Era il giorno di Natale del 1943, durante la Seconda guerra mondiale. Nella cattedrale dello Spirito Santo di Istanbul, il delegato apostolico Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, denunciò l’antisemitismo nazista nella sua omelia, presente l’ambasciatore del Terzo Reich in Turchia, Franz von Papen. Disse Roncalli: “A Betlemme cominciano a sparire le distinzioni: se ci sono preferenze sono per i piccoli, per i poveri, per i reietti: la democrazia in azione, non secondo le rabbiose pretenzioni dei figli del secolo, ma secondo il buono spirito nuovo che tutti accoglie in una sola famiglia, senza distinzioni di razza, di lingua, di interessi. Le piccole braccia di Gesù Bambino egualmente aperte verso i pastori ed i Magi sono le stesse che dalla croce gridano a tutti il rispetto della vera eguaglianza o fraternità universale”. Questo episodio della biografia di Roncalli apre un capitolo del saggio di Antonio Musarra, che insegna Storia medievale alla Sapienza di Roma: I Magi e la Stella. Viaggio a Betlemme (il Mulino, 327 pagine, 30 euro). Lo storico spiega poi che, nell’antica prassi della Chiesa, i pastori della Natività designavano gli ebrei e i Magi, appunto, rappresentavano popoli diversi, senza alcuna discriminazione. Oggi la festa dell’epifania evoca l’arrivo dei Re Magi alla Grotta di Betlemme e nella tradizione cristiana i Magi sono tre: i primi re pagani, se non astrologi o o maghi, che portarono in dono al Bambino appena nato oro, incenso e mirra. La tradizione indica anche i loro nomi: Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. Compaiono in un solo racconto evangelico, quello di Matteo, e la loro esistenza rimane un rebus storico. In ogni caso la narrazione sui Magi si è arricchita nei secoli di vari significati allegorici: “simbolo delle tre ‘razze primigenie’ della terra” (dai tre figli di Noè); simbolo “dei tre continenti, dei tre stati del mondo (i sacerdoti, i guerrieri, i produttori)), dei momenti dell’esistenza umana (la giovinezza, la maturità, la vecchiaia)” e altro ancora.DAL VANGELO di Matteo: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: ‘Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo’”. Il libro di Musarra è uno splendido reportage da Betlemme, accuratissimo non solo dal punto di vista storico, laddove si prova davvero la sensazione di “trovarsi al centro del mondo”. E ancora: “Al di là delle improbabili rappresentazioni presepiali di casa nostra, ciò che ci si aspetta di trovare corrisponde a ciò che si trova: un luogo mistico, carico di secoli”.La palestinese Betlemme città di David e poi della nascita di Gesù: oggi ha ventimila abitanti e assomiglia a una città del Sud degli anni cinquanta. Ci sono meno di dieci chilometri tra la Porta di Giaffa della Città Vecchia di Gerusalemme e la Basilica della Natività di Betlemme. E ogni metro racchiude secoli di storia e religione: il reportage di Musarra emoziona e fa viaggiare chi lo legge.
-Roberta Bruzzone
“Ci sono immagini che fanno più paura dell’incendio stesso. Sono quelle in cui qualcuno riprende mentre tutto sta per esplodere. E ogni volta che le vediamo ci chiediamo: “Ma perché non scappa?” “Perché resta lì?” La risposta non è comoda. E non è rassicurante.Perché in quei secondi il cervello non ragiona come crediamo. Quando scoppia un incendio improvviso, l’istinto di sopravvivenza non sempre parte subito. A volte il cervello si difende negando: “Non è grave”.A volte si blocca.A volte si dissocia.A volte cerca un’illusione di controllo.E il telefono diventa quella illusione.Riprendere non è sempre esibizionismo.Spesso è freezing, paralisi emotiva mascherata da azione.È il tentativo disperato di dire: “Sto
