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20.3.26

criticare la scelta sbagliata possibilmente. non la persona

 Dopo  la  2 puntata de La Giusta Distanza, la nuova serie ideata e narrata da Roberto Saviano in onda su Su la7 ,   mi é ritornata alla mente  questa lettera con relativa risposta     letta   sul. il. corriere. della. sera.  il    17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 17:02) 

«Mio padre scelse Salò, ecco perché va capito»

Caro Aldo, 
cerco di rispondere a una domanda che lei pone spesso, riguardo ai rapporti di molti italiani con il fascismo. 
Mio padre era del 1913. A nove anni, dopo la seconda elementare (avrebbe voluto studiare, era intelligentissimo) venne mandato «famiglio» presso una famiglia di possidenti, a lavorare come uno schiavo (veniva svegliato alle 4 ogni mattina, neve gelo pioggia) per pompare acqua, spazzare stalla, lavare porcilaia et similia. A 22 anni partì volontario per l’Etiopia, come finanziere («Non sapevo da che parte era l’Africa», mi avrà ripetuto almeno mille volte). 
Dal fascismo riteneva di avere avuto tutto: istruzione, vitto e alloggio, divisa, dignità personale. Vedeva intorno a lui crescere città dal nulla, colonie marine, asili nido, ferrovie, imponenti opere pubbliche, ossia quello che il socialismo aveva promesso e che Mussolini, ex socialista infuocato, ai suoi occhi (seconda elementare!) sembrava mettere in pratica. 
Ma come fanno tanti storici a non capire queste cose? Per non parlare degli incredibili successi sportivi e del mito aeronautico, in diretta filiazione dal futurismo... Purtroppo per lui, nel ‘43 scelse in buona fede Salò, ma fu una scelta coerente con quanto, individualmente, aveva vissuto. Forse, tra 500 anni, qualcuno potrà capirlo
Ludovico Pagani

Caro Ludovico,
grazie per la sua lettera, molto bella e sincera, cui ho lasciato tutto lo spazio che meritava. Mi limito a risponderle che non mi sono mai permesso di giudicare le persone. Ognuna ha avuto il suo percorso, ognuna ha fatto la sua scelta. Anche mio nonno fu mandato garzone a dodici anni in casa d’altri. Resta il fatto che Mussolini soffocò la nascente democrazia italiana, eliminò — talora anche fisicamente — gli oppositori, impose le leggi razziali, si alleò con Hitler, portò il Paese in una guerra disastrosa che lo lasciò a pezzi. Per questo mi dispiace doverle rispondere che, nel rispetto della sua storia personale e della sua buona fede, la scelta di Salò che fece suo padre fu sbagliata. 


Concordo   Con Aldo Cazzullo  perché non sempre sappiamo se scegliere la parte sbagliata della storia , soprattutto  nel periodo  in cui si è sotto una   dittatura/ regime   sia dovuto ad : opportunismo ,conformismo , valori familiari , paura di mettersi in discussione , coerenza estrema ,ecc  .Infatti. anche mio nonno paterno  vuoi per valori familiari ( da  quel che ricordo da lettere , diari , racconti  familiari ), per coerenza estrema  fu anche lui dalla parte sbagliata  cioè Fascista , non ricordo  se aderì alla Rsi ,  anche. Dopo il. 25 luglio -8 settembre . 

Ma soprattutto  ne pagò il prezzo finendo epurato dai suoi sottoposti e  rifiuto  di riciclarsi  nella Dc .
Quindi   condannare la scelta non sempre. é facile. Visto. Il. Carattere. Delle. Persone.  ,  anche se non è facile la persona   che magari può sempre cambiarla per disparati motivi ( autocritica ,errori ,opportunismo , ecc  ) .

 È una distinzione sottile ma fondamentale: non confondere la persona con l’errore. E non è affatto semplice, perché quando qualcuno sbaglia — soprattutto se ci tocca da vicino — l’istinto è giudicare tutto il “pacchetto”.Ecco un modo chiaro e pratico per riuscirci suggeritomi dal mio Grillo Parlante. 


🌱 1. Ricordarsi che un errore è Con un comportamento, non un’identità

Una scelta sbagliata è un’azione in un momento specifico, non la definizione di chi è quella persona.
È la differenza tra dire:

  • ❌ “Sei irresponsabile”
  • ✔️ “Quella scelta è stata irresponsabile”

La prima etichetta la persona, la seconda descrive il fatto.


🧭 2. Chiedersi  perché quella scelta è stata fatta

Non per giustificarla, ma per capirla.
Quando capisci il contesto, ti è più facile separare l’errore dalla persona.

Esempio:
Una scelta impulsiva può nascere da paura, stress, ignoranza, non da cattiveria o mancanza di valore.


🧘 3. Ricordare che tutti sbagliano, anche tu

Non è relativismo: è umanità.
Se riconosci i tuoi errori senza sentirti “sbagliato”, diventa naturale concedere lo stesso agli altri.


