeta, imprenditrice etiope barbaramente uccisa da un collaboratore nella sua casa a Frassilongo, in Trentino. Un’occupazione insolita per una ragazza così giovane che – confida a Open – passa «tutta la mattina e tutta la sera a lavorare»: «Prima stavo sempre sui social, ero la classica persona a cui piaceva vestirsi bene. Ora, invece, non mi importa più niente, vado in giro così, con i capelli spettinati, libera. Ho ritrovato me stessa e, passando molte ore da sola, ho più tempo per conoscermi meglio». Certo, un profilo Instagram e uno Facebook ce l’ha – «sono comunque una ragazza di 19 anni» – ma ci trascorre «pochissimo» tempo. La natura e gli animali hanno la «priorità assoluta».
«Devo preoccuparmi di loro che non hanno più un padrone»

Due volte al giorno – racconta – si sposta dal suo paesino a quello di Agitu Gudeta, sale fin lassù dove prepara «cinque balle di fieno», ovvero i pasti per gli animali per tutta la giornata. Macina chilometri e chilometri non solo per dar loro da mangiare ma anche per «tenerle pulite e soprattutto per gestire le caprette gravide che rischiano di partorire tutte negli stessi giorni». Quando le hanno chiesto di prendersi cura degli animali, a cui Agitu Gudeta era particolarmente attacca, non ci ha pensato un attimo: «La richiesta mi è arrivata dal sindaco di Frassilongo (che a Open ha assicurato massimo impegno nel prendersi cura degli animali, ndr) a cui ho detto subito di sì. Non potevo fare altrimenti, devo preoccuparmi di queste caprette che non hanno un padrone. Poi io per Agitu avevo un grande rispetto. L’ho conosciuta quattro anni fa ed era diventata anche un’amica di mia madre».
«Ho interrotto gli studi, andavo al liceo artistico»
BEATRICE ZOTT | In foto la 19enne con le capre
Per Beatrice Zott quello di accudire gli animali non è affatto un lavoro nuovo o improvvisato. Nonostante la giovane età, infatti, ha già fatto esperienza in Svizzera, Valle d’Aosta e l’anno scorso nelle valli trentine dove ha gestito un grande gregge. Papà e nonno sono pastori, è cresciuta «a natura ed animali». Certo, questo le è costato l’interruzione degli studi. «Fino a due anni fa andavo al liceo artistico, poi ho lasciato per dedicarmi a questo. Non tornerei indietro, non sono pentita perché questo lavoro mi dà libertà. Certo, non c’è sabato e domenica, specialmente in estate quando si lavora tanto
e, dunque, devo rinunciare alle uscite. Ma, credetemi, sono felice».
L’eredità che lascia Agitu Gudeta
Le caprette di Agitu Gudeta, dunque, sono in buone mani. L’imprenditrice etiope è stata uccisa da un suo collaboratore che l’avrebbe presa a martellate per uno stipendio che lui riteneva non essere stato pagato. Il colpo alla testa le è stato fatale. Per lei – che era fuggita dall’Etiopia a causa di violenze e persecuzioni e che, in Italia, si era integrata fin da subito – non c’è stato niente da fare. Il suo sogno – ed è questo ciò che lascia in eredità – era quello di allargare la sua azienda di allevamento, la “Capra felice”, magari con la costruzione di un agriturismo. Aveva già aperto due punti vendita in cui vendeva formaggi e prodotti cosmetici a base di latte di capra. Ma il suo desiderio, quello più intimo, era che le caprette che lei adorava venissero trattate bene, che fossero felici. Ed è questo il compito affidato ora a Beatrice Zott.
La seconda invece
Sono aperte le candidature per accaparrarsi l'unico biglietto disponibile per partecipare alla più importante rassegna cinematografica di Scandinavia: siete pronti a finire (da soli, esiliati in un faro, a 5 stelle però) su un'isola in mezzo al mar ?
Per dedicarsi alla sua passione, la ragazza ha lasciato la scuola e sacrificato i suoi fine settimana, specialmente in estate. «Non mi importa più di niente, vado in giro così, con i capelli spettinati, libera, finalmente sono me stessa»
Beatrice Zott ha 19 anni. È lei che si occuperà delle capre di Agitu Gudeta, imprenditrice etiope barbaramente uccisa da un collaboratore nella sua casa a Frassilongo, in Trentino. Un’occupazione insolita per una ragazza così giovane che – confida a Open – passa «tutta la mattina e tutta la sera a lavorare»: «Prima stavo sempre sui social, ero la classica persona a cui piaceva vestirsi bene. Ora, invece, non mi importa più niente, vado in giro così, con i capelli spettinati, libera. Ho ritrovato me stessa e, passando molte ore da sola, ho più tempo per conoscermi meglio». Certo, un profilo Instagram e uno Facebook ce l’ha – «sono comunque una ragazza di 19 anni» – ma ci trascorre «pochissimo» tempo. La natura e gli animali hanno la «priorità assoluta».
«Devo preoccuparmi di loro che non hanno più un padrone»

