
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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2.4.26
la. delusione per la mancata , la. 3.consecutiva , qualificazione ai spiegata alle. nuove. generazioni. di © Gioele Salvadori Preparatore Atletico

9.3.26
la storia della mascotte delle olimpiadi e soprattutto delle paraolimpiadi di milano cortina 2026
Tina e Milo sono le mascotte olimpiche dei XXV Giochi olimpici invernali e dei XIV Giochi paralimpici invernali di Milano Cortina 2026. Sono due ermellini, sorella e fratello, dai manti bianco e marrone
L'emblema \ mascotte di queste paraolimpiadi invernali riprende nella forma quello prescelto per i Giochi olimpici, ma si differenzia per i colori: il segno grafico raffigurante il numero "26", che nel logo dei giochi olimpici è di colore bianco, presenta
nella versione paralimpica una sfumatura contenente i colori rosso, blu e verde (già presenti nel logo del Comitato Paralimpico Internazionale), che rimanda all'aurora boreale; questa differenziazione è stata effettuata per consentire la corretta visione dell'emblema anche agli ipovedenti.Milo è la mascotte paralimpica di quest'edizione dei Giochi paralimpici, il cui nome deriva dal nome della città ospitante Milano, analogamente alla mascotte olimpica, Tina, che per il suo nome prende spunto da Cortina.Secondo la storia ufficiale, Milo è nato senza una zampetta ma, con un po' di ingegno e tanta forza di volontà, ha imparato a usare la coda e a superare ogni ostacolo facendo della propria diversità una forza. Vive in montagna ed è un tipo pratico, al quale piace creare, aggiustare, montare, smontare, inventare… costruire manufatti con il legno dei suoi boschi. Da qualche tempo si è specializzato nella creazione di strumenti musicali che poi Tina suonerà. Milo è vivace e ama l’allegria. È sempre in movimento: corre, salta e si arrampica sui suoi amati alberi. Ama l’allegria e far ridere i suoi amici lo fa felice. Va matto per i giochi che si possono fare sulla neve. È competitivo, ma sa anche perdere. È gentile e ospitale, simpatico e paziente. L'unica cosa che non sopporta è quando qualcuno maltratta la montagna. Infatti secondo Wikipedia
<<[...] Tina e Milo sono fratelli. Tina, la mascotte olimpica, ha il manto bianco e si è trasferita dalle montagne italiane alla città per esplorare cose nuove. Suo fratello Milo, la mascotte paralimpica, ha il manto marrone ed è nato senza una gamba, ma usa la coda per aiutarsi a camminare. Gli studenti designer di Tina e Milo hanno detto che gli ermellini sono simboli di innocenza e purezza, e che i due con colori di mantello diversi rappresentano dualità e diversità. Il Comitato Organizzatore di Milano Cortina 2026 ha descritto la coppia come le "prime mascotte apertamente Gen Z".Le mascotte durante i giochi olimpici saranno accompagnati da una squadra di sei fiori di bucaneve antropomorfi chiamati the Flo, basati sui design dei secondi classificati nel concorso delle mascotte, progettati dagli studenti dell'Istituto Comprensivo Sabin di Segrate. Simboleggiano speranza e resilienza.>>
27.2.26
Benedetta, 18 anni «Io, malata rara, la ricerca è speranza» L’appello in vista della Giornata mondiale del 28 «Uniamo» raccoglie 200 associazioni di pazienti: «Bisogna investire per trovare farmaci e ausili»
non sapevo che il 28 febbraio proprio il giorno dei miei 50 anni fosse Giornata mondiale di sensibilizzazione
Benedetta, 18 anni «Io, malata rara, la ricerca è speranza»
L’appello in vista della Giornata mondiale del 28 «Uniamo» raccoglie 200 associazioni di pazienti: «Bisogna investire per trovare farmaci e ausili»
- Corriere della Sera
- Di Chiara Daina
Convivere con una malattia rara significa vivere un doppio smarrimento: quello del senso di solitudine dovuto alla difficoltà di trovare altre persone con la stessa condizione (i malati rari sono circa due milioni in Italia e 300 milioni nel mondo per 6-8 mila patologie diverse) e quello dell’incertezza sul decorso dei sintomi e sulle terapie, a causa della scarsa conoscenza scientifica sulla malattia. «Il diritto alla cura - afferma Annalisa Scopinaro, presidente di Uniamo, la Federazione italiana malattie rare (che raggruppa oltre 200 associazioni di pazienti), alla vigilia della Giornata mondiale di sensibilizzazione, il 28 febbraio - è il diritto a una vita piena. Bisogna investire non solo nella ricerca di farmaci, ma anche nell’offerta di trattamenti riabilitativi continuativi, penso ad esempio alle sedute di psicomotricità, e ausili personalizzati, inclusi quelli digitali come i comunicatori oculari, per migliorare la qualità di vita delle persone che ad oggi non possono contare sulle terapie farmacologiche».