🗣️ 4. Parlare in termini di impatto, non di colpa

Invece di giudicare, descrivi cosa ha prodotto quella scelta.

  • “Quella decisione ha avuto queste conseguenze…”
  • “Mi ha fatto sentire così…”
  • “Credo che ci fosse un’alternativa migliore…”

Così resti sul piano dei fatti, non del giudizio morale.


🤝 5. Mantienere la porta aperta al cambiamento

Se giudichi la persona, la condanni.
Se giudichi la scelta, lasci spazio alla crescita.

Le persone   generalmente. cambiano, imparano, migliorano. Le etichette no.


🔥 Una frase che può aiutarti

Puoi tenerla come bussola mentale:

“Critico l’azione, non la persona. La persona può cambiare, l’azione ormai è passata.”


Vero a meno che  essa non sia  bastarda dentro , ottusa che rifiuta

 Il dialogo ed il confronto , non fa autocritica o si mette in discussione.  






12.3.26

Scelte parte II di Enrico carbini

 scelte  parte I



Ogni scelta che facciamo, amicizie, lavoro, scuola, la nostra relazione con Dio, nasce da due possibili radici:

  • essere visti
  • essere veri.

Nella società odierna, molti costruiscono la propria identità attorno allo sguardo degli altri. Funzionano finché ricevono conferme. Ma quando l’approvazione manca, crollano. È una vita appesa al giudizio esterno. Altri scelgono in base a una coerenza interna. Non sono indifferenti al riconoscimento. Nessuno lo è. Ma non ne dipendono totalmente. Se arriva, bene. Se non arriva, continuano.Il problema non è desiderare gratificazione. È umano.Il problema è farne la propria identità.

Ad esempio:

Se amo per essere ricambiato, appena l’amore altrui si raffredda mi svuoto.

Se amo perché riconosco un valore nell’altro, la mia identità non dipende solo dalla risposta.

Nella nostra adorazione:

Se faccio il bene per sentirmi “bravo”, ho bisogno che qualcuno lo noti.

Se lo faccio per coerenza, la mia pace non dipende dall’eco.

La domanda allora non è: “Quello che faccio mi gratifica abbastanza?”Ma: “Chi sono io quando nessuno applaude?”

Se vediamo che, pur nella fatica, in un mondo con i valori al contrario, qualcosa dentro resta saldo, allora quella è una radice. E le radici non fanno rumore, ma tengono in piedi la vita.In fondo, vivere solo per il plauso è come vivere davanti a uno specchio.Vivere per coerenza è camminare anche quando lo specchio non c’è.Bellissimo è il pensiero di Gesù in Matteo 6:7:

“ Ma tu, quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che è nel segreto; allora il Padre tuo che vede in segreto ti ricompenserà”.


7.3.26

scelte di Enrico carbini

 Ogni scelta che facciamo, amicizie, lavoro, scuola, la nostra relazione con Dio, nasce da due possibili
radici:

  • essere visti
  • essere veri.

Nella società odierna, molti costruiscono la propria identità attorno allo sguardo degli altri. Funzionano finché ricevono conferme. Ma quando l’approvazione manca, crollano. È una vita appesa al giudizio esterno. Altri scelgono in base a una coerenza interna. Non sono indifferenti al riconoscimento. Nessuno lo è. Ma non ne dipendono totalmente. Se arriva, bene. Se non arriva, continuano.Il problema non è desiderare gratificazione. È umano.Il problema è farne la propria identità.  Ad esempio:

Se amo per essere ricambiato, appena l’amore altrui si raffredda mi svuoto.
Se amo perché riconosco un valore nell’altro, la mia identità non dipende solo dalla risposta. 

Nella nostra adorazione:

Se faccio il bene per sentirmi “bravo”, ho bisogno che qualcuno lo noti.
Se lo faccio per coerenza, la mia pace non dipende dall’eco.

La domanda allora non è: “Quello che faccio mi gratifica abbastanza?”

Ma: “Chi sono io quando nessuno applaude?”Se vediamo che, pur nella fatica, in un mondo con i valori al contrario, qualcosa dentro resta saldo, allora quella è una radice. E le radici non fanno rumore, ma tengono in piedi la vita.In fondo, vivere solo per il plauso è come vivere davanti a uno specchio.Vivere per coerenza è camminare anche quando lo specchio non c’è.Bellissimo è il pensiero di Gesù in  : Matteo 6:7:

“ Ma tu, quando preghi, entra nella tua stanza e, chiusa la porta, prega il Padre tuo che è nel segreto; allora il Padre tuo che vede in segreto ti ricompenserà”.


25.6.25

Una fame disperata di vitaLaura ha 50 anni e per metà la sua vita è stata segnata dalla progressione della sclerosi multipla. Aveva pensato di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera, ma poi ha fatto della sua vita e della sua morte una battaglia.

