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27.5.25

DIARIO DI BORDO N 122 ANNO III Daniela Strazzullo uccisa dalla compagna, Vannacci: «Perché quando una donna uccide una donna non si parla di femminilità tossica?», il turismo macabro a Garlasco ., Le cicliste in rosa per il quarto anno percorreranno l’isola in lungo e largo, toccando le principali strutture sanitarie, per sostenere le donne che hanno affrontato la lotta contro il cancro ., e altre storie

 da leggo.it     tramite  https://www.msn.com/it

Daniela Strazzullo uccisa dalla compagna, Vannacci: «Perché quando una donna uccide una donna non si parla di femminilità tossica?»

Le parole di Roberto Vannacci, vicesegretario della Lega e europarlamentare, tornano a far discutere. Questa volta lo fa con un post su Facebook, in cui, commentando la tragedia avvenuta il 23 maggio alla periferia est di Napoli - dove Ilaria Capezzuto ha ucciso la sua compagna Daniela Strazzullo prima di togliersi la vita - mette in discussione il concetto di “femminicidio” e propone un’inedita quanto discutibile categoria: la “femminilità tossica”.
DONNA UCCIDE COMPAGNA: FEMMINILITA' TOSSICA E MATRIARCATO.
Quando un uomo uccide una donna qualcuno lo vorrebbe chiamare femminicidio e si tira in ballo la mascolinità tossica e il patriarcato. Ma quando una donna uccide una donna a causa di una relazione sentimentale (per così dire) come mai nessuno fa paragoni e promuove l'espressione di FEMMINILITA' TOSSICA e il MATRIARCATO?
Quando io dico che una delle cause più accreditate di questo genere di crimini è l'aver educato dei giovani deboli e l'aver elevato la debolezza ad una virtù vengo confermato da queste purtroppo tragiche vicende.
no, spett Vanacci  ,perché il patriarcato è realtà, il matriarcato no. Il femminicidio è un omicidio figlio di una superiorità di genere maschile insita nella cultura e nella società. Quindi va da sé che non si possa parlare di femminilità tossica   e paragonarlo  al femminicidio.

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  corriere  della sera  

La Las Vegas della Lomellina dall'«acqua miracolosa» diventata «luogo del delitto»: quei tour dell'orrore a Garlasco come fu per Erba e Avetrana

di Giorgio Scianna

Prima dell'assassinio di Chiara Poggi Garlasco la conoscevano in pochi.

La cronaca nera ne ha trasformato completamente fisionomia e immaginario collettivo, tra curiosi, sciacalli, questuanti di selfie e personaggi in cerca di fama