Solo per il cinque per cento delle malattie rare conosciute esistono infatti cure specifiche. «Spesso l’asl non passa i trattamenti o ci sono lunghe liste di attesa e la famiglia paga di tasca sua». L’appello a fare di più arriva anche da una paziente teenager, Benedetta Piola, 18 anni, ultimo anno del liceo scientifico Cassini di Genova:
«Ai giovani ricercatori chiedo di appassionarsi alle cause che sembrano perse, come le malattie rare, perché dietro ci sono persone che soffrono e una piccola scoperta può diventare una cura miracolosa che cambia il loro destino».
Al Gaslini
Benedetta non perde per un attimo il suo sorriso durante l’intervista. Il messaggio questa volta è rivolto alla società: «Non considerateci diversi, chi ha una malattia inguaribile ha bisogno di sentirsi accolto dagli altri». È finita la mattina a scuola, la ragazza, tolto lo zaino dalle spalle, indossa il futuro: «Voglio studiare medicina a Pavia dopo la maturità. Vedere i dottori impegnati a salvare i bambini mentre ero ricoverata all’ospedale Gaslini mi ha aiutato a dare un senso alla vita quando non potevo incontrare nessuno perché ero troppo debole».
Benedetta ha idee luminose e una sensibilità per la vita autentica. «La malattia - racconta - per me è stata un’opportunità. Mi sono scoperta curiosa di come funziona il corpo umano e, sperimentando sulla mia pelle la fragilità, ho imparato a stare al mondo oltre le apparenze e la frenesia, infatti ho scelto di non avere i social e di approfondire ogni cosa che mi interessa leggendo libri e guardando documentari». A quattro anni le hanno diagnosticato la sindrome linfoproliferativa autoimmune, una patologia rara in cui il sistema immunitario attacca alcune cellule dell’or
ganismo, rendendola più suscettibile alle infezioni. «Da allora - spiega - prendo l’antibiotico un giorno sì e uno no e altri farmaci ogni mattina e sera per il sangue, i dolori muscolari e i problemi respiratori dovuti alla malattia. Ho passato l’infanzia fuori e dentro l’ospedale, l’ultimo ricovero a 14 anni. Quando ero piccola non potevo giocare all’aperto con gli altri per non rischiare bronchiti e, durante il Covid, ho continuato la didattica a distanza anche quando i miei compagni erano tornati in classe. Ho vissuto momenti di ansia e tristezza, volevo godermi la vita ma le cose belle erano lontane da me».
La stanchezza è un altro sintomo con cui Benedetta Piola convive. «Mi viene il fiatone dopo una rampa di scale, prendo gli ascensori, ho bisogno del cuscino sotto la sedia e, non potendo sempre prendere i mezzi pubblici, uso spesso un taxi pagato dal Comune per andare a scuola. Oggi, però, sto meglio, mi stanno abbassando i dosaggi dei farmaci e al Gaslini ci torno solo per i controlli». L’esperienza con il dolore ha
Trasformazione «Esci dall’ospedale che sei diversa, le difficoltà quotidiane diventano più lievi»
agito in lei come una lente trasformativa: «Esci dall’ospedale che sei diversa: le difficoltà quotidiane diventano più lievi dopo aver visto coetanei con problemi di salute peggiori dei tuoi che sanno essere felici lo stesso; e gli ostacoli, anziché farti paura, sai che li puoi affrontare».
Benedetta collabora come volontaria con la radio del Gaslini, creata e diretta da don Roberto Fiscer. Un modo per esprimere la sua gratitudine per quanto ha ricevuto da quel luogo. L’indomani ha un compito in classe di letteratura, deve ripassare Pascoli, Leopardi e D’annunzio, ma i pensieri rincorrono i sogni e la sua vita è ancora tutta da disegnare: «Mi interessa capire i meccanismi del cervello e come si sviluppano i nostri comportamenti. Mi iscriverò alla specialità di neurologia o neuropsichiatria infantile».
12.1.26
utopia
vero. ma le utopie aiutano a vivere meglio nella speranza di vederle realizzate. chi è senza speranza è un uomo morto.
3.1.26
GIANNI, PAOLO, CHIARA. E GLI ALTRI di © Daniela Tuscano
Gianni, Paolo e altri di cui ancora non conosciamo i nomi, che forse non conosceremo mai; ma sappiamo esistere; Gianni e Paolo, che li rappresentano tutti, sono lì, un giovanissimo e un uomo adulto, per qualche
ora, forse per qualche giorno, poi li dimenticheremo. E invece dovremmo sempre tenerli a mente.
