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2.3.26

La mia vita sui treni



da ilpost.it di Marianna Aprile



«Chi viaggia su rotaie in questo paese si muove nello spazio quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Se sei fortunato e hai più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono
Chiunque abbia l’abitudine o la necessità di viaggiare molto in treno sa che per salire a bordo oltre al biglietto serve una buona dose di ironia. Cioè di quella capacità di mettere tra noi e quel che ci capita una distanza sufficiente a potere almeno provare a sorridere degli imprevisti. Non è facilissimo, l’ironia – come il coraggio della più abusata delle citazioni manzoniane – se non ce l’hai non puoi mica dartela. E quanta ce n’è voluta per leggere – sorridendo invece che smadonnando – il titolo della copertina del numero di gennaio de Le Frecce, il giornale di Trenitalia, su cui campeggiano Toni Servillo e il titolo “Il tempo dell’attesa”. In un fulmineo uno-due, torna alla mente la domanda tormentone de La grazia di Paolo Sorrentino: «Di chi sono i nostri giorni?» che finalmente ha una risposta: di Trenitalia.
Ecco, i treni servono a questo, ad allenarsi a un approccio ironico all’assurdo, all’intoppo inatteso (sia mai torni utile anche in caso di disgrazia), facendo lo sforzo di surfare sulla gamma di reazioni istintive che determina nell’umano medio: fastidio, ira, rancore.
Chi viaggia in treno in questo paese ha un vantaggio, perché lo spazio tra banchina e rotaie è quello quasi metafisico dell’incontro tra l’imprevisto e la sua prevedibilità. Lo sai da prima di comprare il biglietto che sarà difficile vada tutto liscio, che il treno faccia davvero il treno e cioè parta all’ora X e arrivi a quella Y, dopo un tot di fermate predefinite.
Per i più duri di comprendonio, Trenitalia ha scelto “Disco Inferno” come colonna sonora della sua campagna pubblicitaria televisiva; sarò in malafede io, ma a me pare un «poi non dite che non vi avevamo avvertiti». Vuoi mettere la tenerezza dell’ambizioso “Don’t Stop Me Now” scelto da Italo? Questo per dire che se sali a bordo lo sai già come probabilmente andrà a finire, anche se non sai ancora esattamente perché. Nella sospensione tra certezza dell’imprevisto e incertezza sulla sua natura alla fine impari a viverci, e a trasformare quello che ruota attorno a ogni viaggio in un’occasione di conoscenza e crescita personale (si sente l’Oṃ che recito mentre lo scrivo?).


Sembra un discorso campato in aria ed è invece estremamente pragmatico. Vi faccio pure degli esempi, ma prima forse dovrei descriverla, questa scuola di vita su rotaie, raccontarne le regole scritte e non. Provo a fare un quadro, benché non possa che essere parziale e soggettivo.
Dunque, quando finalmente riesci a partire sai che in qualsiasi momento potresti fermarti: «per controllo tecnico alla linea aerea», perché si «aspetta l’autorizzazione» (cioè siamo partiti senza?), per «presenza sui binari di animali», per «presenza di persone non autorizzate sui binari » (ma perché, ci sono persone che invece sono autorizzate a stare sui binari mentre passano i treni?); «indebita presenza di estranei sui binari» (se invece fossero stati conosciuti gli saremmo passati sopra per evitare ritardi?). Forse si spera che la confusione sulle cause faccia premio sull’incazzatura per il ritardo.


L’imprevisto è così frequente che quando tutto va liscio è un problema. Dopo qualche migliaio di treni presi pendolarando negli ultimi vent’anni tra Milano e Roma (e tra queste e decine di altre città), ho elaborato questa teoria: nel compilare gli orari ferroviari, i gestori ritoccano per eccesso i tempi di percorrenza reali, per provare ad ammortizzare ritardi che danno per scontati.
E così se, per un fortuito caso, il treno parte in orario, viaggia sereno e arriva in anticipo nei pressi della stazione di destinazione, è costretto a fermarsi, che mica entri ed esci dalle stazioni quando vuoi. E tu sei lì, dal finestrino vedi già il tornello in fondo al tunnel, ma devi comunque aspettare. Nel frattempo, però, sul treno ti annunciano che siamo arrivati «in anticipo» alla stazione di. Un eccesso di zelo o una formalizzazione utile per le statistiche sui ritardi, vai a sapere. Il risultato non cambia: se prendi un treno devi allenarti ad aspettare anche quando sei già arrivato. Rileggete: non sembra un insegnamento zen?
È come se la prima delle leggi non scritte fosse che è necessario che tu scenda a destinazione portando via con te un motivo di fastidio persino se è andato tutto liscio. Persino se stavolta il tuo treno non è dovuto tornare indietro (celo); la tua carrozza non è stata evacuata perché si è riempita di un fumo di cui peraltro nessuno ti svela la provenienza (celo); il convoglio non si è fermato perché è vecchio e la salita per Frascati non riesce più a farla (celo); l’aria condizionata ha funzionato (celo) e persino la presa della corrente (celo); non ti hanno trasbordato su un altro treno in una stazione di fortuna in mezzo al nulla padano (celo); hai incontrato a bordo l’uomo della tua vita (manca).
Persino se, in piena pandemia da Covid-19, il fantomatico «tracciamento degli infetti» ideato per provare a contenere il contagio ha funzionato. Nel mio caso è andata così: fine luglio 2020; dopo mesi di lockdown imposto e un surplus di prudenziale e ipocondriaca reclusione autoinflitta, decido di accettare un invito a In Onda, ai tempi condotta dal socio Luca Telese e David Parenzo. Quindi prendo coraggio e mi riapproprio del familiare tragitto casa-metropolitana-Stazione Centrale-treno-Stazione Termini-Taxi-studi di La7. E, dopo la puntata, ritorno sui miei passi, pardon, sulle mie rotaie, verso Milano. Tutto liscio. Non solo: i treni in quei mesi sono vuoti e sfrecciano tra città che lo sono altrettanto. Per dire, nel viaggio di ritorno sono la sola passeggera della carrozza, oltre a un signore che viaggia qualche fila dietro di me.
Tutto così piacevole che decreto ricominciata la mia vita, anche quella sociale. E infatti il giorno dopo invito a cena due cari amici molto anziani. Ci disponiamo sul terrazzo, a distanza, stiamo per aggredire la prima teglia di lasagna post-lockdown quando squilla il telefono. Ministero della Salute. Il gentile signore dall’altro capo della telefonata lavora lì e mi informa che ha avuto il mio numero da La7, cui è arrivato su indicazione di Trenitalia (il mio a/r per Roma lo avevano comprato loro). Mi dice che il signore che ha viaggiato nella mia stessa carrozza è ricoverato in ospedale col Covid e che avendo viaggiato con lui, benché a distanza, devo entrare in quarantena. Metto giù, guardo i miei anziani ospiti e penso: potrei averli infettati, potrei ucciderli. Panico, lasagne nella teglia, saluti frettolosi e inizio di una nuova reclusione.
Non ho sintomi, non ho niente. Sto bene (anche meglio quando, passati tre-quattro giorni, i miei due commensali mi rassicurano che pure loro). Lo dico sempre più meccanicamente anche alla gentile signora della Asl che mi chiama un paio di volte al giorno per chiedermi se ho febbre, se sento i sapori, se è tutto ok. E se sono in casa: no, sì, sì e sì, rispondo.
Lei mi crede, ma la polizia locale – anche loro chiamano, con meno frequenza – evidentemente no. E così dopo l’ennesima telefonata «Signora tutto ok?», «Sì», «Dove si trova?», «E dove? A casa…», «Ok, arrivederci», metto giù e sento suonare il citofono. È la polizia locale che vuole sincerarsi che non abbia mentito e a casa ci sia davvero. Tanta solerzia mi rassicura, ma siccome ho molto tempo da riempire mi ritrovo comunque a fare un livoroso elenco di tutte le occasioni in cui avrei voluto fossero altrettanto solerti e invece.
Dopo una settimana in perfetta salute (quantomeno fisica) provo a trattare: ma veramente devo rimanere qui dentro un’altra settimana nonostante stia benissimo? (Ho sempre amato le domande retoriche). Niente da fare. Mi rassegno. La settimana passa, con lei il Ferragosto in cui – leggo dai giornali – l’Italia prova a riprendersi un po’ di normalità (tentativo fallito, dopo il 15 agosto esplodono cluster di contagi praticamente attorno a ogni discoteca del Paese) e io l’ho passato in casa in una Milano deserta e con una temperatura percepita di seimila gradi. Tutto perché su un treno le cose hanno funzionato.
Quando viaggi in treno scopri anche che il famoso monito che invita a fare attenzione ai desideri perché potrebbero realizzarsi può declinarsi in concretissime rotture di scatole. Passi il tuo tempo ad augurarti che il tuo non sia in ritardo e ti capita di dover imparare che i treni possono non solo non esserlo ma anche partire prima dell’orario che compare sul tuo biglietto.
Quando accade, di solito si viene avvisati con un sms, che però può essere anche lui in ritardo. Io, peraltro, gli sms del gestore dei treni che prendo più di frequente non li leggo neanche più, da quando ho notato che sembrano scritti da uno di quei figli che devono dare una brutta notizia ai genitori, stesso livello di edulcorazione. Tu magari sei su un Frecciarossa che ha accumulato già mezz’ora in più rispetto alla tabella di marcia e l’sms ti comunica che potresti viaggiare con un ritardo di venti minuti. Cose così. Bugie bianche. Le peggiori.
E a proposito di ritardi, una menzione meritano i messaggi sonori che li annunciano a bordo, tutti impostati sull’allusione a una causa esterna, localizzata in uno spazio immaginario e indefinito, comunque lontano a sufficienza dalla responsabilità del gestore: si è in ritardo «per presenza di altro materiale sui binari», per «ritardo al treno precedente», «guasto alla linea», «lavori programmati» (ma se sono programmati perché non me lo hai detto prima della partenza?).
Tempo fa mi ci ero appassionata come a un nuovo genere letterario e ho scoperto che dal 2004 in Trenitalia esiste il MAS, che sta per Manuale Annunci Sonori, un librino che spiega al personale di ogni stazione i criteri per comporli caso per caso. È sul sito di Trenitalia e ci si possono passare ore sopra. Ho scoperto anche che quello in vigore oggi è l’aggiornamento del 2018, il quarto MAS (stilato niente meno che con la collaborazione dell’Accademia della Crusca), e già scalpito all’idea di cosa dovranno inventarsi al decimo aggiornamento. Ammesso che per allora l’assonanza con la Decima sarà ancora un problema.