 
Ogni vita è diversa dall’altra e ogni storia è speciale. Siamo unici ogni giorno, nelle scelte e nei sogni, e lo siamo di fronte all’idea di morire. L’incontro con Laura Santi mi ha toccato profondamente, in lei abitano due desideri profondi e potenti: una fame disperata di vita e la pulsione a liberarsi per sempre dalla sofferenza. Laura ha combattuto per avere la libertà di morire a casa sua e nel suo letto e ora che l’ha ottenuta si confronta ogni ora con la libertà di vivere.
Laura nel 2007, all’epoca era già 
malata   ma asintomatica

 


Laura Santi è una giornalista, ha viaggiato il mondo ma vive ancora nella città dove è nata: Perugia.
Laura ha cinquant’anni e da venticinque soffre di sclerosi multipla. Il suo corpo è quasi completamente paralizzato, muove solo la testa e tre dita della mano destra. Non ha più nessuna autonomia e dipende completamente e per qualunque funzione da chi l’assiste e da suo marito Stefano. La sua giornata è scandita dalla sofferenza, dal dolore, da una serie di gesti necessari per tenerla in vita, da un’immensa fatica.

 

                                                 Laura Santi


Tre anni fa ha iniziato una battaglia legale per avere il diritto di accedere al suicidio medicalmente assistito. Per avere la libertà di scegliere se restare in questo mondo.
Alcune settimane fa, quando pensava ancora di essere costretta ad andare in Svizzera per il fine vita nonostante abbia i requisiti previsti dalla Corte Costituzionale per morire in Italia, mi ha scritto. Ha immaginato che tutti avrebbero parlato della sua morte, invece lei voleva raccontare la sua vita, lasciare una traccia del suo passaggio e del suo amore e della sua gratitudine per il mondo e le persone.Così sono andato a trovarla e proprio nel giorno in cui sono arrivato a Perugia lei ha ricevuto il protocollo sanitario di assistenza per il suicidio assistito dall’Asl della Regione Umbria. Era molto scossa: «Mi sono messa a piangere quando l’ho saputo. Ero in un misto tra malinconia, tristezza, liberazione e trionfo. Mi sono fatta un pianto a singhiozzo pensando a me che schiacciavo quel pulsante. È dura dirlo, però è così: quel pensiero può essere anche vissuto come una grande liberazione».

Insieme a Laura Santi durante il nostro incontro

Per più di due ore sono stato seduto di fronte a lei ad ascoltarla, nelle sue parole ho trovato tanta umanità e la capacità di spazzare via le banalizzazioni che caratterizzano il dibattito sul fine vita in Italia: «La vita è una e soltanto una e me la tengo cara, me la sono sempre tenuta cara. Avere la libertà di morire è una cosa dirompente, ma vorrei far capire che non porta nessun abuso. Ora sono libera di decidere della mia esistenza. Sono libera di capire fino a che punto voglio affrontare la progressione di una malattia che non si sta fermando ed è dirompente». Così Laura mi ha parlato del dilemma che vive ogni giorno, di quella vertigine che lei chiama “il parapetto”, che è figlio della possibilità di scegliere, di non essere obbligata a vivere a tutti i costi: «È come se tu ti sporgessi da un parapetto che si affaccia sul vuoto: tu guardi di sotto e ti chiedi: vuoi morire domani? No, grazie, domani no. E forse neanche dopodomani, forse neanche tra una settimana. Questo è il parapetto, questa è la libertà. E questo nonostante io mi senta intrappolata in questo corpo, sia piena di sofferenze, di dolori, di spasmi, di crisi epilettiche, nonostante io viva ogni giorno la solitudine e l’isolamento della disabilità. Ogni sera il mio corpo mi dice basta, ma la mia mente mi dice che vorrebbe andare avanti. E per me è un dilemma terribile».