Hanno salvato quanti più ragazzi potevano dal rogo di Capodanno a #cransmontana. Hanno visto, hanno agito. In nome della vita: non più della loro, né di quella altrui: la vita è vita, senza aggettivi, senza possesso. Gianni, Paolo e, prima ancora, #aymaneeddafali, #paolofoglia, #lorenzopianazza; ma anche #ahmedelahmed e #mohammedmassat, il poliziotto musulmano che la stessa notte di Cras-Montana, ma molto più lontano, ad #aleppo, ha fermato un terrorista dell'#Isis che voleva colpire i #cristiani, rimanendo ucciso. Situazioni diverse? Semmai, diversamente eguali; d'una eguaglianza che completa, e ogni volta sorprende, perché dietro ha una storia irripetibile e concreta.
Gianni, Paolo, Aymane, Paolo, Lorenzo, Ahmed, Mohammed e gli altri: senza trascurare la solerzia della #protezionecivile e gli aiuti provenienti dall'estero (#israele ha messo a disposizione un team di specialisti) dovremmo ripeterli continuamente, questi nomi, come un salmo. Senza spiegarli, ché qualsiasi chiosa li impoverirebbe.
#chiaracostanzo non ce l'ha fatta. Aveva sedici anni, era italiana, milanese. Le amiche la ricordano come una ragazza gioiosa, che studiava danza classica. Noi la conosciamo adesso, nelle immagini dei media dove appare meravigliosamente bella, ed è lei, ora, l'icona di quell'entusiasmo innocente che il fuoco ha spento. L'altro volto che assieme alla speranza non dobbiamo dimenticare. E preghiamo per #achillebarosi, milanese anch'egli, disperso. Portava al collo una Madonnina.
© Daniela Tuscano
12.12.25
cosa è la speranza ?
Dio è morto - Francesco Guccini - con testo in scorrimento
Ma basandosi sul principio di tesi e antitesi ho voluto analizzarla anche dal punto di vista Laico
L'importante è che stiamo lontani il più possibile da chi vive sperando, muore cagando .Si tratta di un proverbio popolare, spesso considerato volgare o scurrile, che serve a esprimere un concetto cinico e disincantato sulla natura della speranza.Questo detto è una critica ironica e brutale all'eccessiva passività o all'attesa vana di un evento positivo.
"Chi vive sperando..." Si riferisce a una persona che trascorre la vita aspettando costantemente che le cose migliorino da sole, senza agire, senza sforzarsi o senza prendere l'iniziativa. Si affida solo a un futuro ipotetico e fortunato.
"...muore cagando." La seconda parte usa un'immagine volutamente cruda e trivializzata della morte. Lo scopo è quello di sottolineare che la fine della vita (la morte) arriva in un momento qualunque, banale, sgradevole e involontario, proprio come una funzione corporea non gloriosa e quotidiana.
Il significato è quindi: Se passi tutta la tua vita ad aspettare un miracolo, una ricchezza inaspettata o una felicità promessa (sperando), finirai per morire in un modo del tutto ordinario, deludente e per nulla eroico o eccezionale (cagando), senza che la speranza ti abbia portato alcun beneficio concreto.È un monito a: Agire: Non affidarsi solo alla fortuna o alla speranza passiva. Vivere il Presente: Non rimandare la felicità o la realizzazione in attesa di un futuro incerto. In sostanza, è l'estrema versione popolare del motto: "Aiutati che Dio ti aiuta" (o "Fatti gli affari tuoi, perché altrimenti il destino non ti riserva nulla di speciale").
19.10.25
Un raggio di luce - unione sarda 19\10\2025 tacitus
ecco pechè racconto piccole storie
Una mia cara amica mi telefona da Milano. Mi dice di essere partita da Cagliari, nonostante un fastidioso raffreddore, per assistere a una conferenza di Daniel Goleman. È la stessa mia amica che qualche giorno prima mi aveva benevolmente rimproverato di scrivere troppo spesso di avvenimenti drammatici se non addirittura tragici. Lei aveva ragione; ma io non avevo torto. Dicevano i nostri padri latini che quando
«majora premunt», ossia le cose più grandi incombono, non ci si deve soffermare sulle minori. Vorremmo scrivere sempre traendo spunto dai fatti e fatterelli della quotidianità. Sono essi l’indice della vita normale, ora serena ora travagliata, di quella parte maggioritaria della popolazione che, gioendo soffrendo operando nell’anonimato, è l’asse portante della società. La chiamiamo genericamente “gente”, e offre innumerevoli spunti di riflessione. E uno spunto me lo offre la mia amica, che gioisce del suo incontro ravvicinato con Goleman. Chi non ha ancora letto “Intelligenza emotiva”, il suo libro più famoso, lo faccia: è un raggio di luce che illumina le menti in penombra. Essere emotivamente intelligenti può renderci felici; e noi rendere felici gli altri. Può riconciliarci con la vita quando la speranza vacilla. Ne riparleremo. Regaliamone intanto una copia a Putin, Trump, Zelensky e Netanyahu. Hai visto mai che imparino qualcosa?
