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14.1.26

L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio . Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica

 Da    la  nuova  sardegna  del    13  e  del   14 gennaio 2026 
  di   Francesco Zizi







In alcuni paesi della Sardegna nessuno ti chiede se ci credi o no. Guardano la pelle, valutano l’ustione o la ferita e decidono se possono fare qualcosa. Se la risposta è no, ti dirottano verso strutture ufficiali e specializzate, se la risposta è positiva, cominciano a mescolare oli essenziali ed erbe raccolte in campagna. Senza promesse e senza soldi.



Nell’isola è un’usanza che non si professa medicina alternativa, e che nei secoli è sopravvissuta anche all’Inquisizione della Chiesa. Chiamarli guaritori però è inevitabile, perché ciò che accade in questi luoghi non è considerato magia o esoterismo, ma non è nemmeno scienza nel senso moderno del termine.
Il caso Nuchis
Uno degli epicentri di questo fenomeno antichissimo si trova in Gallura, a Nuchis. La ricetta di zia Caterina Bulciolu, deceduta qualche hanno fa è un miscuglio di erbe, tramandato di generazione in generazione all’interno della famiglia. Nel paese, fino a poco tempo fa arrivavano da tutto il mondo per curare ustioni o con gravi lesioni cutanee. Ora l’antica ricetta è in mano alla nipote di zia Caterina.
Ma quello di Nuchis non è un caso isolato. In Gallura operano almeno altre due famiglie con ricette analoghe, a Monti e a Buddusò. Proprio a Buddusò la famiglia Maureddu ha brevettato una crema composta per il 90% da estratti vegetali, oggi utilizzata in strutture pubbliche come il reparto di dermatologia dell’ospedale di Cagliari, l’ospedale Civile di Sassari e il centro grandi ustionati di Genova.
Un’antica arte
Da questi piccoli paesi arrivano pazienti da tutto il mondo, spesso inviati dagli stessi medici quando la medicina ufficiale non ha soluzioni pronte. Ma il rapporto è corrisposto: quando la guaritrice sa di non poter intervenire, indirizza senza esitazioni agli ospedali. Secondo la tradizione nessun compenso viene mai richiesto, è chi si cura che ringrazia con doni e cibo, gesti di riconoscenza. Una “deontologia” antichissima.
Il trattamento delle cicatrici
Il trattamento delle cicatrici è uno di quelli più antichi ed è anche quello che colpisce di più l’immaginazione. Secondo una delle principali “protocolli tradizionali” un primo unguento “riapre” la ferita, un secondo la richiude e ne favorisce la scomparsa definitiva. Questo rimedio, secondo i racconti tramandati oralmente, deriverebbe da un’antica pratica dei ladri di bestiame, che cancellavano con le erbe i marchi a fuoco dagli animali rubati.
I numeri dei guaritori
In Sardegna – numeri di qualche anno fa – sarebbero intorno ai 40 i “guaritori specializzati” in ustioni e problemi della pelle. Non sono medici, ma conoscitori profondi delle piante e delle loro combinazioni. In alcuni casi alle cure si accompagnano le brebus, parole segrete tramandate in famiglia, a metà tra formule ancestrali e scongiuri, frasi – secondo la leggenda – capaci di guarire malattie o preservare gli uomini dai malefici e dai fastidi.
La medicina dell’occhio
Accanto agli unguenti vive la medicina dell’occhio (s’ogu malu), uno dei rituali più diffusi dell’isola. Acqua, sale o olio, preghiere sussurrate e procedimenti precisi dettano una pratica che mira a sciogliere un’energia negativa spesso involontaria, legata all’invidia, e lanciata da altre persone. Anche qui valgono principi ferrei: gratuità, trasmissione da anziano a giovane e ritualità.
Medicina ufficiale e Chiesa
La medicina ufficiale ha a lungo guardato con sospetto questi saperi, salvo poi riconoscerne l’efficacia in casi molto specifici, come dimostra l’uso clinico di alcune creme derivate da ricette tradizionali. La Chiesa, pur avendo storicamente osteggiato le pratiche magico–rituali, considerando spesso i guaritori come “streghe” da mettere al rogo, ha spesso tollerato ciò che si muoveva sul confine tra fede popolare, tradizione e preghiera contro il maligno.

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La storia
Minnìa la guaritrice barbaricina: «Così curo il fuoco di sant’Antonio» Medicina popolare, un film documentario di Ignazio Figus sulla 79enne di Oliena
di Luciano Piras







Inviato a Oliena «Pensate che il medico di Benetutti, Bitti e Nule non dà neanche mezza pastiglia ai suoi pazienti. Se hanno il fuoco di sant’Antonio, li manda tutti da me. E neanche ci conosciamo! Nel 90 per cento dei casi, guariscono, per non dire di più. Faccio la medicina a metà Sardegna, sono venuti da me davvero in tanti, da Orani come da Santa Teresa Gallura, anche diversi dottori, dottoresse, persino un parroco». Minnìa, 79 anni da compiere, nubile, ha gli occhi vispi e uno sguardo profondo. Mostra orgogliosa un libro cartonato, un’edizione del 1971 della “Storia della Sardegna” di Raimondo Carta Raspi.