facendo qualcosa”, mentre in realtà non sto scappando.Lo schermo crea una distanza.Trasforma il pericolo in contenuto.La paura in video.La realtà in qualcosa che sembra irreale.E poi c’è il gruppo.Se nessuno corre, il cervello pensa che non sia ancora il momento.Se nessuno urla, il pericolo viene minimizzato.È così che nascono le tragedie silenziose, non dal panico, ma dalla sua assenza iniziale.C’è anche un altro aspetto, scomodo da dire:viviamo in un mondo in cui esserci può arrivare a contare più che salvarsi.In cui documentare vale più che reagire.In cui il riflesso di registrare è più rapido del riflesso di fuggire.Ma il fuoco non aspetta.Il fumo non avvisa.E gli incendi non crescono in modo graduale ma esplodono.Quei secondi persi a riprendere non sono leggerezza.Sono errori cognitivi, automatismi, distorsioni percettive.Sono il cervello che fallisce sotto stress.Ecco perché non basta dire “scappate”.Bisogna insegnare a riconoscere subito il pericolo,a non fidarsi della calma apparente,a capire che quando qualcosa brucia non è mai il momento di filmare.Perché il problema non è il telefono.Il problema è aver disimparato ad ascoltare l’allarme interno.E quando l’allarme non suona,la tragedia entra in silenzio.Ci tengo ad aggiungere una precisazione fondamentale, perché in queste ore mi state facendo in molti la stessa domanda. Questa riflessione non sposta di un millimetro le responsabilità.E lo dico con chiarezza assoluta: nulla, e ripeto nulla, può superare o attenuare la responsabilità del locale.Non basta avere delle autorizzazioni formali.Non basta “essere in regola sulla carta”.La sicurezza non è un timbro, è prevenzione reale, gestione del rischio, controllo costante, scelte responsabili.Qui non siamo davanti a un singolo errore.Siamo davanti a una catena di responsabilità che va ricostruita in modo rigoroso, puntuale e senza fare sconti a nessuno:a chi gestisce,a chi controlla,a chi autorizza,a chi ha il dovere di garantire che un luogo affollato non diventi una trappola.Il mio intervento serve a rispondere a una domanda di area psicologica (perché alcune persone non scappano subito) che oggi mi hanno rivolto in molti…ma non deve mai diventare un alibi strutturale per chi aveva il compito di prevenire l’emergenza.Le vittime non sbagliano.I ragazzi non “se la cercano”.Quando un luogo non è sicuro, la responsabilità non è di chi resta intrappolato, ma di chi doveva impedire che quell’incendio potesse anche solo iniziare.Mi sembrava doveroso dirlo.Con forza.Senza ambiguità.”
In queste ore sto leggendo, soprattutto sui social, commenti che non sono solo sbagliati: sono vigliacchi. “Hanno filmato invece di scappare” è uno dei tanti. Poi ce ne sono altri ancora più aberranti, rivolti a ragazzini morti o gravemente feriti. Ma diciamolo chiaramente: no, la colpa non è dei ragazzi. Non lo è oggi e non lo sarà mai.
Parliamo di ragazzi che, nei primi istanti, non hanno avuto una percezione immediata e reale del pericolo: un incendio che nei primi momenti poteva sembrare “localizzato” e, in quei secondi, il cervello non registra subito che sta per succedere qualcosa di grave: l’inferno.
Sì: davanti a un incendio la cosa giusta è scappare. Sempre. Ma non è detto che chiunque percepisca in un secondo cosa sta accadendo.
Le domande sono altre.
Non è “perché ci hanno messo 2, 5, 10, 20, 30 secondi a capire realmente cosa stava per succedere”. La domanda è: perché qualcuno ha deciso che quel posto era “a norma”.
La domanda non è perché filmavano.
La domanda è perché quel locale ha preso fuoco.
La domanda è perché non si è spento subito.
La domanda è perché non c’erano adulti pronti a intervenire, personale formato, procedure immediate.
La domanda è perché un luogo pieno di ragazzi si è trasformato in una trappola.
Ma no. Per i leoni da tastiera è più comodo dire “se la sono cercata”.
È più comodo trasformare una tragedia in una lezione morale per i giovani, così da assolvere altri adulti.
Io questa cosa non la accetto. Non riesco proprio a tollerarla.
Non accetto che, per coprire responsabilità enormi, si scelga di mettere alla gogna dei ragazzi.
Non accetto che qualcuno usi quei video per trasformare vittime in colpevoli.
Non accetto che ingenui comportamenti da sedicenni diventino materia da tribunale social: da adulti che giudicano dall’alto di non si sa quale “sapere” ragazzi che hanno dovuto vivere e vedere cose che neanche un adulto dovrebbe vedere mai. Ragazzi che hanno perso la vita o che sono in ospedale, gravemente feriti.
Un posto del genere non doveva prendere fuoco. Punto.
E se prende fuoco, qualcuno ha fallito.
E non sono di certo i ragazzi.
Vergogna a chi li condanna.
Vergogna a chi sposta la colpa sulle vittime.
