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7.1.26

tina tilocca ha spento 78 candeline ed è la donna down più longeva d'italia

 


Il caffe' del mattino



L’avevo notata appena entrata, la ragazza al banco.
Aveva un’espressione strana, tesa.
Ma non avevo confidenza e non volevo invadere la sua privacy, così ho fatto finta di niente.
Ho chiesto un caffè.
Ne avevo bisogno davvero, dovevo svegliarmi un po’.
Era caldo.
Troppo caldo.
E dopo il primo sorso ho capito: sapeva di bruciato.
Eh no.
Il caffè del mattino deve sapere di caffè.
È una regola non scritta.
Ho chiesto un po’ d’acqua.
Il proprietario, soddisfatto:
«Sentito che buono, signora? È caffè di ottima qualità.»
Ho pensato che due erano le possibilità:
o ti hanno truffato,
o la macchina ha qualcosa che non va.
Mi sono limitata a sorridere e annuire.
Troppo timida per dire la verità: era una ciofeca.
Dietro di me, a un certo punto, la ragazza ha risposto male.
Non forte.
Solo secca.
Il barista l’ha guardata un attimo, senza dire niente.
Lei allora ha abbassato lo sguardo.
Direi di essere stata un po’ aggressiva senza motivo,
sembrava dire quel gesto.
Il barista non ha reagito.
Ha continuato a fare quello che stava facendo.
Le ha passato il bicchiere, senza aggiungere altro.
Io sono uscita dal bar con un caffè imbevibile
e la sensazione di non essermi svegliata del tutto.
Ma anche con un pensiero leggero, quasi consolante:
forse la giornata non era iniziata storta solo per me.
E, in qualche modo,
mi sono sentita meno sola.

olimpiadi invernali 2026 i teodofori

 siti    consultati  

Lo so che manca ancora un mese , ma il percorso della fiaccola è già inziato nel silenzio ( o quasi . solo all'inizio e solo qu.elli locali delle tappe già percorse e da percorrere fino al 6 febbraio ) dei media . Ecco alcune storie dei tedofori




Le storie dei tedofori. Il ricercatore, gli studenti, la 90enne e il triatleta: "Che orgoglio la fiaccola"

Il fuoco e la neve, insieme. La tappa forlivese del viaggio della fiamma delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina è partita ieri mattina dallo stadio Morgagni intorno alle 12.30, in ritardo di un’ora rispetto al programma, anche per le difficili condizioni atmosferiche, con la neve che è caduta sulla Romagna dalla notte e per tutta la mattinata. L’arrivo della Torcia partita da Rimini ha toccato nel suo percorso Cesena, Forlì appunto, Faenza e Imola, prima di approdare a Bologna. L’itinerario complessivo è di oltre 12mila chilometri, con più di 10mila tedofori protagonisti di un passaggio che lega il Paese a questo evento storico.
A Cesena è stato il forlivese Samuele Piovaccari, 23 anni, che pratica triathlon e sci di fondo, ad accendere la fiaccola. I tedofori hanno portato la fiamma lungo viale Roma, attraverso piazzale della Vittoria, poi corso della Repubblica, piazza Saffi, via delle Torri, piazza Ordelaffi e corso Garibaldi prima di imboccare viale Bologna verso Faenza.
Numerosi i tedofori appartenenti al servizio pubblico Sapre Uonpia (servizio abilitazione precoce dei genitori), attivo al Policlinico di Milano. "Supportiamo e formiamo i genitori di bambini con malattie neuromuscolari – spiega la responsabile del servizio Chiara Mastella, una di coloro che hanno portato la fiaccola – per aiutarli a gestire la quotidianità e migliorare la qualità della vita familiare". Diverse le staffette, con prevalenza di giovani come Lorenzo Salvaderi, 15 anni di Paullo (Milano), Cristian Agostini, 18 anni di Santarcangelo, Matteo Ceccarelli, 19 anni di Savignano. E ancora: Lijun Lin di Milano, di 21 anni, Mosè e Pisana Sacerdoti e Tommaso Salvaderi rispettivamente di 19, 14 e 16 anni, tutti studenti milanesi. Ma ci sono anche Pisana Talamini, pensionata di 90 anni di Verona, e Paolo Parmeggiani, 58 anni, dirigente d’azienda di Bologna, colui che ha acceso il braciere olimpico in piazza Saffi.
Sono tante le storie di chi ha voluto dare anima e gambe al simbolo dei Giochi. "Sono un ‘bi-tedoforo’ – così ama definirsi il forlivese Fabrizio Organi, 59 anni, responsabile commerciale di Unieuro –, visto
che avevo partecipato anche all’edizione di Torino 2006. Amo lo sport, pratico ciclismo e sci e per me è un orgoglio continuare a essere un ambasciatore dei Giochi olimpici. La fiamma è un simbolo importante di unità e fratellanza, che rilancia ideali e coinvolge in una dimensione internazionale persone di diversi Paesi".
Un altro forlivese è Federico Della Salandra, studente di 24 anni di informatica, "orgoglioso di essere stato scelto". Per Filippo Piccinini, 40 anni, ricercatore dell’Irst e dell’Università di Bologna, nativo di Forlimpopoli ma residente a Faenza, si tratta della "realizzazione di un sogno. Ho l’opportunità di portare i valori della ricerca nel palcoscenico sportivo più importante del mondo". La sua attività si concentra sulla microscopia e la coltura tridimensionale di cellule tumorali. "Dopo 32 anni in cui ho seguito lo sport per lavoro – spiega l’ex giornalista del Carlino Ravenna Luca Suprani – corono un sogno. Lo sport insegna a non arrendersi mai, a rispettare gli avversari e le regole e a dare sempre il massimo".