Clicca per comporre il tuo annuncio sonoro

Dopo aver collezionato decine di cose così, ci sta che arrivi (almeno tu) a disporti a un viaggio in treno entrando in una modalità doppia e complementare.
La prima: modalità “cucciolo nella jungla”, quello stato di allerta perenne che ha il pregio di renderti più vigile rispetto a quel che ti succede attorno. Perché ormai sai che ogni cosa può essere il segnale di un accadimento imminente che dovrai elaborare velocemente per portare a destinazione la pelle. O salvare almeno l’umore.
La seconda: modalità “cosa vuole comunicarmi l’Universo?”.
La prima ha il vantaggio di farti sviluppare, anno dopo anno, trucchetti di sopravvivenza sempre più specifici. Per esempio, impari che se sei su un regionale dovrai scegliere un vagone non troppo affollato (se c’è) ma neanche troppo poco (altrimenti sei troppo vulnerabile); metterti vicina ad altre donne ma non troppo lontana da uomini che di rassicurante abbiano almeno l’aria. Dovrai prevedere l’eventualità di addormentarti, quindi sarà meglio che sistemi da subito tutto perché sia difficile da portare via, per evitare di risvegliarti senza borsa, telefono o altro. Negli anni, sono diventata una fenomenale intrecciatrice di tracolle: se qualcuno prova a tirar via un pezzetto del bagaglio, si trascina dietro tutto il resto. A quel punto secondo i miei piani dovrei svegliarmi.
Ancora: se viaggi su tratte che sai essere frequentate da gente che potresti conoscere e che potrebbe quindi coinvolgerti in conversazioni che – ammettiamolo una volta per tutte – a nessuno piace davvero fare in treno, inizi a portare con te mascherina e occhiali da sole, combinato disposto perfetto per non essere riconoscibile, quindi costretta a socializzare.
La seconda modalità ti porta a interpretare tutto quello che succede a bordo come una sorta di I-Ching, un messaggio esistenziale da decrittare. Una volta, dopo aver notato che mentre entravo nella carrozza e prendevo posto era partita la suoneria di un passeggero con De André e «Quei giorni perduti a rincorrere il ventooo», ho passato tutto il viaggio a provare a calcolare quanti dei 365 giorni di un anno trascorro in media chiusa in una carrozza. Arrivata a destinazione avevo concluso che se li avessi spesi diversamente, in questi anni, avrei finalmente preso la seconda laurea che sogno da sempre.
Un’altra volta, nel pieno di uno di quei pantani esistenzialprofessionalsentimentali che puntellano la vita un po’ di tutti noi, mi è capitato un interminabile Milano-Roma con accanto una che raccontava a quella seduta di fronte che aveva mollato tutto, aveva venduto la casa e deciso che avrebbe solo viaggiato finché i soldi non fossero finiti. Solo a quel punto si sarebbe messa a cercare un altro modo per sostentarsi. Ammetto di averla considerata un’ipotesi percorribile per il solo fatto di aver interpretato la presenza della globetrotter in downshifting accanto a me come un segnale che l’Universo ci teneva proprio a recapitarmi. Un po’ me ne vergogno, in effetti.
Sui treni si impara molto, su di sé e sugli altri. Per esempio, che avere le gambe corte non è sempre uno svantaggio, visto lo spazio vitale che il sadico progettista ha previsto per ciascun passeggero. Ma se sei seduta di fronte a uno più alto di te, rimedi una lezione supplementare: gli altri si prendono lo spazio che tu non occupi, anche se quello spazio è tuo. E che quindi lo spazio che ti spetta lo devi difendere, anche se lì per lì non ti serve. Ti servirà. Lezione buona per tutto, dai rapporti di lavoro e amicizia alle relazioni.
Impari anche che si può diventare insensatamente intransigenti su cose di cui in realtà non ci importa nulla. Prendete la carrozza silenzio dei treni ad alta velocità, quelle in cui è obbligatorio parlare solo bisbigliando, silenziare il telefono e smetterla di guardare video su Tik Tok senza auricolari. Nonostante io sia contraria alle chiacchiere de visu e al telefono fatte in treno e corra il rischio di scegliere la banda armata ogni volta che qualcuno videochiama o guarda video senza auricolari, la carrozza silenzio mi irrita.
Quella vetrofania sui finestrini, con l’omino che porta severo l’indice alle labbra per intimarti di non fiatare, la vivo proprio come una inopportuna interferenza con la mia libertà. Però mi capita spesso di doverci viaggiare, nelle carrozze silenzio, perché si sa che la legge di Murphy dà il meglio di sé su rotaia. E quando sono lì, mi trasformo nella sosia di quella vetrofania e mi esibisco in occhiatacce a chiunque risponda al telefono, richieste di abbassare la voce a quelli che si raccontano la vita e altri modi per rendermi simpatica al prossimo. È come se dovessi far scontare agli altri il fastidio che provo io a viaggiare lì.
C’è sicuramente un altro insegnamento zen in tutto questo ma ancora non ho capito bene quale sia. E comunque, carrozza silenzio un piffero: tra annunci in italiano e in inglese, passaggi del personale, del controllore e di gente che «aspetta, aspetta, esco dalla carrozza e ti dico» alla fine è sempre una gran cagnara.
Dai viaggi in treno ti arrivano anche lezioni gratis di fisica, o quasi. Per esempio, capisci finalmente cosa si intenda quando si parla di relatività del tempo: la tratta Roma-Firenze di un treno ad alta velocità dura esattamente quanto quella Firenze-Milano, ma la percepisci lunga almeno il doppio, mai capito perché. Impari anche che cinquanta minuti di ritardo sono pochi. Anzi, troppo pochi, perché i rimborsi (parziali, peraltro) scattano dopo sessanta, indipendentemente dal tempo di percorrenza inizialmente previsto per il tuo viaggio. Cioè se dovevi metterci un’ora e ce ne hai messe due, vale come quando dovevi mettercene tre e ce ne hai messe quattro.
Un aumento del 100% del tempo di percorrenza vale come un aumento del 33%, un raddoppio quanto un allungamento di un terzo. Non ha senso, ma tant’è. Se sei fortunato e il tuo treno ha più di sessanta minuti di ritardo, puoi chiedere un rimborso che arriva sotto forma di voucher buono per l’acquisto di un biglietto per un altro treno, che probabilmente arriverà in ritardo, facendoti maturare un altro buono.
La prima volta che mi è successo ho visualizzato i frattali e mi sono detta che finalmente avevo trovato qualcuno (o meglio qualcosa) che era riuscito a farmeli capire. Ammetto che ero agevolmente arrivata comunque in discrete condizioni a cinquant’anni senza averli capiti, ma comunque, presa dall’entusiasmo, ho postato sui social questa intuizione che faceva di me la prima teorica del nesso tra i corsi e i rimborsi storici d’ispirazione vichiana e la fisica. Non che sognassi per questo il Nobel come Donald, ma neanche mi sarei aspettata che nelle ore successive mi arrivassero un certo numero di lezioni gratuite sulla differenza tra frattali e ricorsività, al termine delle quali ho capitolato: ok, avete ragione voi, la storiella sulle scatole cinesi dei rimborsi spiega la ricorsività e non i frattali; ora però restituitemi alla mia ignoranza.
O agli amici della carrozza bar, la mia ancora di salvezza. Non solo per le piadine, che mi concedo di mangiare solo lì (il ritardo dei treni può essere – anche – un alibi perfetto per infrangere la dieta), ma perché nove volte su dieci ci trovi persone che ti svoltano l’umore. Che magari ti vedono stanca e inversa e ti versano un bicchiere di vino senza che tu glielo abbia chiesto. O chiedono un consiglio su una questione personale come se ti conoscessero da tempo.
Qualche viaggio fa ho aiutato la barista a scegliere quale fosse il tono di verde più adatto al vestito che voleva farsi fare per la festa che intende dare per i suoi cinquant’anni. La sua collega le diceva di lasciarmi stare, perché «li fai tra due anni, cominci ad ammorba’ la gente da mo?», ma lei difendeva quel nostro dialogo complice («Sai quanto ci vuole a scegliere un vestito?»), proseguito finché non me ne sono andata con la mia piadina, sorridendo. E chiedendomi se quell’eccesso di programmazione per la festa non fosse una sorta di malattia professionale che sviluppa chi lavora in treno. Un rapporto alterato col tempo e la progettualità che porta a calcolare ogni cosa, anche un vestito nuovo, in largo anticipo, dando per scontato che ci saranno ritardi, estranei in sartoria, altri materiali sulla gruccia che ritarderanno la consegna del vestito. Per la cronaca, tra i tre verdi tra cui bisognava scegliere (sul fatto che dovesse essere verde non c’erano dubbi: «Una non se lo mette mai, se non lo metti per i 50 anni non lo metti più») alla fine abbiamo votato il verde acqua quasi all’unanimità (cioè io e lei, perché la collega non era convinta). «Però di stoffa leggera leggera, che è più elegante», abbiamo concordato, stavolta tutte e tre.
Disclaimer: quello che avete letto potrebbe sembrarvi un racconto bislacco e sconclusionato. Forse dipende dal fatto che non avete delle rotaie sotto la sedia. Consiglio quindi di salvare l’articolo e riaprirlo al prossimo viaggio. Sono certa che vi sembrerà improvvisamente avere senso.

1.3.26

Paralimpiadi, i trentini Orietta Bertò e Paolo Ioriatti protagonisti nel wheelchair curling:





in attesa delle paraolimpiadi ecco la storia dei

da dolomiti.it

trentini Orietta Bertò e Paolo Ioriatti protagonisti nel wheelchair curling: "Se riusciremo a far appassionare allo sport anche solo un giovane con disabilità avremo fatto centro"
Storie ed emozioni della coppia di atleti trentini pronti ad una Paralimpiade invernale da protagonisti sul ghiaccio di Cortina d'Ampezzo: "Speriamo che un evento di questa portata possa contribuire a creare e rafforzare la cultura degli sport paralimpici in Italia e nel nostro territorio"






