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16.3.26

non è mai troppo tardi A 82 anni il debutto da scrittrice di Maria Spissu Nilson con Feltrinelli: l’incredibile storia di : «Questo romanzo l’ho sognato»

Dopo il caso del padre di vittorio sgarbi  ECCO il caso di Elena Sissi Nilson Ex insegnante di scuole elementari, ora esordisce con il suo primo volume “Sinnada”

 il

 il caso di tirare fuori tutta la retorica sull’età che non conta. Cantavano bene sul palco di Sanremo Maria Antonietta e Colombre, «se tieni a mente siamo tutti debuttanti». Ecco, Maria Spissu Nilson è una debuttante che desta quantomeno curiosità. Domani esce il suo primo libro, “Sinnada”. Un esordio con i fiocchi: per Feltrinelli. A 82 anni. No, non c’è età per essere debuttanti.Ex insegnante di scuole elementari con la passione per Saramago e Borges, che a 16 anni ha scritto i suoi primi racconti e poi non ha più avuto a che fare con la letteratura. O quasi.Se il romanzo sarà anche un successo, lo dirà il tempo. Narra la storia di Lellena, una bambina che cresce «ignorata

dalla madre e senza un padre» nell’entroterra rurale della Sardegna negli anni ’50. Un giorno si marchia una stella sulla fronte e in paese si diffonde la voce che Lellena sia una predestinata. Al centro della storia, l’incontro con un capitano di marina «il cui sguardo paterno riconosce in Lellena non un prodigio ma una persona».

Leggo dalle sue poche righe di biografia che vive in Liguria, quando ha lasciato l’isola?

«Un anno fa. Non avevo più legami di famiglia e ho deciso di venire a La Spezia».

Le piace?

«Moltissimo, ha qualcosa che mi riporta a Cagliari: il porto. Spesso cammino da casa al molo, fino al faro. Mia figlia si è sposata qui, ho deciso di spostarmi e starle vicino».

Lei di dov’è?

«Sono nata a Scano Montiferro».

Feltrinelli sta promuovendo il suo romanzo: un esordio letterario a 82 anni è curioso. Non aveva mai scritto prima?

«Sì, la passione c’è da sempre. Ho scritto dei racconti a sedici, diciassette anni, vennero pubblicati su dei settimanali nazionali».

E poi?

«Si va avanti con gli anni, ci si fidanza, ci si sposa, arrivano tante cose. Avevo provato a pubblicare a scopo sperimentale su Amazon, però non l’ho mai fatto seriamente. Ma ho continuato a scrivere».

Il suo romanzo racconta una storia sarda. Nei suoi scritti c’è sempre l’isola come sfondo?

«In quei primi racconti ero affascinata da altri luoghi, ne ricordo uno ambientato a Londra. Dove peraltro non ero mai stata (ride, ndr). Sulla Sardegna ho in realtà in mente di fare un lungo excursus».

Spieghi pure.

«La mia idea è di unire tre storie che creino un panorama del cambiamento culturale e storico della Sardegna: quella che pubblicai purtroppo su Amazon era ambientata ai tempi della prima guerra mondiale, “Sinnada” riguarda il periodo post seconda guerra mondiale, e poi una terza sull’isola attuale».

La Sardegna di oggi è molto diversa?

«Tantissimo. Dagli anni ’60 i paesisono cambiati. Penso abbia avuto a che fare a un certo punto la televisione, ricordo i primi festival di Sanremo in bianco e nero e non tutti avevano il televisore quindi ci si riuniva in tanti nelle case di alcuni. E sono cambiati i giovani, per fortuna. I rapporti sociali, l’accettazione di diversità che prima non erano ben viste».

Cos’ha provato quando ha saputo della pubblicazione?

«Un’emozione grandissima. Con l’agenzia letteraria che mi rappresenta (Laura Ceccacci agency) abbiamo spedito il libro a diversi editori. Ognuno chiedeva di cambiare qualcosa, chi il finale, chi alcune pagine, non ero molto convinta. Poi si è presentata Feltrinelli. Pensavo non sarebbe mai arrivato questo momento magico».

