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6.4.14

Il giovane centrocampista dell’Atalanta Primavera, Alberto GrassiCalciatore espulso per razzismo sconta la sua pena tra gli immigrati

in  sottofondo  
Francesco De Gregori - La leva calciStica della classe '68


 Su    http://www.dirittiglobali.it   foto  comprese , eccetto la  prima  scatata  con il  mio smartphone direttamente  da  repubblica  cartacea  .  trovo   questa  storia   presa  da  la Repubblica  5 aprile2014

Squalificato per aver detto “vu cumprà” a un avversario ghanese Il giovane centrocampista dell’Atalanta Primavera, Alberto Grassi, ha scelto di fare il volontario per dimezzare la punizione
PAOLO BERIZZI,

SORISOLE (BERGAMO) 
TRENTACINQUE giorni all’alba, e Franti sa che non può sgarrare. Dietro la lavagna della vita sta scoprendo che il centrocampo è popolato da «vu cumprà», però quelli veri. Senza tetto, giovani detenuti, drogati, malati di Aids e emarginati sbarcati a Lampedusa ai quali il reprobo adesso serve da mangiare e porta i vestiti che la gente imbuca nei cassonetti di raccolta. «Ho sbagliato, ma non sono razzista. Mai stato. Il compagno di squadra con cui mi trovo meglio è nero (Bangal, mozambichese, ndr) e mia madre ha tenuto a comunione una ragazza di colore. Che effetto mi fa stare qui? È una grande lezione umana, mi apre gli occhi e la testa», dice contrito mentre nel giorno delle presentazioni prende per mano Daniel che è rumeno e ha perso l’autosufficienza dopo aver tentato il suicidio in carcere inalando il gas di un fornelletto.
Franti è Alberto Grassi, 19 anni, bresciano di Lumezzane (la prima squadra di Balotelli professionista) anche se «ormai mi sento bergamasco dentro ». Centrocampista dell’Atalanta Primavera e dell’Italia Under19. Carriera in ascesa, con un prima e un dopo. Lo spartiacque è un insulto: «Alzati, vu cumprà!». È l’8 marzo: 44’ minuto del secondo tempo di Atalanta — Hellas Verona. Il destinatario dell’offesa è a terra e risponde al nome di Alimeyaw Salifù, ghanese, coetaneo di Grassi che è il mittente. Salifù non sente il garbato invito, l’arbitro sì. Risultato: Grassi espulso e mazzata del giudice sportivo. Dieci turni di squalifica per «insulto razzista». Passano pochi giorni e la punizione viene dimezzata (da 10 a 5 giornate). Grazie all’intervento di un sacerdote. È un prete di trincea, uno di quelli che, fuor di retorica, meritano la fama di «amici degli ultimi». Lui è don Fausto Resmini  (  sotto a destra  ) , cappellano del carcere di Bergamo e presidente del Patronato San Vincenzo. La comunità di don Resmini da vent’anni accoglie sulla collina di Sorisole, a 3 chilometri da Bergamo, disperati da ogni continente: soprattutto ragazzi.
Che c’entra il prete con Alberto Grassi? «Lo conosco da quando viveva alla Casa del Giovane (dove alloggiano i ragazzi delle squadre giovanili dell’Atalanta che vengono da fuori provincia, ndr). Quando lo squalificano gli scrivo una lettera e lo invito a venire da noi a svolgere un servizio socialmente utile», spiega Resmini (l’anno scorso il prete “rieducò” due giocatori degli Allievi che avevano postato su Fb un video blasfemo con al centro un crocifisso). Pronti. L’Atalanta, a cui la squalifica di Grassi era sembrata un’enormità ma che ha appena varato un nuovo codice etico, rinuncia a fare ricorso alla Corte di Giustizia Federale. Che dimezza la pena a Grassi perché il giocatore accetta di pagare dazio qui, nel girone degli ultimi. «È un’esperienza che mi servirà e che mi farà crescere — dice — . So che è una specie di castigo ma io non lo vivo così. Sono qui perché ho fatto un errore. Quel giorno ho detto una stupidata. Salifù mi ha insultato e io ho risposto in quel modo.


Non dovevo farlo». «Percorso rieducativo », lo chiamano. È il “dopo” di Alberto. Per De Amicis sarebbe Franti. Per don Fausto è un «ragazzo che non viene a sostituire qualcuno ma a liberarsi dal pregiudizio». La catarsi può iniziare. Sveglia alle 7.30: Grassi parte da Lumezzane, accompagnato dal padre. Alle 9 è in comunità. I suoi tutor si chiamano Roberto, Paolo e Fabio, sono tre educatori. Si comincia con la distribuzione del vestiario alle persone che vivono per strada e che vengono accolte nei container durante la
notte. Poi Alberto da’ la sveglia ai residenti. Sono i ragazzi che abitano e lavorano all’interno della struttura. Detenuti che scontano la condanna in regime alternativo, rifugiati, ex tossicodipendenti, malati, vittime di tratta. Coetanei scappati dall’orrore e la miseria di terre lontane. Come Tamer, 15 anni, egiziano: 5 mila euro agli scafisti per arrivare a Lampedusa, altri 300 euro per il treno e per conoscere l’indirizzo della Questura di Bergamo che lo manda qui. «Davanti alle storie di questi ragazzi capisci quanto sei privilegiato e quanto ancora hai da imparare dalla vita», dice Alberto. Che gliel’abbiano suggerito o sia farina sua, non importa. Conta di più leggere dentro i suoi occhi quando gli si fa incontro Daniel: il passo incerto, una tuta da meccanico, le parole che non escono. A 21 anni voleva farla finita col gas, si è salvato per miracolo ma adesso è come se avesse 2 anni. «Ha bisogno di assistenza continua, non puoi mollarlo un attimo», spiega don Fausto. Turnano accanto a lui i ragazzi della comunità, ora c’è anche Grassi. Arriva, lo saluta. «Ciao Daniel, come stai? Hai lavorato?», butta lì un po’ imbarazzato. È l’ora del girolaboratori: assemblaggio, serigrafia, rilegatoria. «I miei genitori mi hanno detto che ho sbagliato e che devo stare attento a quello che dico in campo. Io vivo per giocare a pallone, però qui dentro ti dimentichi di tutto, e ti fa solo bene». Famiglia umile, i Grassi di Lumezzane.
Lavoratori, gente onesta, quel figlio che a 16 anni è finito in Nazionale. «Esco sempre con l’amico di Balotelli, figuriamoci se sono razzista ». Per cinque settimane, dalle 9 alle 12, ogni martedì e mercoledì — i giorni in cui non si allena a Zingonia, il quartier generale dell’Atalanta — Alberto non solo sfamerà e vestirà i sans papiers che approdano a Sorisole. Andrà anche sul “campo”. Niente maglietta e pantaloncini. Il campo è la stazione della Autolinee. «Salgo sul camper della comunità e raggiungo quel posto che è la casa degli emarginati. Lì arriva gente disperata che chiede aiuto, cerco di rendermi utile come posso… ». Don Resmini fissa un concetto. «A Grassi chiedo di fare uno sforzo: stare in mezzo a queste persone e aprire lo sguardo. Capirà che cosa vuol dire essere “vu cumprà”… la fatica che si fa a vivere da straniero in Italia». La chiosa finale è un pezzo di contrappasso: il calciatore che si fece volontario. Dice Alberto: «Se prima avevo delle chance di esordire con la prima squadra (in serie A), adesso con questa storia me le sono giocate». Palla al centro. Chissà se finirà davvero così.



