Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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19.3.26
La bella storia di Pietro Ragaglia di Bitti, che rinuncia al posto fisso per gestire ad Olbia l’azienda di famiglia. Un mestiere che oggi insegna a suo figlio Diego di tre anni…
15.3.26
Dal coworking ‘Cocò’ ad Aggius alla comunità diffusa di giovani che scelgono di tornare in Gallura: “Così rivive lo spirito degli stazzi”
da https://www.sardiniapost.it/culture/
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Residenze d’artista, falegnamerie autocostruite, spazi di lavoro condivisi, laboratori per bambini: in Gallura il ritorno di diversi giovani e la riscoperta della vita rurale diventano dispositivo creativo e comunitario, capace di intrecciare memoria e contemporaneità.
di Andrea Tramonte
‘Neo-stazzismo‘ è una formula che non richiama il ritorno a un passato romantico e idealizzato ma indica il tentativo di aggiornare in chiave contemporanea lo spirito degli insediamenti rurali che per secoli hanno scandito paesaggio e vita quotidiana in Gallura. Recuperandone alcuni aspetti cruciali: collaborazione, prossimità, mutua assistenza. “La vita negli stazzi non può esistere più come un tempo, quando ci si spostava a cavallo – spiega Giacomo Cossu, architetto -. Ma possiamo autoprodurre il nostro tempo, le nostre interazioni, perfino il nostro divertimento”. È da questa intuizione che prende forma Cocò, associazione di promozione sociale che lavora sulla riattivazione urbana e culturale dei piccoli centri della Gallura. Come spazio è un coworking che ha sede ad Aggius, ma sul piano immateriale rappresenta una serie di relazioni, idee e progetti che
si muovono lungo quella che si potrebbe definire quasi una piccola “città-territorio”, una comunità diffusa che condivide storia, valori e orizzonti di vita. “L’idea nasce dal desiderio di tornare in Sardegna dopo tanti giri all’estero, tra studio, lavoro e incertezze – spiega -. Volevo aprire una ‘casa mondiale’, raccogliere persone come me, lavoratori da remoto che avrebbero abitato qui. Avere le stesse interazioni che trovi viaggiando, ma restando”. Un’alternativa allo spopolamento e all’abbandono delle aree interne e delle zone rurali che rimette al centro relazioni, lavoro e cultura. Il primo step – per Cossu ancora un passo personale – è stato riprendere confidenza con l’idea di tornare nell’Isola nel 2019 fino al trasferimento in pianta stabile due anni dopo, nel 2021. “Sono andato a Laconi, da Treballu, e sono rimasto per due settimane: ho avuto modo di approfondire la conoscenza di iniziative di questo tipo. Poi mi sono trasferito a Badesi per due anni dove ho vissuto con galline e gatti, da solo, lavorando come architetto e cercando di spingere il progetto”. Una fase di isolamento operativo e fertile, finché l’incontro con Luca Sarais — “cagliaritano trapiantato a Tempio, storia simile alla mia” — trasforma quel gesto individuale nel nucleo di un progetto collettivo
. Nasce l’associazione, che fin dall’inizio si pone il problema di trovare una casa per questa comunità nascente. Presentano il progetto al Comune di Aggius, “a metà strada tra Badesi e Tempio”. L’amministrazione risponde: se la casa non si trova vi diamo uno spazio pubblico. E così è stato.“Nel gruppo di amici cresciuto nel frattempo l’energia è diventata magnetica per persone che vivevano lì vicino e lavoravano da remoto”, racconta Giacomo. Il luogo diventa insieme ufficio condiviso, centro di produzione artistica, spazio per incontri, laboratori, eventi. È qui che l’idea originaria di “casa mondiale” cambia forma. “La condizione iniziale si è trasformata. Alla fine siamo diventati una comunità diffusa di ragazze e ragazzi tra i 30 e i 37 anni massimo che abitano lo stesso territorio e usano il coworking come nodo, luogo di ritrovo e produzione”. Ci sono Luisa Pesenti, ingegnera, Chiara Pesenti che gestisce un agriturismo in zona, Paola Colombano che ne conduce un altro, Davide Spiga medico, Caterina Vivai artigiana e artista performativa, Emanuele Cau agricoltore, Sebastiano Filippi pittore che insieme a Jessica Scanu gestisce un altro progetto residenziale comunitario e artistico nella loro casa (chiamato “L’una di notte”), Carlo Carboni videomaker che fa la spola tra Roma e Aggius, Lorenzo Pala che si occupa anche di progettazione, organizzazione di eventi e produzione musicale.

Attorno al primo nucleo, insomma, si aggregano competenze eterogenee: c’è chi apre residenze d’artista in case ristrutturate, chi recupera stazzi abbandonati per progetti di ospitalità, chi lavora su agroforestazione e raccolta delle erbe. Nascono i primi laboratori: falegnameria, disegno, ceramica, attività per bambini. Il progetto simbolo oggi si chiama Spaesati e mette al centro l’artigianato come dispositivo comunitario. “Abbiamo costruito una falegnameria in partenariato con l’agriturismoLa Cerra gestito da Chiara. Tutta in legno, in trenta persone, un laboratorio di autocostruzione”.