Fra meno di un mese, con una doppia cerimonia a Milano e Cortina si alza il sipario sulle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026: si tratta della terza olimpiade invernale in casa Italia, dopo i Giochi di Cortina del 1956 e a 20 anni esatti dai Giochi di Torino. La corsa verso il d-day del 6 febbraio con l’accensione dei due bracieri ufficiali si fa serrata. Nelle Olimpiadi di neve e ghiaccio n.25, le prime con due città (distanti 400 km) a dare il nome all’evento e anche le prime decisamente diffuse (oltre a Milano e alla località ampezzana, sono sedi olimpiche Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, Tesero e Verona protagonista anche se solo per la cerimonia di chiusura), crescono ance le attese. L’obiettivo dichiarato sono 19 medaglie. Ma a rendere la cartolina in bianco e nero sono i ritardi dei lavori e i nodi della logistica. Il piano dei Giochi prevede 98 opere per un investimento complessivo di 3.54 miliardi di euro, di cui solo il 13% dedicate alle Olimpiadi e l’87% alla legacy, soprattutto per interventi stradali o ferroviari (per ogni euro destinato alle opere indispensabili ai Giochi, se ne spendono 6,6 per quelle che restano in eredità ai territori coinvolti). Il report fornito da Libera insieme alle 20 associazioni promotrici della rete civica Open Olympics 2026 evidenzia che solo 42 opere hanno una fine lavori prevista prima dell’evento: “il 57% degli interventi sarà completato dopo i Giochi, con l’ultimo cantiere che si chiuderà nel 2033”. Intanto prosegue il Viaggio della Fiamma Olimpica. Per Coca-Cola (sponsor dei Giochi) il viaggio attraverso i suoi tedofori è anche un racconto collettivo che intende promuovere valori universali attraverso realtà simbolo dell’impegno civile e dell’impatto sociale nel Paese. Ogni tappa è un’occasione per testimoniare come lo Spirito Olimpico possa estendersi oltre lo sport, trasformandosi in un’occasione concreta per promuovere inclusione, solidarietà e coesione sociale. Qui raccontiamo le storie-simbolo di alcuni tedofori.
La sfida della disabilità: il gesto di Benedetta
Benedetta De Luca ha portato la fiamma olimpica lo scorso 21 dicembre a Salerno. Avvocatessa, content creator e disability advocacy, oltre che fondatrice del brand “Italian Inclusive Fashion”, nota per il suo impegno nell’inclusione delle persone con disabilità. Nata con una malattia rara: l’agenesia sacrale, ha trasformato le sue sfide personali in forza, promuovendo una cultura dell’inclusione e abbattendo stereotipi. «Essere scelta come tedofora ha per me ha avuto valore enorme, umano prima ancora simbolico. Mi sono sentita vista, accolta, scelta per quello che sono, senza limiti». Dal primo momento, spiega Benedetta, «ho percepito attenzione, rispetto, cura: non solo nell’organizzazione, ma nel modo in cui sono stata accompagnata in ogni attimo di questa giornata». Il messaggio che voglio trasmettere con la mia presenza? «Portare la Fiamma olimpica per me significa illuminare un sogno collettivo: quello di un mondo che include e non lascia indietro nessuno. Con questa esperienza vorrei dire che ogni persona ha diritto di sentirsi parte, di sentirsi possibile, di sentirsi orgogliosa di sé. Io l’ho fatto portando in alto e con orgoglio la fiamma, fiera di chi sono, e spero che quella luce abbia acceso per chi era in strada a sostenermi e anche negli altri il coraggio di credere nel proprio valore»
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Benedetta De Luca
Benedetta De Luca

I volontari della Croce Rossa: «Ogni giorno facciamo lo stesso percorso, ma per aiutare gli altri»



Lo scorso 3 gennaio Croce Rossa Italiana è stata protagonista con un collective slot che ha visto coinvolti 20 volontari del Comitato di Carsoli, in provincia dell’Aquila. «Essere un tedoforo è un’emozione indescrivibile - racconta la volontaria di Croce Rossa Italiana Giorgia Camerlengo, portavoce del Croce Rossa Collective Comitato di Carsoli - È proprio in questo percorso che sento ardere quella stessa fiamma. Ogni giorno, in ogni azione. Non per i riflettori, ma per illuminare il cammino di chi è in difficoltà, per riscaldare un cuore solitario o per portare speranza in momenti bui». Il messaggio che vogliamo trasmettere? Essere portatori di luce, sia essa quella eterna dello sport o quella silenziosa e vitale dell’aiuto umanitario, è un onore e un privilegio. «Oggi porto con me non solo una fiamma simbolica, ma lo spirito di migliaia di volontari della Croce Rossa che, ogni giorno, sono al fianco del prossimo per accendere una nuova luce. Orgogliosa di rappresentare questi due mondi che corrono verso lo stesso: l’umanità». Il legame che unisce Coca-Cola al Comitato di Carsoli della Croce Rossa Italiana fu consolidato durante l’emergenza Covid-19, impegno che valse il conferimento a Coca-Cola HBC Italia della Medaglia di Benemerenza “Il Tempo della Gentilezza”, proprio da parte della Croce Rossa Italiana e su proposta del Comitato CRI di Carsoli.
I volontari della Croce Rossa italiana
I volontari della Croce Rossa italiana

Sport e natura: Raffaella l'ambientalista

A portare la fiamma olimpica, lo scorso 22 dicembre a Castellamare di Stabia (nel Salernitano) è toccato a Raffaella Giugni, segretario generale della Fondazione Marevivo, nata come associazione nel 1985 da un’idea della madre, Rosalba Giugni. Dopo una carriera nell’imprenditoria, ha scelto di dedicarsi completamente alla missione ambientalista di Marevivo, che da 40 anni lavora quotidianamente per tutelare l’ecosistema marino attraverso campagne di sensibilizzazione e progetti di educazione alla sostenibilità. Tra le iniziative più recenti, Marevivo ha lanciato “MedCoral Guardians”, il primo progetto di restauro dei coralli del Mediterraneo. «Essere scelta da Coca-Cola come tedofora è per me un grande onore e una responsabilità. La Fiamma Olimpica rappresenta valori universali in cui credo profondamente: impegno, rispetto, solidarietà e pace. Portarla significa dare visibilità a un messaggio che unisce sport e società, ma anche ricordare quanto sia importante custodire il patrimonio naturale che rende possibile lo sport. In qualità di Segretario Generale di Marevivo, sento questo ruolo anche come un riconoscimento all’impegno quotidiano per la difesa del mare e dell’ambiente, temi che oggi non possono più essere separati dal futuro dello sport». Con la Fiamma Raffaella vorrebbe «trasmettere l’idea che sport e natura siano alleati e non mondi separati. Lo sport ci insegna il rispetto delle regole, dei limiti e degli altri: gli stessi principi che dovremmo applicare al nostro rapporto con l’ambiente. In un contesto come Milano-Cortina che unisce città e montagna, tradizione e futuro, il messaggio è chiaro: possiamo vivere grandi eventi e grandi emozioni solo se impariamo a prenderci cura degli ecosistemi che ci ospitano. La Fiamma Olimpica è un simbolo di energia e speranza: sta a noi fare in modo che questa energia sia anche sostenibile e orientata alle nuove generazioni».
Raffaella Giugni
Raffaella Giugni

Con Massimo corre la legalità



Massimo Vallati è stato tedoforo lo scorso 7 dicembre a Roma. Fondatore di Calciosociale, progetto nato nel 2005 a Corviale per trasformare il calcio in uno strumento di inclusione, legalità e coesione sociale, Massimo è ex calciatore e attivista, ha creato il Campo dei Miracoli, un centro polisportivo dove le regole premiano solidarietà e rispetto, oltre ai gol. L’iniziativa coinvolge persone di ogni età e abilità, promuovendo empatia e cittadinanza attiva. Vallati è impegnato nella rigenerazione urbana e nella lotta alla criminalità, nonostante intimidazioni e minacce che hanno rafforzato la sua determinazione. Oggi Calciosociale è un modello replicato in altre regioni italiane e all’estero, riconosciuto come esempio innovativo di sport al servizio della comunità. La sua storia ispira a credere nel potere dello sport di generare cambiamento e nel coraggio di chi non si arrende di fronte alle difficoltà, proprio come lo spirito olimpico insegna. «Essere tedoforo è il riconoscimento di un percorso fatto di persone, sogni e impegno quotidiano - spiega - In quel momento non ero solo: correvo per una comunità che cresce insieme, per chi ogni giorno trasforma il campo in un luogo di accoglienza, rispetto e speranza. La recente inaugurazione della Curva dei Miracoli, la prima curva antimafia d’Italia, nasce proprio da questo spirito: un simbolo di etica, positività e gioia, pensato per rendere il nostro centro ancora più vivo e per dimostrare che lo sport può essere un potente strumento di cambiamento».Massimo Vallati
Massimo Vallati