Vergogna a chi, da adulto, sceglie la strada più facile: prendersela con chi non può difendersi.
Io sto dalla parte di quei ragazzi.
Senza se. Senza ma.
Quindi secondo la Borgonzoni è normale rimanere a filmare il fuoco continuando a ballare,cantare e saltare? la verità sta nel mezzo,ossia negligenza da ambo le parti: un locale praticamente illegale nonostante i controlli e ragazzi che,invece di seguire la sopravvivenza,hanno l'istinto di filmare e fotografare col cellulare quello chge succede.
riflettendo su questa frase trovata nel profilo di questo account facebook "Find a good place and get lost..." ( da cui ho rierlaborato la foto con la IA) che sembra anzi è avuto da quasi 30 anni ( du cui 22 proprio in oggi di blog ) un motto da viandante etico : scegliete , come sto facendo io , un luogo che vi somiglia e poi lasciatevi andare, smarriamoci per ritrovare qualcosa che non sapevamo di cercare
Letta nel contesto della pagina Facebook che ho aperto ma anche no , diventa quasi un autoritratto in forma di aforisma. Una dichiarazione di stile: minimalista, aperta, un po’ nomade. Perfetta per un eventuale rubrica sulle “ micro‑poetiche dell’identità digitale ” ovvero il tag filosofando Proprio come la poesia L'infinito di Leopardi di cui i versi finali sono citati nell'apertura del post .
Ci sono giorni in cui il mondo chiede direzioni, e giorni in cui è più saggio smarrirle. Trovi un luogo che ti respira addosso, lasci cadere le mappe, e ti accorgi che il passo incerto è l’unico che dice la verità.
Perdersi non è fuga: è un modo obliquo di tornare a sé.Perdersi è un atto che sovverte la logica dell’efficienza e dell’orientamento permanente.In un mondo che pretende traiettorie lineari, il “perdersi” ed affrontare le linee curve perchè a volte la retta via è per chi ha fretta* diventa un gesto etico perché:
sospende il dominio: rinuncia al controllo, alla pretesa di possedere lo spazio e di dominarne il senso.
riapre la percezione: costringe a vedere ciò che la routine invisibilizza, a rallentare, a riconoscere l’alterità del luogo e degli altri.
interrompe la narrazione dominante: quella che vuole l’individuo sempre performante, sempre localizzabile, sempre “in direzione”.
restituisce vulnerabilità: e la vulnerabilità, quando accolta, è una forma di responsabilità verso sé e verso il mondo.
Perdersi, dunque, non è sempre un errore: è un atto di resistenza contro la tirannia della direzione obbligata*. Un piccolo sabotaggio etico che riapre possibilità.Trova un posto che ti spiazza. E poi sparisci ( ovviamente in senso psicologico non in senso fisico , non vorei che qualcuno\a si suicidasse è poi mi inagassero per induzione al suicidio )
Non per fuggire, ma per sottrarti all’addomesticamento delle strade dritte. Chi non si perde mai, non vede nulla.Scegli un luogo che ti chiama piano, come una nota rimasta sospesa. Lascia che ti smonti le certezze, che ti sciolga le direzioni. Perditi. È lì, nel tremore del passo incauto, che nasce la parte più viva di te.Concludo con questa poesi.a tratta da Giuliana DemurtasIerialle07:25
Ieri sera no sapendo che fare sono andato a vedere , nono stante ne abbia sentito parlare male o come niente d'eccezionale l'ultimo film di Checco Zalone . Infatti rispetto ai precedenti posso confermare che rispetto ai precedenti è un film senza infamia e senza lode , senza sale , non è un film , anche se si avvicina da escapismo escatologico . Infatti : << [...]