Quello che Cossu definisce neo-stazzismo inizia a prendere corpo: non una estetica rurale
22.1.26
Carnevale
A Carnevale si frigge perché è una festa di eccesso.
È un tempo in cui ci si lascia andare un po’.
L’olio che sfrigola era un lusso:
non si usava così, tutti i giorni.
Un piccolo strappo alla regola,
un modo per dirsi che per una volta
si poteva fare di più.
Si friggeva per ridere,
per stare insieme,
perché si mangia ancora così:
appena fatto, ancora caldo.
Chiacchiere, frittelle, castagnole
nascono così:
si prendono con le mani
e non resta mai nulla.
Perché il Carnevale, in fondo,
è questo:
un momento in cui ci si concede qualcosa,
sapendo che poi si tornerà al quotidiano.
Lorien-L'Eco del Silenzio
20.9.25
diario di bordo n 148 anno III SERRENTI , Nonna e nipote unite da un ricamo e dal corso di Sa Grutta Nieddas ., 8 intinerari per scoprire l'isola a piedi ., SASSARI Tutti pazzi per i pacchi smarriti centinaia in fila per acquistarli Il contenuto è una sorpresa e si paga a peso, 2 euro all’etto., OLBIA Calzoleria Budroni, ogni scarpa una storia da oltre 50 anni: «I lavori top secret per Clooney...»
unione sarda del 20\9\2025
A Serrenti la tradizione diventa identità da tramandare. Luigia Madau, a 81 anni, ha realizzato interamente il ricamo per lo scialle del costume sardo di sua nipote Sara, dopo aver frequentato il corso organizzato dall’associazione culturale Sa Grutta Niedda. L’idea di contribuire con le proprie mani alla realizzazione di un pezzo fondamentale dell’abito tradizionale della nipote era già nell’aria quando sua figlia Fatima, vedendo l’annuncio del corso, decide di iscriverla a sorpresa per permetterle di perfezionare un’arte che ha iniziato a mettere in pratica già dalla tenera età. «Io sono originaria di Ozieri – racconta Luigia – e all’epoca c’erano ancora moltissime sarte che ricamavano, ho iniziato a dieci anni, ho imparato da mia mamma e dalle altre sarte che permettevano a noi bambine di osservarle all’opera e di collaborare con delle piccole mansioni, come togliere le imbastiture. Da allora non ho mai smesso, mi sono sempre adoperata nella realizzazione degli abitini per i miei figli e in altri piccoli lavori». Per portare a termine lo scialle è stato necessario quasi un anno di lavoro, a cui ha contribuito anche la nipote Sara. «Quando ho visto nonna alle prese con le frange – dice Sara Mallocci – ho voluto provare anche io. Grazie ai consigli di maestra Marinella, sono riuscita a realizzarle e ad applicarle tutte, completando così il lavoro». Un impegno assiduo, che l’ha tenuta incollata alla sedia dalle tre alle sei ore al giorno per oltre un mese, consentendole di ultimare lo scialle prima del rientro a scuola. È un legame dalle radici profonde quello che unisce Sara alla tradizione della Sardegna. «Avevo 13 mesi quando ho sfilato per la prima volta con il costume sardo, da allora non ho mai smesso – dice Sara – tengo moltissimo a ogni parte del costume, che indosso sempre con orgoglio, e a tutto ciò che appartiene alla cultura sarda».
Non sono tanti i ragazzi che condividono la passione di Sara: «Qualcuno mi dice che spendo soldi inutilmente per il costume sardo, che non ne vale la pena perché probabilmente quando sarò più grande smetterò di usarlo». Ma per l’associazione Sa Grutta Niedda, la sua dedizione è un esempio prezioso. «Il lavoro di Luigia e Sara dovrebbe essere di ispirazione per tanti altri giovani – dice Anna Maria Pezza, presidente dell’associazione – perché solo così la tradizione ha qualche possibilità di sopravvivere». «È una tradizione ricca di simboli, colori ed eleganza. Durante i corsi i partecipanti imparano i gesti lenti e precisi del ricamo. Ho iniziato a insegnare proprio perché credo sia fondamentale tramandare quest’arte», commenta l'nsegnante del corso Marinella Serra, di Villanovaforru.