Marco e il gesto semplice del Banco alimentare



Marco Lucchini, co-fondatore e segretario generale della Fondazione Banco Alimentare - organizzazione che coordina una rete diffusa in tutta Italia per il recupero delle eccedenze alimentari e la loro redistribuzione a chi ne ha più bisogno- correrà con la fiamma olimpica in Lombardia i primi giorni di febbraio. Sotto la sua guida, Banco Alimentare ha promosso campagne nazionali come la Colletta Alimentare ed è stato protagonista nell’introduzione di normative fondamentali, come la Legge del Buon Samaritano, che hanno reso possibile il recupero di milioni di pasti ogni anno. La sua storia dimostra che anche attraverso la gestione di un bene semplice come il cibo si possono costruire reti di comunità, restituire dignità e generare speranza. «Portare la Fiamma Olimpica significa dare visibilità a una rete fatta di volontari, imprese e istituzioni che ogni giorno lavora per trasformare lo spreco in risorsa e per non lasciare indietro nessuno - spiega Lucchini - È un momento profondamente simbolico, che celebra il valore della solidarietà come forza capace di unire e generare cambiamento. La Fiamma Olimpica, aggiunge «rappresenta un messaggio universale di speranza, responsabilità e comunità. Attraverso questa esperienza vorrei ricordare che anche i gesti più semplici - come prendersi cura del cibo e condividerlo - possono diventare strumenti potenti di giustizia sociale. Il mio augurio è che questa Fiamma accenda una maggiore consapevolezza sul valore del cibo, che non coincide con il suo prezzo, ma con il suo scopo che è nutrire ogni persona. Recuperarlo e poi condividerlo, offre l’opportunità di accogliere e avere cura del prossimo riconoscendone la dignità e l’impegno di tutti coloro che hanno partecipato a questa catena di solidarietà. Tutto ciò genera legami positivi e costruttivi tra chi produce, chi dona e chi riceve, perché il bene si trasforma e genera altro bene. È nello spirito olimpico che credo profondamente: fare squadra e affrontare le difficoltà come opportunità di originare il bene comune, con e per tutti».
Marco Lucchini
Marco Lucchini

Alessandro da San Patrignano, per tutti i ragazzi che lottano contro le dipendenze



E tra i tedofori delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026, il 5 gennaio, c'è stato anche Alessandro Carraro, un ragazzo che ha concluso il suo percorso nella comunità di San Patrignano e ha rappresentato gli oltre 800 ospiti presenti nella struttura correndo con la fiaccola olimpica uno dei tratti finali della tappa Ancona-Rimini. «È un onore e un orgoglio ricoprire questo ruolo a nome delle tante ragazze e ragazzi che si impegnano ogni giorno per riprendere in mano le loro vite in comunità – ha raccontato –. Correre con la fiaccola per me ha un significato davvero profondo, perché simbolo di rinascita che mi permette di guardarmi indietro e di vedere la tanta strada percorsa e dove sto andando». Alessandro, entrato a San Patrignano per ritrovarsi dopo una vita segnata da dipendenze e emarginazione, si è fermato in comunità per dare una mano agli altri: «So quanto è stato importante avere al mio fianco persone che avevano vissuto le mie stesse difficoltà e per questo ho voluto donarmi a mia volta. Ho corso non solo per chi è in comunità, ma anche per i tanti ragazzi che hanno problemi di dipendenza e che ancora non hanno trovato la forza di chiedere aiuto».
Alessandro Carraro
Alessandro Carraro


Olimipiadi invernali 2026

   come ho raccontato le olimpiadi e le paraolimpiadi del 2024 anche quest'anno proverò a raccontare le storie delle olimpiadi invernali che A partire dalla XVII edizione più precisamente dal 1994 i Giochi olimpici invernali sono sfalsati di due anni rispetto ai Giochi olimpici estivi.
Quest'anno I XXV Giochi Olimpici Invernali si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La cerimonia di apertura avrà luogo allo stadio di San Siro a Milano, mentre la cerimonia di chiusura si svolgerà a Cortina d'Ampezzo.Le gare si svolgeranno in diverse città, tra cui Milano, Cortina d'Ampezzo, Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, e Tesero. Questa edizione segna una novità, poiché è la prima volta che due città ospitano i Giochi invernali insieme.Saranno disputate 16 discipline olimpiche e 6 discipline paralimpiche, con oltre 3.500 atleti


provenienti da più di 90 nazioni. Tra le discipline olimpiche ci saranno sci alpino, biathlon, snowboard, hockey su ghiaccio, e per la prima volta, lo sci alpinismo.Questa edizione delle Olimpiadi Invernali non solo celebra lo sport, ma promuove anche valori di inclusione, sostenibilità e benessere, riflettendo la cultura italiana contemporanea. Sarà un evento memorabile che unirà diverse regioni e città del nord Italia in un'unica celebrazione.Essi si terranno dal 6 al 22 febbraio 2026. La cerimonia di apertura avrà luogo allo stadio di San Siro a Milano, mentre la cerimonia di chiusura si svolgerà a Cortina d'Ampezzo.Località: Le gare si svolgeranno in diverse città, tra cui Milano, Cortina d'Ampezzo, Rho, Assago, Bormio, Livigno, Predazzo, Rasun-Anterselva, e Tesero. Questa edizione segna una novità, poiché è la prima volta che due città ospitano i Giochi invernali insieme.Saranno disputate 16 discipline olimpiche e 6 discipline paralimpiche, con oltre 3.500 atleti provenienti da più di 90 nazioni. Tra le discipline olimpiche ci saranno sci alpino, biathlon, snowboard, hockey su ghiaccio, e per la prima volta, lo sci alpinismoQuesta edizione delle Olimpiadi Invernali non solo celebra lo sport, ma promuove anche valori di inclusione, sostenibilità e benessere, riflettendo la cultura italiana contemporanea. Sarà un evento memorabile che unirà diverse regioni e città del nord Italia in un'unica celebrazione.

6.1.26

La fatica di essere gentili di © L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort

diamo il benvenuto alla nuova utente proprietaria del bellissimo spazio facebook L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort in cui le « Parole lente per chi sente più di quanto dica. Uno spazio quieto dove fermarsi, respiraree riconoscersi in pensieri semplici e veri.Qui il tempo rallenta, e qualcosa resta.» Non so che altrodire una parola è poco e due sono troppe .