TRENTO. Tra Pechino 2022 e Milano Cortina 2026 l’Italia degli sport invernali si è letteralmente innamorata del curling, sport diventato iconico grazie ai risultati della coppia mista e grazie alle sue dinamiche di gioco ben più spettacolari e adrenaliniche di quanto non possa suggerire un primo sguardo superficiale.
Ma chi si è appassionato di curling può stare tranquillo: nelle Paralimpiadi invernali ormai alle porte (gare dal 6 al 15 marzo) l’Italia schiera una coppia tutta trentina, composta da Orietta Bertò e Paolo Ioriatti, che è pronta ad emulare le gesta di Stefania Constantini e Amos Mosaner grazie al suo talento e alle sue qualità.
Anche nel wheelchair curling le stone che sfrecciano sul ghiaccio pesano quasi 20 chili, e sono lanciate grazie a uno strumento chiamato “extender”, una sorta di manico allungato che serve ad imprimere direzione, velocità e rotazione al sasso di granito: per lanciare spesso serve il supporto del compagno di squadra che tiene ferma e stabile la carrozzina. Il campo di gioco e le regole sono le stesse del curling olimpico (anche se qui non si “spazza” il ghiaccio).
Orietta e Paolo, entrambi tesserati con l’Asd Albatros Trento, sono ormai “coppia fissa” nel double mixed da oltre cinque anni, un lungo percorso che li porta a Milano Cortina con ambizioni importanti dal punto di vista sportivo ma anche un grande carico di emozioni. Tanto per dire, i due hanno vinto la medaglia di bronzo ai Mondiali disputati in Corea nel 2024.
“Dovremo essere bravi a pensare solo a giocare e divertirci – racconta Orietta sul ghiaccio di Cembra a pochi giorni dalla partenza dell’avventura paralimpica -, giocare in casa può essere un vantaggio ma anche trasformarsi in un elemento destabilizzante. Nel curling occorre concentrazione e tranquillità, dovremo vivere al massimo questo sogno che si realizza e allo stesso tempo sfruttare tutte le occasioni che avremo”.
Sogno. È la parola più usata da chi a Olimpiadi e Paralimpiadi arriva, da atleta, per mettersi alla prova sul più bel palcoscenico dello sport mondiale: il wheelchair curling non fa eccezione, anzi, regala storie e percorsi di persone capaci di superare difficoltà, limiti e barriere grazie allo straordinario potere dello sport in tutte le sue forme.
Orietta Bertò, classe ’76 di Spormaggiore, quel sogno lo sta inseguendo da anni. Può una donna che odia il freddo amare il curling? Assolutamente sì. “Le Paralimpiadi – spiega Bertò - sono il momento in cui culmina un lungo percorso di resilienza, lavoro, sacrifici. Sacrifici relativi, certo, perché facciamo uno sport bellissimo, amiamo allenarci e migliorare, però l’impegno è tanto ed è bello vedere quegli sforzi essere ripagati”.Dopo un brutto incidente che l’ha costretta a vivere una “seconda vita” in carrozzina, Orietta non si è data per vinta: anzi, ha scoperto di essere più forte e più resistente di quanto non si aspettasse. “Lo sport è un modo straordinario per conoscersi, per incontrare nuove persone, per crescere sotto ogni punto di vista – racconta la nonesa -, e in queste Paralimpiadi sentiamo forte anche un senso di responsabilità e appartenenza. Speriamo che un evento di questa portata e con questa grande visibilità possa contribuire a creare e rafforzare la cultura degli sport paralimpici in Italia e nel nostro territorio trentino. Essere parte delle Paralimpiadi come atleta è un onore: se riusciremo ad avvicinare al mondo del wheelchair curling o in generale al mondo dello sport anche solo un ragazzo o una ragazza con disabilità, avremo fatto centro”.“Lo sport cambia la vita”. Lo dice anche Paolo Ioriatti, originario di Pergine Valsugana, che dopo un terribile infortunio in moto e la frattura della colonna vertebrale a 17 anni di età ha cominciato ad appassionarsi al curling in carrozzina poco dopo i 30: “Ci ho messo anche troppo, ogni tanto me lo rimprovero. Anzi, ai giovani che si trovano nella mia stessa situazione voglio dire proprio questo: provate lo sport, scoprite cose nuove, non abbiate paura di sbagliare. Non bisogna farsi definire da ciò che è successo, ma da ciò che si sceglie di fare dopo. La disabilità è una condizione con cui si impara a dialogare ogni giorno, non può e non deve diventare il perimetro della propria esistenza, c’è così tanto da vivere e da scoprire nel mondo”.
A 54 anni Paolo ha un bagaglio di esperienza straordinario che tornerà comodo nell’assalto alle medaglie, in uno sport in cui un millimetro può fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta: “Quello che amo del curling è proprio questo, la strategia e la precisione che sono richeste, la disciplina, la concentrazione totalizzante. È come una partita a scacchi, sul ghiaccio non conta la forza ma la visione e la qualità: ecco perché il wheelchair curling è una disciplina in cui si può primeggiare anche molto in là con l’età e in cui, di fatto, atleti con e senza disabilità giocherebbero alla pari”.
Un gioco di testa ma anche di cuore: “L’adrenalina e l’emozione che regala questo sport sono impareggiabili – conclude Ioriatti -; cercheremo di vivere questa esperienza delle Paralimpiadi a Cortina d’Ampezzo al massimo, cercando di emozionare e perché no, di vincere una medaglia. A Cortina saranno in tanti a sostenerci e daremo il meglio per rendere tutti orgogliosi”.