                                  Laura insieme al marito Stefano Massoli

Laura mi ha parlato a lungo della sua vita, della sua famiglia, della sua infanzia di bambina timida e introversa, della sua adolescenza difficile: «Ero una ragazza bulimica, ma crescendo mi sono trasformata in una persona bulimica di vita, che cercava di strappare la vita con i denti e con le unghie anche nella timidezza». Mi ha raccontato dell’amore per il nuoto e della sofferenza di dover rinunciare alla piscina per la malattia, della scelta di fare la giornalista: «Perché mi piaceva molto ascoltare gli altri, perché tutti hanno delle storie bellissime da raccontare. Perché l’ascolto per me è una cosa pazzesca». Mi ha parlato dei suoi viaggi nel mondo e dell’amore per Stefano, che è diventato suo marito e le sta accanto ogni giorno. Il nostro incontro è diventato anche un podcast che ha il titolo che Laura avrebbe dato alla sua autobiografia se ne avesse mai scritta una: “Una fame disperata di vita”.Un incontro che è stato un turbine di sensazioni e così pieno di vita da farmi quasi dimenticare che ero arrivato per parlare della sua morte: «Lo capisci il dilemma che sto vivendo? Tu mi senti parlare? Il dilemma è che se fosse per la mia mente, per il mio cuore, io andrei anche tranquillamente molto in là, perché c’è la vita. Ho cercato il cartellone di Umbria Jazz, è bellissimo, lo vorrei tanto vedere. Non credo che lo farò, ma il solo fatto che lo desidero è vitale. Oppure vorrei essere alla manifestazione per Gaza. Vorrei vedere la gente che si ammassa a Roma. Voglio sapere come andrà il referendum. Questa cosa mi incuriosisce da matti. Non so bene come votare quelli sul lavoro, ma quello sulla cittadinanza sono certa di andare a votarlo.
E allora mi si potrebbe dire: ma che ti frega del referendum, di Gaza, del jazz se vai a morire? E invece mi frega, il problema è questo: la vita è bella e il mondo per me è e resterà sempre tremendamente interessante. Il mondo con le sue atrocità, con le sue ingiustizie, con le sue bellezze, con la sua poesia. Questo è il dilemma, questo è il parapetto». Una delle cose più commoventi di Laura è la sua gratitudine verso le persone: ringrazia sempre per la solidarietà, la vicinanza e l’amicizia. Non c’è nessuna amarezza, nessuna rabbia, ma una forza straordinaria. Nella sua battaglia non è stata sola, ma ha avuto accanto Marco Cappato e Filomena Gallo dell’Associazione Luca Coscioni: «Per me sono due amici, sono due persone che mi hanno tenuto per mano mi hanno suggerito di rendere pubblica la mia situazione. Io ero intenzionato ad andare in Svizzera dalla disperazione e volevo tenere in incognita questa mia scelta anche per motivi familiari, ma loro mi hanno aiutato a parlarne pubblicamente».Nessuno di noi sa quanto vivrà ancora Laura, ma io sento il privilegio di averla incontrata e di averla ascoltata e mi ha regalato un grande insegnamento sul valore della libertà e sul rispetto che si deve alle scelte degli altri.

25.4.25

non sapevo che mettere un manifesto antifascista pacifico e senza offesa fosse reato

 


non sapevo che esporre ( per giunta è nipote di una medaglia d'oro della resistenza ) un manifesto pacifico d'antifascismo fosse un reato punibile . #antifascimo #25aprile #medagliadoro #roiati



oggi 25 aprile smontiamo le balle tipo : anche i parti.giani però .... e simili

Leggi anche  
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2025/04/da-httpslanuovabq.html

canzone  suggerita  e  in sottofondo




Lo  so che       c'è il lutto per  la morte  del  pontefice    e  dovrei come ho  detto   nel post  precedente  ma   bnon ce la  faccio   ,  soprattutto      uando  continuo a  rcevere  detterminate  email   . Infatti anche   quest'anno   come  tutti  gli anni  quando arriva la Festa della Liberazione   ricevo via  email  e  c’è sempre qualcuno che dice “Il 25 aprile è divisivo”. Se vi capita di sentirlo, potete tranquillamente rispondergli “Il 25 aprile è divisivo solo se sei fascista”.Ma  soprattutto    ricevo email     che  possono esser  sintetizzate in  " anche i  patigiani  però .... "
In questo pezzo analizzerò le più grandi bugie messe in circolazione con lo scopo di “sfatare il mito della Resistenza”, in altre parole per minarne la Memoria e  usarla strumentalmente   a  scopo propaganistico  , alimentando  ulteriormente le   fake news  e   le  errate  convinzioni che  ancora   sono presenti   nell'opinione  ( o almeno una  parte   d'essa  )  che  : igora  o hja  una  conoscenza  parziale  o nessuna   , ha  preso per  buone  e  fa fatiche  ad  accettare  che sono errate  .    Vi riassumerò le più
ricorrenti e lo farò grazie a fonti storiche, fra le quali in particolare  (   coincidenza  \  casualità  con l''incipit  delle email  che  ricevo )  “Anche i partigiani però…” di Chiara Colombini  (  COPERTINA    A  SINISTRA  )     , che   viconsiglio   caldamente  ,che con il suo libro ha suggerito molti dei temi.
Fino a qualche anno fa queste menzogne erano sussurrate, magari al bar dopo il quarto spritz  oqualche birretta o  qualche storico   nostalgico    ,  o personaggio  di parte  .   Oggi invece chi le dice è legittimato   dalla  rete     che moltiplica   la  vulgata  comune  con la  collaborazione degli antifascisti  immaginari (cit   libro di Padellaro )    che chiedono nonostante    sia  come  parlare al muro   a questo governo   di destra  d  proclamarsi \  dichiararsi antifascista     invece di   concentrarsi   sui problemi reali  .