La fatica di essere gentili

La gentilezza non fa rumore. Non arriva prima, non si impone, non vince. Spesso passa inosservata. La si confonde con la debolezza, con il lasciar perdere, con il non rispondere. E invece, quasi sempre, è una scelta faticosa. Essere gentili oggi richiede tempo. Richiede rallentare quando tutto spinge ad accelerare. Richiede ascoltare quando sarebbe più facile chiudere. Richiede trattenere una parola che ferisce, anche quando sarebbe legittimo dirla. La gentilezza non è istinto. È disciplina interiore. Nasce quando si decide di non scaricare sull’altro il peso di una giornata storta, di una frustrazione antica, di una rabbia che non c’entra nulla con chi abbiamo davanti. In un mondo che premia la reazione immediata, la gentilezza è un atto controcorrente. Non perché sia morale, ma perché è scomoda. Chiede presenza. Chiede responsabilità. Chiede di restare umani quando sarebbe più semplice diventare duri. Forse per questo è così rara. E così necessaria. Perché la gentilezza non risolve tutto, ma spesso è l’unica cosa che impedisce alle ferite di moltiplicarsi. E non ha bisogno di essere applaudita. Basta che continui a esistere, anche quando costa.
L’Eco del Silenzio
 





5.1.26

Vergognatevi che siete tutti/e genitori perfetti e giudicate quelli ai quali sono morti dei figli, 40 ragazzi, in un locale in Svizzera.

Prima di giudicare i parenti delle vittime dall'alto del.vostro essere perfetti, guardatevi queste immagini
che mostrano il dolore di una sorella che ha perso un fratello di appena sedici anni e di una nonna che ha perso un nipote. Ed auguratevi di non trovarvi MAI al loro posto. Video di TGR Emilia Romagna. Leggo della gogna mediatica alla quale sono sottoposti i genitori dei ragazzi deceduti o dispersi nella strage di Capodanno in Svizzera. Post e commenti che vengano principalmente da genitori evidentemente perfetti. Con figli perfetti. Che non sbagliano mai. Che comandano perfettamente i loro figli che alle 22 tornano a casa, non bevono, non fumano. Sono perfetti come loro e quindi condannano i genitori dei ragazzi morti ed i ragazzi stessi. Ma come ca××o vi permettete? Che razza di umanità avete? Siete convinti che i vostri figli, i nostri figli non possano morire comunque per una disgrazia pur non bevendo alcoolici o rientrando alle 22? Si, possono morire anche alle 17 uscendo di casa. O alle 10 soffocati a scuola mangiando un panino. Vi credete perfetti, esenti da una disgrazia, quando nessun genitore lo è. Neanche io. Ma a differenza vostra mi ricordo bene di quando a 16 anni andavo a ballare di nascosto sino alle sei del mattino. Bevevo alcoolici e fumavo. Chi non lo ha fatto? << Da madre ora do il permesso ai miei figli di uscire, ma cosa ne sappiamo come si comportano realmente quando non li vediamo? Quei ragazzi sono morti non perché avevano bevuto alcoolici o perché la notte di Capodanno hanno fatto tardi in un locale, ma perché lo stesso aveva problemi di sicurezza ed è bastata una scintilla per farlo andare a fuoco. E se in un primo momento quei poveri ragazzi sono rimasti a guardare il fuoco è perché neanche loro sapevano esattamente cosa stesse accadendo.Sono morti 40 ragazzi giovanissimi. Dai 13/14 anni in su e voi vi permettete di dirgli che hanno sbagliato loro ad avere voglia di divertirsi o i genitori che li hanno mandati? >> ( maria vittoria dettoto cronache della sardegna ) Qui gli unici,  come  dice  sempre  cronache  della  saregna    con il video  che  riporto  sotto  ( ma  se  per  problemi   di  incorporazione  non l oveste  vedere  se   lo   fa  vedere  lo trovatre  qui ) , che si devono vergognare siete VOI. Vi auguro che non vi accada mai una disgrazia del genere e di dovervi pure sentire criticati da migliaia di imbecilli che neanche sanno cosa vuol dire avere un figlio morto. Mi dissocio in toto dai vostri vergognosi commenti 
 che  riporto     giusto per    dovere  di cronaca
 
    
  

con questo è tiutto alla prossima

notte della befana da account facebook L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort

 

La notte della Befana

La Befana arriva quando è notte piena,
con la scopa consumata
e l’aria di chi ha visto passare gli anni.
Scende piano, senza fare rumore,
come chi conosce le case
e non vuole svegliare nessuno.
Non guarda solo chi è stato buono,
né fa davvero conti.
Lascia qualcosa a tutti:
un dono, una burla,
a volte solo un segno
per dire “sono passata”.
Sotto il cappello sgualcito
non c’è una strega cattiva,
ma una donna antica,
che riconosce la fatica
e non chiede spiegazioni.
Porta carbone a chi deve fermarsi a capire,
dolci a chi sa ancora aspettare,
e a chi non chiede più nulla
lascia una presenza discreta.
La notte dell’Epifania
non chiede desideri perfetti.
Basta lasciare uno spazio aperto,
una finestra,
un pensiero meno duro del solito.
E al mattino
resta quello che c’è.
Una calza da svuotare,
una cucina in silenzio,
il giorno che ricomincia
senza effetti speciali.
La Befana questo fa:
passa,
lascia tracce,
e se ne va.

La scelta di Virginia Jacquemod: «A 17 anni sono partita per il Ghana. Oggi vivo in barca e salvo il mare dalle plastiche»






  da la nuova sardegna 4\1\2026  

Navigare da sola lungo le coste del Mediterraneo, spesso fuori stagione, fermandosi porto dopo porto per incontrare pescatori, cooperative e istituzioni. È questa la scelta radicale di Virginia Jacquemod, 26 anni, torinese, che ha trasformato la navigazione solitaria in uno strumento di tutela ambientale. Vive a bordo di Phileas, una barca a vela di dieci metri in alluminio diventata laboratorio galleggiante, e dedica la sua vita a un obiettivo preciso: impedire che le reti da pesca a fine vita finiscano in mare, dove
continuano a pescare e a disperdersi in microplastiche.
Dopo un’esperienza decisiva in Ghana a soli 17 anni e una formazione in Antropologia sociale e sviluppo a Londra, Virginia ha scelto di lasciare la terraferma e una traiettoria convenzionale. Oggi è project leader di Vox Maris, progetto della BioDesign Foundation già attivo in Veneto e in Sicilia.
Ora è approdata in Sardegna: da marzo partirà il nuovo tour di sensibilizzazione che punta a coinvolgere l’intera regione e a dimostrare che il modello può diventare europeo.

Virginia, partiamo dall’inizio: come nasce la sua vita in barca e l’incontro con Phileas?



«La mia storia su Phileas inizia nella primavera-estate del 2024. Conoscevo questa barca da più di un anno, era ferma in cantiere a Fiumicino. A un certo punto è stato chiaro che avremmo dovuto continuare a esistere insieme. L’ho acquistata con l’aiuto fondamentale di mia madre, che è la prima sostenitrice di tutti i miei sogni. Dopo un lungo periodo di lavori siamo partite. Poi è arrivata la chiamata dalla Sicilia, per prendere in mano un importante progetto di tutela ambientale, e ho girato la prua a sud. Ho navigato tutta l’isola, comprese le isole minori, e ora Phileas ed io siamo arrivate finalmente anche in Sardegna».