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nuova sardegna 19\9\2025
nuova sardegna 19 e 20 \09\2025
un ottima idea antispreco quella di mettere in vendita pacchi smarriti e forse non reclamati . tanto sarebbero finiti al macero con spreco di risorse ed inquinamento inutile per smaltirli
e
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nuova sardegna online 20 settembre 2025 14:07
Antichi mestieriCalzoleria Budroni, ogni scarpa una storia da oltre 50 anni: «I lavori top secret per Clooney...»A Olbia la bottega gestita da padre e figli: «La soddisfazione? Quando ci commissionano riparazioni dal resto d’Italia perché non ci sono botteghe così altrove»
di Carolina Bastiani
Olbia «Ho scoperto che Babbo Natale non esiste dalle scarpe». E questo già la dice lunga sulla passione che regna nella Calzoleria al civico 9 di via Cesare Battisti a Olbia, a Sa Rughe, il vecchio quartiere dei pescatori.Protagonista dell’aneddoto uno dei figli di Paolo Budroni, titolare dell’attività dal 1983 e calzolaio da oltre 50 anni, che a 9 anni ha capito guardando le scarpe che quello travestito da Babbo Natale era un amico del padre. Sì, perché Mirko Budroni, classe 1995, il pallino ce l’ha da sempre ed è lì che gli cade subito l’occhio. Per questo, insieme al fratello minore Edoardo che condivide la sua stessa passione, ha deciso di mandare avanti l’attività di famiglia, dove lavora anche la madre Menica Sanna.È una vera e propria bottega la Calzoleria Paolo Budroni, di quelle ormai rare anche in Italia, dove l’artigianalità si respira insieme al profumo della pelle. Si lavora su misura con macchinari all’avanguardia e prodotti di qualità e al cliente si spiega ogni fase della lavorazione e della riparazione.E mentre la vicina via Redipuglia cambiava aspetto, la Calzoleria si adattava ai tempi, continuando a dare dignità all’antica arte manuale, che richiede tempo, preparazione e grande cura per i dettagli. Così oggi, insieme a scarpe in cuoio, borse e cinture, si riparano e si creano anche le sneakers. E, tra la vetrina social e quella del negozio, con una tappa in tv, il lavoro non manca. A sinistra dell’ingresso, un po’ nascosto da un bancone moderno, c’è ancora il piccolo banchetto di legno dove Paolo Budroni, a 14 anni, ha iniziato a imparare il mestiere in una bottega del centro. «In mezzo c’era il maestro e intorno noi apprendisti. Ne abbiamo presi di rimproveri, ci divertivamo a piantare nel legno le semenze», racconta divertito mentre indica i buchi lasciati dai chiodini, ma ricorda bene anche la severità delle punizioni, così come le prime paghette.«Mi sono rimaste impresse, prendevo 4.500 lire a settimana e la prima mancetta è stata di 500». Quinto di 8 figli, al mestiere è stato spinto dalla madre. Paolo, però, i suoi di figli non ha voluto condizionarli. «Come genitore sono molto orgoglioso della loro scelta, ma non li ho invogliati io. Loro venivano d’estate a giocare e piano piano si sono appassionati». Mirko ha studiato all’Accademia Riaci di Firenze, dove ha appreso l’intero processo di creazione delle calzature, mentre Edoardo ha girato per il mondo, ultima tappa Australia. «Sono tornato perché la Sardegna ha un cordone ombelicale che tira a sé – dice – ma anche perché la passione per il mestiere era forte. In Australia queste realtà non esistono, ma aver imparato l’inglese è stato utile e ora possiamo spiegare bene il lavoro anche agli stranieri».Il rapporto con il cliente alla Calzoleria Budroni è fondamentale. «Il lavoro va raccontato in tutte le sue fasi. Il contatto diretto non si può perdere». I clienti sono soprattutto locali, ma ci sono anche tanti turisti. «La più grande soddisfazione – dice Paolo – è quando da Milano, per esempio, arrivano per darci un lavoro che altrove non sono riusciti a far fare». E tra i clienti d’eccezione anche George Clooney, che nel 2018 ha girato in Gallura Catch-22.i hanno contattato per sistemare i costumi di scena come i giubbotti degli anni ‘40 – ricorda Paolo –. Era tutto top secret, abbiamo lavorato a serrande abbassate». E sempre dal 2018 alla calzoleria, oltre alle riparazioni che rimangono l’attività principale, è iniziata la produzione propria di calzature. «Lavoriamo su commissione – dice Mirko –. Lo scopo è mantenere il nostro marchio e l’artigianalità, che richiede il giusto tempo e grande qualità. E cerchiamo di garantirla col lavoro di squadra e l’aggiornamento continuo». Tutti fanno tutto, ma ognuno è specializzato in qualcosa. Edoardo si occupa di riparazione sneakers e colorazione, Menica del restauro di borse e giubbotti vintage. «Ciò che conta – conclude Mirko – è mettere insieme le visioni e l’esperienza di ognuno per arrivare al miglior risultato possibile».Un modo di lavorare apprezzato dalla Lm Professional, importante azienda nel settore dei prodotti per la cura delle scarpe e del pellame, che nel 2024 ha scelto la Calzoleria Budroni come esempio di eccellenza insieme ad altre 12 botteghe italiane.------
21.7.25
Gli uomini acetteranno un ruolo femminile ? Appello agli uomini per imparare l’uso del telaio. Poche le artigiane rimaste
https://sardinias.it/guida/tappeti-sardi
1.7.25
Una galleria d’arte per cambiare vita., La biblioteca di Chiaramonti? Si sposta al mercato La biblioteca di Chiaramonti? Si sposta al mercato Un incontro tra libri, ambiente e comunità per comunicare iniziative di lettura