paralimpiadi davidegiorgi presidente del Comitato Italiano Paralimpico Veneto.riconoscere sport come aiuto disabili ., Milano cortina visto il boicotaggio di Ucrania ed altri paesi nordici come mosca 1980 ?

l  queste  paraolimpiadi invermali   saranno  particolari  infatti  queste   paraolimpiadi   di  Milano Cortina 2026 rappresenteranno   un momento storico per il Movimento Paralimpico: nel 2026 ricorreranno infatti il 50° anniversario dei primi Giochi Paralimpici Invernali, disputati nel 1976 a Örnsköldsvik, in Svezia, e il 20° anniversario di Torino 2006. Il Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) guarda a questa edizione come a un appuntamento destinato a essere il migliore di sempre sotto il profilo sportivo e tra i più suggestivi dal punto di vista scenografico, grazie alla bellezza dei territori che ospiteranno i Giochi. Infatti 

https://www.ilgazzettino.it/nordest/belluno/








C’è una eredità importante che le imminenti Paralimpiadi Milano Cortina 2026 potrebbero lasciare al Paese: il riconoscimento come Lea, Livello essenziale di assistenza, dell’attività motoria per i disabili. A chiederlo è Davide Giorgi, presidente del Comitato Italiano Paralimpico Veneto.
IL Presidente Giorgi, tra i 665 atleti in gara alle Paralimpiadi che inizieranno il 6 marzo ci sono anche cinque veneti. Il problema è il pubblico, si teme un calo di spettatori rispetto ai Giochi appena conclusi, tant’è che a Cortina stanno valutando di togliere alcuni divieti al traffico. Che previsioni avete?
«La Fondazione Milano Cortina 2026 ci dice che la vendita dei biglietti è andata bene. Certo, stiamo parlando di Paralimpiadi e non di Olimpiadi, ma di edizione in edizione si è registrato un crescendo di pubblico e di interesse. Dipende molto dal tam-tam che riusciremo a fare. Su questo ci stiamo muovendo anche noi, i Comuni ci stanno dando una mano coinvolgendo le associazioni sportive e sociali».
C’è già polemica: il Comitato Paralimpico Internazionale ha consentito la partecipazione di atleti russi e bielorussi, ammettendoli con bandiere e inni nazionali, mentre ai Giochi figuravano come atleti neutrali. Ucraina e altri Paesi hanno deciso di boicottare la cerimonia inaugurale all’Arena di Verona. Qual è la posizione del Comitato veneto?
«Noi ci aspettavamo una omogeneità di trattamento tra Olimpiadi e Paralimpiadi, non avevamo bisogno di questa differenziazione. È una decisione del Comitato internazionale, ne prendiamo atto, non abbiamo avuto la possibilità di interagire. Certo è che l’appello che aveva fatto a novembre il presidente della Fondazione Giovanni Malagò per una tregua olimpica era proprio per evitare queste situazioni. Anche perché chi paga poi sono gli atleti. E stiamo parlando tra l’altro di atleti disabili. Ci dispiace che le bandiere interpretino più i governanti che i ragazzi».
Cosa sapete della cerimonia inaugurale a Verona?
«Sarà un grande evento. Sappiamo che i nostri atleti sfileranno, da soli, partendo da piazza Bra per raggiungere l’Arena fino al palco. Una grande risposta a chi diceva che l’Arena non sarebbe stata accessibile».
Luca Palla, René De Silvestro, Mattia Dal Pastro, Angela Menardi, Matteo Ronzani: cosa dicono gli atleti veneti ora che i Giochi stanno per iniziare?
«Sono tanto emozionati, anche perché giocare in casa equivale a metterci la faccia con gli altri atleti».
Cosa lasceranno questi Giochi Paralimpici?
«Il mio augurio è che lascino una importante eredità. E cioè che lo sport paralimpico possa diventare uno strumento eccezionale come momento riabilitativo. Solo il 20% della popolazione disabile pratica una disciplina sportiva, mentre i nostri cugini olimpici sono al 47%. Dobbiamo colmare quel gap attraverso il Sistema sociosanitario, per questo ci rivolgiamo alla Regione e al Governo».
Per incentivare l’attività motoria?
«Esatto. Gli ultimi dati aggiornati al 2024 dicono che in Veneto, su 4.853.472 abitanti, le persone con disabilità totale sono 183mila, pari al 3,8%. Se consideriamo la fascia di età 0-64 anni, sono 72mila persone. Ma quanti fanno attività motoria? Uno su cinque. In Veneto abbiamo 2.550 tesserati paralimpici che fanno attività agonistica».
E quindi cosa proponete?
«Chiediamo che la pratica sportiva venga riconosciuta come Lea, Livello essenziale di assistenza. Si consideri che lo sport rende molto di più della fisioterapia per quanto riguarda i risultati e costa molto, ma molto meno».
Oggi un ragazzo disabile che fa sport deve pagarsi tutto?
«Sì ed è un costo altissimo per una famiglia, tra trasporti e ausili si arriva al doppio se non il triplo rispetto a un ragazzo senza disabilità. Se l’attività sportiva venisse riconosciuta dal Sistema sanitario, si spenderebbe la metà rispetto alla riabilitazione».
Parliamo di mascotte: per le Paralimpiadi c’è Milo, l’ermellino senza una zampetta che ha imparato ad aiutarsi con la coda. Si trova in commercio o è esaurito come Tina?
«Speriamo tanto che arrivino le scorte».


