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4.1.26

polemiche di Roberta Bruzzone e Lucia Borgonzoni su CransMontana - LeConstellation

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-Roberta Bruzzone “Ci sono immagini che fanno più paura dell’incendio stesso. Sono quelle in cui qualcuno riprende mentre tutto sta per esplodere. E ogni volta che le vediamo ci chiediamo: “Ma perché non scappa?” “Perché resta lì?” La risposta non è comoda. E non è rassicurante.Perché in quei secondi il cervello non ragiona come crediamo. Quando scoppia un incendio improvviso, l’istinto di sopravvivenza non sempre parte subito. A volte il cervello si difende negando: “Non è grave”.A volte si blocca.A volte si dissocia.A volte cerca un’illusione di controllo.E il telefono diventa quella illusione.Riprendere non è sempre esibizionismo.Spesso è freezing, paralisi emotiva mascherata da azione.È il tentativo disperato di dire: “Sto


facendo qualcosa”, mentre in realtà non sto scappando.
Lo schermo crea una distanza.Trasforma il pericolo in contenuto.La paura in video.La realtà in qualcosa che sembra irreale.E poi c’è il gruppo.Se nessuno corre, il cervello pensa che non sia ancora il momento.Se nessuno urla, il pericolo viene minimizzato.È così che nascono le tragedie silenziose, non dal panico, ma dalla sua assenza iniziale.C’è anche un altro aspetto, scomodo da dire:viviamo in un mondo in cui esserci può arrivare a contare più che salvarsi.In cui documentare vale più che reagire.In cui il riflesso di registrare è più rapido del riflesso di fuggire.Ma il fuoco non aspetta.Il fumo non avvisa.E gli incendi non crescono in modo graduale ma esplodono.Quei secondi persi a riprendere non sono leggerezza.Sono errori cognitivi, automatismi, distorsioni percettive.Sono il cervello che fallisce sotto stress.Ecco perché non basta dire “scappate”.Bisogna insegnare a riconoscere subito il pericolo,a non fidarsi della calma apparente,a capire che quando qualcosa brucia non è mai il momento di filmare.Perché il problema non è il telefono.Il problema è aver disimparato ad ascoltare l’allarme interno.E quando l’allarme non suona,la tragedia entra in silenzio.Ci tengo ad aggiungere una precisazione fondamentale, perché in queste ore mi state facendo in molti la stessa domanda. Questa riflessione non sposta di un millimetro le responsabilità.E lo dico con chiarezza assoluta: nulla, e ripeto nulla, può superare o attenuare la responsabilità del locale.Non basta avere delle autorizzazioni formali.Non basta “essere in regola sulla carta”.La sicurezza non è un timbro, è prevenzione reale, gestione del rischio, controllo costante, scelte responsabili.Qui non siamo davanti a un singolo errore.Siamo davanti a una catena di responsabilità che va ricostruita in modo rigoroso, puntuale e senza fare sconti a nessuno:a chi gestisce,a chi controlla,a chi autorizza,a chi ha il dovere di garantire che un luogo affollato non diventi una trappola.Il mio intervento serve a rispondere a una domanda di area psicologica (perché alcune persone non scappano subito) che oggi mi hanno rivolto in molti…ma non deve mai diventare un alibi strutturale per chi aveva il compito di prevenire l’emergenza.Le vittime non sbagliano.I ragazzi non “se la cercano”.Quando un luogo non è sicuro, la responsabilità non è di chi resta intrappolato, ma di chi doveva impedire che quell’incendio potesse anche solo iniziare.Mi sembrava doveroso dirlo.Con forza.Senza ambiguità.”