fonti unione sarda e nuova sardega del 1\7\2
C’è una nuova luce tra le pietre secolari di Villasalto: è quella che filtra dal grande portone di Su Crociu e accende le sale dell’ex falegnameria diventata “Sa Buttega”, galleria d’arte contemporanea nata dall’iniziativa di Angelica Manca e del marito Paul Frank Wagner, una coppia che si è trasferita in paese dagli Stati Uniti. Un progetto di vita prima ancora che culturale, cominciato con l’acquisto dell’immobile nel gennaio 2023, un anno di restauro meticoloso e il trasferimento definitivo nel febbraio 2024
La scelta
«Desideravamo un paese raccolto e autentico, ricco di tradizioni, un luogo da poter chiamare casa e dove dare radici a nostro figlio Kai, di 11 anni», dice Angelica Manca. L’incontro con Villasalto è stato un colpo di fulmine: l’edificio, incastonato fra le strade acciottolate a pochi passi da piazza Italia, custodiva ancora i segni del suo passato artigiano. «Attraverso il grande portone si accede a un cortile rigoglioso, ogni pietra porta i segni del tempo come se custodisse storie dimenticate». Da qui l’idea di un restauro rispettoso — pietra locale e làderis di terra cruda — che conservasse la memoria del luogo trasformandolo in spazio culturale aperto. “Sa Buttega” oggi vuole essere «un punto di riferimento, prima per Villasalto e poi per il Sud Sardegna, dedicato alla condivisione, alla creatività e alla valorizzazione delle identità locali». Mostre, laboratori e residenze d’artista si intrecceranno con le feste del paese: la sagra di Santa Barbara, Su Sinnadroxiu dove il latte diventa formaggio, Is Animeddas coi suoi scambi di dolci. L’obiettivo è «usare il linguaggio universale dell’arte per raccontare l’autenticità».
La comunità
«Siamo stati accolti dalla popolazione e dalla pubblica amministrazione, entrambe entusiaste delle nostre idee» raccontano, aggiungendo di sentirsi «specchi e finestre»: specchi che riflettono la bellezza già presente, finestre che la collegano al mondo esterno. Uno dei momenti più significativi è quando il figlio Kai, dieci anni all’arrivo, ha colto l’essenza del progetto: «Mamma, ora capisco perché siamo venuti a vivere qui. Se non ricordiamo la bellezza di questo luogo, rischia di essere dimenticata per sempre». Guardando avanti, la posizione strategica di Villasalto — porta del Gerrei a mezz’ora da Cagliari — può attrarre viaggiatori in cerca di esperienze genuine. «Oggi, più che mai, abbiamo bisogno dell’autentico». Radicati in un paese «ricco delle cose essenziali: tradizioni, cultura, amicizia, ospitalità e solidarietà », i Manca non pensano ad altri traslochi: «Villasalto è diventata la nostra casa ».
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La biblioteca di Chiaramonti? Si sposta al mercato

Un incontro tra libri, ambiente e comunità per comunicare iniziative di lettura soprattutto sui temi dell’ecologia e della sostenibilità
Chiaramonti Ha riscosso un notevole successo venerdì mattina la prima giornata dell’iniziativa “La biblioteca al mercato”, svolta nel mercato rionale in piazza Costituzione nell’ambito del progetto “Impronte leggere – Un passo alla volta per cambiare il mondo” promosso dalla biblioteca comunale in collaborazione con lo Sbangl (Sistema bibliotecario dei Comuni dell’Anglona e della Bassa Valle del Coghinas), la Comes (Cooperativa mediateche sarde) e l’Unione dei Comuni dell’Anglona. Un incontro tra libri, ambiente e comunità per comunicare iniziative di lettura soprattutto sui temi dell’ecologia e della sostenibilità. Un’occasione anche per divulgare le attività della biblioteca e coinvolgere il maggior numero di persone. «All’inizio ero un po’ scettica _ ha detto la responsabile Caterina Marrone _, invece le persone hanno risposto benissimo. Nonostante il caldo, in tante si sono avvicinate al nostro banchetto, chiedendo informazioni e suggerimenti di lettura per l’estate. Molte hanno preso libri in prestito e abbiamo addirittura fatto nuove iscrizioni». L’iniziativa della biblioteca al mercato, che in diversi luoghi è già una consuetudine consolidata e si accompagna ad altre iniziative delle biblioteche appartenenti allo Sbangl per il progetto “Impronte leggere” (dai laboratori eco di Laerru a quelli di Bulzi e Tergu), è stata anche occasione per distribuire la “Guida ai servizi” con una breve storia della biblioteca, ora al numero 16 di via Vittorio Emanuele, e una descrizione di tutte le attività adatte a qualsiasi tipo di lettore, da quello tradizionale a quello più social e interattivo. Per info: tel. 079 568025; e mail chiaramonti@sbangl.it - o bibliochiaramonti@tiscali.it, su Facebook e Instagram. |
26.5.25
Addio al nonnino dei presepi: Zio Teuccio muore a 102 anni
da la nuova sardegna
Zio Teuccio muore a 102 anni
Aglientu Aveva compiuto 102 anni lo scorso 25 marzo Matteo Cassoni, per tutti Zio Teuccio, il maestro dei presepi di Aglientu. La sua morte rappresenta la scomparsa di una delle memorie storiche del paese gallurese, nonché di un vero e proprio riferimento artistico. Zio Teuccio, scomparso oggi, lunedì 26 maggio, per oltre ottanta anni ha realizzato i suoi grandiosi presepi nella casa dove abitava insieme alla figlia e al genero, di fronte alla piazza centrale di Aglientu. Per tutti era un vero onore essere invitati ad ammirare le sue creazioni per le quali, sino a pochi anni fa, realizzava da solo anche casette e arredi in sughero.