chi vivra'  vedrà 

4.4.14

"Certe parole fanno più male dei pugni ma ce l'ho fatta e ho sconfitto il razzismo" Domenico Spada, Di etnia rom , tra gli uomini di punta della boxe italiana a livello mondiale, si racconta. ,

musica  in sottofondo  Giorgio Gaber - Io non mi sento italiano

La sua storia rassomiglia a quella dei primi due film della serie Rocky . Una storia di rabbia , gavetta , lotta contro i pregiudizi e luoghi comuni presenti nel nostro linguaggio quotidiano oltre che mediatico basta vedere i commenti al suo gesto provocatorio   di  qualche  giorno  fa  : <<  Spada: "Salirò sul ring con la bandiera rom, niente tricolore e inno di Mameli".Per il match contro Rubio, valido per il Mondiale dei pesi medi, il pugile romano rinuncia per protesta ai simboli dell'Italia: "E' il terzo mondiale che faccio, e sempre all'estero. Mai una parola da un ministro dello sport, la federazione non sta dalla parte dei professionisti, e neanche la tv ha acquistato i diritti. Che combatto a fare per questo paese? alla  vigilia  dell'incontro di domani   qui maggiori dettagli 
Ora  per chi non avesse voglia di leggersi la  storia  di Domenico Spada  contenuta  in  questo bellissimo articolo intervista  su repubblica  dell'anno  scorso  trova  qui   sotto una sintesi  della   storia  in questione 


"Certe parole fanno più male dei pugnima ce l'ho fatta e ho sconfitto il razzismo"
Domenico Spada, tra gli uomini di punta della boxe italiana a livello mondiale, si racconta. Di etnia rom, mille mestieri, l'ombra della discriminazione sempre presente, ma anche un grande riscatto sul ring e nella vita, con l'apertura di una palestra tutta sua e un possibile futuro da attore. "L'Inno di Mameli che suona per gli altri è anche il mio, darò il titolo del mondo all'Italia" 
Domenico  Spada 
Lo sguardo determinato non lascia spazio a movimenti delle palpebre, tipico di chi guarda avanti, concentrato sull'obiettivo, sempre deciso a saltare gli ostacoli. E Domenico Spada, uno dei pochi pugili in grado di dare lustro al panorama professionistico italiano, di ostacoli ne ha dovuti scavalcare parecchi prima di affermarsi come pugile e come uomo. A febbraio dovrebbe vedersela con il messicano dal pugno di pietra Marco Antonio  Rubio (50 ko su 58 incontri vinti) per il Mondiale ad  interim dei medi : "Rigorosamente all'estero, in Italia è difficile organizzare un match di quel livello, è difficile reperire soldi". In alternativa, il suo manager Franco Cherchi potrebbe offrigli una chance europea contro l'ucraino Maksim Bursak. L'asta per il match è fissata per metà dicembre.

Domenico  spada  a    sinistra  
All'estero. Perché Spada come pugile ha già dato tanto all'Italia, ricevendone in cambio poco. Si è battuto due volte per il titolo del mondo dei pesi medi, non accadeva dai tempi di Vito Antuofermo, il Paisà che fu capace di resistere quindici round all'assalto del 'meraviglioso' Hagler nonostante il volto devastato (ci vollero 33 punti di sutura). Ha perso entrambe le volte ai punti, non senza recriminazioni, contro il tedesco Zbik, ma è dovuto andare nella tana tedesca dove se non si vince per ko è tosta strappare il verdetto. Stesso discorso quando è andato in Inghilterra per l'Europeo: Barker è un bel pugile, ma l'arbitro gli ha dato la possibilità di fare ostruzionismo, poi i tre giudici hanno fatto il resto.

In attesa di cogliere l'attimo fuggente in chiave iridata, Domenico si è anche dedicato a prendere a calci le discriminazioni, lui che è di etnia rom. E non sono stati isolati gli episodi su qualche brutta frase riferita alle sue origini.
"Non mi piace la gente ignorante, irrispettosa delle culture degli altri. Quando sento pronunciata con rabbia, abbinata alla volgarità, la parola 'zingaro', quel tono dispregiativo, non ci vedo più dalla rabbia. Sono parole che fanno più male dei pugni".

Anche perché essere rom non significa essere delinquente...

"Io in vita mia non ho rubato nemmeno un centesimo. Ho preso la licenza media, poi prima di fare la boxe a livello professionistico ho fatto di tutto. Dal pasticciere al muratore, al parrucchiere".

Il parrucchiere?

"Si, ha capito bene, ma non tagliavo i capelli, ero shampista... Ho sempre cercato di aiutare in tutti i modi la mia famiglia. Io, i miei genitori, papà faceva il muratore, e cinque sorelle. Tutti in un appartamento di 40 metri quadrati. Va anche detto che nella nostra cultura, ma questo aspetto sta cambiando, le donne non lavorano. Quindi il peso economico della casa era tutto su me e mio padre. In casa e non in roulotte? Altro luogo comune, nella roulotte non ci ho vissuto un giorno in vita mia".

Si batte contro lo stereotipo del pugile violento, senza cultura, che fuori dal ring non riesce ad affermarsi

"Certo, basta. E' come la questione del rom sul ring. Viene strumentalizzata, l'inno di Mameli che suona per i calciatori è lo stesso che viene eseguito prima di un incontro titolato. La mia famiglia ha dato tanto alla bandiera. Tra i miei cugini Michele Di Rocco è attualmente campione d'Europa, Pasquale Di Silvio è stato
campione italiano, Romolo Casamonica ci ha rappresentato alle Olimpiadi".

Ma torniamo al fatto della strumentalizzazione

"Sì, le cito qualche nome. Il grande Charlie Chaplin, la bella Rita Hayworth, il carismatico Yul Brinner, Andrea Pirlo, Joquim Cortez. Sono tutti di etnia rom, ma nessuno lo sottolinea. Poi magari sali sul ring, e tutti a ricamarci... La mia gente è partita dall'India tanti secoli fa, ma ormai sono 600 anni che siamo in Italia. Mio nonno Alizio ha fatto la Seconda Guerra Mondiale, è stato prigioniero per anni, insomma...".

Ma la grande risposta è l'apertura di una palestra tutta sua

"La Vulcano Gym, a Santa Maria delle Mole. L'ho aperta anche grazie all'aiuto dei miei genitori. Ci vengono pugili amici, ma anche e soprattutto tantissimi amatori. Avvocati, dottori, studenti, tanta gente che vuole mantenersi in forma e ama quel grandissimo sport che è la boxe".

Vulcano è il suo nome di battaglia, chi glielo ha dato?

"Me lo ha dato il padre del romeno Simon. Da dilettante avevo sconfitto il figlio ma lui era rimasto colpito dal mio modo di combattere".

Da dilettante come mai non è andato alle Olimpiadi?

"Avevo vinto il titolo italiano nel 1999, poi feci quattro tornei vincendone tre, battei il campione del mondo juniores, ma al momento delle selezioni per le Olimpiadi di Sydney, il ct di allora, Patrizio Oliva, scelse Di Corcia".