In queste ore sto leggendo, soprattutto sui social, commenti che non sono solo sbagliati: sono vigliacchi. “Hanno filmato invece di scappare” è uno dei tanti. Poi ce ne sono altri ancora più aberranti, rivolti a ragazzini morti o gravemente feriti. Ma diciamolo chiaramente: no, la colpa non è dei ragazzi. Non lo è oggi e non lo sarà mai.
Parliamo di ragazzi che, nei primi istanti, non hanno avuto una percezione immediata e reale del pericolo: un incendio che nei primi momenti poteva sembrare “localizzato” e, in quei secondi, il cervello non registra subito che sta per succedere qualcosa di grave: l’inferno.
Sì: davanti a un incendio la cosa giusta è scappare. Sempre. Ma non è detto che chiunque percepisca in un secondo cosa sta accadendo.
Le domande sono altre.
Non è “perché ci hanno messo 2, 5, 10, 20, 30 secondi a capire realmente cosa stava per succedere”. La domanda è: perché qualcuno ha deciso che quel posto era “a norma”.
La domanda non è perché filmavano.
La domanda è perché quel locale ha preso fuoco.
La domanda è perché non si è spento subito.
La domanda è perché non c’erano adulti pronti a intervenire, personale formato, procedure immediate.
La domanda è perché un luogo pieno di ragazzi si è trasformato in una trappola.
Ma no. Per i leoni da tastiera è più comodo dire “se la sono cercata”.
È più comodo trasformare una tragedia in una lezione morale per i giovani, così da assolvere altri adulti.
Io questa cosa non la accetto. Non riesco proprio a tollerarla.
Non accetto che, per coprire responsabilità enormi, si scelga di mettere alla gogna dei ragazzi.
Non accetto che qualcuno usi quei video per trasformare vittime in colpevoli.
Non accetto che ingenui comportamenti da sedicenni diventino materia da tribunale social: da adulti che giudicano dall’alto di non si sa quale “sapere” ragazzi che hanno dovuto vivere e vedere cose che neanche un adulto dovrebbe vedere mai. Ragazzi che hanno perso la vita o che sono in ospedale, gravemente feriti.
Un posto del genere non doveva prendere fuoco. Punto.
E se prende fuoco, qualcuno ha fallito.
E non sono di certo i ragazzi.
Vergogna a chi li condanna.
Vergogna a chi sposta la colpa sulle vittime.
Vergogna a chi, da adulto, sceglie la strada più facile: prendersela con chi non può difendersi.
Io sto dalla parte di quei ragazzi.
Senza se. Senza ma.
 Quindi secondo la Borgonzoni è normale rimanere a filmare il fuoco continuando a ballare,cantare e saltare? la verità sta nel mezzo,ossia negligenza da ambo le parti: un locale praticamente illegale  nonostante  i controlli   e ragazzi che,invece di seguire la sopravvivenza,hanno l'istinto di filmare e  fotografare  col cellulare quello   chge  succede.

18.10.25

C’è un filo sottile che lega l’orrore di due femminicidi, quello di Cinzia Pinna e di Pamela Genini.




Lo so che   ogni  volta  che  avviene un femminicidio    o  assassinio di  una doinna   dovrei    stare  in silenzio  , ma  davanti a  casi  come  questi   è pressochè impossibile , o  scrivere   qualcosa  di  originale  . Ma    non  essendo   un esperto in scienze  sociali (  antropologo ,  psicologo , psichiatra  ,  criminologo , ecc  )  ho difficoltà a    trovare  le  parole  addatte  che  non siano   ovvie   e retoriche   .  Coindivido  e  lascio     quindi la parola    a  chi  è più esperto    di  me   in questo  caso  Giampaolo Cassitta   ( eccetto  i  corsivi  che    sono   miei  ) 