Com’è nato questo libro?

«Durante un viaggio con mio marito, nei Paesi Baschi. Abbiamo visitato San Sebastian, i musei, poi abbiamo visto le sculture di Chillida, “Pettine del vento”, con il mare che sbatteva su queste dita gigantesche di ferro arrugginito. A quanto pare avevo avuto un eccesso di stimoli, non voglio farla ridere, ma di notte mi è nata in testa questa storia. Ho pensato a questa bambina derelitta e a questo capitano di marina che vuole salvarla perché la trova in stato di selvatichezza».

Era un’immagine familiare?

«Da bambina quella miseria l’ho vista: ho visto bambini affamati, anche nudi sulla neve, ma felici, mentre io li vedevo dalla finestra, chiusa in casa perché non mi permettevano di uscire. Tutta abbottonata, e ciò nonostante con la tonsillite o la febbre (ride)».

Eravate molto legati, lei e suo marito?

«Ci siamo incontrati quando io avevo 20 anni, lui 27. Era statunitense, svedese di seconda generazione. Nilson. Ci siamo sposati due anni dopo e abbiamo sempre vissuto a Cagliari. Faceva il traduttore all’università di Cagliari. È mancato nel 2021. Era una persona molto dotta, David».

Prima di questo romanzo cos’ha fatto per tutta la vita?

«L’insegnante di scuola primaria, ho fatto studi di lingua, e con mio marito abbiamo viaggiato molto. Non abbiamo scalato l’Everest, ma abbiamo visitato molti luoghi, spesso andavamo negli Usa. Da ragazza facevo lunghe scalate nel Montiferru però, con mio padre. Mi insegnava a prendere la mira e a sparare per andare a caccia».

Quando legge, cosa legge?

«Mi tengo aggiornata sulle uscite dei sardi. Come Fois, spero vinca il Premio Strega. Ho sempre letto Giulio Angioni, che era un amico, mi ha insegnato parecchio. Ma il mio scrittore preferito è portoghese: José Saramago, ho tutti i libri, lo amo moltissimo. Poi Borges e gli scrittori latinoamericani».

Tra poco esce il suo libro, conta i giorni?

«Sì, lo ammetto».

3.2.17

non è mai tardi per chiudere i conti con il passato Vicenza, l'abbraccio tra la figlia del podestà e il partigiano che le uccise il padre


La figlia del podestà abbraccia il partigiano che uccise suo padre.
Schio, il 7 luglio del '45 l'eccidio in cui morirono 54 persone, 72 anni dopo vittime carnefici firmano la pace: "Il nostro gesto sia d'esempio ai giovani"


                          di STEFANO FERRIO


La pace è paziente, e per affermarsi può aspettare anche 72 anni. Ne è la prova l’atto di riconciliazione che firmeranno stamattina, davanti al vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol, il partigiano e la figlia del podestà. A porre i loro autografi in calce a una dichiarazione di pace saranno l’operaio in pensione Valentino Bortoloso, nome di battaglia “Teppa”, classe ‘23, e Anna Vescovi, psicoterapeuta, vent’anni più giovane. Di comune accordo hanno voluto che sia la Chiesa, intesa come ente morale, a sancire la riconciliazione.
“Teppa”, 94 anni, era fra chi comandava i partigiani che, nella notte fra il 6 e il 7 luglio 1945, due mesi dopo la fine della seconda guerra mondiale, fecero irruzione nel carcere di Schio, nell’Alto Vicentino, per compiere l’eccidio in cui morirono 54 persone, uomini e donne tra i 18 e i 74 anni: fascisti, ma anche detenuti comuni. Arrestato e processato, con altri 4, per questa strage in tempo di pace, fu condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo, ed estinta dopo dieci anni di detenzione. Anna è figlia di una delle vittime, Giulio Vescovi, allora 35enne podestà di Schio, dopo esser stato pluridecorato capitano della divisione corazzata Ariete. Hanno scritto, e firmeranno oggi, un messaggio di poche righe, in cui Teppa si presenta come uno degli esecutori materiali di un eccidio «che oggi possiamo considerare inutile e doloroso», mentre spetta ad Anna rivelare che «è il momento di pacificare le tragiche contraddizioni della stessa Storia di 70 anni orsono».
Alla vigilia di questo passo storico, eccoli insieme a casa di Valentino. Sul tavolo le lettere che hanno iniziato a scambiarsi la scorsa estate. Frutto di un percorso sofferto, sono le tappe di una pace fortemente voluta da entrambi, per porre fine alla guerra iniziata a Schio il giorno dopo il massacro e protrattasi per settant’anni di veleni, ingiurie, illazioni. Da una parte, chi difende le ragioni dei partigiani. Dall’altra, i parenti delle vittime dell’eccidio e i loro sostenitori.