Facciamo un passo indietro: il Ghana è stato uno spartiacque nella sua vita. Perché?


«Il Ghana mi ha aperto gli occhi su un problema che in realtà esiste ovunque. Ad Accra l’inquinamento era così evidente, così invasivo, che non potevi ignorarlo. Il mare raccoglie tutto quello che viene lasciato a terra: sacchi, plastiche, rifiuti. Lì ho capito che ci siamo abituati a vivere nello sporco, come se la nostra casa finisse alla porta di casa. Invece la nostra casa è anche fuori, è il pianeta. Quando te ne rendi conto, non puoi più far finta di niente: devi agire».


Quando ha capito che il mare poteva diventare il suo strumento di cambiamento?

«Il mare è lo strumento che mi permette di tenere insieme due parti fondamentali di me: l’impegno sociale e qualità della vita. La barca non è solo un mezzo, è uno stile di vita che mi consente di generare impatto senza rinunciare al mio equilibrio. Durante il Covid ho fatto la traversata atlantica e lì ho capito che questa dimensione mi apparteneva. Il mare è anche molto comunicativo: insegna, mette alla prova, obbliga all’ascolto».


L’incontro con la BioDesign Foundation è stato decisivo. Cosa vi unisce?

«Mi sono ritrovata completamente nella filosofia della fondazione, ispirata al pensiero del designer Luigi Colani. L’idea è che le soluzioni ai problemi esistano già in natura: bisogna saperle osservare. BioDesign lavora per risolvere i problemi all’origine, non per “ripulire la superficie”. Il progetto al quale lavoro - Vox Maris - nasce proprio così: come soluzione strutturale e definitiva al problema delle reti da pesca a fine vita».

Perché rappresentano un’emergenza ambientale così grave?


«Le reti sono rifiuti speciali, costosi da smaltire e difficili da riciclare. Spesso vengono abbandonate o disperse in mare. Una volta sui fondali continuano a pescare - il cosiddetto ghost fishing - distruggono gli ecosistemi e col tempo si disgregano in microplastiche. Quelle microplastiche entrano nella catena alimentare. Le mangiamo, le beviamo, le respiriamo. Recuperare una rete dal fondale costa enormemente più che prevenirne l’abbandono.

Vox Maris nasce proprio per questo: prevenire è molto meglio che curare». In cosa consiste concretamente Vox Maris?



«Creiamo un’infrastruttura che permetta ai pescatori di conferire le reti a fine vita direttamente in porto, differenziandole per materiale, proprio come facciamo con i rifiuti domestici. Così diventano riciclabili. Il progetto è partito da Chioggia, dove dal 2021 sono state raccolte circa mille tonnellate di reti. In Sicilia abbiamo applicato per la prima volta il modello su scala regionale. Ora la Sardegna è la sfida più ambiziosa».

Cosa rende la Sardegna un passaggio chiave?


«Qui vogliamo dimostrare che il progetto può essere implementato anche dall’alto, con il supporto diretto della Regione. Il “modello Sardegna” potrà diventare un modello nazionale ed europeo e presenteremo un progetto al Ministero dell’Ambiente e alla Comunità Europea per renderlo strutturale a livello internazionale. Il varo è previsto in marzo da Olbia. Io comunque continuerò a fare porto per porto: il valore aggiunto è il contatto diretto con i pescatori, la formazione sul campo, la relazione di fiducia».


Quanto conta il suo vivere in barca in questo dialogo con i pescatori?


«Conta moltissimo. Arrivare in giacca e cravatta non funziona. Arrivare navigando, ormeggiarsi accanto alle loro barche, dare una mano, crea empatia. Non ti vedono come un’intrusa ma come una collaboratrice. Phileas è stata fondamentale in questo».

Che messaggio vuole lanciare alle istituzioni e ai giovani che vogliono vivere di mare?

«Alle istituzioni dico che la chiave è la rete: integrare il lavoro dal basso con il supporto dall’alto. Solo così si risolvono davvero i problemi. Ai giovani dico: provate. Buttatevi. Il mare va rispettato, ma è un maestro incredibile. Vale la pena provarci».

E tra dieci anni, dove si vede?
«Non lo so, e va bene così. So solo che continuerò a ideare, creare e generare impatto. Forse su una barca più grande, forse ancora per il mare. Ma sempre seguendo una rotta che abbia senso».

Incuriosito    ho cercato altre  fonti    è ho      trovato  questi   due   articoli      il primo     di      https://innovamarina.com/en/blog/  che  riropongo  in entrambe   le  lingue  


Virginia-Jacquemod-

“I choose and embrace non-conventionality” VJ

Self-sufficient and self-determined, 25-year-old Virginia Jacquemod is currently sailing a tour of the fishing ports of Italy, where amongst other initiatives, she plans to help set up municipal recycling collection services for end-of-life plastic fishing nets.

Virginia Jacquemod's strong sense of circularity was shaped by her father's emphasis on responsible resource use at home and her subsequent travels abroad. She spent a year in Ghana on a school exchange and remembers feeling alarmed by the lack of waste management and level of plastic pollution. Bathing in the sea, she recalls the disturbing sensation of plastic wrapping around her legs, an experience that sowed the first seeds towards combatting marine debris.




Upon her return to Italy, she took over a 9m sailing boat based in Venice, charging rent to cover costs. Progressive short trips from the marina enabled her to gradually build up expertise, before accompanying a tenant friend of hers on a month-long voyage to Southern Italy. Her first offshore voyage had a profound impact and ignited a desire for an Atlantic crossing. In the Cape Verdes she was first thwarted by a last-minute change of plans and then fortunate to join a small crew onboard a 32’ boat sailing to Brazil. A Caribbean season was next, working as a deckhand, crewing on racing boats Southern Italy

Back in Europe and drawn to the buzz of then Volvo Ocean Race scene in Alicante, Virginia found herself chatting to Roberto Guerini, founder of the BioDesign Foundation. A shared road-trip back to Italy cemented a solid working relationship and expansive plans that saw the foundation take on 10 employees over subsequent months.

The BioDesign Foundation & VOX MARIS

The BioDesign Foundation is a non-profit organisation based in St. Gallen, Switzerland, with national associations in Germany, Italy, Spain and recently also US, Pensacola, Florida. It manages the intellectual and material inheritance of Luigi Colani, a renowned designer and shape scientist, and creator of over 6000 inventions, prototypes, and visions. Renowned for his organic designs and aerodynamic vision, Luigi Colani pioneered BioDesign, a philosophy comprising 90% inspiration from nature and 10% Colani’s transformation, advocating for harmony between humanity, technology, and nature. The BioDesign Foundation aims to repurpose Colani's work to promote research and implement holistic solutions for the protection of biodiversity and the natural environment.

The Foundation believes that by through collaborative action we can transform environmental challenges into solutions. Entitled VOX MARIS (“voice of the sea”), a set of three projects is focussed on minimising the negative impacts on ocean health; including tackling the issue of how to manage end-of-life fishing gear, tonnes of which, primarily plastic, is lost or discarded in the oceans annually, posing a significant threat to marine life and ecosystems. This “ghost gear” continues to trap and kill marine animals, damage habitats, and harming the fishing industry and coastal economies.