E come andò a finire?

"Di Corcia fu battuto da Simon, proprio lui...".

A proposito di dilettanti, che pensa di Russo e Cammarelle, agli onori della cronaca spesso più di lei?

"Non voglio fare polemica, ma restando dilettanti saranno sempre pugili incompleti. Stanno facendo come facevano i pugili sovietici o come fanno i cubani: prendono lo stipendio dallo stato (azzurri quasi tutti nelle forze armate, ndr) e non passano prof. Certo, vanno alle Olimpiadi e quindi la federazione pugilistica li tutela, ma non va dimenticato che anche noi professionisti quando combattiamo per un titolo le tasse alla Fpi le paghiamo eccome...".

Nuova provocazione. Altri pugili, a nostro avviso non al suo livello, hanno avuto chance più importanti sul ring della Capitale

"Provocazione che raccolgo volentieri. Nella precedente amministrazione comunale, nel mio sogno di combattere per il titolo a Roma, ho avuto quattro anni di promesse puntualmente disattese, chissà perché... (ghigno). Ora spero che con il sindaco Marino cambi qualcosa".

Qualcuno dice che lei ha la faccia d'attore?

"Sicuramente la pensa così Aureliano Amadei, il regista di '20 sigarette'. Con lui ho girato un documentario che si intitola 'L'incontro della vita', stiamo attendendo che possa venire distribuito, questione di fondi".

Dunque le piacerebbe lavorare nel cinema?

"Perché no. In fondo la passione per il cinema è un po' una tradizione di famiglia. Da bambino ho partecipato al film di Sergio Rubini 'Il viaggio delle sposa'. Parecchi miei parenti hanno avuto parti con Sergio Leone, Pier Paolo Pasolini. Sono stati accanto ad attori come Marcello Mastroianni e Alberto Sordi".

Visto che ha sempre denotato una certa precocità, il piccolo Spada è subito salito sul ring?

"No, ma ci ho messo poco per capire la strada maestra, visto che già dai novizi primeggiavo. In precedenza ho provato a giocare a pallone con una società oratoriale, la Juvenilia 88, ma non era cosa per me".

Altra curiosità, Spada nelle vita privata?

"Sto da anni con Claudia che presto sposerò, abbiamo tre figli maschi".

E se uno dei tre volesse diventare pugile?

"Non mi opporrei, anche se mi piacerebbe una società più meritocratica, ma qui non parlo solo di boxe. Vorrei andasse avanti chi lo merita, con le proprie forze. E' una società ideale, lo so. Ma io ci credo".

3.4.14

Dipinse un muro in strada, writer di San Sperate assolto a Milano Il giudice ha stabilito che i graffiti di “Manu Invisible” sono arte e non vandalismo


Il graffito in una strada di Cagliari

Sentenza storica quella depositata qualche giorno fa dal Tribunale di Milano a proposito di street art e vandalismo: il giovane writer sardo Manu Invisible è stato assolto dall’accusa di vandalismo perché il suo graffito realizzato illegalmente in una strada milanese è considerato un’opera d’arte.
Con questa decisione crolla così per la prima volta il pregiudizio che accosta arte di strada e degrado: il giudice dell’VIII sezione del tribunale di Milano ha ricordato che il graffito era realizzato con l’intento di abbellire il muro di una strada periferica, già sporco e in degrado, e soprattutto riconosciuto il valore artistico dei lavori di Manu Invisible.
Il giudice ha assolto con formula piena il giovane di San Sperate che in quegli anni viveva nel capoluogo lombardo. Manu, 23 anni, era stato fermato dalla polizia la notte del 20 giugno 2011 quando dipingeva sul muro di via Piranesi. Il graffito rappresentava un paesaggio notturno milanese ma è rimasto incompleto a causa della denuncia e oggi è quasi completamente cancellato dalle scritte di altri writer.

aggiornamento de4l caso di bullismo ad olbia oggi dovrebbe incminciare a lavorare in officina


fai del bene con il cuore ed senza aspettare niente in cambio, dare vuol dire umanità'..la colpa della povertà e la ignoranza ed indifferenza nostra..


 qui la  vicenda
http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2014/04/olbia-bullismo-al-panedda-spara-in.html
 da la nuova sardegna  , eccetto il video  ,  del  3.4.2014  cronaca di Olbia-Gallura

OLBIA. Comincia oggi la lezione di vita per il ragazzo terribile dell’istituto tecnico Panedda. Questa mattina il 15enne che ha sparato a una compagna di classe con una pistola a pallini, entrerà nell’officina del padre della ragazza di 14 anni ferita. Ieri il dirigente scolastico della scuola di via Mameli, Gianni Mutzu, ha accettato la richiesta dell’uomo, condivisa anche dalla famiglia dell’adolescente turbolento. Il meccanico aveva rinunciato a sporgere denuncia contro il feritore di sua figlia. In cambio aveva voluto dargli una possibilità di riscatto. Dal momento che il ragazzino è appassionato di auto e motori, ha pensato di insegnargli i segreti del mestiere. Una scelta nata dal cuore.Resta invece confermato il provvedimento disciplinare disposto dalla scuola. Dieci giorni di sospensione che mettono a rischio l’intero anno scolastico dell’alunno. 

Ma anche in questo caso il babbo della ragazza ferita ha mostrato tutta la sua bontà. Se il 15enne, per cinque giorni si comporterà bene e dimostrerà di voler provare a essere una persona migliore, il dirigente valuterà se ridurre il tempo della sospensione. Il compromesso è arrivato dopo oltre due ore e mezzo di confronto serrato tra l’uomo e il preside. Alla fine Mutzu ha dato l’ok. Il meccanico dovrà però vigilare sul comportamento del ragazzino e tenere costantemente aggiornata la scuola. Nel caso in cui non mantenesse fede agli impegni, l’accordo salterà.Ieri il padre dal cuore d’oro ha tirato a lucido l’officina. Ha sistemato macchinari e strumenti di lavoro in modo che l’adolescente ospite non si faccia male. "Spero davvero di vederlo in officina questa mattina – commenta il meccanico –. Questa è una occasione per cambiare e io voglio crederci".Rientrerà invece a scuola oggi la ragazzina ferita con i pallini. Michela (nome di fantasia) ha deciso di anticipare il ritorno in classe. Dopo essere stata colpita al polso e alla coscia durante la seconda ora di lezione, la ragazza aveva raccontato l’episodio all’insegnante e poi al dirigente scolastico. Il padre, arrivato subito a scuola, l’aveva accompagnata al pronto soccorso. I medici la avevano visitata e le avevano assegnato due giorni di malattia. Ma Michela ha voglia di voltare pagina, di ricominciare la sua vita fatta di studio, amici e spensieratezza.