Non è perfetto questo film, non è né un trattato di pedagogia, né Vangelo, tantomeno è destinato a entrare nei manuali di storia del cinema. Sta in una categoria differente: è cinema popolare (e anche qui l’aggettivo non è negativo), parla a molti (dispiace?), riempie le sale e suggerisce una riflessione su alcuni valori. È una nuova via della oltremodo celebrata commedia all’italiana: come è accaduto per quei film che ora consideriamo pilastri culturali del nostro comune sentire, anche al giudizio su quest’opera serve una giusta distanza temporale e meno schizzinosa superficialità, affinché se ne possa apprezzare il giusto valore. Molte delle critiche mosse al film di Zalone sembrano essere le stesse allora rivolte a registi definiti a suo tempo leziosi e disimpegnati ma oggi venerati come maestri.Le vette della settima arte stanno certamente altrove, ma passare 90 minuti piacevoli durante i giorni di riposo delle festività natalizie, maturando qualche buona riflessione e contribuendo alla sopravvivenza di presidi culturali fondamentali come sono le sale cinematografiche, non sono esperienze da buttare in questi tem >> ( dal settimanale famigliacristiana più precisamente qui ) . Infatti Se lo si paragona ai precedenti questo è per me è forse uno dei peggiori di Zalone che ho visto . Almeno negli altri si rideva , qui no e se si ride lo si fa per non piangere cioè non ride spontaneamente ma forzatamente . Infatti non biasimo questa recensione \ stroncatura
parziale in quanto la live integrale e per abbonati La replica integrale della diretta è in anteprima per gli abbonati di WesaChannel (con la chat salvata e senza pubblicità ) che può essere recuperarta qui https://youtube.com/live/OBfcWjQ7EWc .
Zalone come sempre ha dimostrato di saper catalizzare l’attenzione del pubblico come pochi altri titoli, trasformandosi in veri e propri fenomeni sociali e culturali, oltre che in successi economici senza precedenti. Nel luglio di quest’anno, era stato il medesimo a svelarne l’uscita durante la presentazione del listino Medusa a Ciné - Giornate di Cinema di Riccione, confermando così le indiscrezioni che circolavano già da tempo. Ma c’è un dettaglio che ha contribuito ad alzare ulteriormente l’attesa: la regia di Buen Camino è tornata nelle mani di Gennaro Nunziante, storico collaboratore che aveva diretto tutti i film precedenti del comico pugliese tranne Tolo Tolo, girato da Zalone stesso. Un ritorno che ha dunque segnato la ricomposizione di una coppia creativa capace di battere ogni record e che si è ritrovata, ancora una volta, a riportare milioni di spettatori al cinema proprio sotto l’albero di Natale. Ecco allora tre motivi per cui Buen Camino è secondo le recensioni favorevoli un film da non perdere.
1. La nuova tappa di un sodalizio che funziona
Il sodalizio tra Checco Zalone e Gennaro Nunziante prende avvio nel 2009 con Cado dalle nubi, film che inaugura una collaborazione destinata a cambiare per sempre la commedia italiana. Seguono Che bella giornata (2011), Sole a catinelle (2013) e Quo Vado? (2016), tutti capaci di stabilire un nuovo record al botteghino. L’unica eccezione è Tolo Tolo (2020), girato come detto dallo stesso Zalone, che pur dividendo critica e pubblico si è comunque confermato campione d’incassi. Ora con Buen Camino la coppia Zalone-Nunziante si è finalmente ricomposta, confermando un’intesa che, film dopo film, ha dimostrato di funzionare senza perdere efficacia.
Anche questa volta, infatti, Buen Camino mescola avventura e comicità, con i cliché italiani calati in un contesto internazionale e con quella vena tragicomica che da sempre caratterizza i titoli di Checco Zalone. Nei suoi film, dopotutto, convivono tre livelli diversi di comicità - dal linguaggio deformato alla maschera riconoscibile del personaggio fino all’equivoco della situazione - disposti come in un vero e proprio spartito, con i tempi e i silenzi di una partitura musicale. È questa precisione artigianale, che Nunziante e Zalone curano fin nei minimi dettagli, a trasformare ogni battuta in un colpo sicuro e ogni film in un appuntamento irrinunciabile per il pubblico italiano.
2. La redenzione proposta da (tutti) i film
Il filo rosso che attraversa tutti i film è il personaggio di Checco Zalone (dal dialetto barese "Che cozzalone"), maschera di Luca Medici: sempre uguale a sé stesso, ma ogni volta immerso in contesti diversi, dall’aspirante cantante all’addetto alla sicurezza, dal padre disilluso all’impiegato aggrappato al posto fisso. Ed è qui che si colloca la vera unicità del suo cinema: Zalone non è la parodia dell’uomo medio, come spesso si sente dire. Innanzitutto perché non fa satira: quest’ultima, per sua natura, osserva dall’alto e giudica, smascherando i difetti ma senza mai condividerli. Allo stesso tempo non appartiene alla tradizione dei cinepanettoni, dove i vizi italiani non solo venivano esibiti, ma addirittura consacrati senza alcuna possibilità di redenzione.Franco Origlia//Getty Images
Checco sceglie un’altra strada. Si pone al di sotto dello spettatore, finge di non capire, di non sapere, di essere sempre più "inconsapevole" di chi guarda. È questa inferiorità ostentata che libera la risata, perché ci fa sentire - almeno per un attimo - superiori. Ma non basta. Nei suoi film c’è sempre un movimento finale che porta a una forma di riscatto, una piccola redenzione che scioglie gli errori messi in scena fino a quel momento. Così Zalone diventa piuttosto una sorta di esorcista dell’uomo medio: mostra i vizi degli italiani, li esaspera e ci fa ridere di essi, ma infine li neutralizza. È questo meccanismo, né satirico né puramente commerciale, a rendere irripetibile il suo modello di comicità.