 da   https://www.ildolomiti.it/






Paralimpiadi, sale la tensione sul caso degli atleti russi e bielorussi: cresce il numero dei Paesi che boicotteranno la cerimonia d'apertura all'Arena di Verona

Non solo Ucraina: anche Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia non avranno alcun rappresentante all'Arena di Verona per la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026

di Redazione




VERONA.
Di Paralimpiadi non si parla mai abbastanza, ma ogni tanto anche quando se ne parla lo si fa per tutti i motivi sbagliati: negli ultimi giorni ad esempio a tenere banco è lo spinoso caso dei 10 atleti e atlete paralimpici di Russia e Bielorussia selezionati dal Comitato paralimpico internazionale per poter tornare a partecipare con le divise ufficiali nazionali, con le proprie bandiere e - in caso di successo - con i propri inni nazionali alle gare che si svolgeranno tra il 6 e il 15 marzo tra Milano, Val di Fiemme e Cortina d'Ampezzo.
Ma senza dimenticare Verona, dove venerdì andrà in scena nell'elegante Arena l'attesissima cerimonia d'apertura della manifestazione sportiva che aggrega oltre 600 atleti da più di 50 Paesi: proprio quella è l'occasione formale che molte rappresentative nazionali stanno decidendo di "boicottare" per mandare un messaggio contro il Comitato paralimpico internazionale. Dall'invasione della Russia in Ucraina 4 anni fa questa sarebbe (anzi, sarà) la prima volta in cui si torneranno a vedere atleti battere bandiera russa e bielorussa. Nelle recentissime Olimpiadi invernali, tanto per non andare troppo lontani, c'erano alcuni atleti di quei Paesi ma gareggiavano come atleti neutrali, cioè senza espliciti riferimenti alle proprie patrie.
L'organismo internazionale dello sport paralimpico di fatto ha solo confermato quanto stabilito, a maggioranza dei voti, dall'Esecutivo del Comitato internazionale nel settembre 2025 a Seul. In ogni caso la decisione non è piaciuta per nulla prima di tutti a Kiev e all'Ucraina, primo Paese ad annunciare che non avrebbe preso parte alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi né con i propri atleti né con alcun rappresentante politico e del mondo dello sport ucraino. Una decisione rispetto alla quale si sono allineati altri cinque Paesi, al momento: Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia. Secondo quanto raccolto da alcuni media, ma le comunicazioni non sono ancora ufficiali, boicotteranno l'apertura anche Lituania e Paesi Bassi. E la lista pare destinata ad allungarsi. Gli atleti di Canada e Regno Unito non ci saranno per una questione logistica, visto che prenderanno parte ad alcune gare il giorno dopo la cerimonia, e in effetti un po' come per le Olimpiadi la conformazione della Paralimpiade "diffusa" farà essere presente alla cerimonia solo una parte delle delegazioni impegnate nei Giochi.
Perfino il commissario dell'Ue per lo sport, il maltese Glenn Micallef, ha fatto sapere che non sarà a Verona. Presente invece la Francia, la cui presidente del Comitato paralimpico Marie-Amelie Le Fur ha dichiarato che, pur non condividendo la decisione comitato, non boicotterà la cerimonia in quanto la decisione stessa "è stata presa democraticamente".
E l'Italia? Essendo anche Paese ospitante, cerca di mediare e ricucire. All'Arena ci saranno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni. Il ministro dello sport Andrea Abodi per la verità ha invitato il Comitato paralimpico internazionale a tornare sui propri passi e far gareggiare gli atleti russi e bielorussi sotto la bandiera del comitato. "Non è una questione politica - ha dichiarato -, qui si tratta di rispetto della tregua olimpica demolita dai russi e bielorussi quattro anni fa. Vogliono le bandiera? Facciano tacere le armi".



altro che giochi elettronici c'è la cacia al tesoro il caso di mario corongiu di isili e il suo gruppo

 


 Dopo sette anni il numero di partecipanti alla Caccia al tesoro della Sardegna continua ad aumentare. Oltre mille le persone che si cimenteranno nella settima edizione di un gioco che ormai sembra essere il

più grande dell’isola e che si svolgerà dal 13 al 26 marzo prossimo.A spiegare il motivo di tanto successo è il presidente dell’associazione culturale "Gitaneris” che organizza l’ormai tradizionale appuntamento, Mario Corongiu, ex vigile urbano, 66 anni: «È un gioco che permette di viaggiare in lungo e in largo nell’isola, e di socializzare».

Come è nata?
«Per pura passione. Prima solo a Isili, poi si è diffusa in tutta la Sardegna».

Voglia di socializzare ai tempi dei social?
«Si, le persone desiderano uscire di casa, si ritrovano nei luoghi più disparati, membri di diverse squadre, a cercare lo stesso indizio, talvolta si aiutano».

Sono nate degli amori, delle amicizie?
«Più che amori delle amicizie e ci sono tanti aneddoti legati a questo gioco, come per esempio la cantante Maria Luisa Congiu che ad Oliena ha fatto un selfie con il simbolo della prova posto nella sua officina oppure abbiamo fra i partecipanti la vice comandante dei Vigili del Fuoco di Sassari».

Tensioni fra le squadre da far temere per la buona riuscita della manifestazione?
«Tra loro c’è solo una sana competizione come fra l’altro c’è anche all’interno stesso delle squadre».

Il più giovane e il più vecchio dei partecipanti?«Nella precedente edizione abbiamo avuto l’ultra centenario di Nurallao che partecipava nella squadra della figlia e un bimbo di qualche mese con mamma e babbo».

Un successo?
«Attualmente le squadre iscritte sono tredici ma stiamo aspettando delle nuove iscrizioni visto il grande interesse che ruota attorno al gioco anche da parte di chi non ha mai partecipato e vorrebbe cimentarsi nella gara».

Quanti i paesi coinvolti?