 Se per un paese di meno di diecimila abitanti finire all’improvviso sotto i riflettori del circo mediatico per un fatto di sangue è un’ubriacatura dolorosa, ricaderci mani e piedi a distanza di diciott’anni è un trauma, il riaprirsi di una cicatrice che non si sa quando potrà rimarginarsi. E poi c’è il fastidio che il proprio mondo, tutto il proprio mondo, si liofilizzi in un’espressione: il luogo del delitto. È successo ad Avetrana, è successo a Erba. Nessuno vuole diventare — o peggio ancora ridiventare — una meta di horror tour. Garlasco prima del 13 agosto 2007, il giorno del delitto di Chiara Poggi, la conoscevano in pochi. Eppure non è mai stato un paese come un altro.Quando ero ragazzo lo chiamavamo la Las Vegas della Lomellina, un ossimoro bello e buono. La Lomellina significa risaie, pioppi e rane, un’area agricola piantata nel mezzo della pianura padana industriale, campagna vera, profonda che pare a mille miglia dalle grandi città. Eppure — anche se non ci sono le luci e i casinò del Nevada — la storica discoteca delle Rotonde è sempre stata lì, così come le piscine con i trampolini, le birrerie e i ristoranti.Insomma era — e un po’ lo è ancora — un cortocircuito tra mondo contadino e divertimentificio, tra pop e arcaico. A pochi chilometri da lì c’è il santuario della Madonna della Bozzola dove anni fa centinaia di persone accorrevano ogni settimana per seguire i riti di liberazione dal maligno e dalle maledizioni. Nel 2009 si è sparsa la voce che in una cascina lì vicino zampillasse una fonte miracolosa, così migliaia di persone hanno finito per paralizzare la strada provinciale con le loro taniche. Le voci incontrollate di guarigioni da malattie della pelle e dal fuoco di Sant’Antonio sono andate avanti finché non è intervenuta l’Asl dichiarando che le acque presentavano una concentrazione talmente alta di una sostanza erbicida da non essere nemmeno potabili. Bizzarrie finite nel cassetto dei ricordi e del folklore. Per lo più Garlasco è un posto tranquillo dove si è sempre vissuto bene. La cronaca nera adesso ha invaso tutto, l’unico fondale di Garlasco impresso nell’immaginario collettivo è quello delle villette di buona fattura ai lati delle strade che sono diventate luogo del delitto, fotogramma fisso alle spalle dei cronisti nei telegiornali nazionali e icone macabre dei social. Un destino strano per Garlasco, che credo abbia, come tutti i paesi intorno, una vocazione alla discrezione. La conosco quella gente — in un paese poco distante ci sono cresciuto e ora vivo a uno sputo da lì — si sente da queste parti l’aria della Lombardia che si infila nel Piemonte. A parte i protagonismi di qualche balordo, c’è poco gusto per i riflettori, c’è una tendenza piuttosto alla vita defilata, nascosta tra i pochi amici di sempre e le serate al pub quando si è ragazzi e un pendolarismo su Milano quando si diventa adulti, senza mai tagliare il cordone con il paese.Delle frasi in pubblico della madre di Chiara, anche nel momento del precipitare delle immagini, ricordo solo parole ispirate a una compostezza assoluta. A qualcuno potranno essere sembrate strane, per me era naturale, una compostezza naturale, imprescindibile anche nella tragedia. Ne conosco di donne così, e di uomini così, io stesso sono cresciuto impastato con quella pasta.Certo, questa discrezione della vita di una provincia piccolissima può essere una trappola, a volte: da ragazzi, ma anche da adulti, preferiamo vivere vizi e virtù nascostamente. Conoscere l’altro in provincia è forse più complicato — e in alcune province come la mia forse lo è ancora di più — sarà per quello che i migliori scrittori e i migliori registi imparentati col noir e col poliziesco ambientano spesso le loro storie in centri piccoli. Questo non c’entra niente con le indagini di questo caso, c’entra con la difficoltà di afferrare le storie che vivono a queste latitudini.L’altro giorno il corso di Pavia era intasato da un gran numero di curiosi davanti al Tribunale: c’era Fabrizio Corona che faceva le sue rivelazioni, c’erano le tv… Non so quanto andrà avanti tutto questo. Sarà una mia impressione, ma oggi mi sembra che il centro della questione e della chiacchiera non sia più tanto nella lotta tra le fazioni di innocentisti e colpevolisti rispetto alle persone coinvolte.Quello che sconvolge è vedere un film già visto con i giornalisti appostati ancora in quelle tre strade del paese mentre le nuove ipotesi investigative rilanciate dai media sembrano non avere confini. C’è costernazione per una parola fine che non arriva mai.C’è, più di ogni altra cosa, urgenza di sapere che giustizia è stata fatta, qualsiasi questa giustizia sia. È innegabile che intorno a noi sia scoppiata una fiammata di curiosità, tanto improvvisa quanto forse fragile, come capita a ogni fuoco che si riaccende dalla brace dopo troppo tempo.Ma alla fine c’è l’augurio di tutti di arrivare a una verità inconfutabile, e forse l’augurio di qualcuno di trovare solo un po’ di pace.