2.4.14

quello che sei lo scopri solo quando capisci a cosa hai scelto d'appartenere


Olbia .bullismo al Panedda Spara in classe con la pistola giocattolo ala compGNA e il padre della ragazza non lo denuncia ma gli offre la possibilità di riscattarsi lavorando nella sua officina

un , come dicevo dal titolo , buon gesto  per   sconfiggere i bullismo  . Non solo repressione  
  da la nuova  Gallura  edizione  Olbia-Gallura  del  2\4\2014
di Serena Lullia 

OLBIA Appena 15 anni, ma arriva a scuola con una pistola giocattolo. 
l'istituto panededda  
E spara pallini di gomma contro una compagna di classe. Lei finisce in ospedale, i medici le danno due giorni di cure.
il braccio  della  ragazza
Lui viene sospeso e rischia una denuncia. Ma l’atto di bullismo si conclude con una lezione di vita. Il padre della ragazza non sporge denuncia. Decide di aiutare il ragazzino che ha ferito la figlia di 14 anni. Il babbo di Michela (nome di fantasia) vuole dare al 15enne la possibilità di riscattarsi. La sera, dopo la scuola, lo porterà con lui al lavoro. L’uomo è proprietario di una officina, il ragazzo è appassionato di meccanica. Per il turbolento adolescente una lezione di vita. Molto meno morbida la decisione della scuola in cui frequenta la prima classe. Il tecnico Panedda ha sospeso il 15enne per 10 giorni. Un provvedimento severo, che mette a rischio l’intero anno scolastico. Il ferimento di Michela avviene durante la seconda ora, quando è in corso la lezione. Il ragazzino arriva in classe con una pistola che spara pallini di gomma. L’arma giocattolo è una fedele riproduzione di quelle vere. Lo sparo viene accompagnato da uno scoppio rumoroso. I proiettili sono pallini di gomma spessa. La pericolosità della pistola viene confermata anche dalla polizia. Il primo colpo viene sparato tra la prima e la seconda ora. Michela viene colpita al polso destro. La ragazza reagisce con una occhiataccia e un invito al compagno di classe a non farlo più. Scatta la seconda ora di lezione. La professoressa è in classe. C’è un po’ di confusione, gli alunni sono più di 20. Il 15enne dice a Michela di abbassare la voce perché il tono, a suo dire troppo alto, lo infastidisce. Poi prende la pistola, la sistema sotto il banco e prende la mira.
un immagine  simbolo  
 Il pallino di gomma centra la coscia di Michela. La ragazza non intende sopportare ancora gli atteggiamenti da bullo del compagno. Chiede l’intervento dell’insegnante. Poi va nell’ufficio di presidenza. Denuncia il fatto e come prova del suo racconto porta il pallino di gomma che l’ha ferita. Michela avvisa anche il padre, che si precipita al Panedda. Interviene anche la polizia locale. La ragazzina viene accompagnata al pronto soccorso. I medici, dopo averla visitata, le danno due giorni di cure. Babbo e figlia ritornano a scuola. L’uomo vuole capire bene cosa sia successo, parlare con il dirigente, capire come è possibile che a scuola si possano portare delle armi, anche se giocattolo. Nel frattempo la classe di Michela sta uscendo dal Panedda per l’ora di educazione fisica. Il ragazzino getta la pistola nel cassonetto della plastica e poi cerca di fuggire. Il meccanico lo ferma e prova a parlarci, senza troppo successo. Alla fine della mattinata Michela e il padre si incontrano con la famiglia del ragazzino davanti agli uomini della polizia, in commissariato. Ci sono gli estremi per la denuncia. Ma il babbo di Michela ha un cuore grande. Parla con il 15enne che ha ferito la figlia, prova a fargli capire che il gesto che ha fatto è sbagliato. Il ragazzo scoppia in lacrime, piange, chiede scusa, abbraccia Michela. Da qui la decisione dell’uomo. «La denuncia non servirebbe a nulla e lo rovinerebbe – dice l’uomo –. Non mi piacciono queste cose. So che è un appassionato di meccanica, io ho un’officina. Lo porterò con me dopo la scuola, gli spiegherò il mestiere. E chiederò anche al preside che revochi il provvedimento disciplinare nei suoi confronti». 
Infatti , continua  l'articolo  , La rabbia ha ceduto quasi subito il posto alla ragione, ai sentimenti. Il padre di Michela ha pensato a cosa fosse meglio per i due adolescenti. Una vita davanti, una strada difficile da percorrere, l’adolescenza, piena di grandi cambiamenti. «Non me la sono sentito di sporgere denuncia – racconta l’uomo –. Di certo con quella pistola qualcuno si poteva fare molto male. I poliziotti l’hanno provata. Un’arma grande, molto simile a una vera. Ogni volta che parte il colpo si sente un rumore molto forte, uno scoppio. Impossibile non sentirlo». L’uomo è convinto che la vera lezione per il ragazzino turbolento non sia nè una denuncia, nè la sospensione. Ma i dirigenti del tecnico Panedda, dopo aver valutato la gravità dell’episodio, hanno deciso di applicare una sanzione disciplinare molto severa. Dieci giorni di sospensione. Un provvedimento pesante, che potrebbe compromettere l’anno scolastico del ragazzino. Di certo quanto accaduto ieri mattina apre anche una riflessione. Come sia possibile portare a scuola un’arma, anche se giocattolo.

1.4.14

gite di primavera 23.3.014 giornata Fai a Perfugas

Con il post   d'oggi  , cercando ulteriormente    di   : ridurre  e  d  incanalare  in qualcosa  di costruttivo la mia logorrea e  prolissità  ,  di  provare  ad essere più sintetico  . Riassumo  almen con  le foto  fatte  con il cellulare  , in quanto come mio solito  , mi lascio   nel pc la scheda della macchina digitale  . 

le news  sono tratte  da  
Mentre le  foto  sono del sottoscritto

Visto  l'incertezza  del tempo  , la fissazione (  ma   bisogna   capirlo   sono  vecchi  70 mamma 73 babbo  )  non volevano   andare  in greffa  o  lo cose  organizzate  , siamo andati di  sera  quindi abbiamo visto  le visite  guidate   a  :



CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI – RETABLO DI SAN GIORGIO




Il Retablo di San Giorgio è il più grande della Sardegna ben cinquantadue tavole. E’ stato dipinto da un anonimo nel XVI secolo, costituisce la quinta di sfondo delle opere esposte nel Museo Diocesano di Arte Sacra, allestito nella cappella del Retablo di San Giorgio, nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria degli Angeli a Perfugas.



POZZO SACRO DI PREDIO CANOPOLI

 databile alla fine del Bronzo medio, Bronzo recente, Bronzo finale, età del Ferro; è ubicato nel centro storico di Perfugas, nell’area antistante la chiesa di Santa Maria degli Angeli. Il pozzo sacro deve il nome al proprietario dell'orto nel quale nel 1924 venne ritrovato: tale a Domenico Canopoli.


al Il museo, realizzato grazie all’attività di censimento e scavo di siti archeologici del territorio di Perfugas, si compone di una sezione paleobotanica e una archeologica.Ma Abbiamo perso l'evento collegato la Mostra di arte grafica “la Sardegna di Giuseppe Biasi”; mostre su cultura e tradizioni locali


per conto nostro , abbiano visto l'antica parrocchiale di S. Maria de Foras,con relativo porta  santa   \  portale delle    indulgenze   chiesa romanica originariamente mono navata restaurata di recente. La sua costruzione è attestata da un'epigrafe del 1160. Di particolare pregio è il monumentale portale dicromo, costruito con blocchi bianchi e rossi disposti a scacchiera, che è il più antico dell'isola. Da questa chiesa proviene l'altare ligneo del 1750 attualmente collocato nel presbiterio della chiesa parrocchiale. ma abbiamo trovato una guida della Società “Sa Rundine” mentre le altre due Visite guidate a cura degli Apprendisti Ciceroni®: Scuola Media statale “Sebastiano Satta”