Nelle ultime interviste e chiacchierate ricordava di quando andava per le campagne di Aglientu a cercare pezzi di sughero e di legno da lavorare. E poi di quando, ormai anziano, erano gli altri a portargli rami, radici e scorze da intagliare. Oggetti che hanno viaggiato per il mondo: tanti sono stati regalati e spediti ad amici, parenti e conoscenti. Un legame non solo creativo, con la rappresentazione della natività, ma di vero sentimento. Così, ogni volta che zio Teuccio si è recato a Rieti per trovare la figlia che lì risiede, non perdeva occasione per recarsi a Greccio, la località dove San Francesco d'Assisi rappresentò per la prima volta la nascita di Gesù.
Zio Teuccio è stato anche un assiduo lettore: ogni mattina comprava il giornale e il pomeriggio, dopo pranzo, si sedeva al tavolo della cucina per sfogliarlo. La sua vita, insieme a quella degli altri centenari di Aglientu, ha rappresentato la memoria storica del paese nelle vicende locali e nazionali. Nato nel 1923, ricordava la guerra, la costituzione del Comune di Aglientu (con l’autonomia da Tempio), la sua vita da operaio muratore, con la nascita del turismo lungo il litorale e le tante case e villette che lui stesso aveva contribuito a costruire. Il suo lascito è soprattutto nel suo presepe: è sempre stata la sua opera a ispirare la Pro Loco di Aglientu, con il suo presidente Quinto Zizi, nella realizzazione del grande presepe che ogni Natale abbellisce la piazza centrale, di fronte alla chiesa parrocchiale dedicata proprio al santo di Assisi. Zio Teuccio ha portato avanti la personale tradizione fino allo scorso Natale, con quella che non sapeva sarebbe stata la sua ultima opera.
26.3.25
Licénziato durantela pandemia si è reinventato mago del design Sassari Livio Lai era un informatico, oggi è un creatore di successo
Sassari È nei momenti di difficoltà, quando tutto sembra andare storto, che spesso si riescono a trovare risorse inaspettate e soluzioni che cambiano per sempre la vita. È quello che è successo al sassarese Livio Lai, un omone alto due metri con le mani enormi ma leggere, che riescono a danzare sulla carta e sul sughero e a creare oggetti d’artigianato raffinati ed eleganti. Livio Lai ha 55 anni e la sua è una storia di rinascita e riscatto, la testimonianza vera e diretta che non bisogna mai darsi per vinti, perché a volte, la soluzione dei problemi è sotto ai nostri occhi e non ce ne accorgiamo finché non ci troviamo con le spalle al muro. Nel 2020, in piena pandemia, Livio è stato licenziato in tronco. Di colpo, da geometra specializzato in informatica, con moglie e tre figli a carico, si è ritrovato senza un lavoro. Una condizione che avrebbe messo in ginocchio chiunque.