Ghost Fishing Gear

Composed of long-lasting synthetic materials, lost fishing gear fragments into microplastics, entering the food chain and contaminating the environment. This pervasive issue demands urgent action to prevent further damage and mitigate the existing impact.

According to the WWF: “It’s estimated that ghost gear makes up at least 10% of marine litter. This roughly translates to between 500,000 and 1 million tons of fishing gear abandoned in the ocean each year.” WWF states that “preventing fishing gear loss is the top priority” including the need to design policies and regulations designed to prevent gear loss, and “establish adequate and innovative end-of-life fishing gear disposal and recycling options”.

VOX MARIS aims to mitigate this problem by establishing a robust infrastructure for the collection and responsible disposal of end-of-life fishing gear. A successful pilot project in Chioggia, preventing the disposal of over 810,000 kg of fishing gear, demonstrates the potential to significantly reduce marine pollution by scaling this model across the 272 Italian fishing harbours and beyond.

Phileas

Perceiving the need to take the VOX MARIS project to national level, Virginia sought investment to purchase an aluminium 10m sailing boat with which, under the banner of the BioDesign Foundation and the “Phileas” initiative, will travel to the fishing harbours around Italy’s 7500km of coastline aiming to establish collection infrastructure for end-of-life fishing gear in every facility.  A comprehensive, circular economy perspective includes conducting workshops and training on ethical fishing practices, whilst also promoting waste-to-resource processes for the recycled nets.

Being a solo sailor has helped earn her the trust of local fishing communities, aiding the project's progress. Virginia finds they see her as a fellow seafarer, sharing their daily experience. This authenticity fosters easy communication, encouraging the exchange of stories and identification of pressing challenges. Her journey, therefore, offers a compelling platform to explore the complex and evolving landscape of fishing culture, its diverse trajectories, and the contrasting lived experiences of its practitioners.

Thrilled to undertake the mission - and with no shortage of friends and family who want to get in some “boat therapy” and help out on board, she has an exciting future ahead.






Virginia-Jacquemod-

"Scelgo e abbraccio la non convenzionalità" VJ

Autosufficiente e autodeterminata, Virginia Jacquemod, 25 anni, sta attualmente navigando in un tour nei porti di pesca italiani, dove, tra le altre iniziative, intende contribuire a istituire servizi municipali di raccolta del riciclo per le reti da pesca in plastica in fine vita.

Il forte senso della circolarità di Virginia Jacquemod fu plasmato dall'enfasi del padre sull'uso responsabile delle risorse in patria e dai suoi successivi viaggi all'estero. Ha trascorso un anno in Ghana per uno scambio scolastico e ricorda di essersi sentita allarmata dalla mancanza di gestione dei rifiuti e dal livello di inquinamento da plastica. Bagnandosi nel mare, ricorda la sensazione inquietante della plastica che le si stringeva intorno alle gambe, un'esperienza che seminò i primi semi per combattere i detriti marini.

Al suo ritorno in Italia, prese il controllo di una barca a vela di 9 metri con base a Venezia, applicando un affitto per coprire i costi. Brevi viaggi progressivi dal porto turistico le permisero di acquisire gradualmente competenze, prima di accompagnare un suo amico inquilino in un viaggio di un mese verso il sud Italia. Il suo primo viaggio offshore ebbe un impatto profondo e accese il desiderio di una traversata atlantica. Nel Capo Verde fu prima ostacolata da un cambio di piano dell'ultimo minuto e poi fortunata a unirsi a un piccolo equipaggio a bordo di una barca da 32 piedi diretta in Brasile. Seguì una stagione caraibica, lavorando come navetta e equipaggiando barche da regata nel sud Italia

Tornata in Europa e attratta dal fermento della scena della Volvo Ocean Race ad Alicante, Virginia si è ritrovata a chiacchierare con Roberto Guerini, fondatore della BioDesign Foundation. Un viaggio condiviso di ritorno in Italia ha consolidato un solido rapporto di lavoro e piani ampi che hanno visto la fondazione assumere 10 dipendenti nei mesi successivi.

La BioDesign Foundation & VOX MARIS

La BioDesign Foundation è un'organizzazione no-profit con sede a St. Gallen, in Svizzera, con associazioni nazionali in Germania, Italia, Spagna e recentemente anche negli Stati Uniti, a Pensacola, Florida. Gestisce l'eredità intellettuale e materiale di Luigi Colani, rinomato designer e scienziato delle modelle, creatore di oltre 6000 invenzioni, prototipi e visioni. Rinomato per i suoi design organici e la visione aerodinamica, Luigi Colani ha aperto il via BioDesign, una filosofia che comprende il 90% ispirazione dalla natura e il 10% la trasformazione di Colani, che promuove l'armonia tra umanità, tecnologia e natura. La BioDesign Foundation mira a riutilizzare il lavoro di Colani per promuovere la ricerca e implementare soluzioni olistiche per la protezione della biodiversità e dell'ambiente naturale.

La Fondazione crede che, attraverso l'azione collaborativa, possiamo trasformare le sfide ambientali in soluzioni. Intitolato VOX MARIS ("voce del mare"), una serie di tre progetti si concentra sulla minimizzazione degli impatti negativi sulla salute degli oceani; Incluso l'affrontare la questione di come gestire le attrezzature da pesca in fine vita, tonnellate delle quali, principalmente plastiche, vengono perse o abbandonate negli oceani ogni anno, rappresentando una minaccia significativa per la vita marina e gli ecosistemi. Questo "ghost gear" continua a catturare e uccidere animali marini, danneggiare gli habitat e danneggiare l'industria della pesca e le economie costiere.

Attrezzatura da pesca fantasma

Composta da materiali sintetici di lunga durata, frammenti di attrezzi da pesca persi in microplastiche, che entrano nella catena alimentare e contaminano l'ambiente. Questo problema diffuso richiede un'azione urgente per prevenire ulteriori danni e mitigare l'impatto esistente.

Secondo il WWF: "Si stima che l'equipaggiamento fantasma costituisca almeno il 10% dei rifiuti marini. Questo si traduce approssimativamente in tra 500.000 e 1 milione di tonnellate di attrezzature da pesca abbandonate in mare ogni anno." WWF afferma che "prevenire la perdita di attrezzi da pesca è la massima priorità", inclusa la necessità di progettare politiche e regolamenti volti a prevenire la perdita di attrezzature, e di "stabilire opzioni adeguate e innovative per lo smaltimento e il riciclo degli attrezzi da pesca a fine vita".

VOX MARIS mira a mitigare questo problema stabilendo un'infrastruttura solida per la raccolta e lo smaltimento responsabile degli attrezzi da pesca in fine vita. Un progetto pilota di successo a Chioggia, che ha impedito lo smaltimento di oltre 810.000 kg di attrezzature da pesca, dimostra il potenziale di ridurre significativamente l'inquinamento marino scalando questo modello sui 272 porti pescherecci italiani e oltre.