Il bellissimo museo archeologico .Il museo, realizzato grazie all'attività di censimento e scavo di siti archeologici del territorio di Perfugas, si compone di una sezione paleobotanica e una archeologica. E quato  èsolo una parte  dei reperti  viosto che  ci sono ancora  quasi  5 mila casse in magazzino non esposte  per mancanza  di spazio e di fondi per  allargare il museo  .  Poiché avevo poca  batteria nel cellulare e le teche da fotograre erano molte preferisco riassumerlo cosi : Affinché il tempo non cancelli il lavoro degli uomini e che i grandi risultati raggiunti non cadano nell'oblo ( erodoto )

anche i portoni e le finestre , poggioli , hanno una storia da raccontare


da  https://www.facebook.com/franco.pampiro

Per secoli sono stati il centro della vita attiva delle nostre città, ma nel volgere di pochi decenni hanno subito un progressivo spopolamento e un veloce degrado. Sono i centri storici di molte aree del nostro Paese che, a causa di una politica che negli ultimi 40-50 anni ha favorito la cementificazione delle periferie con la creazione di quartieri dormitorio e lo spostamento delle attività commerciali e artigianali ai margini dei centri abitati, sembrano inesorabilmente destinati al totale abbandono. Dove una volta sorgevano abitazioni, negozi e botteghe ora è facile incontrare solo porte chiuse.
In questo progetto presento alcuni scorci di vecchi edifici abbandonati di Tempio Pausania, posti a poche decine di metri dai bar e dai negozi delle vie principali.
In mancanza di interventi mirati di recupero, nel volgere di pochi anni molti rioni potrebbero subire ulteriori danni determinando la perdita di parti importanti del nucleo storico della città.
L'ultima immagine vuole rappresentare la speranza che le nuove generazioni possano dare un impulso per riaprire queste porte chiuse contribuendo anche alla riscoperta delle proprie radici e tradizioni.
Questa la didascalia che accompagnava le mie foto presentate a Sardegna Reportage

Giulia Ghiretti l'altra pellegrini del nuoto di cui i media embed non parlano o a malapena gli dedicano due righe





Una nuova Pellegrini peccato che la sua storia sia quasi del tutto ignorata come dicevo nei titolo , dai media embed pieni oltre che di faziosità evitabile di notizie edulcorate , pettegolezzi , ecc . 
da Swim4life del Giovedì 06 Marzo 2014 14:37
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Scritto da Paco Clienti


Decisa, forte e senza paura, ecco chi è Giulia Ghiretti!
La parmigiana è uno degli astri nascenti della nazionale paralimpica.




Giulia Ghiretti, 20enne da meno di un mese, parmigiana d’origine, milanese di adozione dopo essersi in parte trasferita nella città della moda per seguire il percorso universitario alla facoltà di Ingegneria Biomedica, era una ginnasta. Poi nel 2010, all’età di 15 anni, l’incidente durante un allenamento al trampolino elastico. Giulia cade e si rompe una vertebra, infortunio che le fa perdere l’uso delle gambe. Ma lei non si è fermata nemmeno per un istante, ha continuato a vivere la sua vita come se nulla fosse accaduto, con quel sorriso raggiante che illuminerebbe chiunque, attraverso il quale mostra ogni volta quanto sia gioioso vivere la vita. Ha voluto continuare a praticare l’attività agonistica, perché le mancava l’adrenalina delle gare. Si è tuffata quindi nel nuoto, dove ha continuato ad essere ciò che era prima, a fare ciò che faceva, competere nello sport! Ad oggi detiene i Record Italiani nei 50 dorso, 100 rana e 100 misti in vasca corta e 50 dorso e 100 rana in vasca lunga. Ad agosto 2013 ha preso parte al grandioso Mondiale Paralimpico per l’Italia che si è svolto a Montrèal, dove la Ghiretti ha conquistato una medaglia d’argento nella storica staffetta 4x50 stile libero ottenuta dalle Azzurre alle spalle dell’Ucraina ed ha partecipato a tre finali individuali su quattro, nei 50 dorso classe S5, nei 200 misti classe SM5 nei quali tra l’altro è stata protagonista di una esaltante rimonta, passando dalla settima alla quarta posizione e nei 100 rana classe SB4, dove è giunta al sesto posto dopo che in batteria aveva strappato il nuovo Record Italiano segnando 2’07”31!
Dopo le sue eccezionale vittorie, in vasca e fuori dalla vasca, nella vita di tutti i giorni, Giulia è diventata un esempio da seguire, una persona alla quale ispirarsi, una “insuperabile”.
Recentemente è stata testimonial dell’attività di promozione dello sport paralimpico a Parma, in occasione
della manifestazione Abili per lo sport e poi ospite della rassegna di film e documentari Senza capo né coda che si è tenuta presso il teatro comunale di Felino, dove sedevano tra gli altri anche i giovani nuotatori del Nuoto Club Parma ’91. Oggi è insieme a noi di Swim4life per raccontarci un po’ di lei, un po’ di Giulia Ghiretti.

Iniziamo subito dai Campionati Italiani Invernali disputati a Como. Sei soddisfatta dei riscontri ottenuti? 

«Si, molto, soprattutto nei 200 misti, sono molto contenta anche perché stiamo lavorando tanto ed eravamo tutti curiosi di cosa poteva venir fuori da questi Campionati Italiani e siamo rimasti molto soddisfatti di come è andata la gara. Anche nei 50 dorso sono rimasta contenta in quanto era dai Mondiali di Montrèal che non riuscivo più ad andare tanto bene.»

A Como hai ritrovato il ritmo giusto quindi.

Si, ho ritrovato un po’ di smalto.»

Quali sono gli obiettivi per questa stagione?

«Non lo so nemmeno io, sicuramente fare bene e migliorare.»

Troppo facile questa risposta, sembra quasi tu non voglia dire ciò a cui punti veramente.

«Troppo difficile la domanda – risponde sorridente la Ghiretti - No a parte gli scherzi, voglio far bene agli
Europei dove voglio conquistare le finali, poi si vedrà.»

Magari un’altra super staffetta anche a Eindhoven.

«Mi piace molto la staffetta perché tra compagne ci si stimola l’un con l’altra, è fantastico!»

Adesso facciamo un salto nel tuo passato che è da ginnasta. L’avventura nel mondo del nuoto è iniziata circa tre anni fa, a seguito di un incidente che si è verificato mentre ti allenavi al trampolino elastico. Cosa ti ha spinto a voler iniziare subito l’avventura in vasca?

«Essere in competizione era una cosa che mi mancava, già da quando ero in ospedale, non riuscivo a starne senza. In acqua era l’unico posto dove non si doveva stare seduti su una carrozzina e quindi ho deciso di nuotare.»

Quali cambiamenti più significativi hai dovuto accettare dopo l’incidente?

«Più che cambiamenti, si trattava di adattarsi. In effetti si tratta solo di trovare un modo diverso per fare le cose.»

