I 10 km di passo sulla neve che Johannes Klaebo consuma in 20 minuti e mezzo, per Samer Tawk sono un esercizio che dura mezz’ora di più. In classifica il suo nome appare alla riga con il piazzamento numero 107. E però. Samer Tawk è uno sciatore libanese che sei anni fa, quando ne aveva 20, si è trovato improvvisamente a fare i conti con un corpo da riparare. Sciava in montagna, nel suo paese, in una zona rischiosa. È caduto per quattordici metri. Quando è arrivato in ospedale aveva il bacino fratturato in più punti, una gamba in gran parte paralizzata, emorragie
interne, lesioni serie. Ha passato più di una settimana in terapia intensiva e chi gli stava intorno era preoccupato solo di vederlo sopravvivere, tornare a camminare.Una volta fuori dall’ospedale, Samer per quasi due anni è riuscito a sciare solo per pochi metri prima di cadere. La tecnica era compromessa, il corpo rispondeva male, l’idea di tornare competitivo era una pazzia. Tawk aveva iniziato con lo sci alpino da bambino, poi era passato allo sci di fondo perché più accessibile economicamente. In Libano gli sport invernali hanno poche strutture. Arrivare ai Giochi del 2018 a Pyeongchang era stato un risultato storico, il primo libanese di sempre in gara nella specialità.Dopo l’incidente, l’ipotesi di ripresentarsi a Pechino 2022 è stata scartata. Ci è andato comunque, ma come allenatore. Milano-Cortina ha segnato il suo ritorno vero. Non con l’illusione di competere contro norvegesi e svedesi, ma con un obiettivo più concreto e privato: esserci. Esserci e basta. Tawk ha fatto tutto da solo, senza il sostegno di una federazione, perfino nell’incertezza di avere un equipaggiamento. Essere olimpico, per lui, significa anche questo.Federica Brignone aveva qualcosa di definito da inseguire, una medaglia ai Giochi, il completamento di una carriera. Un obiettivo visibile e misurabile, anche simbolico. Samer Tawk no. Quando è uscito dalla terapia intensiva, non aveva nemmeno la certezza che valesse la pena tornare. Per far cosa?Alla fine l’ha capito. Per non uscire dal mondo dello sport senza lasciare traccia. Anche questo è un’Olimpiade, non un luogo di risultati ma di legittimazione. Tornare al via, per Tawk, era la prova che quel corpo, dopo tutto, era ancora un corpo da atleta. È una storia meno spettacolare di quella di Brignone, o di Vonn, ma più radicale nel suo olimpismo. Non è l’eccezionalità del talento a renderla speciale, ma la tenacia silenziosa di chi continua anche quando non c’è nulla di vistoso da inseguire. E comunque: finire al posto numero 107 significa che te ne sei lasciati dietro sei. Non è male uscendo da una terapia intensiva.