5.10.25
la favola della gomma e della matita [ autore ignoto ]
trovata in rete su Ti Amo Amore
15.9.25
il mio grillo parlante
Infatti essendo ribelle preferisco farmi io un esperienza perchè
25.8.25
speranza per i distratti Quel portafoglio ritrovato dopo 10 anni dal meccanico (sotto il cofano dell'auto)
Quel portafoglio ritrovato dopo 10 anni dal meccanico (sotto il cofano dell'auto)
Storia di Redazione Buone Notizie corriere della sera tramite msn.it
• 3 ora/e •

Mai perdere le speranze, distratti di tutto il mondo: c'è chi il portafoglio lo ritrova anche dopo dieci anni, o meglio glielo ritrova addirittura il meccanico riparandogli l'auto. E poi glielo restituisce. È successo in Minnesota, dove il meccanico Chad Volk stava sostituendo la ventola di raffreddamento di una Ford Edge del 2015, quando qualcosa che avrebbe dovuto incastrarsi continuava a scontrarsi con qualcosa che lo impediva: «Ci ho trafficato un po' per scoprire cos'era perché lì per lì non si vedeva - ha detto Volk a Cbs News - ma alla fine da sotto una sporgenza è saltato fuori un portafoglio». Con dentro 15 mila dollari, una patente del Michigan, un biglietto della lotteria, 275 dollari in carte regalo Cabela's e un tesserino identificativo di un dipendente Ford: mister Richard Guilford. Che si è visto restituire tutto quanto. E quando è successo gli è anche tornata in mente la storia di com'era andata
Era il 2014 e Guilford quel giorno, non avendo tasche nei pantaloni della tuta di lavoro, si era messo il portafoglio in un taschino della blusa. A un certo punto si accorse di non averlo più. E pensò che gli fosse caduto mentre era chino a lavorare su un'auto. «Era una Flex», disse ai colleghi. Che lo aiutarono a controllare. Purtroppo senza risultato. Un po' perché lui pensava che gli fosse caduto su qualche sedule, non dentro al motore. Ma soprattutto perché l'auto era un'altra: una Edge rossa. Successivamente venduta e spedita in Arizona, e da qui venduta di nuovo per finire in Minnesota. E dopo 151 mila miglia di vita certificate dal contachilometri è approdata nell'officina Volk di Lake Crystal. Il cui titolare ha rintracciato Guilford su Facebook e l'ha chiamato: «È tuo questo portafoglio?». E l'altro è scoppiato a ridere: «L'hai trovato in macchina?».
Mister «Big Red», così lo chiamano gli amici per la sua stazza, ancor più che per i soldi recuperati si è detto felice per la storia in sé: «Ti fa riacquistare la fiducia nell'umanità quando la gente ti dice: Ehi, hai perso questo, l'ho trovato e te lo riporterò». Ancora più incredibile è come abbia fatto a sopravvivere alla neve e alla pioggia nella Terra dei Mille laghi o, peggio, al caldo del motore di un auto sotto il sole dell'Arizona.
La catena Cabela's, che vende articoli per l'outdoor, ha dichiarato le carte regalo da 250 dollari rimangono valide. I numeri sul biglietto della lotteria invece sono troppo sbiaditi per riuscire a leggerli. Oggi Guilford ha 56 anni, non lavora più alla Ford e fa il banditore part-time. «Lascerò tutto nel portafoglio così com'è - ha detto - e lo terrò a casa in una vetrinetta: sarà per i miei figli, perché raccontino la storia un giorno ai miei nipoti. Ci piacciono molto le storie. Mi piace raccontare storie.
3.10.24
Israele ha distrutto la mia università, ma non il mio desiderio di istruzione
Israele ha distrutto la mia università, ma non il mio desiderio di istruzione
Per un anno ho cercato disperatamente di continuare i miei studi universitari a Gaza per darmi un senso.

L'autore tra le macerie di Khan Younis [Per gentile concessione di Aya Hellis]
tradottto automaticamente da Israele ha distrutto la mia università, ma non il mio desiderio di istruzione | Conflitto israelo-palestinese | Al Jazeera
Le opinioni espresse in questo articolo sono dell'autore e non riflettono necessariamente la posizione editoriale di Al Jazeera.

Aya Hellis
Una studentessa universitaria di Gaza
Ho iniziato la mia laurea triennale in ingegneria edile presso l'Università islamica di Gaza (IUG) nel 2021. Ero molto orgogliosa di me stessa per essere entrata nel campo di studi che avevo sempre voluto perseguire.
La mia vita sembrava pronta per i successivi cinque anni. Avrei studiato sodo, avrei cercato di superare gli esami con buoni voti, avrei fatto uno stage in un noto studio di ingegneria e poi avrei fatto domanda per un master.