3. Il rapporto padre-figlia al centro della storia
Non per ultimo, Buen Camino merita di essere visto anche per la trama e, in particolare, per il rapporto padre-figlia che mette in scena. Un elemento che, pur inserito all’interno di meccanismi comici spesso leggeri e spesso esasperati, riesce comunque a generare immedesimazione, andando oltre il mero registro della farsa. Anche la sceneggiatura, dopotutto, porta la doppia firma di Zalone e Nunziante e rimette al centro il personaggio-maschera di Checco, qui nei panni di un ricco e viziato erede di un impero di divani, abituato a ottenere tutto senza sforzo, privo di qualsiasi reale motivazione e così pieno di sé (e di ogni bene inimmaginabile) da risultare, in fondo, profondamene vuoto. Separato dalla moglie Linda (Martina Colombari) e concentrato solo su sé stesso, la sua vita viene improvvisamente sconvolta dalla misteriosa scomparsa della figlia adolescente Cristal (Letizia Arnò), evento che lo costringe ad abbandonare la sua esistenza dorata per mettersi sulle sue tracce. Tuttavia, presto scoprirà che la figlia è partita per il Cammino di Santiago, un pellegrinaggio che, da semplice sfondo narrativo, si trasforma in un pretesto simbolico per un viaggio interiore fatto di fatica, imprevisti, incontri, malintesi e, soprattutto, per un tentativo sincero di riparare quel vuoto esistenziale che lo contraddistingue e che, inevitabilmente, lo separa dalla figlia
Ha ragione Gabriele Niola su https://www.wired.it/article/buen-camino-film-checco-zalone-recensione/« Buen Camino è il film che sancisce la normalizzazione di Checco Zalone Da comico che prendeva in giro la massa e i mostri della porta accanto è diventato un comico che prende in giro le elite, le persone lontane e distanti, e si è piegato alla logica dei film pigri e fatti male dei comici televisivi » Tutto sommato non era male nonostante tutte le criticità elencate sopra in particolare nel video citato . Si riesce a prendere in giuro se stesso ed a scherzare su se stesso : il divorzio , la malattia , il suo egocentrismo , il rapporto con sua figlia , la sua megalomania. Insomma una trasformazione , un cambiamento rispetto ai precedenti . Far ridere è un mestiere difficile è anche ai grandi capita di fare film mediocri . Nessuno è perfetto ed il finale del film lo dimostra . Conoscendo la verve e la creatività di Zalone il prossimo andrà meglio .
Concludo consigliandolo ai Checco Zalone dipendenti o se non sapete come per passare il tempo e stare in compagnia ., insomma in mancanza di meglio . Lo sconsiglio a chi cerca la risata semplice ed istantanea .
Lo so che manca quasi un mese ai mie 50 anni . Ma non riesco a smettere di pensarci e fare iconto alla rovescia . Se prima ero , come potete notare dal post originale che avevo scritto prima di vedere queto video che descive alla perfezione la mia generazione la quale Non si preoccupava il body shaming, la presa in giro, il militare. Affrontavamo tutto a testa alta, senza paura: le guardie, le prese in giro dei professori. Se ti fermavano controsenso invece della multa il poliziotto ti dava uno scappellotto. Altro che airbag, esp, aria condizionata. Erano altri tempi ma che tempi.