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  fonti  www. unionesarda.it ,https://www.logudorolive.it/

Pink Flamingos, sport e solidarietà con il giro della Sardegna in bicicletta

Partenza domani alle 8.30 dall’Ospedale Businco di Cagliari, arrivo sabato 31 a Molentargius



Le cicliste in rosa per il quarto anno percorreranno l’isola in lungo e largo, toccando le principali strutture sanitarie, per sostenere le donne che hanno affrontato la lotta contro il cancro.Sport e solidarietà, con tanta voglia di sano agonismo e di godersi tante splendide cartoline di Sardegna. Alla prima edizione del 2022 sono partite in 8, ma domani saranno 18 le cicliste che, alle ore 8.30, si ritroveranno davanti all’Ospedale Oncologico Businco di Cagliari per dar inizio al nuovo Tour, pronte ad accogliere lungo il percorso altre cicliste che hanno affrontato e superato un tumore o vogliono prevenire la malattia.Come si legge in un comunicato stampa, la manifestazione ciclistica a tappe organizzata dalla ASD Flamingos’s Roads ha tre forti e ambiziosi obiettivi:


1) Convincere tutte le donne che sebbene l’incontro con il cancro sia un trauma, è sempre possibile andare avanti e riprendersi pienamente, anche e soprattutto salendo in bicicletta, che si rivela un mezzo potentissimo per combattere questa terribile malattia. Pedalare sotto il sole e lungo le meravigliose strade panoramiche della nostra amata Sardegna, aiuta a contrastare la depressione e l’ansia, favorisce il recupero fisico e psicologico, migliora la qualità della vita e regala una meravigliosa sensazione di benessere;
2) Stimolare tutte le donne che, fortunatamente, la malattia non l’hanno vissuta, alla prevenzione, invitandole a seguire un’alimentazione sana e a praticare una regolare attività sportiva, in particolare il ciclismo. Pedalare permette di mantenere un peso corporeo sano,riduce i fattori di rischio per lo sviluppo di diverse tipologie di cancro, in particolare stimola il sistema immunitario, aumentando la produzione di globuli bianchi e anticorpi che aiutano a combattere le cellule tumorali; inoltre, l’attività favorisce la riduzione dei livelli di estrogeni, ormone coinvolto nello sviluppo di alcuni tumori, come quelli al seno e all’utero;
3) Incoraggiare nuove donazioni e contributi per acquistare un terzo casco refrigerante (macchinario di ultima generazione in grado di impedire la caduta dei capelli durante la chemioterapia) da donare ad un’altra struttura oncologica sarda dopo quelli già regalati all’Ospedale di Alghero (Tour del 2023) e di Lanusei (Tour 2024).

Le tappe – Domenica 25 maggio è in programma la Cagliari-Oristano di 103 km (si toccherà anche il Centro Oncologico dell’Ospedale di San Gavino Monreale).

Lunedì 26 maggio sarà la volta della Oristano-Alghero di 110 km. Sarà l'appuntamento più impegnativo della settimana perché dopo aver superato le pianure del Sinis, le cicliste affronteranno la lunga salita verso Cuglieri per poi tornare al mare di Bosa e quindi percorrere la strada litoranea con i numerosi e ripidi saliscendi fino ad Alghero.

Martedì 27 maggio poi c’è la giornata ciclistica programmata in due semitappe: la prima sarà relativamente facile e pianeggiante (Alghero-Sassari di 36 km), ma dopo i previsti incontri con le Autorità cittadine e sanitarie, di vorrà proseguire nel primissimo pomeriggio per altri 64 km ben più impegnativi che porteranno all’Ospedale di Ozieri.

Mercoledì 28 maggio c’è la Ozieri-Olbia di 70 km. Giovedì 29 maggio la Olbia-Nuoro di 108 km ha come spauracchio finale la salita finale della “Solitudine”.

Venerdì 30 maggio sarà la volta della Nuoro-Lanusei, 70 km: una tappa relativamente breve che prevede però il superamento del punto più alto dell’intera settimana, i 1.062 metri della Galleria di Correboi, tra i monti del Gennargentu.