Due volte al giorno – racconta – si sposta dal suo paesino a quello di Agitu Gudeta, sale fin lassù dove prepara «cinque balle di fieno», ovvero i pasti per gli animali per tutta la giornata. Macina chilometri e chilometri non solo per dar loro da mangiare ma anche per «tenerle pulite e soprattutto per gestire le caprette gravide che rischiano di partorire tutte negli stessi giorni». Quando le hanno chiesto di prendersi cura degli animali, a cui Agitu Gudeta era particolarmente attacca, non ci ha pensato un attimo: «La richiesta mi è arrivata dal sindaco di Frassilongo (che a Open ha assicurato massimo impegno nel prendersi cura degli animali, ndr) a cui ho detto subito di sì. Non potevo fare altrimenti, devo preoccuparmi di queste caprette che non hanno un padrone. Poi io per Agitu avevo un grande rispetto. L’ho conosciuta quattro anni fa ed era diventata anche un’amica di mia madre».
«Ho interrotto gli studi, andavo al liceo artistico»
BEATRICE ZOTT | In foto la 19enne con le caprePer Beatrice Zott quello di accudire gli animali non è affatto un lavoro nuovo o improvvisato. Nonostante la giovane età, infatti, ha già fatto esperienza in Svizzera, Valle d’Aosta e l’anno scorso nelle valli trentine dove ha gestito un grande gregge. Papà e nonno sono pastori, è cresciuta «a natura ed animali». Certo, questo le è costato l’interruzione degli studi. «Fino a due anni fa andavo al liceo artistico, poi ho lasciato per dedicarmi a questo. Non tornerei indietro, non sono pentita perché questo lavoro mi dà libertà. Certo, non c’è sabato e domenica, specialmente in estate quando si lavora tanto
e, dunque, devo rinunciare alle uscite. Ma, credetemi, sono felice».
L’eredità che lascia Agitu Gudeta
Le caprette di Agitu Gudeta, dunque, sono in buone mani. L’imprenditrice etiope è stata uccisa da un suo collaboratore che l’avrebbe presa a martellate per uno stipendio che lui riteneva non essere stato pagato. Il colpo alla testa le è stato fatale. Per lei – che era fuggita dall’Etiopia a causa di violenze e persecuzioni e che, in Italia, si era integrata fin da subito – non c’è stato niente da fare. Il suo sogno – ed è questo ciò che lascia in eredità – era quello di allargare la sua azienda di allevamento, la “Capra felice”, magari con la costruzione di un agriturismo. Aveva già aperto due punti vendita in cui vendeva formaggi e prodotti cosmetici a base di latte di capra. Ma il suo desiderio, quello più intimo, era che le caprette che lei adorava venissero trattate bene, che fossero felici. Ed è questo il compito affidato ora a Beatrice Zott.
da https://www.repubblica.it/spettacoli/cinema e del 07 GENNAIO 2021
di Clarissa Cancelli e Valeria Rusconi
Guardare sessanta film per sette giorni consecutivi su un'isola deserta. È l'esperimento sociale di distanziamento estremo, chiamato The Isolated Cinema, ideato dal Göteborg Film Festival, il più grande evento cinematografico in Scandinavia, ora in versione online a causa del Covid-19. Un appassionato o un'appassionata di cinema potrà trascorrere una settimana, in totale isolamento, in un lussuoso boutique hotel sull'isolotto di Pater Noster, al largo della costa occidentale della Svezia. Senza cellulare, senza computer né libri. A fare compagnia al prescelto saranno solo le sessanta pellicole (numero decisamente ridotto a causa della pandemia) selezionate dal festival. L'obiettivo è esaminare l'impatto dell'isolamento sull'uomo e il ruolo che può avere la visione di un film in solitudine. C'è tempo fino al 17 gennaio per fare domanda.
di Clarissa Cancelli e Valeria Rusconi
Il Göteborg Film Festival, con la sua storia ormai più che quarantennale (è attivo dal 1979), trampolino di lancio per i nuovi lungometraggi nati nel grembo di ghiaccio della penisola scandinava con destinazione resto del mondo grazie a un concorso e un premio tutto suo, il Dragon Award Best Nordic Film, non si lascia abbattere dalle circostanze infauste e sfida la pandemia autoesiliandosi. Proprio così: in tempi in cui è fondamentale cambiare le proprie, vecchie (ahimè) abitudini adottando un comportamento giudizioso che preveda il minor numero di contatti con altri esseri umani stando alla larga da ambienti affollati, il Festival di Göteborg fa uno sgambetto al virus e segue alla lettera le norme imposte dal coronavirus. Che, per una volta almeno, riescono a trasfigurare un contenitore culturale in un'opera d'arte nell'opera d'arte. Povera, quasi brutalista e quindi estremamente affascinante nella sua essenzialità.