Alla fine sono arrivati, i miei temuti 50 anni. Temuti perché è sempre tempo di bilanci, tirare le somme ( come fa , proprio come un mio incubo fatto di recente , il protagonistas di questo second video ) , insomma ci si guada indietro. Sono nato tra l'inverno è la primavera o meglio Il 28 febbraio era chiamato “VI Kalendas Martias” (cioè sesto giorno prima delle Calende di marzo, contando inclusivamente, come facevano i latini ).
ho conosciuto i computer a cassette, i primi cellulari , i magianastri , i cd , i flopdisch , le passeggiate al corso, gli appuntamenti dati sotto i portici e le chiamate con i gettoni e poi a scheda dalle cabine telefoniche a casa degli amici o a casa .FGli ultimi sprazzi della vita contadina degli stazzi . Quando ero piccolo vedevo mio padre come uno che non stava al passo sulla musica, che mi diceva si negli anni miei facevamo questo e quello, mi ero ripromesso di non cadere in questa trappola nostalgica e malinconica, ma eccomi qua, nostalgico e malinconico, che ascolto musica dei miei genitori e spesso sprofondo in radio tipo "dimensione suono soft"... Arrivati a questo punto non escludo che tra qualche anno mi venga il desiderio di fare l'orto o cose così. Vi potrei dire che ho vissuto anni bellissimi in periodi bellissimi, ma non è proprio così, ho vissuto anni tostissimi, alla ricerca di me stesso, con l'ansia di non sentirmi mai realizzato, da non goermi neppure l'estate perchè er semrpre rimandato a settembre , cercando qualcosa che mi facesse stare meglio, o che potesse placare la mia insoddisfazione. Ricerco una crescita personale, questa è stata la mia costante negli ultimi 10 anni( e ancora lo sarà perchè la vita è sempre in continua discussione , forse a tentoni, forse in modo sbagliato ma cerco sempre di crescere e migliorarmi, forse è l'unica realtà che posso affermare con serenità. Per questo motivo ho lasciato indietro persone alle quali ho voluto veramente bene, non scrivo mai e non ho più neanche l'interesse di essere letto, compreso o compatito, scrivo per me e per chiarirmi su chi sono e da dove arrivo. In questo percorso dove ho conosciuto tante gente, sappiate che vi porto tutti nel cuore anche chi per un errore o per altro, mi ha ferito; siete riusciti a rendermi più forte ogni volta di più, e per questo a modo mio vi sono grato ♥️ in ogni caso vi falia un rajiu, ma vi sono grato. Beh andiamo avanti e vediamo di rendere questi 50 memorabili, per scrivere un post migliore per i 60. Grazie.
Se c'è qualche speranza, e c'è, in questo mondo, si deve a loro. Una speranza che non cancella il dolore, né lo spiega; e tuttavia resta speranza, anzi, certezza, perché quel dolore lo attraversa, lo fa proprio, e in quel momento lo supera. Gl'impedisce, cioè, di avere l'ultima parola. Gianni, Paolo e altri di cui ancora non conosciamo i nomi, che forse non conosceremo mai; ma sappiamo esistere; Gianni e Paolo, che li rappresentano tutti, sono lì, un giovanissimo e un uomo adulto, per qualche ora, forse per qualche giorno, poi li dimenticheremo. E invece dovremmo sempre tenerli a mente. Hanno salvato quanti più ragazzi potevano dal rogo di Capodanno a #cransmontana. Hanno visto, hanno agito. In nome della vita: non più della loro, né di quella altrui: la vita è vita, senza aggettivi, senza possesso. Gianni, Paolo e, prima ancora, #aymaneeddafali, #paolofoglia, #lorenzopianazza; ma anche #ahmedelahmed e #mohammedmassat, il poliziotto musulmano che la stessa notte di Cras-Montana, ma molto più lontano, ad #aleppo, ha fermato un terrorista dell'#Isis che voleva colpire i #cristiani, rimanendo ucciso. Situazioni diverse? Semmai, diversamente eguali; d'una eguaglianza che completa, e ogni volta sorprende, perché dietro ha una storia irripetibile e concreta. Gianni, Paolo, Aymane, Paolo, Lorenzo, Ahmed, Mohammed e gli altri: senza trascurare la solerzia della #protezionecivile e gli aiuti provenienti dall'estero (#israele ha messo a disposizione un team di specialisti) dovremmo ripeterli continuamente, questi nomi, come un salmo. Senza spiegarli, ché qualsiasi chiosa li impoverirebbe. #chiaracostanzo non ce l'ha fatta. Aveva sedici anni, era italiana, milanese. Le amiche la ricordano come una ragazza gioiosa, che studiava danza classica. Noi la conosciamo adesso, nelle immagini dei media dove appare meravigliosamente bella, ed è lei, ora, l'icona di quell'entusiasmo innocente che il fuoco ha spento. L'altro volto che assieme alla speranza non dobbiamo dimenticare. E preghiamo per #achillebarosi, milanese anch'egli, disperso. Portava al collo una Madonnina.