Ma il vero salto di qualità, l’ex geometra lo ha fatto portando in fiera i suoi lavori di artigianato moderno, dai tessuti (cuscini, runner, tovaglie), ai quadri tridimensionali, con maschere sarde ricavate piegando la carta di cotone o con tappi di sughero intagliati.«Ho aperto la partita Iva poco prima della mezzanotte, giusto in tempo per iscrivermi alla fiera di Mogoro nel 2021 – racconta con orgoglio Livio –, ho portato tutto ciò che avevo prodotto fino a quel momento e ho venduto tutto, anche l’oggetto più piccolo. Un successo che mi ha fatto capire di essere sulla strada giusta».Livio Lai, nell’aprile 2023, ha aperto il suo laboratorio, che funge anche da spazio espositivo, in via Torre Tonda. Entrare in quel locale antico è come immergersi nell’arte di questo artigiano che trasmette calma e passione per il dettaglio. Ogni suo oggetto è frutto di un pensiero, di un ragionamento. Usa tessuti della tradizione, come l’orbace del cappotto della nonna, per creare oggetti dall’uso completamente diverso, come tovaglie. Oppure, recupera tessuti fatti al telaio e corredi antichi, per realizzare cuscini o tovaglie.23.3.25
DIario di bordo 110 anno Ⅲ «Alla trap preferisco su mutetu» Luca Panna, giovane cantadori professionista: «Amo le tradizioni» ., Andrea e Chiara: «Noi, fratelli senza saperlo» Nati dalla stessa madre, si sono incontrati un anno fa: «Ora siamo inseparabili»
da l'unione sarda di oggi
La passione è scoppiata con un “trallallera”. Luca Panna 36 anni, cantava sul carro della festa di San Giovanni e da lì ha capito che la musica sarebbe stata la sua strada. Ma non il rap o la trap, bensì “su mutetu” e “sa cantada”, «perché io amo la Sardegna e il mio obiettivo è conservare e tramandare le tradizioni». Da allora Panna ne ha fatta di strada diventando il più giovane cantadoris professionista in città e vincendo, proprio con un mutetu scritto da lui, la prima edizione del Premio Città di Quartu, organizzato dall’Accademia della lingua sarda campidanese.
La passione
«Sono appassionato di cavalli e qualche anno fa, partecipando alla festa di San Giovanni, ho cantato i “trallallera” e mi sono sentito felice. Poco tempo dopo ho accompagnato un mio amico nella sala prove del cantautore Tonio Pani, dove c’erano altri cantadoris, tutti per lo più anziani, e quando ho sentito la metrica de su versu ho iniziato a cantare. Poi hanno cantato un mutetu longu e l’ho visto come una sfida, volevo fare quel tipo di componimento». Così Luca comincia a studiare, a lavorare sulla memoria e a diventare sempre più bravo. «All’inizio mi sentivo un po’ a disagio tra persone più esperte di me, ma piano piano mi sono inserito».
Le prime sfide
L’esordio è nel 2019 alla festa di Santa Maria a Quartu. «Con il versus semplice improvvisato». Il mutetu longu arriva dopo, «a Cagliari in piazza San Michele quando avevo 32 anni. Ero molto emozionato e ancora mi vengono i brividi se ci penso. Ero con Tonio Pani, Eliseo Vargiu e poi Simone Monni e Luigi Zuncheddu che sono giovani anche loro ma di Burcei. Avevo paura di salire sul palco, di andare in black out, mi tremavano le gambe». Dopo però diventa tutto più facile e arrivano le esibizioni in varie parti della Sardegna. «Su mutetu è improvvisazione costante. I miei versi sono quasi sempre dedicati alla Sardegna». Ma non mancano altri temi come quelli del rispetto per le donne, «ho parlato di una tela pittorica e delle rose perché le donne sono belle come quadri e vanno protette come le rose. Un rispetto che purtroppo sta venendo a mancare».
Le radici
Oggi Luca Panna, di professione tornitore e saldatore, canta ogni volta che può: «Ogni tanto mi chiedo chi me lo faccia fare, sono super timido e questo è un mestiere che richiede tanti sacrifici». Ma le radici non si possono recidere. «In casa dei nonni hanno sempre parlato in sardo e devo ammettere che leggendo vecchie cantade mi sto rendendo conto che il mio è già un sardo moderno che sto cercando di correggere. Sto recuperando termini che non si usano più e cerco di eliminare gli italianismi». E in casa ha già gli eredi. «Miei figli hanno 4 e 5 anni e già mi hanno fatto da contra, da coro. A loro cerco di tramandare l’importanza delle tradizioni».
Andrea e Chiara: «Noi, fratelli senza saperlo» Nati dalla stessa madre, si sono incontrati un anno fa: «Ora siamo inseparabili»
Casualità
Andrea ha 25 anni, è di Monserrato e studia Infermieristica. Tra turni di volontariato nel 118 e la passione per le moto, non avrebbe mai immaginato che un giorno avrebbe scoperto di non essere figlio unico. Aveva 17 anni, fu sua madre a rivelarglielo, quasi per caso. «Tutto è nato da uno stupido discorso, le chiesi se mio padre avesse ancora i capelli, confermò e mi chiese se lo volessi vedere, le dissi di no. Poi mi disse di Chiara» racconta Andrea. Ci vollero sette anni prima che trovasse il coraggio di contattarla. «Avevo bisogno di risposte». Così, il primo maggio 2024, decise di scrivere a quella sconosciuta su Instagram: «Dovremmo essere figli dello stesso padre, se ti va ne possiamo parlare». L’attesa fu breve, dopo 40 minuti, la risposta arrivò: «Perché dovrei crederti?». Scetticismo, dubbi, paura di una verità troppo grande. Poi i pezzi iniziarono a combaciare: la famiglia di lei a Cagliari, la somiglianza fisica, ed infine il nome del padre.