A poco è servito, finora, il “Patto di Concordia” firmato in Comune nel 2005. Discordia regnava ancora l’estate scorsa, quando giunse notizia della Medaglia della Liberazione assegnata a Teppa dal ministero della Difesa per i meriti acquisiti durante la Resistenza. Un riconoscimento caldeggiato dall’Anpi, contestato dal sindaco di centrodestra di Schio, Valter Orsi, e infine revocato dal ministero. Con un nuovo, fatale innesco di reciproche accuse. «A quel punto — spiega Anna, che bambina fece in tempo a vedere papà ferito a morte — ho sentito risuonare in me le parole del Salmo: misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. Allora ho detto basta, e ho scritto a Teppa». «Quando ho aperto la busta e ho letto quel “Caro Valentino” — ricorda Teppa — ho sentito sparire il macigno che avevo portato nel cuore per tanto tempo. E ho subito voluto risponderle».
Scrive Anna: «Lei ed io siamo gli ultimi testimoni di quel mare di dolore che si è riversato su di noi nel luglio ‘45, e che in altri tempi e luoghi continua a riversarsi. È mia convinzione che il Destino ci abbia legati, io e lei, ineluttabilmente, affinché cogliamo la possibilità di trasmettere un autentico messaggio di conciliazione ». Risponde Valentino: «La ringrazio, date le circostanze dolorose che gravano in modo diverso sulle nostre spalle, di avere avuto la forza e il coraggio di rivolgersi a chi, pizzicati entrambi negli ingranaggi mostruosi della guerra, Le ha tolto il padre».
Teppa aggiunge qualcosa a voce: «Vescovi, quella notte, fu l’unico a tentare una mediazione. Ma in quel momento della Storia noi e lui non potevamo comunicare. Erano successe troppe cose, è difficile immaginare quanta rabbia ci spinse in quel carcere...». «E non c’erano mandanti, c’eravamo solo noi», precisa, smentendo le voci di una vendetta pilotata in quel dopoguerra da resa dei conti. La rabbia riaffiora dal racconto della “sua” guerra: «Prima la ritirata di Russia, dov’ero andato carabiniere: 800 chilometri nella neve, inciampando sui corpi dei compagni. Poi il ritorno a casa per fare la guerra in montagna. Altro sangue, altri amici morti. Questo ero io, nel luglio ‘45». Nel 2017, è un vecchio comunista che confessa di avere smarrito la fede cristiana dell’infanzia, quando era il primogenito di 11 figli di una famiglia operaia. Ma s’illumina quando Anna gli assicura che «non so come, ma in questa storia c’è un Altrove che ci guida entrambi».
Mentre i due chiacchierano di ricette a base di verza, come amici di lunga data, risuonano le parole di Danilo Andriollo, presidente dell’Anpi Vicenza, su questa riconciliazione: «Anna e Valentino sono Speranza in carne e ossa grazie a cui, arrivando da un passato così crudele, indicano a tutti un futuro di pace».

 



6.7.16

.Si laurea a 82 anni per amore della moglie Carmelo Toscano aveva finito gli esami già nel 1974 e ieri ha presentato a Sociologia la sua tesi sul capitalismo in agonia


Lo so che molti di voi ,  come non biasimarli , mi diranno   :   è che  palle   è già il terzo articolo    che riporti su argomenti   simili  in queste due settimane  ;  ma stasi diventando vecchio.;  non sapevo che t'interessassi    d  tematiche   da  giornali rosa  e  tipo  harmony  ; ...  ecc  . 