Cosa ti ha dato il nuoto in un momento di forti cambiamenti per ciò che ti era capitato?

«Iniziare a nuotare è stato per me molto naturale, non si trattava nemmeno di ripartire, ma continuare ciò che facevo già, ciò che ho sempre fatto. Com’era la mia vita prima, così doveva continuare ad essere dopo e il nuoto ha fatto si che così fosse.»

Cosa provi quando sei in acqua?

«Mi sento bene, mi sento libera! Sei tu con tutto il tuo corpo! Non hai una carrozzina, non hai limiti.»


Cosa provi e cosa pensi invece quando tocchi la piastra ed il tabellone cronometrico ti mostra il tuo personale?

«Appena arrivo mi viene sempre di alzarmi e guardare il tabellone. Gli ultimi metri sono sempre i più duri, ma anche i più belli. Poi guardo il cronometro e mi viene da sorridere per ciò che sono riuscita a fare.»

Sei una nuotatrice agonista da poco, ma nonostante questo sei arrivata già in nazionale e ad agosto 2013 hai partecipato al tuo primo mondiale prendendo parte alla gloriosa spedizione Azzurra di Montrèal. Cosa hai provato quando è arrivata la convocazione?

«Ero molto contenta, anche perché dopo poco tempo che nuotavo, avendo notato che i tempi ce li avevo, ci ho provato e sono riuscita ad arrivare dove sognavo di arrivare. Ricordo che il giorno in cui arrivò la chiamata, stavo studiando in preparazione della maturità che avrei dovuto a affrontare di lì a poco. Poi il cellulare prese a squillare, era il tecnico Riccardo Vernole e allora smisi subito di studiare e speranzosa mi dissi “adesso vediamo cosa mi deve dire”. Quando ho attaccato il cellulare ero molto felice perché si trattava per me di una grande conquista, una conferma del lavoro fatto e quindi una grande soddisfazione, energie che poi mi hanno permesso di avere una gran voglia di far bene!»


E infatti nonostante fosse il tuo primo mondiale, non ti sei fatta prendere dall’emozione, dimostrando da subito un grande carattere ed una grande preparazione mentale nell’affrontare una competizione di così alto livello, dote da vera campionessa. Come ti sei preparata fisicamente e mentalmente per affrontare così bene un evento così importante (nella foto a destra la staffetta vice campione del mondo a Montrèal)?

«Bè l’emozione c’era ed era anche tanta, però poi ho affrontato il Mondiale trasformandolo in una gara qualunque, senza pensare che fosse un Mondiale, pensando solo di andare a competere per fare il meglio che potevo.»

Quindi hai realizzato un nuovo record italiano e conquistato un argento con la staffetta 4x50 stile libero, risultati eccellenti al tuo primo Mondiale, in scioltezza?

«Si, tutto senza pensarci troppo.» – risponde sorridendo la Ghiretti.

Lo sai che sei entrata per sempre nella storia del nuoto paralimpico italiano vincendo quell’argento con la staffetta ai Mondiali?



«Si, l’ho scoperto dopo! Per me è comunque tutto un mondo nuovo, ma la gioia è stata ugualmente tantissima.»

Della tua avventura di Montrèal, cosa ricordi con più nostalgia?

«Il freddo me lo ricordo bene perché è stato qualcosa di allucinante! A parte le battute, si è creato davvero un bel gruppo insieme a tutti quanti, siamo stati molto bene, ci siamo affiatati e sono sicura che questo ha fatto si che poi venissero fuori risultati importanti per tutta la squadra.»

Come trascorri il tuo tempo fuori dalle vasche? 

«Adesso sto seguendo Ingegneria Biomedica alla facoltà dell’Università di Milano dove vivo per tutta la settimana, tornando a casa a Parma dai miei solo nel fine settimana. È stata una decisione che ho preso un po’ all’ultimo momento e quando l’ho comunicato ai miei, non sono stati proprio entusiasti di questo distacco.»

Cosa sogni per il tuo futuro?
«Sicuramente laurearmi, poi si vedrà. Non sogno di fare qualcosa in particolare, mi piaceva questo percorso di studi perché volevo seguire comunque qualcosa di scientifico ed ho deciso di intraprenderlo, ma senza particolari obiettivi futuri.»

Pensi che il nuoto farà sempre parte della tua vita?

«Si, assolutamente. Una vita senza il nuoto, oggi, non riesco ad immaginarla!»

Come convivi invece con la tua disabilità nel quotidiano?

«Affronto e vivo giorno per giorno quello che viene. Fortunatamente la mia famiglia mi è sempre vicina e quando voglio fare qualcosa, troviamo insieme il modo per farla. Non ci siamo mai fermati davanti a niente.»
Cosa diresti a chi come te si ritrova ad affrontare una disabilità fisica?                                          «Di non fermarsi mai, perché un modo per fare le cose c’è sempre.»

Il nuoto per te in una parola?

«Divertimento! Se non ti diverti, non vai avanti e questo vale per qualsiasi cosa!»


31.3.14

Ada, una cornacchia ferita è diventata amica di un gatto . sepulvera ha fatto centro


gli manca  solo che  gli insegni a volare     e  la  simbiosi fa   vita  e letteratura  è completa

da  l'unione sarda  del  31\3\2014

                                                         La cornacchia


Da nemico ad amico. All'inizio era un pericolo ma nel giro di poco tempo il gatto è diventato amico della cornacchia ferita.

Quando si dice finire nel mirino. E' successo, stavolta nel senso letterale del termine, a una cornacchia ribattezzata "Ada". Ferita a un'ala e senza una zampetta, ora vive in un giardino in compagnia dei gatti. Uno in particolare, l'ha adottata tanto da diventare suo amico. Si sono guardati con sospetto per alcuni giorni, si sono avvicinati e allontanati di malo modo. Poi si sono arresi a una sorta di solidarietà reciproca e ora il gatto "veglia" sulla cornacchia e non la perde mai di vista. Lei gli saltella attorno, mangia dalla stessa ciotola e si riposa bilanciandosi sull'unica zampetta rimasta senza doversi più preoccupare di... guardarsi alle spalle.Lunedì 31 marzo 2014 09:26Apprendiamo da loro.
Quando si dice la solidarietà. Questi due animali così diversi tra loro sono riusciti a convivere dopo qualche giorno di reciproci sospetti. Ora sembra abbiano bisogno l'uno dell'altro; ciò è meraviglioso. Questo deve insegnare a noi uomini intelligenti che la solidarietà con persone diverse da noi, sia culturalmente che fisicamente, non deve spaventarci,perché ne guadagneremmo entrambi sotto tutti i punti di vista.

nostalgici della lira o far capire che l'uero è una ciofecca o quanto spendono ?In un negozio di tessuti di Quartu il tempo si è fermato: i conti in lire

www. unionesarda.it 


In un negozio di tessuti di Quartu  il tempo si è fermato: i conti in lire


I due fratelli nel loro negozio e i prezzi ancora in lire

Solo al momento del pagamento si converte il conto in euro.Nel negozio di tessuti in piazza Dessì, a Quartu, il tempo sembra essersi fermato. I fratelli Antonio e Giuseppe Massa non si sono rassegnati all'euro: da loro si ragiona e si calcola tutto ancora in lire. Nelle vetrine e tra gli scaffali i prezzi al metro sono indicati con le vecchia moneta. Solo quando la merce arriva alla cassa, il totale viene convertito in euro con una piccola calcolatrice.