Tutto stava andando secondo i piani fino al 7 ottobre dello scorso anno. Quel giorno avrei dovuto presentare un progetto universitario per il quale avevo perso molto sonno. I bombardamenti sono iniziati la mattina ma non ho prestato attenzione e ho continuato a lavorare al progetto. Ero abituato agli attacchi israeliani a Gaza. Ne avevo vissuti una mezza dozzina.
Poi ho ricevuto la notizia che le lezioni universitarie erano state sospese. Ancora una volta, pensavo che le cose sarebbero tornate presto alla normalità, quindi ho finito il progetto e l'ho inviato.
Il giorno dopo, l'8 ottobre, avrei dovuto discutere un compito di gruppo con altri tre compagni di classe. Doveva essere la nostra ultima discussione per concludere il progetto prima di presentarlo il 10 ottobre. Invece di parlare con i miei compagni di classe, ricevetti la notizia che uno di loro, il mio caro amico Alaa, era stato ucciso da un attacco aereo israeliano. Invece di finire il compito universitario, piansi il mio amico.
Il 14 ottobre ho detto addio alla mia casa a Gaza City mentre i miei genitori, i miei fratelli e io fuggivamo a Khan Younis, pensando che saremmo stati al sicuro lì. Ho lasciato il mio laptop, i progetti, i libri e tutto ciò che riguarda i miei studi.
A Khan Younis sognavo di tornare all'università. Alla fine l'ho fatto, ma non per studiare. All'inizio di dicembre, una moschea proprio di fronte al condominio in cui alloggiavamo è stata bombardata dall'esercito israeliano. Ci siamo spaventati e abbiamo cercato rifugio nella vicina Università di Al-Aqsa, senza portare quasi nulla con noi. Quella notte, l'edificio in cui avevamo alloggiato fu attaccato e distrutto. Dovevamo cercare tra le macerie ed estrarre tutto ciò che potevamo trovare.
Siamo rimasti un altro mese e mezzo a Khan Younis. Avevo paura di connettermi a Internet, figuriamoci di controllare compagni di classe e amici. Il solo controllo del mio WhatsApp è stato un incubo terrificante. Avevo paura di sapere della morte di persone che conoscevo. A dicembre ho ricevuto la notizia che un'altra compagna di classe, Fatima, era stata uccisa dall'esercito israeliano insieme a suo padre e ai suoi fratelli.
A gennaio, l'esercito israeliano ha intensificato i bombardamenti, massacrando centinaia di persone a Khan Younis, e poi ha fatto irruzione nell'ospedale Al-Khair vicino a noi. Siamo fuggiti a Rafah e ci siamo sistemati in una piccola tenda piantata in strada. La vita era davvero miserabile.
Ma la speranza a volte arriva come un visitatore a sorpresa, quando meno te lo aspetti. A marzo, si è sparsa la voce di un piano per consentire agli studenti di Gaza di iscriversi alle università della Cisgiordania e frequentare le lezioni a distanza. È stato un tale sollievo. Sentivo che non stavo più sprecando la mia vita. Mi sono iscritta al programma e ho aspettato di avere notizie da una delle università.
Quando l'Università di Birzeit (BZU) mi ha contattato, ho sentito che la fortuna mi aveva finalmente sorriso. Mi sono iscritto al numero massimo di corsi che mi era consentito e ho aspettato felicemente di ricominciare a studiare. Ma la mia gioia è stata di breve durata. Appena cinque giorni dopo l'inizio del semestre, il 7 maggio, io e la mia famiglia siamo dovuti fuggire di nuovo dall'avanzata dell'esercito israeliano. Rafah era sotto attacco, quindi abbiamo dovuto evacuare per tornare a Khan Younis.
L'assalto dell'esercito israeliano a Khan Younis l'aveva fatta sembrare una città fantasma. Non c'era più niente lì. Gli edifici e le infrastrutture sono stati completamente distrutti. Non era adatto alla vita, ma non avevamo scelta. Più di un milione di persone sono state evacuate con noi da Rafah e i campi profughi e altre aree come Deir el-Balah erano pieni fino all'orlo del baratro.
Questo spostamento ha significato che non ho potuto completare i miei studi alla BZU. Mentre la vita in una tenda per le strade di Rafah era dura, internet ha funzionato per la maggior parte del tempo. A Khan Younis non c'era affatto internet. Il punto più vicino da cui potevo collegarmi era ad al-Mawasi, a sette chilometri di distanza.
Ho dovuto percorrere quella distanza a piedi con il cuore pesante per inviare un'e-mail alla BZU per far sapere loro che stavo terminando la mia iscrizione.
A giugno, ho ricevuto la notizia che la mia università di origine, IUG, aveva escogitato un piano per consentire agli studenti di completare i loro studi a distanza attraverso una combinazione di autoapprendimento e istruzione.