◗Minnìa in campagna


«Sì, leggo sempre, ogni volta che posso» sottolinea accanto al caminetto acceso. Sul tavolo, un vassoio di bianchini e sospiri. «Questo dono ce l’aveva mio padre e lui l’ha trasmesso a me – racconta –. Lui è morto nel 1981». Anna Maria Bette, per tutti semplicemente Minnìa, assicura che un tempo «c’erano tanti uomini a Oliena che facevano la medicina». Ora ci sono soltanto lei e due giovani nipoti che stanno iniziando, Giovanni e Maria Luisa. Minnìa lo ripete davanti a Ignazio Figus, il regista nuorese che l’ha resa protagonista del documentario “Fuoco contro fuoco”, prodotto lo scorso anno dall’Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna.

«Osservavo sempre mio padre, vedevo come faceva lui, così una volta ci ho provato anche io, è andata bene e da allora non ho più smesso» va avanti Minnìa. In questi giorni di freddo gelido, proprio nella settimana dei falò tradizionali di sant’Antonio abate, la signora sta “curando” quattro persone affette da Herpes zoster, l’altro fuoco del Santo eremita: una eruzione cutanea molto dolorosa, che brucia e che necessita di cure spesso lunghissime a base di antivirali. Il vaccino è sempre consigliato a chi ha compiuto i 50 anni, raccomandato agli over 65enni. Poi, c’è la medicina popolare. “Sa medichina”.
«Documentare l’esistenza di capacità e di modi di guarigione ereditati per vie non ufficiali e tanto meno legalizzate, specialmente nelle campagne – scriveva l’antropologo Giulio Angioni –, oggi come ieri, è un modo efficace di dare conto della varietà odierna dei modi di guarire in Sardegna, che del resto non sono modi sardi esclusivi di fare i conti con la sofferenza».
Non a caso, il nuovo film di Ignazio Figus apre con questa frase.

◗Il regista Ignazio Figus


Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna voce fuori campo: soltanto presa diretta, panoramiche, primissimi piani, dettagli, Minnìa la guaritrice barbaricina che parla in sardo, in olianese stretto, e la voce di qualche “paziente” (a scandire i giorni, c’è Mariella, lei arriva da Nuoro) che testimonia la “cura”. “Su donu”: il dono ricevuto e ridato generosamente alla comunità intera. “Sa medichina”. «Al mattino non la faccio a nessuno, perché devo andare in campagna. Punto e basta» sentenzia Minnìa che con la sua Panda fa la spola quotidiana tra casa, orto e vigna. Decisa e sicura quando deve potare, forte e veloce quando distribuisce il mangime alle capre. Sempre con il sorriso, anche quando raccoglie le uova fresche delle galline.


◗Minnìa mentre accudisce le capre


«La medicina, invece, la faccio nel pomeriggio – dice –. La faccio a chiunque. Avrei anche altro da fare, però la medicina la faccio volentieri alle persone che ne hanno bisogno. La faccio con il cuore». Sempre e soltanto gratis, senza alcun tipo di ricompensa. Gratis et amore Dei.

◗Minnìa mentre pratica "sa medichina"


«Ci vogliono nove giorni, per guarire» riprende fiato Minnìa. «Non si tratta di chiacchiere. Il male scompare» giura. Il fuoco di sant’Antonio lo cura con le scintille che sprigionano i colpi tra una pietra focaia e un ferro lavorato appositamente che fa da acciarino. Fuoco contro fuoco. Figus punta la camera sulle scintille, tiene il ritmo, ta tac, ta tac, ta tac, ta tac, come un ballo sardo ancestrale.


◗"Sa medichina"


«C’è chi il fuoco di sant’Antonio ce l’ha qui nell’occhio» indica Minnìa. «C’è chi ce l’ha più su, chi nella testa. Può manifestarsi in qualsiasi parte del corpo. Ne ho curato persino nella pianta dei piedi. Per non parlare di altre zone, più intime. Giusto per essere chiari» sottolinea ancora. Fermo restando che «non si manifesta a tutti allo stesso modo. Alcuni lo hanno internamente, con un leggero gonfiore esterno. Ad altri si manifesta con un vasto eritema – spiega l’anziana donna –. Spesso con vescicole che non devono essere toccate. Il paziente non deve assolutamente grattarle. Se lo fa, avrà il doppio del dolore e la guarigione sarà molto lenta. Non deve assolutamente toccarle. Questo è certo. Le vescicole devono asciugarsi senza essere toccate». Raccomandazioni fondamentali affinché la medicina popolare possa dare risposte. «Funziona» assicura Minnìa.


L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio . Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica

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