“I partigiani erano quattro gatti”

Dire che la Resistenza è stata un fenomeno minoritario è vero, perchè per paura opportunismo molti preferirono asttendere il volgersi degli eventi ( i cosidetti attendisti ) e voltagabbana ) . Infatti basta vedere le flle oceaniche compresa quella di qualche giorno prima all'ultimo discorso di Mussolini dell'aprile del 1945 oppure al giuramento di fedeltà al fascismo - imposto ai professori universitari nel 1931 dalla regia di Giovanni Gentile - furono per Mussolini assai lusinghieri. Seppure sotto ricatto, su oltre milleduecento accademici, soltanto dodici opposero un rifiuto.  Allo  stesso tempo   dire che erano “quattro gatti” è falso.   Nella prima parte dell’aprile 1945 si stimano 130.000 persone partigiane, su una popolazione di 45 milioni di persone. Secondo il più famoso storico del fascismo, Renzo De Felice, considerando non solo i combattenti ma la loro cerchia, si arriva a una cifra di “3 milioni e mezzo – 4 milioni” di persone. Una minoranza, ma come è scritto in Storia della Resistenza di Laterza, “ma    con  un’esperienza collettiva in cui una minoranza coinvolse, con consapevolezze diverse, strati sempre più ampi della popolazione”. Infatti    ci  furono   due  esempi   di  partecipazione  particolari   :   una  brigata  totalmente  multietnica  la  Banda Mario e dei partigiani  "neri "che dalla Mostra d’Oltremare andarono a combattere in un battaglione internazionale nelle Marche     (  qui  per  ulteriori    con un  ottima nota  bibliografica   per approfondire  )  ., Una   brigata  di. sole  donne   “brigata Alice Noli”, in omaggio a una giovane staffetta di Campomorone, nell’entroterra di Genova, seviziata e uccisa dalle milizie nere per aver dato sepoltura ad alcuni tra i 147 partigiani morti nell’eccidio della Benedicta, nell’aprile dello stesso anno. 
Le formazioni Garibaldi, che facevano capo al Partito comunista\  socialisti ,   costituivano a livello nazionale il 50% dei combattenti. Il 20% era dato dalle formazioni “Giustizia e Libertà”, collegate al Partito d’azione, mentre il restante 30% comprendeva le Autonome, le cattoliche che si richiamavano alla Democrazia Cristiana, e le Matteotti organizzate dal Partito socialista.In altre parole: ogni colore politico partecipò alla Resistenza.  compresi   i  militari  vedi  post  precedenti

“Inutili, non sapevano combattere”
Nella prima parte della Resistenza i partigiani erano certamente disorganizzati, ma come sarebbe potuto essere diversamente ? Erano persone volontarie, spesso senza preparazione    specifica  .  Salvo   qualche  militare   . Pensate invece che Albert Kisselring, il comandante hitleriano, li chiamava una “peste”. Segno che i partigiani impararono a dare molto più di qualche fastidio. Anche gli Alleati conoscevano il loro apporto, e sempre più li rifornirono di aiuti.Ricordo anche che ben 125 città insorsero grazie ai partigiani e si liberarono da sole, prima ancora dell’arrivo degli Alleati: Genova, Milano, Torino, Firenze…  Emblematico  fu il  caso di Genova medaglia  d'oro  ,  unica  città   europea  in  cui i tedeschi  firmarono la resa     non   con gli alleati ma   con  un commando   partigiano  

“Se i partigiani avessero aspettato la Liberazione, che comunque sarebbe arrivata grazie agli Alleati, si sarebbero risparmiate tante stragi di innocenti”
Cioè le stragi non sarebbero più colpa dei nazisti e dei fascisti che le hanno compiute, ma dei partigiani che li hanno sfidati per liberare l’Italia dalla loro violenza ? Esiste disponibile online “l’Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia”, un lavoro incredibile di ricostruzione. 5862 eccidi compiuti in venti mesi, nei quali vengono uccise 24.384 persone. Questo dimostra una violenza costante, con oltre 9 episodi e 40 uccisi al giorno, spesso indipendenti da precedenti azioni partigiane.

“Se i partigiani si fossero consegnati, come richiesto, l’eccidio delle Fosse Ardeatine non si sarebbe mai verificato”  
C’è questa bugia che carica sui gappisti (  partigiani  che  combattevano  in città )  romani la responsabilità dell’eccidio di 335 prigionieri. Tra l'altro dovevano essere 330, cioè 10 per ogni soldato ucciso, ma i nazisti sbagliarono i conti. E'  vero    che     chi   decise l'attebntato  lo fece   andando  contro  le  decisioni    "  attendiste  "    del  Cln   e  d'essi  furono aspramente  criticata  . Ma     dire  : << Se i partigiani si fossero consegnati, come richiesto, l’eccidio delle Fosse Ardeatine non si sarebbe mai verificato”  è  una  balla  .  
Secondo quest’accusa i partigiani si sarebbero sottratti alla possibilità di consegnarsi al nemico ed evitare così la strage. Un argomento falso smontato da tutte le ricerche storiche, sulla base di una serie di dichiarazioni, comprese quelle degli stessi tedeschi autori dell’eccidio che affermano di aver tenuto segreto l’eccidio fino a dopo l’esecuzione per paura di una reazione da parte dei partigiani o della popolazione della capitale. Mai sono stati affissi cartelli e manifesti per invitare i partigiani a consegnarsi ed evitare così la rappresaglia.

