nonostante sia a gli antipodi estremi di Tacitus devo dire con che onestà intellettuale ñha ragione
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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19.3.26
14.8.24
All'isola Elba una strada per Olimpia Mibelli Ferrini, la lavandaia che nel '44 si offrì ai soldatiper salvare le altre donne dalle marocchinate
Ma soprattutto perchè ho una visione della storia a 360 gradi . Ma soprattutto perchè , scusate la citazione classica Timeo Danaos et dona ferentes ("temo i Danai anche quando recano doni") da Eneide (Libro II, 49) di Publio Virgilio Marone. .... per ulteriori notizie ed aneddoti sematici \ antropologici su d'essa : << Timeo Danaos et dona ferentes ( Wikipedia )«Perché vuoi rivangare queste storie?»
Certo, non tutti si comportarono da predatori: « La mia famiglia, sfollata nelle campagne fuori Portoferraio, nascose le figlie adolescenti in fondo alle cantine – racconta l’ex sindaco Fratini – e a fare da scudo, davanti alla porta, si misero uomini anziani e mia madre con me infante in braccio. Arrivò un gruppo di soldati, uno di loro mi fece una carezza e dette a mia madre del cioccolato. Vide la diffidenza di mia madre e per rassicurarla ne mangiò lui un pezzetto».Comunque, lo choc della popolazione elbana fu enorme. Lasciando nelle donne, oltre al trauma, un senso di vergogna che si è sedimentato negli anni. «Quando ho iniziato le mie ricerche sulla storia di Olimpia e sono andata a parlare con gli anziani e le anziane che avevano visto, e qualcuna anche subito, le violenze ho incontrato subito una sorta di fastidio - racconta oggi Paola Cereda - “Perché vuoi rivangare queste storie”? Mi sono sentita dire. Ma poi, invece, è successo un piccolo miracolo: quelle stesse anziane hanno iniziato a raccontare, hanno tirato fuori storie e dolori che non avevano mai rivelato prima neppure alle loro figlie. Ed è stato come fare pace con una sofferenza mai elaborata davvero, e non doversene più vergognare».
Ma ora bado alle ciance e veniamo alla storia in questione con Tanto rispetto per questa donna le cui gesta , ma sopratutto le vicende che fanno da contorno sono state fatte passare in sordina cosi come il parlarne poco se non sui siti specializzati o negazionisti o peggio usate in maniera strumentale ed ieologica sia per salvaguardare la narrazione ufficiale degli "alleati" buoni e liberatori da accogliere a braccia aperte, sia come barbari che hanno imbastardito l'italia. Comunque la si veda un grazie al sindaco per questa iniziativa ! storia. Interessantissima e da valorizzare per raccontare un periodo storico cosi complesso a 360 gradi .
13.3.21
I nostri governanti maestri di ignoranza
I nostri governanti maestri di ignoranza
L’attuale classe dirigente è composta da incompetenti che sproloquiano su tutto. La zucca vuota, ma di successo, è il modello proposto alla gioventù
- Libero
- RENATO FARINA
L’umanità ha riconosciuto dai primordi di avere un nemico: l’ignoranza. Ha sempre cercato di emanciparsi da essa per non consentire alla natura e ai prepotenti di sottomettere la brava gente. È sempre stato così. Fino all’arrivo di Di Maio e dei grillini al Potere. Dopo di che l’ignoranza è diventata un titolo di merito, una conquista agognata sul divano, la prova di una purezza adamantina. (...)
Personalmente ho sempre ritenuta diabolica la pretesa della scienza di impadronirsi del mistero dell’essere. Diabolica e persino ridicola. Non c’era bisogno del Covid e delle baruffe gallinacee tra virologi per scoprirlo. Gli scienziati sono in corsa per darci l’immortalità, ma non sono ancora riusciti a curare la calvizie e il raffreddore. Ma non è un buon motivo per l’instaurazione della dittatura dell’ignoranza, come forma di governo vigente in Italia. Non bisogna confonderla con la confessione di Socrate: «So di non sapere», perché quella era lealtà dinanzi all’infinità dei mondi. Esprimeva la consapevolezza del limite e subito la voglia di andare oltre l’orizzonte, aprendosi all’avventura mai appagata di «virtute e canoscenza», per la quale nacque Ulisse e noi con lui.