La videochiamata
Il giorno dopo si guardarono negli occhi per la prima volta, attraverso lo schermo di un telefono. La videochiamata durò più di due ore. Tra sorrisi incerti, Andrea e Chiara smisero di essere due estranei. «Non è da me, ma ho nutrito dal primo istante una profonda fiducia. Sembrava ci conoscessimo da sempre», ricorda, ancora emozionato. Due vite parallele: «Siamo cresciuti con due madri lavoratrici, che si sono fatte il mazzo per darci una vita migliore» e due caratteri complementari, lui più riservato, lei più estroversa.
Il primo incontro
A ottobre, il primo incontro a Cagliari. «Chiara conosce bene la città, ogni estate va a trovare la nonna». Stavolta, però, c’era un motivo in più per tornare. «Abbiamo passato più tempo possibile insieme, adesso ci sentiamo quasi ogni giorno». Nella vita della ragazza incombe un’ombra pesante: una relazione tossica che si è trasformata in un incubo. Aveva 14 anni quando ha incontrato quello che credeva essere il primo amore. L’affetto si è presto tramutato in controllo, la gelosia in ossessione. Poi, il primo schiaffo. E da lì, il baratro. Per anni ha sopportato, intrappolata nella paura e nell’illusione che qualcosa potesse cambiare. Ma la violenza non si ferma da sola. A 22 anni, dopo un’aggressione brutale che l’ha mandata in ospedale, ha trovato la forza di denunciare. «Quando l’ho saputo erano passati due anni, mi sono sentito impotente» confessa Andrea. «Avrei voluto proteggerla, impedire che accadesse. Se ci fossimo conosciuti prima, avrei fatto di tutto. Forse è successo solo ora perché non eravamo ancora pronti».
Il futuro
Andrea e Chiara non sanno cosa riserverà loro il futuro, ma un sogno c’è: vivere più vicini. «Siamo molto impegnati, io con lo studio e il 118, lei con il lavoro. Ma troviamo sempre il tempo l’uno per l’altra. Sono il suo primo fan, anche a distanza».Un legame sospeso per anni, un passato da ricostruire e un futuro da scrivere insieme.
9.12.18
non fai il presepe e t'attaccano fai il presepe e ti attaccano cazz boh . il caso de "Il presepe dei profughi", nel Barese bufera sulla Natività di denuncia
per approfondire e ecco alcuni siti da me visitati per questo articolo
- https://it.wikipedia.org/wiki/Categoria:Tradizioni_popolari
- https://it.wikipedia.org/wiki/Tradizione_orale
- https://doc.studenti.it/appunti/storia-delle-tradizioni-popolari-mod-b/storia-tradizioni-popolari.html
- https://it.wikipedia.org/wiki/Tradizione#Tradizionalismo
la gente dimentica che le tradizioni sono soggette ad oralità e quindi si modificano con le generazioni . ecco perchè io sostengo e concordo con quiesto sindaco ed i creatori di questo preseppe. Infatti : << (...) Generalmente, le tradizioni furono accettate dai più sempre acriticamente e talvolta anche senza un consapevole riferimento al contenuto storico dell'evento. Questo spiega la loro fragilità e, quindi, la loro dimenticanza. Anzi, alla crisi delle tradizioni, hanno concorso diversi fattori, quali le rapide trasformazioni di una società costantemente in evoluzione, l'individualismo, l'intellettualismo, gli influssi estranei di altre culture e civiltà ( .... continua in questo interessante articolo di http://www.vastospa.it ) .. Va bene le tradizioni fanno parte della nostra identità , ma essendo come già detto prima derivate da cultura orale è pressochè impossibile che rimangano fisse ed immutabili in eterno . quindi sempre secondo lo stesso artiocolo citato prima : << (....) È un processo lento di recupero che deve partire da un risveglio spirituale, da una verifica introspettiva delle coscienze, da una ricerca di nuovi rapporti umani, basati sull'amore e sulla umiltà.

25.9.18
nonostante la modernità la nostalgia del passato la fa ancora da padrone . il caso della foto dell'asino davanti alla banca foto scattata a foggia nel 2017 ed ancora virale
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| (credits photo: lavocedimaruggio.it) |
Lo scatto in questione è stato pubblicato su Facebook il 28 aprile del 2017
dalla pagina 'Inchiostro di Puglia', ma per qualche strano motivo e per le 'folli' dinamiche dei social, soltanto negli ultimi giorni è stato ripostato da migliaia di utenti, attirando l'attenzione di moltissimi quotidiani online.
“La Puglia è uno stato d'animo”, scrivevano nel commento gli admin della pagina Facebook. Guardando questa foto è difficile dargli torto.