Ha diviso in due il semestre che abbiamo iniziato lo scorso ottobre, dandoci un mese per studiare materiale che normalmente richiederebbe mesi prima di sostenere gli esami per la prima parte; Poi abbiamo dovuto fare lo stesso per la seconda parte.
Trovare istruttori per ogni corso è stata una sfida. Molti professori sono stati uccisi e molti altri sono stati sfollati e in situazioni precarie, lottando per fornire cibo e acqua alle loro famiglie. Di conseguenza, abbiamo avuto un istruttore assegnato all'intero corso di quasi 800 studenti.
Mi sono iscritta a due corsi e ogni giorno iniziavo a camminare per sette chilometri fino ad al-Mawasi sotto il sole cocente, passando tra cumuli di macerie, spazzatura e pozzanghere di acque reflue, per scaricare le lezioni e rimanere in contatto con la mia università.
Ne sono rimasto soddisfatto. Qualsiasi cosa era meglio che sedersi in una tenda calda e deperire nella disperazione.
Ma mantenere questo studio a distanza era estremamente difficile. Poco dopo aver iniziato a studiare, l'esercito israeliano ha effettuato un massiccio attacco ad al-Mawasi, sganciando otto enormi bombe sul campo, uccidendo almeno 90 persone e ferendone altre 300.C'era caos e paura ovunque. Io stesso avevo paura di avvicinarmi a quella che doveva essere una "zona sicura".
Non sono tornato online per una settimana. L'esercito israeliano aveva danneggiato l'infrastruttura delle comunicazioni. Quando finalmente sono riuscito a connettermi, il segnale era molto debole. Mi ci sono voluti due giorni per scaricare un libro.
Sono riuscito a riprendere gli studi solo per essere interrotto di nuovo. Nuovi ordini di evacuazione emessi dall'esercito israeliano hanno costretto migliaia di persone nell'area vuota in cui ci eravamo stabiliti. Era così sovraffollato e rumoroso che avevo difficoltà a concentrarmi per ore.
Anche caricare il telefono per studiare era un'altra fonte di sofferenza. Ogni due giorni dovevo inviarlo la mattina a un servizio di ricarica e aspettare il pomeriggio per riaverla, sprecando un'intera giornata.
La settimana degli esami è finalmente arrivata ad agosto. Ho dovuto affannarmi per trovare una buona connessione a Internet e, quando l'ho fatto, ho dovuto pagare un'enorme somma di denaro per usarla per un'ora. Ho fatto quello che potevo agli esami.
Tre settimane dopo, ho ricevuto i risultati: A+ in entrambi gli esami. Quel giorno non riuscivo a smettere di sorridere.
Poi ho iniziato a studiare per la seconda parte del semestre e gli altri tre esami, che ho sostenuto a settembre.
Ho terminato questo semestre improvvisato quasi un anno dopo l'inizio della guerra: un anno di sfollamenti, perdite, vita in tenda, incubi ed esplosioni incessanti. Mentre lottavo per studiare, mi sono resa conto di quanto mi mancassero i piccoli "lussi" della mia vita precedente: la mia scrivania, il mio letto, la mia stanza, le mie barrette di tè e cioccolato.
Questi due mesi di studio per gli esami sono stati una piccola distrazione dai travolgenti sentimenti di perdita e disperazione in mezzo a questo genocidio in corso. Sembrava un'iniezione di un anestetico per aiutarmi a dimenticare solo per un po' il dolore della mia vita miserabile.
3.9.24
IL MIO This Wandering Day
18.8.24
questa si che è destra non quella della meloni e LA POLITICA DELLA (E NELLA) CACCA di Emiliano Morrone
Emiliano Antonino Morrone
11 min ·
Quando il discorso politico si basa sull'insulto, per di più gratuito, significa che si è toccato il fondo, che non si vogliono risolvere i problemi perché manca la competenza, la capacità e le volontà di indicare soluzioni e orizzonti. Dalle mie parti, a sud del Sud, vedo un'affezione sempre più diffusa e compiaciuta per il ricorso a diffamazioni anonime, come se la politica fosse la gara degli asini che la sparano più grossa o delle bisce che sputano il veleno più tossico. È, infine, un master della demolizione incontrollata, della confusione totale che lascia i territori nella loro marginalità e lontananza, nell'ombra più cupa rispetto allo sguardo del governo nazionale e del legislatore, che in genere si muovono in autunno, in occasione della legge di Bilancio, nella quale vengono previsti gli interventi principali e stanziate le risorse occorrenti. Che cosa volete che in quella sede sia disposto, per l'interno della Calabria, se la gente comune, tra cui educatori e acculturati, continua a occupare il proprio tempo per gettare fango e deiezioni addosso al vicino, la cui erba è, da manuale, sempre più verde? Mai una lettera anonima – meglio sarebbe se firmata –su come impiegare le ultime risorse (in parte in prestito) del Pnrr, su come rifinanziare e riorganizzare i servizi sanitari pubblici, attrarre investimenti o creare vantaggi fiscali, acceleratori di sviluppo, premialità per le imprese in grado di impiegare, promuovere e valorizzare le risorse territoriali. Sempre meglio non assumersi le proprie responsabilità, non soltanto civili e penali, e scadere nel linguaggio e nelle argomentazioni, prive di basi, analisi, prospettive. Qualcuno dovrà pur muoverla questa critica, perché siamo diventati un posto in cui si producono rifiuti e scorie della mente e dell'anima, non discussioni ragionate, confronti, proposte, azioni utili alla collettività. Non c'è da meravigliarsi, poi, se l'emigrazione aumenta e i Comuni si svuotano. E basta con lo scaricabarile sulla politica, che dovrebbe essere l'arte della costruzione, mediante l'ascolto, il coinvolgimento e l'inclusione, di società più civili e progredite. Nessuno si senta assolto, soprattutto le vecchie guardie, che ora, in tutta comodità e senza ansie personali o familiari, giocano (all'"ammucciuni") a interpretare il ruolo delle verginelle e perfino delle vestali, dimentiche della trave che hanno nel loro occhio.