Qui siamo invece alla prevalenza del “buon selvaggio” e alla affermazione della superiorità morale e intellettuale del vuoto mentale conclamato come passaporto per essere classe dirigente. Guai a rovinare con lo studio la foresta vergine e riccioluta come le chiome di Toninelli e della Taverna. I social ma anche i talk show sono dominati dalla filosofia dell’uno vale uno. L’opinione sulle origini del virus dell’analfabeta, ma deputato, dunque portavoce del popolo, vale più del giudizio del professor Giuseppe Remuzzi, in odore di Nobel della medicina. Uno uguale uno vuol dire dittatura dell’ignoranza. Il primo teorico della faccenda fu Jean Jacques Rousseau che, inconsapevole di poter essere due secoli dopo trasformato in piattaforma da Casaleggio, era un filosofo e persino un educatore, anche se siamo certi si sarebbe sparato se avesse intuito che cosa avrebbero fatto dell’Italia le sue idee in mano a Grillo. Sosteneva che la “volontà generale” esprimesse la verità. Essa è stata tradotta come volontà della Rete. Risultato: la tabula rasa. Non è additata quale modello la competenza esito della fatica e premiata per questo; è la zucca vuota ma di successo ad essere proposta come esempio alla nostra gioventù.
IL CERTIFICATO DI BATTESIMO
Come ha scritto Antonio D’Anna su Italia Oggi l’unico titolo di studio che non è biasimato è il certificato di battesimo, anche perché nessuno ti può incolpare di aver sgobbato e passato notti insonni per ottenerlo. Siamo portati - e la mia modesta prosa lo dimostra - a scherzarci su. Ma è una tragedia della civiltà. E questo stato di cose è insieme esito e causa dello stato di crisi se non di coma delle agenzie educative. La famiglia, la scuola, la Chiesa, lo Stato, l’esercito sono stati, e dovrebbero tuttora essere, le forme con cui gli individui associandosi consegnano l’eredità di valori e conoscenze alla generazione successiva. I giovani per salire sulle spalle di chi li ha preceduti devono arrampicarsi, giocando la loro libertà: per sviluppare o negare la proposta dei padri e delle madri, dei maestri e dei preti. Si annega tutti nel mar nero dell’uno vale uno, cioè zero, che è il nome della cultura prevalente: il nichilismo. Che non è colpa dei ragazzi ignoranti, ma degli adulti che non hanno saputo accendere la fiaccola affascinante di una bellezza e di una conoscenza da attingere come acqua nel deserto. È uscito un libro illuminante: Sotto il segno dell’ignoranza ( Ed. Egea, pagg. 184, € 22) di Paolo Iacci, che non è un filosofo teoretico ma uno che sta in trincea, grande esperto in gestione delle risorse umane. La prima riga del volume è lapidaria: «In Italia vige la dittatura dell’ignoranza». Quel che segue è una fotografia tremenda. «Questa è la nuova questione morale del Paese. La classe dirigente ha da tempo abdicato a favore di una orda di incompetenti che stanno occupando i posti di potere e che si approfittano della volontà di cambiamento diffusa nel Paese per occupare indegnamente i principali posti di responsabilità».
Dopo di che è arrivato Mario Draghi, che è tutto meno che incompetente e negazionista dei congiuntivi. Esaudendo l’invocazione disperata di Berlusconi a Mattarella e al buon Dio si sarebbe cambiato paradigma. Speranza assai tenue. Il catrame della divina ignoranza ha inzuppato i gangli vitali della società e i meccanismi di selezione della classe politica. La dittatura dell’analfabetismo intellettuale e morale allunga ancora i suoi tentacoli abbrancando poltrone e leve di comando. Tant’è che Draghi e Mattarella hanno “dovuto” stendere il tappeto del governo perché sia calpestato dagli zoccoli di alcuni campioni dell’asineria. Non verrà dai vertici la riparazione del modello (dis)educativo regnante. Si deve ripartire dal basso, dalle famiglie, dalla scuola, dagli oratori. Dal popolo insomma. Campa cavallo.
concludo con gli ultimi versi
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