“I partigiani erano terroristi” ed  assasini  

Come scrive Chiara Colombini nel suo libro, viene ignorata una differenza così enorme che è imbarazzante anche sottolinearla. Nel 43-45 si combattono le autorità naziste e fasciste per raggiungere una democrazia, negli anni ‘70 i\80   terroristi (loro per davvero) colpiscono i rappresentanti di uno Stato democratico  compresi  anche   esponenti  dell'opposizione E' vero  , come tu.tti  i  movimenti di lotta  ,  ci furono   frizioni   profonde  ,  quella  che la Colombini chiama    concordia  discorde  ,   dovute da  iverse posizioni ideologiche    e  ciulturali    dei parti.ti  che  costituirono   la resistenza  e   dal diverso modo  di concepire   l'impostazione    ella  lotta militare     (  vedere  il caso    dell'attentato  a via  rasella  che  dettermino la  strage   delle Ardeatine )  . Poi  ci sono notevoli  differenze   tra   i nazifascisti  e  i partigiani   .  I  PRIMI    commisero   rappresaglie   ,  eccidi  ,  fucilazioni  di massa   e  i enitenti alla  leva  (  almeno chje  non  accettassero di passare alla  Rsi  ),  torture  ,  deportazioni di ebrei  ed  oppositori politici  nei lager   . I SECONDI    cercarono  di evitare  , anche  se  non mancarono  casi come porzus   e  altre  uccisioni  di esponenti  di  altrebande ,  o  processi sommari  . Ma  non vanno messi sullo  stesso piano  perchè un conto e  uccidere   in scontro  aperto   o  in attentato  ed  alcuni  casi   quando la  guerriglia  era   praticata in pianura  e  nelle  città   a   sangue  freddo ( cosa  eticamente    dolorosa   per  le  conseguenze  psicologiche     che  comporta nel  lungo periodo )   .

“Rubagalline”

Il rapporto fra partigiani e comunità contadine varia da zona a zona, ed è diverso nell’arco dei venti mesi di Resistenza. Era  regolamentato o   deve fosse  possibile  con pagamento  odei.  paghero   cioè ricevute   conl  timbro  del  cln  . si può dire questo: in Emilia-Romagna, la più importante regione per tradizione di lotte, il 32,3% di coloro che si vedono riconosciuta la qualifica di partigiani, sono proprio contadini. Addirittura una partecipazione più consistente di quella degli operai.
Roberto Vivarelli ricorda il reparto delle Brigate Nere in cui militava, impiegato in funzione antipartigiana. Loro i partigiani li cercavano per ucciderli, e ercorrendo le campagne insieme ai suoi camerati, racconta che a volte toglievano le mostrine dalle divise cercando così di camuffarsi da partigiani, convinti che i contadini li avrebbero trattati meglio.Il quadro generale è chiaro: la popolazione delle campagne, in modo diverso, ha sostenuto le formazioni partigiane. Senza la partecipazione attiva delle campagne, semplicemente non ci sarebbe potuta essere la Resistenza.E poi  ,   cecarono   di punire   ruberie   e  di  fare     processi i  più  equi possibile  , ovviamente  nei limiti  che una  situazione di guerra  come  quella     quella   

“Anche i partigiani, però, ammazzavano”


Con questa frase si tenta di mettere sullo stesso piano partigiani che hanno combattuto per la libertà e la democrazia, e militi di Salò che hanno combattuto per la dittatura. L’idea a cui vorrebbe giungere il revisionismo storico è questa: “Tutti colpevoli uguale nessun colpevole”.
Ma non soltanto c’è stata una parte giusta e una sbagliata della Storia, ma non sono stati i partigiani a creare la violenza, loro l’hanno usata come risposta a una violenza tanto più grande e con lo scopo di far terminare tutte le violenze, tra l’altro riuscendoci .  È proprio alla violenza che la dittatura aveva scelto per insediarsi e per mantenere il suo potere, che i partigiani si ribellarono.

“Le vendette, mamma mia, le vendette dopo la fine della Guerra”

Qui non si tratta di sostenere che quella della Resistenza è sempre stata una violenza “a fin di bene”, ma di collocarla in un contesto con cause e motivazioni, perché le persone hanno un passato, spesso di oppressione nel quale sono state costrette per vent’anni; non c’è un interruttore fra prima e dopo. Ed   ovvio  e  scontato  che    alla   fine  o quando  una  doittatura  cade   coloro     che ne  hanno  subito :  le  angherie , i  soppusi , le prepotenze , ecc     reagiscano     e  si vndichino  . Facciamo un passo avanti: fonti di polizia e mediche stimano in 10.000 le persone uccise tra la Liberazione e l’autunno del 1946.
La violenza chiamiamola così post bellica non è comunque quasi mai casuale. È sempre più marcata nei luoghi dove l’occupazione nazifascista è stata più dura, e perciò dove l’oppressione è stata maggiore e più vicina nel tempo. Ad esempio il 10 maggio ‘45 vengono fucilati 25 militi fascisti, gli stessi però che il 19 aprile, quando già la loro sconfitta era chiara, rastrellarono, torturarono e uccisero 17 partigiani.
Neanche i luoghi sono quasi mai casuali. La scelta di piazzale Loreto, con l’esposizione dei cadaveri di Mussolini, Claretta Petacci e degli altri gerarchi fascisti, è il luogo dove i militi lasciarono esposti i corpi di 15 antifascisti fucilati. C’è sempre una storia nelle Storie, e se decontestualizzi menti.