6.7.24
L’amore per il latino e per la vita Così Marco Remedia,ha vinto la malattia
Un brutto male diagnosticato alla nascita l’ha costretto a lottare fin da subito. E lui ne è uscito più forte e intenzionato a mettere a disposizione degli altri le proprie qualità. «Sogno di diventare insegnante»L’amore per il latino e per la vita Così Marco ha vinto la malattia
ROBERTO MAZZOLI
26.6.24
DIARIO DI BORDO N 58 ANNO II Speranza e nuova vita i casi di Bahara ragazza afgana giunta con un corridoio umanitario e quella di giulia Ghiretti, campionessa paralimpica di nuoto
la Giulia, la tua vicenda è diventata anche un libro Sono sempre io (Piemme, 208 pagine). Quando hai pensato di volerlo scrivere?
Non ho mai voluto! Mi ha convinto Andrea (Del Bue, giornalista e amico del cuore di Giulia, firma con lei il libro, ndr). Non mi piace parlare di me. La svolta è stata con il Covid: chiusi in casa, ne abbiamo avuto il tempo.
Lo scorso febbraio hai compiuto 30 anni. Che effetto ti ha fatto?
Traumatico. Mi sembra di non aver realizzato nulla. Di essere un po’ in ritardo.
In ritardo? Hai completato la laurea magistrale in ingegneria biomedica al Politecnico di Milano, hai vinto decine di medaglie tra Olimpiadi e competizioni mondiali...
Sì, è vero. Però dentro di me, la mia vita personale, intima, mi sento in ritardo.
Da anni giri per le scuole a testimoniare che la disabilità non limita la vita. Cosa ti piace di più dell’incontro con i bambini e i ragazzi?
Mi piace la loro spontaneità. Mi chiedono cose come: entri in acqua con la carrozzina? Perché ti metti i pantaloni se non senti le gambe? Non potresti tagliarti le gambe e metterti le protesi? I bambini non avvertono barriere. A loro cerco di trasmettere l’idea che i disabili possono fare le stesse cose dei normodotati, in modi diversi. L’importante è avere la curiosità di conoscere chi è diverso da te, così ti fa meno paura. La disabilità spaventa, sì, ma solo perché non la si conosce.
Il titolo del tuo libro è "Sono sempre io": Giulia, davvero sei rimasta la stessa che eri prima dell’incidente?
Sì, e sai perché? Perché non ho abbandonato i miei sogni. Anzi, ne ho fatti di nuovi. Per me è un sogno tutto ciò che è successo in questi anni: le Olimpiadi, i Mondiali, conoscere il presidente della Repubblica, presentare la candidatura di Parma come città italiana della Cultura… A volte penso: cos’ho fatto per meritarmi tutto questo?
Diciamo che hai trasformato la disabilità di forza. Non è poco. Pensi che grazie ai tuoi incontri nelle scuole chi ti ascolta cambi lo sguardo?
Sì, un po’. Vedo che si instaura un clima di confidenza e sono spesso i ragazzi a chiedermi come è giusto comportarsi con chi è nella mia condizione.
Per esempio, cosa non bisogna fare?
Be’, le carezze sulla testa, gli abbracci non richiesti. In generale, è semplice: le persone disabili vanno trattate come tutte le altre. Uguale. Non mi va che mi mettano su un piedistallo, o che esaltino i miei risultati in quanto disabile. Quelli che ti dicono: che brava, ma come fai... Per quanto mi riguarda, amo conservare una mia normalità.