11.6.18
la doppia medaglia della cultura food il caso della pasta filindeu e di Paola Abraini . preservare \ manmtere viva la tradizione mna allo stesso farla diventare moda standardizzandola
Così è Nuoro, ed tutte le zone dell'interno ( ma non solo ) e così sono i gesti di Paola Abraini che, come raccontato all’inviato della BBC, Eliot Stein.[... ] Nessun laboratorio, il filindeu è fatto soltanto in casa, sul tavolo di cucina. Paola Abraini, 62 anni, lavora e parla: «Avevo 16 anni ed ero fidanzata fresca di Antonio — il marito è lì che conferma con un cenno —, mia suocera Rosaria mi voleva bene: “Guarda come si fa”. Ho imparato subito e non ho mai smesso». Su (il) filindeu si preparava due volte l’anno per la festa grande di Nuoro, San Francesco di Lula. A ottobre, ma soprattutto a maggio per la novena e il pellegrinaggio, legato a riti e leggende. Prima fra tutte quella sul santuario, fatto costruire nell’Ottocento a 34 chilometri da Nuoro per «grazia ricevuta» da un bandito assolto in tribunale da un delitto. Da allora migliaia di persone percorrono a piedi la strada da Nuoro al santuario e la festa va avanti per nove giorni, fra preghiere, balli tradizionali e fiumi di vino rosso. Si comprano e vendono greggi e cavalli, si combinano matrimoni, si mostra l’abilità nel gioco della morra e atti processuali hanno rivelato che qualche rapimento è stato là organizzato e di qualche altro si è pagato il riscatto. E si raccontano storie come quella di una nuora, che appena dopo il matrimonio rifiutò di preparare il filindeu con la suocera. Al ritorno dalla festa di San Francesco cadde da cavallo e precipitò in un dirupo che da allora si chiama — così è anche oggi — «il precipizio della sposa». [... ]ed è quello che ho provato a farlo anch'io , anhc e se parzialmente , visto la marea , come potete vedere anche dalle foto , di gente presente a questa sua dimostrazione pubbblica tenuta il 9 maggio alla due giondi Stazzi e Cussogghj ( trovate qui il mio reportage fotografico )




con questo è tutto alla prossima storia
10.10.17
Non sapevo che le mie foto facessero tali effetti
Lo so chje chi si loda s'imbroda ma questo che trovate sotto insieme ad un articolo è uno dei complimenti più belli che abbia mai ( almeno fin ora ) ricevuto
Ma con una componente che spiazza a causa del forte contrasto tra quanto arma il dito che tira il grilletto e il succo che trasuda dai suoi bersagli: la dolcezza. Una dolcezza dal retrogusto aspro, come accade per i frutti più saporiti . Come accade per le più penetranti poesie.
dalle pagine culturali della nuova sardegna del 2\10\2017
“A.Banda 2017”, tutte le immagini di un’isola
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Ora il materiale fotografico presentato al pubblico durante questo periodo viene raccolto in una sola rassegna. Le fotografie sono esposte negli spazi del Consorzio Due Giare Move The Box, lungo le strade e nei locali del paese. In mostra i lavori di Donatella Altea, Pietro Basoccu, Tony Bulciolu, Alessandro Cani, Vittorio Cannas, Natalina Casu, Gianluca Chiai, Davide Cioncia, Luigi Corda, Francesca Corriga, Margherita Cossu, Antonio Crisponi con Andrea Pinna, Francesco Cubeddu, Tiziano Demuro, Pierluigi Dessì, Stefano Ferrando, Antonio Leonardo Figoni, Ignazio Figus, Giuseppe Firinu, Carlo Giglio, Rosi Giua, Fausto Ligios, Claudia Locci, Giorgio Locci, Danilo Loriga, Andrea Macis, Alberto Masala, Manuela Meloni, Giaime Meloni, Riccardo Melosu, Rosanna Mulas PiIia, Gigi Murru, Marco Navone, Marianna Ogana, Piero Pais, Franco Pampiro, Gabriele Pileri, Francesco Pintore, Ernst H. Piras, Gino Puddu, Francesca Randi, Alessandro Rosas, Silvia Sanna, Marco Sanna, Mario Saragato, Giuseppe Scano, Giusi Scanu, Salvatore Solinas, Alessandro Spiga, Michele Tamponi, Luca Tavera, Laura Tuveri, Immacolata Ziccanu e Silvia Zoroddu
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| dal marito di una dell'ìassociazione la sardegna vista da vicino |
concludo rtipondendo a chi mi dice che : scatto in automatico o con le impostazioni della macchina fotografica , e che non usi post produzione .
GIUSEPPE SCANO
S.T., dal progetto “Li Conchi”, 2016
[stampa digitale fine art, cm 40 x 60, mostra a cura dell’Associazione La Sardegna Vista da Vicino]
Nato a Tempio Pausania nel 1976. Ha iniziato a fotografare con la pellicola, pur avendo poche basi. Successivamente è passato al digitale e grazie ai vari seminari svoltisi a cura dell’Associazione culturale “La Sardegna Vista da Vicino”, di cui fa parte, ha acquisito le nozioni per una fotografia più consapevole.
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