«Abbiamo squadre da tutta la Sardegna, Lodè, Busachi, Bosa, Macomer, Cagliari, Isili, Villanova Tulo, Orroli, Nurri, Nuragus e Torralba, ma stiamo mettendo in contatto tra loro persone di Villagrandre, Oristano, Giba, Guspini perché facciano una squadra variegata».

C’è una quota di iscrizione?

«Sì, viene quantificata di anno in anno, su queste basiamo il montepremi ma quest’anno non abbiamo ancora definito l’importo».

Come nascono le prove?
«Scegliamo un argomento che possa essere comune a tutti i territori della Sardegna, per esempio negli anni passati sono stati il cavallo, i sindaci donna, lo sport, il canto, i santi».

In quanti lavorate all’organizzazione? E cosa vi spinge a continuare?

«Siamo un gruppo ristretto che deve sudare per girare tutta la Sardegna proprio perché partecipa gente di ogni zona, a guidarci è la passione, iniziamo a lavorare da settembre».

Come riuscite a mettere gli indizi nelle zone più disparate? Temete che qualcuno vi segua?
«Ci spostiamo in orari particolari, cerchiamo poi di fare più cose in un giorno solo. Non c’è motivo che i partecipanti ci seguano, c’è onestà da parte delle squadre e poi se un simbolo fosse cancellato la prova verrebbe annullata e nessuno se ne avvantaggerebbe».       

Beniamino Zuncheddu: «Lo Stato mi ha tradito due volte» Nel 2024 l’assoluzione dopo 33 anni di carcere da innocente: non ha avuto alcun risarcimento «La mia esperienza è stata un’anomalia dall’inizio sino alla fine

   unione   sarda 01 marzo 2026 alle 02:41

Nel 2024 l’assoluzione dopo 33 anni di carcere da innocente: non ha avuto alcun risarcimento «La mia esperienza è stata un’anomalia dall’inizio sino alla fine. C’erano tutti gli elementi per capire che ero innocente ma sono rimasto in carcere per 33 anni». 




C’è più dolore che rabbia nelle parole di Beniamino Zuncheddu, vittima di uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana. Ha respirato per un tempo infinito “l’aria ferma” di tre penitenziari, Buoncammino, Badu’e Carros, Uta. Un lunghissimo incubo
che con i suoi sinistri bagliori continua a condizionare la vita da uomo libero.
La vicenda
Assolto dopo il processo di revisione, ma sempre troppo tardi rispetto al gigantesco torto subito. Era stato condannato all’ergastolo per un triplice omicidio, tre allevatori uccisi, nei primi giorni di gennaio del 1991, all’interno di un ovile nelle montagne di Sinnai. Come nel caso del mugnaio dell’opera di Brecht una domanda ha attraversato le sue lunghissime notti in cella: «Ci sarà un giudice a Berlino?». A Potsdam l’imperatore Federico II di Prussia vuole appropriarsi del mulino di un mugnaio per abbatterlo. Si tratta chiaramente di un abuso. Il mulino “rovina” il panorama del suo nuovo castello di Sans Souci. L'imperatore non esita a corrompere tutti i giudici e tutti gli avvocati a cui il mugnaio si rivolge. Con grande tenacia, il mugnaio, proprio a Berlino, riesce a trovare un giudice onesto che riconosce i suoi legittimi diritti. Beniamino Zuncheddu, alla fine ha raggiunto la sua “Berlino” dove ha trovato un giudice, Francesca Nanni, determinante per l’avvio del processo di revisione, e un avvocato molto determinato, Mauro Trogu, che lo ha accompagnato nel difficile percorso verso la libertà, rileggendo le carte e verificando puntualmente la sequenza degli avvenimenti. Provvidenziali, giudice e avvocato.
L’ingiustizia
«Chi non vive quell’esperienza non sa cosa vuol dire l’ingiustizia», ci dice Zuncheddu nella casa di Burcei in cui vive. La sorella Augusta e il cognato Piero Pisu, insieme alla nipote Maria Luigia, lo hanno accolto con calore e affetto. Augusta non l’ha mai perso di vista. Lo ha sostenuto, con il suo costante conforto, nelle pellegrinazioni carcerarie e nei processi, un lungo calvario giudiziario. E oggi anche lei risente delle conseguenze del tormento condiviso con il fratello. «Pensavo di godermi la sua libertà, ma non è stato così. La mia salute ne ha risentito. Speravo andasse diversamente ma voglio andare avanti». Beniamino appare come un reduce da una guerra di cui è stato l’unica vittima. Continua a combattere. Partecipa alla mobilitazione per la proposta di legge di iniziativa popolare, promossa dal partito Radicale, che punta a garantire una provvisionale a chi alla fine di un processo è stato assolto. Storie come la sua. Esistenze a cui la giustizia, in qualche modo, ha sottratto anni di normalità e negato la possibilità di creare le basi di una famiglia, realizzare progetti, sogni, aspirazioni.
La proposta di legge
Viene previsto un assegno dal momento dell'assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno. Sono circa mille ogni anno le ingiuste detenzioni con costi esorbitanti a carico dello Stato. Da alcuni mesi Beniamino Zuncheddu è impegnato nella raccolta delle firme. È il primo ad aver aderito. Lo ha fatto con grande convinzione. «Si tratta di un sussidio per non perdere la speranza, per reinserirsi nella società. Uscendo dal carcere, dopo tanti anni, si rischia di non avere un soldo in tasca per vivere dignitosamente. Quale è il destino di chi non ha niente e magari ha solo debiti come nel mio caso? Ho avuto la fortuna di avere una famiglia in grado di sostenermi. In caso contrario sarei un clochard». Dallo Stato sino a questo punto non ho avuto nulla: «La procedura per il risarcimento è lunga, si protrae dai cinque agli otto anni. Fanno tutto con comodo. Dopo il carcere hai bisogno di una casa, devi mangiare, devi pagare bollette e le bollette vanno pagate immediatamente. Chi deve riscuotere non ti concede tempo. Interviene subito per recuperare le somme che rivendica».
Passato e presente
La sua vita oggi è sospesa tra la voglia di dimenticare il passato e i brutti ricordi che riaffiorano. «Cerco, tra mille difficoltà, di riprendere a vivere ma, se esco con gli amici, non ho dieci euro. Non posso restituire un invito al bar. Avverto un sentimento di dispiacere, di vergogna. È un vero problema. Dipendo dagli altri. Devo chiedere ai miei familiari un aiuto per le piccole spese. La ferita dell’ingiustizia resta per sempre. Non auguro a nessuno quello che ho vissuto. Entrare in quell’inferno da innocente è terribile. Tutta la vita viene scombussolata». Burcei è una comunità generosa. «I compaesani mi conoscono, sono sempre stati convinti della mia innocenza. Mi hanno dato forza nei passaggi più difficili. Un grande sostegno, per questo rinnovo la mia gratitudine per tutto quello che Burcei ha fatto per me». C’è un peso ulteriore in questa nuova vita: «Le mie condizioni di salute sono precarie. Mi ha fatto soffrire una cataratta che durante la detenzione non è stata curata. Poi ho avuto una paresi a un occhio. In carcere non mi hanno curato e ora devo pensare alla mia salute. Cerco di curarmi e tante mie giornate vanno avanti da una visita medica all’altra. Devo sottopormi a un intervento chirurgico. Non sono ancora completamente libero. Anche questa situazione mi riporta all’ingiustizia di cui sono stato vittima. Le patologie di cui soffro sono una conseguenza del carcere».
La speranza
Ci sono tanti slanci che alimentano la speranza di poter indirizzare la sua vita in modo totalmente nuovo. «Non puoi sfuggire al destino, puoi solo vincerlo»: nelle parole di Seneca la quintessenza della filosofia stoica. Beniamino non si abbandona alla sfiducia e alla rassegnazione. A 62 anni coltiva un grande desiderio. «Prima di tutto riprendere forze ed energia. Voglio stare bene. Poi si vedrà. Ora non posso realizzare niente. Non voglio illudermi, devo essere realista. Mi hanno tolto 33 anni della mia vita e ora mi lasciano solo, senza garantirmi nulla. Resto in attesa che lo Stato si faccia vivo».       