L’acqua è libertà. In piscina per la prima volta dopo l’incidente ho avuto piena consapevolezza del mio corpo. Fuori dall’acqua sto sempre appoggiata a qualcosa, le mie gambe pesano molto ma non ne ho la percezione. In acqua non conta più nulla, le gambe seguono docilmente i movimenti del corpo.
Senti mai di avere dei limiti?
I limiti sono fisici. Un gradino, una scala, per me sono oggettivamente altrettanti limiti, perché da sola non li posso oltrepassare. I limiti sono tutti fuori da me, o in certe mentalità che escludono i disabili. Per il resto, più che limiti io dico che esistono obiettivi.
Nel libro scrivi che quando sogni te stessa, ti vedi in piedi. Che sensazione provi?
È difficile da spiegare: sono in piedi, però magari in un punto dove c'è la ghiaia e faccio fatica a muovermi. È una situazione irreale eppure vera: oggi con la carrozzina sulla ghiaia non mi muovo.
Pensi mai che un giorno, grazie ai progressi della scienza, della medicina e della tecnologia, potrai tornare a camminare?
Quando mi sono fatta male mi dicevano che in un decennio ci sarebbero state strabilianti novità. Ne sono trascorsi 14. Uso l’esoscheletro per la fisioterapia, ma non c’è paragone con la mobilità che mi garantisce la mia carrozzina.
Nel tuo libro scrivi anche che non sai dire ti voglio bene, nemmeno a tua sorella a cui sei legatissima. Come mai?
Perché non riesco a esternare i miei sentimenti. Mi considero una persona molto riservata, a volte posso sembrare fredda e lontana. Ma a me gli abbracci piacciono tantissimo, ci sono dei momenti in cui ho bisogno del calore umano. Però ecco, i gesti sono una cosa, le parole un’altra.
Amore?
Storie sentimentali ne ho avute, ma non è facile, mi accorgo che la disabilità fa paura. Io voglio un amore come un film, ma è difficile... Poi più cresci più diventi esigente. Lo dicevo all’inizio no, che mi sento in ritardo?
Sei cresciuta in oratorio, ma poi ti sei allontanata. Cosa è successo?
Dopo l’incidente andavo a Messa e le persone venivano intorno a me, mi accerchiavano e mi sono sentita a disagio. Era il loro modo per farmi sentire la vicinanza, ma alla fine scappavo via prima che la funzione finisse. Adesso per me essere credente è voler bene e accogliere gli altri.
A fine estate parteciperai alle Paralimpiadi di Parigi, ci arriverai da campionessa in carica. Come la vedi?
Sarà molto difficile. Ho il terrore delle due atlete cinesi con le quali mi sfiderò, perché non sai cosa fanno durante l’anno, non le conosci, spuntano fuori solo alle Olimpiadi.
Insomma, nuoterai per difendere il tuo titolo?
Ora sulla carta ho il primo tempo, però so che alcune delle mie avversarie sono molto più veloci di me. Quindi, no, non mi sento una inseguita ma ancora una inseguitrice.
Che cosa ti ha regalato fare il tuo record personale nei 100 rana in finale a un Mondiale?
Una gioia indescrivibile. Ma non per il record in sé, quanto per l'idea di avere ogni volta la possibilità di superare i miei limiti. E poi, la scarica di adrenalina...
C’è una donna a cui ti ispiri?
Mia mamma. Su certe cose siamo molto simili. L’intuizione, ad esempio. Capire i bisogni degli altri senza nemmeno che li esprimano. La praticità: sa sempre cosa bisogna fare. Dopo l’incidente a un certo punto ha detto: be’ io adesso dormo due ore perché da domani ci saranno un sacco di cose da fare.
Com’è stata la tua adolescenza?
Io l’adolescenza è come se non la avessi vissuta. A 16 anni ho avuto l’incidente per cui ho dovuto reimparare tutto. Era tutto nuovo.
Hai trovato un senso in ciò che ti è successo?
In realtà non me lo chiedo nemmeno. È successo, pura sfiga. L’unica cosa che mi domando è se posso essere utile a qualcuno, se questa sfiga può dare un frutto. Se la risposta è sì, allora forse questo è il senso.
Tu sei un’atleta, sei una sorella, una figlia, una ingegnera. Tanti ruoli insieme, come ciascuno di noi. Ma Giulia davvero chi è?
Sono una ragazza che ama sfidare i suoi limiti. E che però ha le sue paure, che talvolta vorrebbe chiudere il mondo fuori e fermarsi. Ma che sente di avere responsabilità nei confronti degli altri. Mi chiamano frequentemente a parlare della mia vita, delle mie esperienze e in alcuni casi saltano fuori curiosità su cosa c’è dietro, nella quotidianità, a una persona con disabilità. Vuol dire che trovano qualcosa di bello e di buono in me. Vuol dire che anche io, da questa carrozzina, posso costruire qualcosa.
Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due figlie? Sì, certo, ce ne deve importare - Patrizia. cada
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