Phileas

Ritenendo la necessità di portare il progetto VOX MARIS a livello nazionale, la Virginia ha cercato investimenti per acquistare una barca a vela in alluminio da 10 m con la quale, sotto la bandiera della BioDesign Foundation e dell'iniziativa "Phileas", si recherà nei porti pescherecci lungo i 7500 km di costa italiana, con l'obiettivo di stabilire infrastrutture di raccolta per attrezzature da pesca in fine vita in ogni struttura. Una prospettiva completa e di economia circolare include la conduzione di workshop e corsi di formazione sulle pratiche etiche della pesca, promuovendo al contempo i processi di trasformazione dei rifiuti nelle reti riciclate.

Essere un marinaio solitario le ha permesso di guadagnarsi la fiducia delle comunità di pescatori locali, favorendo il progresso del progetto. Virginia scopre che la vedono come una compagna marinaia, condividendo la loro esperienza quotidiana. Questa autenticità favorisce una comunicazione facile, favorendo lo scambio di storie e l'identificazione delle sfide più urgenti. Il suo percorso, quindi, offre una piattaforma coinvolgente per esplorare il complesso e in evoluzione del panorama della cultura della pesca, le sue diverse traiettorie e le contrastanti esperienze vissute dei suoi praticanti.

Entusiasta di intraprendere la missione - e con non mancano amici e familiari che vogliono partecipare a una "terapia in barca" e aiutare a bordo, ha un futuro entusiasmante davanti a sé.








l'ultimo   da   a https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/
1 ottobre 2025
di Chiara Sandrucci

La storia (incredibile ma vera) di Virginia Jacquemod, da Torino all’Atlantico: la ragazza che trasforma le reti da pesca in un progetto per l’Europa



Studiava al liceo classico quando ha accettato di partire nove mesi per il Ghana, destinazione insolita per il quarto anno all’estero. Una scelta al buio, per puro caso, di un progetto pilota tra i programmi di mobilità scolastica proposti dall’associazione Intercultura. La torinese Virginia Jacquemod, 26 anni, oggi vive in barca a vela e si occupa di progetti per preservare la biodiversità, come lo smaltimento delle reti da pesca contro l’inquinamento da micro plastiche, con la fondazione svizzera BioDesign Foundation. Ma la consapevolezza del problema ha iniziato a formarsi dieci anni fa, in quei giorni africani in cui andava a nuotare nell’oceano Atlantico.
I sacchi neri in acqua
«Molte volte mi è capitato di uscire dall’acqua spaventata, con il fiatone e l’ansia per queste buste immense, sacchi neri, plastiche di diversa natura che si attaccavano alle gambe e mi intrappolavano», racconta Virginia, che ricorda anche quei «fiumi di plastica quando c’erano le piogge, in gran parte formati dalle “sachets”, le bustine di acqua da mezzo litro che tutti buttano in strada». Oltre a imparare un «inglese ghanese» molto particolare, ha maturato la consapevolezza che l’inquinamento, così eclatante e visibile in Ghana, non fosse accettabile da nessuna parte nel mondo. Ne ha conservato il ricordo «così come l’intenzione di voler risolvere il problema».
Il ritorno a Torino
Quando poi è rientrata a Torino ha frequentato il quinto anno del liceo dopo aver dato gli esami di recupero previsti in caso di anno all’estero (nella pagella ghanese una delle materie era «lavoro con il cuoio») ed è ripartita per la triennale di Antropologia sociale e studio dello sviluppo alla Soas (School of Oriental and African Studies) dell’Università di Londra. «Dall’anno all’estero si torna scombussolati, io ero un’altra persona, prova ne sia che ballavo anche in una maniera diversa rispetto a quando ero partita e ho cavalcato quell’onda», testimonia Virginia che a suo modo incarna i valori di Intercultura, oggi presente in 60 paesi con l’idea di trasformare l’anno all’estero «non tanto in un’occasione di apprendimento linguistico, quanto soprattutto in un’opportunità di crescita personale e costruzione di ponti tra mondi diversi».
L'associazione Intercultura
In queste settimane sono in partenza 50 studenti da Torino per le destinazioni più varie, dagli Stati Uniti alla Cina, mentre il 10 novembre si chiudono le iscrizioni per partire il prossimo anno. Giovedì scorso al Sermig di Torino, 200 persone hanno partecipato all’aperitivo e al concerto a cura dell’ensemble «Chitarre della pace» per festeggiare i 70 anni dell’associazione di volontariato che ha portato finora circa 2 mila studenti torinesi all’estero, 55 mila italiani. Negli ultimi 30 anni, due terzi di loro sono potuti partire grazie alle borse di studio parziali o totali messe a disposizione da enti e aziende partner. Ma lo scambio culturale presuppone di uscire dalla zona di confort, non è sempre facile e non lo è stato nemmeno per Virginia. «Compilando il fascicolo, avevo indicato Paesi caldi fuori dall’Europa, la mia prima scelta era il Sudafrica. Un giorno mi chiamano chiedendomi se fossi interessata a fare un anno in Ghana, avevo tempo fino alla mattina dopo alle 10 per rispondere. Mia mamma era contraria, pensava che l’Africa comportasse un rischio elevato, tanto che ho accettato dichiarando che mi stavo assumendo tutte le responsabilità».
«Mezza ghanese»
Nei primi tre mesi ha fatto tanta fatica, con relativo «choc culturale» e allucinazioni dovute al farmaco anti malaria. Eppure non voleva tornare a casa e si è convinta che avrebbe comunque potuto stare bene. A quel punto era già «mezza ghanese», si è spostata in un’altra famiglia a Dansoman ed è rimasta fino alla fine. Un percorso di vita iniziato da quel primo viaggio nel mondo e proseguito per mare. «All’Università ho trovato alcune delle risposte ai paradossi che avevo osservato in Ghana, inquinamento compreso, ma cercavo anche soluzioni concrete».
La traversata atlantica
Quando è arrivato il Covid ha deciso di tagliare i ponti ed è partita per una traversata dell’Atlantico in barca a vela, andata fino ai Caraibi e ritorno. Una sorta di anno sabbatico che l’ha portata alla decisione di vivere sulla piccola barca di famiglia, di base a Venezia, lavorando per il porto. Di nuovo il caso l’ha chiamata ad Alicante, in Spagna, in occasione della partenza di una importante regata. Ed è lì che ha incontrato la BioDesign Foundation, una fondazione che si occupa di «soluzioni concrete ai problemi ecologici globali» ispirata al lavoro del visionario designer Luigi Colani. Da un anno vive e lavora su «Phileas», una barca acquistata e sistemata per sé («con il sostegno di mia madre che, malgrado mi avesse sconsigliato l’Africa, crede nei miei sogni ed è la mia prima promoter») da dove si occupa del progetto «Vox Maris – Zero reti in mare» per impedire la dispersione delle reti da pesca in mare. Una vita itinerante. Lo scorso novembre è partita da Marina di Carrara ed è arrivata in Sicilia nel nuovo anno, navigando da sola lungo tutta la costa tirrenica fuori stagione. Ogni porto dell’isola ha ospitato la barca per la presentazione del progetto e ad ottobre si effettuerà la prima raccolta di tutte le reti durante il fermo della pesca.
Il progetto sulle reti
«Ora la barca è già in Sardegna per portare lo stesso progetto anche lì: come Fondazione creiamo i centri di raccolta e la relativa filiera perché le reti vengano smaltite. Essendo formate da 4 plastiche diverse, bisogna insegnare ai pescatori e agli enti coinvolti a separare i materiali usando un sensore perché possano essere riciclati dalle poche aziende specializzate che hanno gli impianti per gestire e triturare questi rifiuti speciali». Le reti sono costose da conferire in discarica (dai 300 a 700 euro a tonnellata, a carico del pescatore) e così vengono spesso immagazzinate in depositi vari o «disperse» in mare. «Noi abbiamo sollevato il problema e trovato una soluzione, ora il progetto pilota in Sicilia verrà implementato su scala regionale in Sardegna. Quando sarà terminato anche qui, realizzeremo un documentario da presentare ai ministeri e all’Unione europea perché il sistema venga adottato su scala sistemica». Poi però Virginia passerà ad altro. Sta già pensando di allevare coccinelle, da usare al posto dei pesticidi contro i parassiti.