VALENTINA TOMIROTTI DENUNCIA L’IA CHE CANCELLA LA DISABILITÀ: “LA MIA IMMAGINE NON È UN ERRORE DA CORREGGERE”

Valentina Tomirotti, foto  a  sinistra  giornalista e attivista del mondo disability, racconta un episodio che apre
interrogativi profondi sul rapporto tra tecnologia, inclusione e rappresentazione dei corpi. Dopo aver caricato una propria fotografia su un’app diventata virale sui social, incuriosita dalla promessa di migliorare immagini vecchie o sfocate, ha ottenuto un risultato che definisce “agghiacciante”. L’intelligenza artificiale non si è limitata a ottimizzare la qualità della foto: ha cancellato completamente la sua disabilità fisica e motoria, eliminando la carrozzina e modificando la sua conformazione corporea. Nelle immagini generate, il suo corpo è stato “normalizzato”, reso filiforme, privo di quei tratti che fanno parte della sua identità. Secondo Tomirotti, non si tratta di un semplice errore tecnico ma di un segnale più ampio. L’algoritmo, addestrato su milioni di immagini provenienti dal web, tende a riprodurre e rafforzare standard di bellezza stereotipati, spesso escludendo o invisibilizzando la disabilità. Un meccanismo che rischia di alimentare modelli culturali pericolosi, dove ciò che esce dalla norma viene corretto o cancellato. La giornalista sottolinea come il problema si sviluppi su due livelli. Da un lato quello personale: per chi fatica ad accettare la propria immagine o vive una percezione distorta di sé, vedere una versione “aggiustata” e normalizzata può avere effetti devastanti sull’autostima. Dall’altro quello sociale: la disabilità è ancora poco raccontata e spesso marginalizzata nello spazio pubblico, e un’intelligenza artificiale che elimina sedie a rotelle o modifica i corpi contribuisce a rafforzare questa invisibilità. Tomirotti evidenzia come gli algoritmi riflettano inevitabilmente l’immaginario collettivo da cui sono stati alimentati. Se i database sono composti prevalentemente da immagini che privilegiano corpi conformi a determinati canoni estetici, il risultato sarà una tecnologia che replica quegli stessi pregiudizi. La sua denuncia non è una battaglia contro l’innovazione tecnologica, ma un invito a interrogarsi sulla direzione che si sta prendendo. “Io non ho bisogno di essere ritoccata per esistere. La mia immagine reale non è un errore”, afferma, sollevando una domanda più ampia: che tipo di società stiamo costruendo se la diversità viene percepita come qualcosa da correggere? L’ALGORITMO E LO SGUARDO: LA SFIDA DELL’INCLUSIONE NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE La vicenda raccontata da Valentina Tomirotti non riguarda soltanto una fotografia modificata. È lo specchio di una tensione culturale che attraversa il nostro tempo: il conflitto tra progresso tecnologico e rappresentazione autentica della realtà. L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come neutrale, oggettiva, capace di analizzare dati senza pregiudizi. Eppure ogni algoritmo nasce da scelte umane: dai dataset selezionati, dai parametri impostati, dalle priorità stabilite in fase di progettazione. Se l’immaginario dominante è costruito su standard ristretti di bellezza e normalità, la tecnologia non farà che amplificarli. Il rischio non è soltanto estetico. Quando un sistema “aggiusta” un corpo disabile, il messaggio implicito è che quel corpo sia un errore, una deviazione da correggere. È una forma sottile ma potente di esclusione, che può incidere sulla percezione individuale e collettiva della diversità. In una società che fatica ancora a rappresentare pienamente la pluralità dei corpi e delle esperienze, l’IA diventa un moltiplicatore di ciò che già esiste. Se la disabilità è poco visibile nei media, negli spazi pubblici e nelle narrazioni dominanti, rischia di esserlo ancora meno nei mondi digitali generati dagli algoritmi. La questione sollevata da Tomirotti invita a una riflessione più ampia: l’innovazione non può essere separata dall’etica. Investire risorse nello sviluppo tecnologico significa anche interrogarsi su inclusione, rappresentazione e responsabilità sociale. Non basta rendere le immagini più nitide o più “belle”; occorre chiedersi quali corpi e quali storie stiamo scegliendo di mostrare. Forse la vera rivoluzione non sta nel perfezionare i volti nelle fotografie, ma nel cambiare lo sguardo con cui osserviamo la realtà. Accettare la diversità non come eccezione, ma come parte costitutiva dell’esperienza umana. Perché un algoritmo può riflettere i pregiudizi di una società, ma può anche diventare uno strumento di trasformazione. Dipende dalle scelte che compiamo oggi, dal coraggio di includere, dalla volontà di costruire un futuro in cui nessuno debba essere “corretto” per essere riconosciuto.

L'umiliazione di un uomo che perde contro una donna? . la risposta del maestro d'arti marziali alla madre di un allievo che protestava perché sconfitto da una donna

    non capisco  dove stia  l'umiliazione   vuol dire  che  quell'avversario  è  stato più forte  di te .    ha 
ragione    il  maestro  

  fonte  originale   Ihaveavoice

  da Eleonora Zaupa  

L'umiliazione di un uomo che perde contro una donna.Un istruttore di arti marziali di Roma, dopo che un suo allievo maschio ha perso contro una ragazza, si è visto arrivare la madre del ragazzo che si è lamentata dicendogli: "Voi istruttori non dovreste mettere i maschi contro le femmine perché se poi perdono l'umiliazione è troppo grande".Lui le ha risposto la risposta più epica che si potesse immaginare: "Signora, se l'umiliazione è troppo grande è proprio perché per secoli li abbiamo convinti che le donne sono inferiori. Facciamoli combattere con le ragazze, lasciamo che perdano, e vedrà che nel giro di qualche generazione smetterà di essere umiliante."Quanta verità in queste parole e quanta speranza ci dà che esistano uomini che non solo lo hanno capito, ma che supportino la parità in questo modo.E a tutte le donne dico: non abbiate paura di fare sport considerati maschili, di sapervi difendere, di essere forti e muscolose. No, non siete meno femminili, siete semplicemente esseri umani dotate di un corpo funzionante che il patriarcato ha sempre voluto svilire, sminuire, controllare, imprigionare proprio perché ne ha enormemente paura.