Una rassegna cinematografica che, da evento in cui gli assembramenti rappresentavano una consuetudine gioiosa poiché mezzo necessario per compiere appieno il rito della collettività, di unione tra tanti sconosciuti davanti a uno schermo – ovvero cinema – diventa unica. Unica intesa proprio come 'uno'. Solitaria. Non più 160mila visitatori ma un solo spettatore, con a disposizione un biglietto di andata (e di ritorno, state tranquilli) per la remota isola svedese di nome Hamneskär. Più che una vera e propria isola, però, si tratta di un cumulo di scogli, circondati da macchie sparute di vegetazione strinata dal vento e dalle intemperie, con un faro nel mezzo riconvertito in hotel. Un hotel che, come va di moda oggi, viene definito 'boutique', cioè di lusso, un 5 stelle caldo e accogliente per combattere il gelo.

Un luogo necessario per rendere tutto più allettante e permettere al fortunato, unico spettatore del Göteborg Film Festival che verrà (è programmato da venerdì 29 gennaio a lunedì 8 febbraio, in versione online-streaming tramite abbonamento, mentre lo spettatore rimarrà sull'isola per sette giorni), di vedere, lontano dal rumore e dai problemi del mondo, la selezione in concorso. Anche se a causa della pandemia il festival ha dovuto ridurre drasticamente la sua programmazione, passando da una media di 450 titoli ad appena 60, l'Italia può gioire: tra i film è infatti presente anche Molecole, il documentario di Andrea Segre girato a Venezia durante il primo lockdown. Il titolo dell'iniziativa, che per assonanza ricorda una delle più interessanti nel nostro paese, Il cinema ritrovato di Bologna, è Il cinema isolato, e può definirsi – oltre le definizioni canoniche – anche un esperimento sociale: siamo davvero pronti a guardare scorrerci davanti agli occhi delle storie, vere, fantastiche, sognanti, felici o drammatiche introiettando ogni singola emozione custodendola – anzi, obbligatoriamente, tenendola – solo per noi stessi? L'intento (dichiarato) del festival, infatti, non è solo quello di promuovere la settima arte ma di esaminare l'impatto dell'isolamento sull'uomo e il ruolo che la visione di un film in solitudine ha su di esso.
Venezia 77 - Il doc 'Molecole' sulla Venezia in lockdown preapre la Mostra
In passato, il Göteborg Film Festival aveva già portato agli 'estremi' l'idea più scontata di fruizione del cinema. Un altro peculiare progetto era stato quello che aveva in cartellone titoli esclusivamente a tema religioso da far proiettare in luoghi sacri, a ogni latitudine di culto: in una chiesa, in una moschea o in una sinagoga. E se agli spettatori di sesso maschile, poi, fosse stato richiesto di guardare alcuni specifici lungometraggi seduti non su calde e comode poltroncine di velluto rosso ma distesi con le gambe spalancate su un lettino di ferro, di quelli usati dai ginecologi durante le loro visite? Anche questo è stato uno dei molti esperimenti della rassegna nordica.
Parallelamente a questa iniziativa, il festival organizzerà due altre esclusive proiezioni 'per uno' in due iconici luoghi di Göteborg: lo Scandinavium, una delle arene più note in Svezia dove si svolge il campionato mondiale di hockey su ghiaccio, e il Draken Cinema, la sala dove solitamente vengono presentate le anteprime. Ad Hamneskär, e in particolare nel faro-hotel di Pater Noster (si chiama proprio così, 'Padre Nostro', ecco, non allarmatevi ulteriormente), una sola cosa è certa: non sono ammessi i cellulari – e dunque ogni contatto con l'Oltremare – e neppure i libri, altra 'finestra' verso l'esterno. Chi verrà scelto per questa impresa affascinante ma non così emotivamente semplice da sostenere dovrà accettare di abbandonare tutto, ma siamo sicuri per trovare molto.