Ma   se   leggete  questa storia   fino in fondo  , prima di sparare  cazzate    a  random   capirete  che tale  vicenda   non puo' essere  in modo riduttivo in quadrata   in tali categorie  


Si laurea a 82 anni per amore della moglie

Carmelo Toscano aveva finito gli esami già nel 1974 e ieri ha presentato a Sociologia la sua tesi sul capitalismo in agonia 
                             di Giorgio Dal Bosco






Non solo, ma questa è una pagina tenerissima di un libro rosa dove, tuttavia, di realismo non manca niente. Non manca l'ambizione di lei «desidero essere la moglie di un dottore» e nemmeno la smorfia di assenso di lui che, prima, sbuffa un «vabbè, mi arrendo, mi laureo» e, poi, le sussurra un « sono contento di ...accontentarti». Questa, in maniera stringata, è la storia di Carmelo Toscano, nato nel 1934, siciliano di Lentini, bolognese d'adozione, ragioniere, sposato con Antonietta, venuto a Trento nel 1968 ad iscriversi alla già quasi famosa Sociologia.
La sua, professionalmente, è una vita tutta dentro “Timo” e Sip, rispettivamente “nonna” (emiliana) e madre di Telecom, fino al pensionamento nel 1987. Con la passione, oltre a quella del contestatore che presagiva come la tecnologia si sarebbe fagocitata centinaia di migliaia di posti di lavoro, una grande passione – si diceva - per tutto ciò che è “sociale”, in particolare per una diversa modalità dell'organizzazione del lavoro che avrebbe dovuto ubbidire all'imperativo «far lavorare meno ore per far lavorare tutti».
Carmelo si è sempre messo di buzzo buono anche in questo almanaccando sistemi organizzativi migliori. Quella tesi dal titolo «Capitalismo in agonia», scritta quando aveva 38 anni, intanto , però rimaneva lì in casa tra gli scaffali come un impolverato album di foto di famiglia. Antonietta la moglie, - come sussurra la figlia Alessandra «moglie sì, ma con un'espressione più intima io definisco meglio una compagna di vita, una donna che ha condiviso con il marito ogni decisione e ogni grande o piccola emozione» - ha covato per qualche tempo un segreto desiderio.
Lo covava, forse, anche tra un gorgheggio e l'altro, tra un'opera e l'altra, cantando come soprano lirico al Teatro Comunale di Bologna. Poi, l'anno scorso Carmelo si è trovato tra le mani quel fascicolo «Capitalismo in agonia» che ha portato , non si sa mai, alla casa editrice Pendragon che subito ha pubblicato l'opera in due volumi. Involontariamente Carmelo ha così dato il “la” alla sua laurea. Sì, perché la moglie Antonietta e la figlia Alessandra come due carbonare hanno tramato nell'ombra.
Qualche telefonata a sociologia, qualche distinguo e infine la certezza di una cosa importante: il laureando, all'epoca dell'ultimo esame, per motivi tutti suoi e non per eventuali ripensamenti sulla eventualità di laurearsi, si era fatto certificare dall'Università di aver superato tutti gli esami. E questo attestato che gli ha permesso di laurearsi a distanza di 42 anni.
Così per Carmelo è arrivata la “bomba”: la richiesta della moglie, ossia, la preghiera di andare a Trento, discutere la tesi già pubblicata. La “carboneria” di madre e figlia aveva vinto. D'altra parte 60 anni di matrimonio vissuti senza tentennamenti e con un grande dolore, supportandosi (attenzione, non sopportandosi) vicendevolmente dovevano essere festeggiati.
Ecco, appunto, supportandosi. Sì, perché quando Carmelo, allora già impiegato alla Sip, aveva deciso di iscriversi a Sociologia, la moglie aveva apprezzato e stimolato l'iniziativa anche se lo studio avrebbe distolto Carmelo, almeno parzialmente, dal ruolo di grande padre e di bravo marito.

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