“L’esposizione per i piedi dei cadaveri di Mussolini e della moglie si poteva evitare”

Quell’esposizione è stata macabra, ma non si poteva evitare.
Dobbiamo considerare una questione che si chiama “folla”. A piazzale Loreto la folla è accalcata da ore per vedere il corpo del dittatore morto: sputano, danno calci. La folla preme, qualcuno spara. La scelta di appendere i cadaveri per i piedi al distributore di benzina può apparire macabra, e lo è, ma è una scelta obbligata da parte dei partigiani perché la folla di quei cadaveri non ne faccia scempio definitivamente.

“La storia la scrivono i vincitori”

Vero . Ma  In questo caso l’hanno scritta moltissimo anche gli sconfitti. Le carriere iniziate nel ventennio fascista sono proseguite senza grandi scossoni. L’apparato dello Stato è andato avanti. Il provvedimento conosciuto come l’amnistia di Togliatti, al di là delle intenzioni, portò alla scarcerazione di 10.000 fascisti su 12.000. E pochi anni dopo ne resteranno in carcere solo 252. 
Dal 1946, poi, migliaia di partigiani finirono sotto processo civile e penale per azioni compiute durante la Liberazione. Ad esempio l’uccisione di una spia venne giudicata come omicidio premeditato, o l’arresto di collaborazionisti come sequestro di persona, lo spiega bene Michela Ponzani. Quello che viene chiamato il “processo alla Resistenza” entrò poi nel vivo nel 1948, lo stesso anno in cui uscì in libreria “Ho difeso la patria” del maresciallo Graziani, capo delle forze armate della RSI, libro che diventò un bestseller.Altro che “la storia la scrivono i vincitori”.  La storia l’hanno fatta i partigiani, ma le loro voci sono state troppe volte silenziate.
Nell’ottobre del 1946 Piero Calamandrei scrisse a proposito delle facce note del fascismo: "Il pericolo non è lì, non saranno i vecchi fascisti che rifaranno il fascismo".
Piero Calamandrei aveva paura invece di quelli che chiamava “benpensanti”. Sempre nel 1946 scrisse: “Questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, che cambia discorso infastidita quando sente parlare di antifascismo”. Vi ricorda qualcuno?

9.12.24

MOLTE PERSONE SI ROVINANO CON LA CHIRURGIA: PERCHÉ LO FANNO ?

N.b
non voglio fare il censore o il bacchettone perchè ogni uno di noi è libero di fare del proprio corpo , se consapevole , fare quello che vuole , purché non danneggi gli altri e non si lamenti se poi alcuni  la criticano e la giudicano .Ma  Soprattutto  non dicano  a  gli altri  che  non  capiamo ....  niente . Rivendico     il  diritto  di essere  brutti   e  piacersi  lo stesso ovvero la bellezza    naturale     non artificiale ed  imposta   


stavo  cercando  dei giornali  per  accendere il  fuoco   ed   ho  trovato mi pare sul  settimanale  giallo  delle  scorse  settimane    questo botta    è risposta  tra  Carmen  (  nome reale  ? )   e  psicoterapeuta    Valentina Marsella




Come si spiega il comportamento di chi ricorre alla chirurgia estetica in modo massiccio, fino
a deturpare il proprio aspetto senza rendersene conto? Sono persone che non riescono a fare pace con il proprio  corpo?
                           Carmen

È una questione complessa che coinvolge l'immagine di sé, andando oltre la naturale insoddisfazione che può trovare una soluzione nel “ritoccare” solo gli inestetismi che non piacciono.La società moderna promuove ideali di bellezza spesso irrealistici, che alcuni inseguono incessantemente. In quest ottica la chirurgia estetica può creare dipendenza psicologica e ogni intervento può dare un sollievo momentaneo, che ne richiede altri per essere nuovamente sperimentato. Seppure con sfumature molto diverse per ciascuno, un senso di sé fragile può portare a considerare la chirurgia come la soluzione a difficoltà più profonde che toccano temi come il sentirsi amati o accettati e la difficoltà di fare pace con sé stessi. È difficile accettare le imperfezioni come parte della propria unicità, ma essere aiutati permette spesso di trovare un equilibrio.