Hamneskär, situata al largo della costa occidentale svedese, può essere raggiunta esclusivamente in gommone (o in elicottero, se il tempo è buono. Se...) dal paesino da 1.400 abitanti circa di Marstrand, frazione del comune di Kungälv, nella contea di Västra Götaland, o da Göteborg, la seconda città più popolosa della Svezia dopo Stoccolma e la quinta del Nord Europa.

Una volta là, a parte lo schermo allestito all'interno del resort Pater Noster, potrete fare i conti solo con i vostri demoni (o angeli). Certo, l'hotel 5 stelle, a vederlo sulla carta, fa spuntare subito un sorriso: l’agenzia di design svedese Stylt ha infatti trasformato la casa del maestro del faro del XIX secolo dell’isola rocciosa – per la precisione si tratta di una struttura in ferro dipinta di uno sgargiante rosso costruita nel 1868, automatizzata nel 1964 e poi caduta definitivamente in disuso nel decennio tra il 1977 e il 1987 – in un alloggio da sogno. Quella luce che un tempo illuminava l’orizzonte per guidare i marinai attraverso le nere, pericolose acque nordiche ora profuma di legno e folklore, grazie anche ai dettagli rustici originali, ai cimeli marittimi d'epoca, ai mobili tradizionali nordici e alle tonalità ispirate alle acque circostanti. Con le sue sole nove camere doppie per un massimo di 18 ospiti (ma voi sarete soli, ve lo ricordiamo!) e una zona notte realizzata all'esterno, sugli scogli e sotto la volta celeste limpidissima, disponibile ai turisti a un costo di circa 435 dollari a notte inclusi i pasti principali, Pater Noster più che un hotel sembra davvero il set di un film.

“Stiamo tutti guardando il cinema in isolamento, ora, e questo cambia il nostro rapporto con esso; abbiamo visto nuovi tipi di lungometraggi in questo periodo che hanno assunto un significato diverso a causa della pandemia”, ha dichiarato Jonas Holmberg, il giovane critico cinematografico svedese e direttore artistico, dall'aprile 2014, della rassegna. “Una scena in cui le persone abbracciano uno sconosciuto, ad esempio, sembra molto diversa in un momento in cui non ci si può abbracciare”, ha continuato Holmberg.

Il direttore ha dunque tracciato il profilo, anzi, i requisiti assolutamente necessari, che deve possedere il candidato – che verrà scelto dopo un colloquio diretto realizzato in videocollegamento – di questa esperienza cultural-sociologica: “Essere amanti del cinema, accettare di registrare un video-blog giornaliero ed essere emotivamente e psicologicamente in grado di trascorrere una settimana in questo tipo di isolamento. Con l'esplosione degli schermi e le immagini in movimento che possono essere viste ovunque e in ogni tipologia di situazione, vogliamo proporre una riflessione non solo sul cinema e su chi lo fa ma anche su come lo fruiamo in questa nuova epoca”, ha aggiunto Holmberg. Fiero sponsor dell'annuncio (guardate la clip sopra, in questo articolo) che promuove l'iniziativa di cine-isolamento: “Niente telefono. Niente amici. Niente famiglia. Nessuno. Solo tu. E 60 film in anteprima”. E se, come diceva Wim Wenders, “i grandi film cominciano quando usciamo dal cinema”, l'isola che risuona tra i venti come una 'preghiera del Signore' è lì per dimostrarlo.
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