28.2.26

ecco perchè guardo e guarderò continuando con quelle paraolimpiche le olimpiadi . anched se sono un business ed un circo ci danno lezioni e ci regalano emozioni

ecco   come  dicevo  nel titolo    perchè  guarderò anche  le paraolimpiadi   .In attessa  d'esse   un nuovo sunto con  aggiunte  a quanto   ho riportato   nei  post  precedenti       su queste olimpiadi  invernali  

 


1. L’importanza di ammirare altre donne. In piedi Federica Brignone, vincitrice stellare dalla seconda medaglia d’oro, nel gigante. Ai suoi piedi le seconde a pari merito: Sara Hector, svedese, Thea Louise Stjernesund, norvegese, che si inchinano a lei in segno di omaggio. Come diciamo sempre “Ammirare altre donne è un fattore determinante per essere sé nel mondo”.
2. Fermarsi non è sempre arrendersi. Alysa Liu ha vinto la medaglia d’oro nel pattinaggio di figura. Lei pattina fin da piccola. Raggiunge grandi risultati. Poi, a 16 anni, si ritira. È il 9 aprile 2022. Sente che non è la vita che desidera, che sono gli altri a decidere per lei. Quattro anni dopo torna. Stavolta perché lo vuole davvero. La gioia conta. Fermarsi a volte non significa arrendersi. Ma prendere la rincorsa.
3. Riscrivere l’età dell’eccellenza. A 35 anni e sull’orlo del ritiro, la pattinatrice di velocità Francesca Lollobrigida ha realizzato la prestazione della sua carriera: vincendo due medaglie d’oro olimpiche. In una cultura ossessionata dal successo precoce, ha dimostrato che la maestria si approfondisce con il tempo e che l’età dell’eccellenza sportiva di può riscrivere.
4. La forza di provare strade nuove. Prima di diventare campionessa olimpica, Erin Jackson era una pattinatrice d’élite senza alcuna esperienza sul ghiaccio. Ha cambiato disciplina ed è arrivata ai vertici di uno sport completamente nuovo. La capacità di trasferire le competenze, adattarsi rapidamente e ricominciare è un talento.
5. Vincere è aprire la strada. Tallulah Proulx è diventata la prima filippina a competere alle Olimpiadi invernali, rappresentando un Paese senza tradizione negli sport invernali. Il suo successo va oltre i risultati: amplia ciò che gli altri credono possibile. La leadership non significa sempre vincere; a volte significa aprire la strada.




6. Dissentire ridendo. Eileen Gu, la più titolata campionessa di freestyle, che scoppia a ridere dopo che un giornalista le chiede se, avendo vinto l’argento, non sente di aver perso l’oro. ‘La tua prospettiva è ridicola, ma grazie lo stesso’. Non bisogna accettare tutte le domande. E si può farlo ridendo. 
7. Declinare un invito (sebbene importante) se chi ti invita ti manca di rispetto. Hanno vinto l’oro alle Olimpiadi di Milano Cortina. Sono le ragazze della squadra di hockey degli Stati Uniti. E non si sono recate alla Casa Bianca per partecipare ai festeggiamenti in corso. Il “no grazie” arriva dopo l’ennesima battuta misogina di Trump,“A causa dei tempi e degli impegni accademici e professionali già programmati dopo i Giochi, le atlete non sono in grado di partecipare”. 
 8. Non avere paura di essere chi sei. Amber Glenn, una delle poche atlete dichiaratamente LGBT nel pattinaggio artistico, ha dimostrato che l’identità è un punto di forza da possedere. Più sei autentica, più potente diventa la tua presenza. 
9. L’unico rimpianto è non provarci. Dopo anni di lontananza dalle competizioni, Lindsey Vonn torna sulle piste nonostante infortuni, battute d’arresto e rischi. E vince. Poi, cade di nuovo. Si fa male. Dall’ospedale scrive: “La vita è troppo breve per non rischiare. Perché l’unico fallimento nella vita è non provarci”. 
10. Le prime che festeggiano l’ultima. Regina Martinez Lorenzo, prima atleta messicana nello sci di fondo, ha finito la sua gara con oltre undici minuti di scarto dalla prima, la svedese Frida Karlsson. Che, magnifica, la aspetta all’arrivo con Ebba Andersson e Jessica Diggins. E poi l’abbraccio. “Vederle lì è stato meraviglioso”

diario di bordo n 159 anno IV come siamo ridotti ? ai servizi sociali per aver partecipato ad una manifestazione pacifica ., festival di san remo ., disabili e pietismo parte II

DI COSA STIAMO PARLANDO

Firenze, studentessa segnalata ai servizi sociali dopo una manifestazione: proteste e solidarietà - gonews.it


 Stefano Massini racconta la storia ( citata nell'url ) gravissima della ragazza diciassettenne che è stata deferita ai servizi sociali per essere scesa in piazza a manifestare in difesa di alcuni lavoratori picchiati durante uno sciopero. E una domanda sorge spontanea: che paese siamo diventati?




FESTIVAL DI SAN REMO

sono  anni   , da quando  sono morti  i mei  nonni     allora  e   ora  consuetudine  familiare  ,  che  non seguo  assiduamente  l festival di  san  remo  , ma  lo seguo  facendo zapping   o  scegliendo  le    canzoni  in base  ai testi che leggo  prima  .  Ma  quest'anno  per  motivi  di salute  miei e  familiari  e  per le critiche  di  Scanzi ed  in particolare  Lorenzo  tosa  mi  danno    ragione  




Tosa ha ragione quando dice :<< Nelle ultime 24 ore è andato in scena l’intero repertorio del Sanremo secondo il vangelo di Carloconti - scritto per esteso. Una centrifuga confusa e un po’ parac*** di banalità assortite, disimpegno, terzismo democristiano, terrore assoluto di prendere qualcosa che assomigli anche vagamente a una posizione, e che finisce involontariamente per fargliela prendere, una posizione: puntualmente la più pavida, comoda, annacquata. >>Infatti Ho visto la 2 giornata solo per non sordirmi le ..... propagandistiche del Si al referendum dalla Gruber e quella d'ieri dedicata allae cover . che ancora , un barlume di consuetudine ancora sopravvive , guardo interamente .
 
 DISABILI E  PIETISMO  

 Il mi precedente post su : il pietismo e i disabili : << Pietismo e riscatto  delle persone disabili >> ha creato una discussione Interessante  sulla  bacheca  (  VEDERE  POST  PRECEDENTE   )   di  Mariarosaria Canzano

  eccola  

Giuseppe Scano carissima Morena Manfreda e spett Mariarosaria Canzano avete ragione . ma come fare a non considerare "speciali " quelle persone , in particolare gli atleti paraolimpici che con un forte handicap e disabilità n riescono a abbattersi e cadere nel vittimismo e auto commiserazione riscattndosi e a donarci grandi emozioni
Mariarosaria Canzano carissimo Giuseppe speciali sono le pizze…. Quelle di tutti i gusti di tutte le tipologie e di tutte le grandezze. Le persone con disabilità sono persone con deficit riconosciuti e non hanno nulla di speciale: quando cercate di edulcorare la disabilità, non fate altro che accrescere in noi genitori quello stato di ansia che ci accompagna nel quotidiano.!
Giuseppe Scano Mariarosaria Canzano secondo te trasformare il deficit in forza anziché piangersi addosso o fare del vittimismo non è speciale ? Secondo me si
Mariarosaria Canzano Giuseppe Scano no speciali sono le pizze… i nostri figli sono persone con bisogni speciali la cosa è un po’ diversa!! mi creda alcune situazioni bisogna viverle per capire di cosa stiamo parlando
Giuseppe Scano Mariarosaria Canzano capisco

Un tema complesso in cui    chi   non ha  figli\e   o  genitori  disabili    con handicap      considera  speciali    tali persone  . Mentre  per i  genitori   o  gli stessi disabili    non lo   è     sono  persone con bisogni speciali . Secondo me entrambe ne cose 

da osilo al Mississippi il viaggio blues del musicista blues Francesco più

 ecco un esempio  d'identità  aperta   altro che quella  chiusa  dei sovranisti