I dettagli e le interviste nell'articolo a firma diGiorgia Daga sull'Unione Sarda in edicola oggi

Dessanay fa l’americano, da Ellington agli indiani Esce “Songbook–volume One” del contrabbassista sardo che vive in Inghilterra.

dalla nuova  sardegna   31\3\2014

Dessanay fa l’americano, da Ellington agli indiani.
Esce “Songbook–volume One” del contrabbassista sardo che vive in Inghilterra. Nove composizioni nel segno della melodia, con un quartetto d’eccezione
-
di Walter Porcedda


CAGLIARI. Conteggio a ritroso per il contrabbassista Sebastiano Dessanay
che dopo aver esordito un anno fa con “Songbook-Volume Two” propone finalmente il “Volume One”, cioè la prima parte di quell’ideale viaggio in due tappe nel cuore del jazz, intrapreso sin dal 1997 nei primi seminari jazz a Siena e Nuoro. Se nella prima proposta il musicista, residente da diversi anni in Inghilterra, a Birmingham, dove conduce studi avanzati nel campo della musica contemporanea – suonando allo stesso tempo con ensemble rinomati come Decibel, dell’irlandese Ed Bennet – proponeva una immersione negli umori e nelle atmosfere della musica europea, in questo “One”, cambia completamente di registro avventurandosi in America.
Sì, è alla grande culla della musica afroamericana che guarda infatti questo album, inciso per l’etichetta inglese F-ire dove il contrabbassista alla guida di una singolare formazione esplora con chiave melodica anche lo spirito originario del mainstream e del jazz contemporaneo.
Il disco suona con freschezza ed originalità d’approccio, e a onor del vero non si sente mai una nota fuori posto come la voglia di operare rifacimenti tout court di opere di celebri maestri.
Piuttosto c’è la passione di rileggere ed aggiornare con feeeling curioso, animato da vivace spirito di ricerca, la lezione della musica suonata nella Grande Mela soprattutto con un sentire aperto.
Dessanay, come già rilevato in occasione dell’uscita del precedente album “Two” ha talento compositivo ed è dotato di un ottimo livello di esecuzione. Una cavata possente quanto basta. Autorevole e presente, ma mai invadente, un fraseggio limpido, quasi trasparente, ideale per l’innesto dei soli e della musica eseguita di concerto con interessanti compagni di viaggio. A cominciare dall’altosassofonista Rachael Cohen, una voce malinconica venata di blues. Centrale la presenza del chitarrista Gianluca Corona, cresciuto alla scuola dei contemporanei, i vari Metheny, e Frisell soprattutto. Completa la formazione alla batteria il buon Alessandro Garau. Cohen e Corona, entrambi di spiccata inclinazione melodica danno il giusto supporto alla musica del leader che ha una cantabilità rigogliosa e accattivante. Sin dalla prima traccia, “Bouganville”, dall’incedere veloce con bel senso del ritmo guida immediatamente e introduce all’ascolto di un’opera a buon gradimento emotivo.
Nove composizioni nel segno della differenza, un ordito quanto mai vario che segnala spumeggianti swing come “Tuesday morning” accanto a oasi di riflessione intimistica, ved il poetico “Nuvole su Castello”. Naturalmente trovano posto i tributi alla lezione dei padri come “Duke and Monk” che chiude in un tripudio di lucido swing l’intero album.
E a proposito del grande Duca Ellington è all’elegante compositore e direttore d’orchestra che Dessanay ha sicuramente pensato nel comporre l’avvolgente “L’ultimo ballo”.
Discreto e altrettanto poetico l’omaggio ai nativi americani con rimandi alla musica suonata dalle tribù delle montagne Appalachi sono gli intriganti quanto austeri “Pianure”e “Intermezzo” affini per certi versi come segnale di vie originali al jazz a “Vow” nervoso crossover tra contemporary music e free.

29.3.14

L'onda (Die Welle) 2008 diretto da Dennis Gansel

non essendoci nulla d'interessante su rai-mediaset o quel che c'è buono non è visibile su rai replay in quanto lai non possiede i diritti per il web . mi riguardo nel mio solito ( salvo eccezioni ) sabato solitario . Effetto collaterale d'avere amici sposati o fidanzati \ conviventi  o essere 




il film citato nel film http://it.wikipedia.org/wiki/L%27onda_(film_2008)



lo trovate su http://www.tubeonair.com/ più precisamente qui da vedere con mozilla firex fox (con l'estensione anonymox )o torbrowser visto che sia google chrome che internet explorer ne bloccano l'accesso.

molto bello e molto vero non si è mai immuni dal male fino a che non ti rendi conto che è male.più attuale che mai


28.3.14

la burocratia colpisce ancora un debole Respinta la delega del figlio: in ambulanza per ritirare la pensione Villacidro, 88enne in barella allo sportello delle Poste


L'unico commento che mi sento di fare a questa assurda storia è anche questo dubbio : se la delega viene ritenuta non valida (anche se credo che non lo sia) perchè non viene abolita ?


la nuova sardegna 28\3\2014


VILLACIDRO. 
Vecchietta di 88 anni costretta ad andare all’ufficio postale in ambulanza per ritirare la pensione.E’ accaduto questa mattina a Villacidro dove, secondo quanto dichiarato da un figlio della pensionata, Raffaele Mocci, in possesso di regolare delega alla firma e al ritiro delle spettanze pensionistiche, il direttore delle Poste avrebbe preteso che ad apporre la firma al modulo di accettazione delle norme antiriciclaggio in vigore dal 1° marzo 2014 ,
L'ambulanza che ha trasportato alle Poste
la pensionata di 88 anni (foto Deidda/Rosas)
fosse personalmente la titolare della pensione. La quale si trova da sei mesi costretta a stare a letto per le conseguenze di una grave frattura ossea.
Il direttore dell’ufficio postale non ha voluto rilasciare dichiarazioni in merito e ha invitato chi voleva conoscere le motivazioni a rivolgersi alla direzione regionale di Poste Italiane. “Non capisco perché questa presa di posizione – ha detto il figlio della pensionata -, sono in possesso di regolare delega al ritiro delle pensione e di documentazione medica come mia madre non si può muovere dal letto. Perché costringerci a ricorre a un’ambulanza e creare tanti problemi a mia madre per una firma, che oltre tutto io sono delegato ad apporre ? Mi risulta che in altre circostanze il comportamento del direttore dell’ufficio postale non sia stato così intransigente”.
La spiegazione dell’accaduto, se vorrà farlo,è nelle mani della direzione generale della Sardegna di Poste Italiane. (l.on)

26.3.14

Lo zoo di Copenhagen uccide quattro leoni Sono due maschi anziani e due piccoli "non in grado di sopravvivere". Nella stessa struttura fu soppressa la giraffa Marius


se prima consideravo gli zoo utili ma con qualche dubbio perchè può servire a salvarli dall'estinzione .Ma ora dopo quest'altro fatto mi stanno venendo dubbi . Non è meglio lasciar decidere alla natura ?