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Non  sono  diabetico ne  pratico per   motivi  di  salite e  fisici   sport  agonistici  ed  intensi  come  il suo ,  capisco   e reputo  tale  cosa  ingiusta, la   vicenda   di   Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico [ foto  a  destra  ] che  non  può  gareggiare   alle olimpiadi   e   a i modiali   acesso   roiservato   esclussivamente  o  quasi  agli atleti  appartenti  agli ordini  militari   ,  avendo io  il  favismo  : (...) è una condizione genetica che colpisce principalmente i globuli rossi, causata da una carenza di un enzima chiamato G6PD ( glucosio-6-fosfato deidrogenasi ). Questo enzima è fondamentale per proteggere i globuli rossi dal danno ossidativo, e quando manca o è difettoso, i globuli rossi diventano vulnerabili. Di solito, una crisi emolitica (cioè la distruzione dei globuli rossi) si verifica quando una persona con favismo entra in contatto con determinati trigger, come le fave, alcuni farmaci [  tra  cui  l'asprina  ]  o infezioni.Dal punto di vista genetico, il favismo è legato al cromosoma X, il che significa che tende a colpire maggiormente gli uomini, che possiedono un solo cromosoma X. Le donne, avendo due cromosomi X, sono solitamente portatrici sane, anche se in rari casi possono manifestare i sintomi.
( ... ) da https://istitutosalute.com/ : « Favismo: Cos’è, Cause e Cosa non Mangiare » Ora non sono  un medico  ne  tanto  meno  un  specialista  su tali argomenti   ma  posso dire  che   la  sua e   la  mia   posono essere  usate    come  discriminazione  . Infatti   io  non ho potuto   fare  il militare  e quindi  volendo la  carriera  militare   .  Ed  è  proprio   di questo che   tratta la   storia d'oggi 
 
da  https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/  4   gennaio  2026 

Non può ancora vivere di sport per una legge scritta durante il fascismo, che esclude le persone con diabete dai gruppi sportivi militari. Una norma mai aggiornata che, di fatto, impedisce anche ad atlete di livello internazionale di avere le stesse opportunità economiche dei colleghi. È uno dei paradossi con cui convive Anna Arnaudo, 25 anni, mezzofondista della nazionale italiana di atletica leggera, specialista delle lunghe distanze, due record di categoria all’attivo (10 mila metri e mezza maratona) e una carriera sportiva costruita a forza di chilometri e risultati.Arnaudo è anche una delle circa 150 inserite nel programma dual career del Politecnico. Nata a Cuneo nel 2000, tesserata per il CUS Torino, corre fino a 170 chilometri a settimana e, allo stesso tempo, fa ricerca: laureata con lode in Ingegneria informatica, oggi è dottoranda in Intelligenza artificiale applicata all’Ingegneria del software. Nel suo palmarès vanta piazzamenti internazionali di rilievo: undicesima agli Europei di corsa in montagna 2018, decima agli Europei dei 3000 metri su pista e nona ai Mondiali di corsa in montagna 2019. Nel 2021 ha vinto quattro titoli italiani e conquistato l’argento europeo nei 10 mila metri.

Anna, partiamo dall’inizio. Come nasce la corsa?
«Ho iniziato quasi per caso nel 2015. Frequentavo un istituto tecnico e avevo bisogno di una via di fuga. Non avevo grandi ambizioni, poi ho capito che correre era il mio mondo».

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Anna Arnaudo, 25 anni, in gara e il giorno della laurea


E lo studio non è mai stato messo da parte.
«No, ho sempre continuato. Mi sono laureata nei tempi, con lode, e ora sto facendo il dottorato».

È stato difficile mettere insieme tutto?
«Il primo semestre me lo ricordo come impegnativo, poi con il Covid ho potuto sfruttare le lezioni registrate e sono entrata nel programma dual career. È stato fondamentale».

Quando è stato d'aiuto?
«In due momenti chiave. Dovevo sostenere l’ultimo esame della triennale ma ero in Algeria per una gara: ho scritto al professore e ho potuto spostare l’appello. Lo stesso è successo prima della laurea magistrale, avevo gli Europei e una consegna importante. Non ho mai abusato delle facilitazioni, ho sempre cercato equilibrio. Sono molto organizzata, cerco di non perdere tempo e di essere essenziale».

Sport e studio si aiutano a vicenda?
«Sì. La pausa dallo studio è l’allenamento e viceversa. Dopo aver corso, il cervello è più libero per studiare. Dopo la soddisfazione di un esame passato corro meglio».

Ci sono stati momenti complicati?
«Tanti. Non è facile. A volte lo sport è stato penalizzato dallo studio e alcune gare sono andate male perché ero stanca. Ma ho imparato a non mollare: fallire fa parte del percorso, nelle gare come all’università».

Oggi potrebbe vivere di atletica?
«Nella mia situazione è complicato. Ho il diabete mellito di tipo 1 e una legge del 1932 esclude le persone diabetiche dai gruppi sportivi militari. Io non posso entrarci e quindi avere uno stipendio come gli altri. È una discriminazione che stiamo cercando di superare, siamo stati anche in Senato».

Che tipo di sostegno economico ha allora?
«Le trasferte con la nazionale sono coperte, c’è il supporto della Federazione e del CUS Torino e della Federazione delle Società Diabetologiche che sostiene gli atleti diabetici».

Viaggia molto: come studia in giro per il mondo?
«Mi porto sempre i libri. Ho imparato a studiare ovunque: in Patagonia, ai raduni a Tirrenia, d’estate a Sestriere».

Come la vedono i colleghi?
«Con molta stima. Avevo paura di essere etichettata come “quella che fa anche altro”. Invece il mio impegno è apprezzato».

E il futuro? Ricerca o atletica?
«Non saprei scegliere. Ora direi entrambe le cose, ho sempre avuto il piacere di farle insieme. Voglio continuare il dottorato, provare una carriera accademica e andare avanti con gli allenamenti per la maratona».