278. Orrore

C’è un filo sottile che lega l’orrore di due femminicidi, quello di Cinzia Pinna e di Pamela Genini.
Un filo che conduce verso una sponda mai davvero esplorata, o comunque rimasta a lungo sotto traccia. Quel filo ha il colore della ricchezza, dell’opulenza, della spavalderia. È intrecciato con la tracotanza e con la convinzione di chi si crede onnipotente.
Gianluca Soncin ed Emanuele Ragnedda avevano in comune una vita agiata, da jet set: ville, auto di lusso, red carpet, elicotteri, successo. Tutto condito da cocaina, e da quella euforia tossica che confonde il privilegio con il diritto. Non sono delitti nati nelle periferie della vita, non vengono dal degrado urbano o da famiglie dove il patriarcato è un marchio antropologico. Qui il piano è un altro, e richiede di essere osservato da una prospettiva diversa: non solo criminologica, ma sociale e morale.
Cosa spinge questi “figli fortunati”, che tutto hanno e tutto potrebbero permettersi, a impugnare una pistola o un coltello? Cosa li porta a uccidere a sangue freddo, a infierire su una donna inerme, terrorizzata, consapevole del proprio destino?
Forse la certezza di essere al di sopra di tutto. La convinzione che nei loro diari non esista la parola “sconfitta”. Sono uomini ruvidi, anaffettivi, incapaci di mettersi in discussione. Nel loro mondo perfetto, la spavalderia, la tracotanza e il disprezzo verso le donne sono considerati normali, persino giusti.
“Io sono forte, dunque possiedo.” “Io sono ricco, dunque compro.” “Io sono uomo, dunque comando.”
Ma non è il patriarcato classico. O, almeno, non è solo questo. Non sono capi di clan né padri fondatori, non costruiscono né difendono un ordine: il potere, loro, l’hanno trovato pronto, servito su un vassoio d’argento. Non l’hanno conquistato: l’hanno ereditato. Il patriarca, nel suo mondo arcaico, governa, decide, comanda, ma riflette. I suoi gesti, per quanto discutibili, sono compiuti a difesa del proprio recinto sociale. Soncin e Ragnedda no. Non governano, non decidono. Comprano. Consumano. Sopravvivono. Usano la cocaina come motore dell’esistenza e l’eccesso come linguaggio quotidiano. Sono, in fondo, analfabeti della vita, incapaci di affrontarla, incapaci di affrontare sé stessi.
Uccidere, per loro, non è un gesto estremo. È un passaggio quasi “naturale”, una tappa della propria follia distruttiva.
Non basta, allora, chiedere leggi più dure, ergastoli, percorsi di formazione. Sono necessari, ma non bastano. Bisogna scavare nei luoghi dove tutto brilla: nei salotti lucidi, nelle ville con piscina, nei sorrisetti da copertina. Perché proprio lì in questo caso si nascondono i sotterranei dell’orrore.
Soncin e Ragnedda vengono da quel nulla, da quella pochezza che si traveste da successo. Da quel modo subdolo di considerarsi “normali”. E noi, osservandoli, li abbiamo persino ammirati.
È tempo di affrontare la banalità dell’ostentazione. Di capire che la malavita - quella vera, quella morale - non vive solo nei bassifondi delle città. La malavita (nel senso di vita vissuta male) si annida anche dietro le luci abbaglianti, dietro le auto di lusso, dietro i mondi effimeri che fingono di essere reali.
Non limitiamoci alla condanna, alla pena, all’espiazione. Non commettiamo l’errore di archiviare questi delitti come figli del patriarcato.Perchè Siamo di fronte a qualcosa di diverso, di più profondo: una devianza travestita da normalità.
Sono femminicidi \ assassini di donne, ma fino al giorno prima erano considerati modelli da imitare.
E non solo dai nostri figli.

Questo scritto ( io non avrei saputo scrivere di meglio ) trova onferma sia nello #spiegoneschianchi ondato in onda ieri 17\10\2025 a piazza pulita su la7



e Roberta Bruzzone in uno dei tanti salotti tv




Quindi  concludedo  care  donnne  ,   se    ce la  fate     difendetevi  (  iscrivetemi   a  corsi di   autodifesa  ,  e diarti  marziali  , o  di auto ifesa  verbale  )  o lasciatelo   e  chiedete  aiuto  (  non  fatevi prendere  dalla  sindrome di stoccolma  )   e   se   ci riuscite  trovate  la  forza  denunciate  o  chiedete aiuto  .  Qundi cari uomini  non maschgi alfa   se  come  dice la  Bruzzone (  vedere  videoi sopra  )  deunciate  se  siete  a  conosceza   di  violenze   e  non  girate la testa  dall'altra  parte  
con questo è tutto  alla  prossima  se  Dio vuole  e  i carabinieri  lo  permettono  

la vergogna non deve essere la fine di una storia.A volte è solo il punto da cui qualcuno trova la forza di ricominciare.Monica Lewinsky

 da  facebook Nel 1998, una donna di 24 anni diventò la persona più famosa d’America. Per il motivo peggiore possibile. Si chiamava Monica L...