Sono due maschi anziani e due piccoli "non in grado di sopravvivere". Nella stessa struttura fu soppressa la giraffa MariusRedazione ANSA



Lo zoo di Copenhagen uccide quattro leoni (foto: EPA)                                                               RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Dopo quella di Marius, lo zoo di Copenhagen promette di rinfocolare polemiche e sdegno per aver eseguito la "condanna a morte" anche di quattro leoni. "A causa del comportamento naturale dei leoni, lo zoo ha dovuto applicare l'eutanasia a due leoni anziani e a due piccoli che non erano abbastanza cresciuti da sopravvivere da soli", e che inevitabilmente "sarebbero stati uccisi dal nuovo maschio", scrive in una nota la direzione. A differenza della giraffa, i leoni non saranno "dissezionati" in pubblico. 
I leoni sono stati soppressi, spiega lo zoo danese, perché non si è riusciti a collocarli altrove. Fra alcuni giorni il nuovo maschio sarà introdotto e presentato alle due leonesse acquistate nel 2012 e che sono in età riproduttiva.
"Lo zoo (di Copenhagen) è riconosciuto a livello mondiale per il suo lavoro con i leoni e sono fiero che uno di essi sia all'origine di una nuova discendenza", ha dichiarato il direttore della struttura, Steffen Straede. Il mese scorso Straede era stato bersaglio di biasimo da parte di organizzazioni animaliste e perfino di minacce di morte per la sua decisione di sopprimere il maschio di giraffa Marius, che aveva 18 mesi. La giraffa era stata uccisa con una pistola da macello, essiccata, poi dissezionata e data in pasto ai leoni davanti allo sguardo dei bambini. La soppressione di Marius - si giustificò lo zoo sul suo sito - fu senza sceLta perché le regole europee su giardini zoologici e acquari stabilisce che si deve evitare la consanguineità. Si dovette quindi impedire a Marius di raggiungere l'età adulta.


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Abbandonata al Burger King, ritrova mamma dopo 27 anni Giovane americana aveva scritto su Fb, 'Non sono arrabbiata'

Ecco che c'è chi non prova odio e rancore



Baby Burger King

Redazione ANSA WASHINGTON
26 marzo 201420:08 NEWS



'Burger King Baby' ritrova sua madre grazie a Facebook. Quella di Katheryn Deprill, una giovane di 27 anni di Alentown, in Pennsylvania sembra una storia da film a lieto fine. La madre l'abbandono' quando aveva poche ore di vita, nel bagno di un fast food, un ristorante della catena Burger King, facendo perdere ogni traccia per tutto questo tempo.

Poi, ai primi di marzo, Katheryn, posto' su Facebook un post dal contenuto drammatico: "Voglio che lei sappia che non sono arrabbiata con lei per quello che ha fatto, però ho tante domande da farle, pur di iniziare una nuova relazione con mia madre biologica. Vi prego - e' l'implorazione della giovane donna - aiutatemi a trovarla condividendo questo mio post''. E poche settimane dopo e' successo il miracolo: due donne l'hanno contattata e c'e' stato l'incredibile incontro. "Si sono abbracciate immediatamente. E' stato tutto molto emozionante e drammatico", ha raccontato Jim Waldron, un avvocato che ha organizzato la riunione su richiesta della madre la cui identita' rimane ignota.
Cosi', quella che per anni e' stata ribattezzata dai media 'Burger King Baby' ha potuto riabbracciare la madre biologica e conoscere la sua tragica storia: aveva appena 16 anni quando venne stuprata durante un viaggio all'estero. Tornata negli States, era riuscita a tenere nascosta la gravidanza ai genitori, ma sapeva che non sarebbe mai riuscita ad avere cura del bambino. Quindi, come racconta l'avvocato, ha deciso di lasciare il neonato in un luogo dove sarebbe stato trovato facilmente da chi sarebbe stato in grado di metterla al riparo. Una versione che ha convinto anche Katheryn: '"Deve essere stato tremendo dovermi lasciare, sono certa che non era quello che voleva, m si rendeva conto che non aveva altra strada davanti. Aveva solo 17 anni. Mi ha lasciato in un posto dove sapeva che sarei stata trovata, non voleva buttarmi via". Al momento dell'incontro erano presenti anche i genitori adottivi della ragazza. 
RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

25.3.14

ELEPHANT MAN di Luigi Marinelli "Io non sono un animale! Sono un essere umano! Sono ... un ... uomo" (J.Merrick).

Domenica scorsa che ho visto ,anche se con il mal di testa e gli occhi chiusi per non piangere Facebook emoticon Pianto talmente era tristeFacebook emoticon Triste e malinconica ,Elephant Man di Luigi Marinelli .L'opera teatrale è tratta dall'omonimo racconto di Frederick Treves  è stupenda. 

"Io non sono un animale! Sono un essere umano! Sono ... un ... uomo" (J.Merrick). 

Uno spettacolo come dice il sito di http://www.romeguide.it/?pag=schedaspettacolonew&id=16094 ,sull'umanità, la dignità  e il dolore che si nasconde sotto una maschera mostruosa. 
The Elephant Man non è soltanto un capolavoro della cinematografia firmato da David Lynch. E' soprattutto un racconto perfetto, quasi in presa diretta, di un giovane chirurgo, Frederick Treves, che salva l'Uomo Elefante, al secolo Jospeh Merrick, dalle torture dei freak show della Londra di fine Ottocento. 
In un momento storico come quello attuale in cui l'estetica del corpo, della "bellezza a tutti i costi", sono divenuti un motivo perpetuo e ossessivo, non senza conseguenze finanche drammatiche (si pensi ai danni provocati dalla chirurgia estetica o a patologie impulsive e compulsive letali come la bulimia e l'anoressia), portare sulla scena una storia d'amicizia tra un brillante e ambizioso chirurgo e un "mostro apparente", capace però di regalare agli altri un universo di poesia e bellezza, significa sovvertire il putrido sistema di vuote apparenze, di fasulle perfezioni, di oscene ostentazioni artificiali a cui siamo ormai assuefatti. 

Confermo quanto riporto dall'articolo della nuova sardegna citato nel blog più precisamente qui

Ottimo cast mi aspettavo di vedere "all'opera " Liotti ma l'ottimo Giorgio Lupano lo ha sostituito sublimemente .Brave Ivana Monti e Deborah Caprioglio soprattutto quest'ultima da me conosciuta solo per le apparizioni e partecipazioni televisive . 
commenti entusiasti sulla  pagina di facebook dello spettacolo di Elephant Man in particolare 
Elena Altamura
Spettacolo grandioso, bellissimo, uno dei più belli che io abbia visto. Emozionante, coinvolgente, davvero tutti meravigliosi!! Grazie per tutte le emozioni che mi avete regalato Facebook emoticon Felice 

Lo so che il tema non è  originale , ma << ... il fatto è che s'invenra niente di nuovo da 2 mila anni . Si rimescolano solo le carte . Ed ogni volta  viene unaxmano >> a volte con successo, a volte senza << Ma in fondo il mazzo è sempre lo stesso (...) :L'importante è non perdere la voglia di giocare >>* 
* da Martin Mystere n°318




pasqua. per un laico

interessante. riflessione  sul.significato della pasqua  La Pietra Rotolata Via Il coraggio di lasciar andare i pesi del passato nel giorno...