Esso  ha    insieme  a    questi due video  bellissimi




 e     formativi   ciascuno  a  modo  suo   

 

confermano  quanto penso e  ho  scritto  d'anni  sui   guasti  e  abbruttimento   spesso letali  come dimostrato da recenti fatti  di cronaca   , ovviamente  senza  generalizzare  perchè  c'è  chi ricorre  alla  chirurgia estetica  non per  problemi psicologici   gravi citati prima   ma    anche per  motivi di  salute,   dell'uso massiccio ed acritico  ( vedi una delle  protagoniste del secondo  video )  della chirurgia  estetica   \  plastica.  Infatti  leggo    sul Fq   d'oggi l'intervista  a  Roberta Lovreglio, coordinatrice nazionale dei centri di medicina rigenerativa della Lilt (Lega per la lotta ai tumori) 

Le giovanissime sono schiave di tik tok  l’intelligenza artificiale le manda a questa specie di macero

corporale
A tredici anni le labbra alla russa, a quattordici gli occhi a coda di volpe. quindici - con le prime paghette - una siringa con le amiche di acido ialuronico. E poi a diciotto anni, finalmente, il seno.
Ci sono date e date. Compleanni e ricorrenze. C’è il regalo di Natale e il diciottesimo. C’è da scegliere se essere belle o bellissime. Addirittura perfette. Ci sono ragazzine e ragazzine.
Nello studio di Roberta Lovreglio,  c’è un via vai di mamme.
È l’effetto collaterale di un fenomeno enorme che coinvolge le quasi bimbe e le rende drammaticamente adulte, trasformando la pubertà nella via disgraziata a quel che si ritiene sia la felicità.

La corsa all’ingiù verso il felicemente rifatto.

Le nuove schiave di tik tok, di instagram, dei filtri fotografici. La folla ansiosa di giovanissime che l’intelligenza artificiale manda a questa specie di macero corporale.

Nel suo studio vengono e chiedono.

Noi non rispondiamo alle loro esigenze, chiamiamole estetiche e fermiamoci qui, ma con trentadue anni di esperienza vuole che non abbia sentito, visto, diagnosticato i più tristi fenomeni di rimodellamento?

La mamma per il diciottesimo compleanno della figlia.

Dottoressa, avevo promesso che con la maggiore età le avrei regalato il seno e non mi sento di negarglielo.

Il seno d’oro.

Il seno costicchia: siamo sui diecimila euro. Ambisce al senso rifatto quella figliolanza del ceto medio alto, le figure femminili che la pubertà le ha trasformate in piccole donne. Mai state bambine, mai interessate a studiare, poco amanti dello sport. Tanto tempo libero e tanto computer.

Lei prima diceva: ci sono ragazze e ragazze.

Esattamente: c’è la generazione botox, dove l’apparenza è la più cospicua forma di gratificazione, e il resto del mondo femminile che studia, fa sport, s’innamora e non pensa al rinofiller.

Il naso coi fiocchi.

Ieri la figlia di un carrozziere è venuta da me a espormi il suo dramma. Dopo essersi fatta rifare il naso ha notato, guardandosi per settimane intere allo specchio e credo perdendosi in esso, dei millimetri di differenza tra la narice destra e quella sinistra. Un fatto invisibile agli altri umani, a chiunque l’avesse osservata, e invece una dismetria sconvolgente per lei. Che l’ha portata a chiedere una seconda prova di rimodellamento, a infliggere un’ulteriore pena al suo corpo. La tristezza sa

qual è stata?

Il padre accondiscendente.

Quel papà che piegava il capo, assicurandole ogni comprensione.

I papà fanno queste cose?

In genere no, sono le mamme.

Soprattutto quelle mamme che hanno trovato già gratificante per se stesse un bel paio di labbra.

Oggi per le più piccine vanno di moda le labbra alla russa.

Sul web si vendono queste fiale di acido ialuronico, si fanno le collette settimanali per farsele iniettare. Pochi soldi, tanti rischi.

Come se ne esce?

Solo entrando nelle scuole a spiegare, illustrare, confortare. Forse bisognerebbe prima entrare nella testa delle mamme.

Le mamme di quelle ragazze che non trovano sicurezze nello studio, non

Fanno le collette per comprare sul web acido ialuronico: pochi soldi, tanti rischi

hanno un lavoro né un hobby qualunque.

Non studiano, escono poco.

Stanno davanti allo specchio nei pochi momenti di libertà dall’assillo del telefonino.

È lì il processo ricostituente.

Lì guardano le bellissime, quelle che i filtri magici rendono così perfette da essere inimitabili e decidono la scalata verso il paradiso.

Mamma, per Natale voglio farmi all’occhio l’effetto a coda di volpe. Allungarlo, a mo’ di giapponesina.

L’occhio per Natale per le più piccine.

Soprattutto le labbra per Natale.

Il seno al compleanno. Piccola, la mamma ti promette che a diciotto anni ti regalerà il seno.

E a venticinque? Liposuzione, eccetera.


Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due figlie? Sì, certo, ce ne deve importare - Patrizia. cada

Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due...