Sabato 31 maggio è in programma l’ultima tappa, la più lunga: Lanusei-Cagliari di ben 137 km. Si dovrà affrontare la salita di Campu Omu per poi scendere verso il mare di Flumini da dove, negli ultimi quindici chilometri sul Lungomare Poetto, si potrà finalmente iniziare a vivere la soddisfazione di aver portato a termine un’impresa vissuta in un'intensa settimana di pedalate e solidarietà.
LA FINALITA’. Condividere traguardi, stimolare nuove modalità di vita quotidiana, accrescere il valore dell’attività sportiva all’aria aperta. E ancora: essere d’esempio per le altre donne vittime della malattia. Sono questi i capisaldi del progetto “Pink Flamingos”. Durante la sette giorni sarà attiva anche una raccolta fondi per l’acquisto di un ecografo portatile che possa essere trasportato nelle varie parti dell’isola. Le donazioni potranno essere fatte con bonifico bancario intestato a ASD Flamingo’s Roads APS – IBAN: IT12F0103004800000003400350 – con causale: “Pink Flamingos”. 
Il “gemellaggio” – «Sarà il quarto anno di un ideale gemellaggio tra noi e gli ospedali oncologici presenti nel territori», evidenzia Cristina Concas, presidente/ciclista della ASD Flamingo’s Roads. «Con la nostra avventura vorremmo unirli idealmente in un viaggio che dal capoluogo toccherà tutte le strutture di riferimento dell'Isola». «Arriveremo a Molentargius, tra il rosa dei fenicotteri, dove gli splendidi volatili hanno trovato la sicurezza di una casa e di ambiente ideale per la loro esistenza. Un po' come il cammino di chi è riuscito, a fatica e con grande forza d’animo, a sconfiggere il cancro».I patrocini – L’iniziativa gode del patrocinio della Presidenza della Regione Sardegna, della Città Metropolitana di Cagliari e di tutti i Comuni coinvolti. Per informazioni: 349/448.9700, pinkflamingosbike@gmail.com


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repubblica 

Aggredita con il coltello  Mustafa la salva dall’ex  “Urlava, voleva ammazzarla”

Ho sentito le sue grida mentre ero a lavoro. Urlava e chiedeva aiuto. Così sono corso da lei per salvarla». Un agguato in mezzo a un parcheggio a Prato che rischiava di essere l’ennesimo femminicidio se non fosse stato per l’intervento coraggioso di Mustafa, egiziano di 25 anni, e di altri due ventenninordafricani, un ragazzo e una ragazza, accorsi per liberare una professoressa di 52 anni dalla morsa feroce del suo ex compagno, 35 anni e residente a Pistoia, che stava tentando di soffocarla. «Lui ha cercato di ammazzarla: le voleva mettere un sacchetto attorno alla testa e l’ha picchiata: aveva il volto insanguinato quando sono arrivato» racconta ancora Mustafa, «in Italia da tredici anni, prima a Livorno e ora, da due anni, a Prato» dove lavora come dipendente di un autolavaggio in un distributore di benzina. Era lì, accanto ai rulli rotanti e alle auto in coda, quando martedì mattina, pochi minuti dopo le 9, ha sentito le grida della professoressa. Si è fiondato da lei. E non è indietreggiato neppure quando l’uomo ha brandito una lama. Poco dopo sono arrivati anche gli altri due giovani: «Aveva un coltello — aggiunge il venticinquenne — ma non ho avuto paura: in quella situazione, quello che ho fatto assieme agli altri due ragazzi è stato normale. Per fortuna siamo riusciti a liberarla, lei dopo ci ha ringraziato». Quella mattina la donna, mentre si spostava in auto, aveva notato di essere seguita dall’ex compagno. Sperando di essere al sicuro, si è fermata nel parcheggio di un centro commerciale cittadino. Ma l’uomo ha accostato, è sceso dalla macchina, ha iniziato a colpirla con un bastone e poi ha tentato di soffocarla con un sacchetto di nylon fino all’arrivo dei tre giovani che lo hanno costretto alla fuga. Più tardi è stato rintracciato al pronto soccorso di Pistoia, dopo essersi inflitto da solo alcune ferite. Il trentacinquenne, ha raccontato la donna, si sarebbe scagliato con rabbia contro di lei dopo l’ennesimo rifiuto di riallacciare la relazione. «Il coraggioso intervento dei tre cittadini stranieri, rivelatosi decisivo per salvare la vittima — sottolinea Luca Tescaroli, procuratore capo di Prato — costituisce un’icastica rappresentazione di integrazione con la comunità italiana». La docente, che ha riportato dieci giorni di prognosi, ha spiegato che la furia dell’uomo non si sarebbe fermata «fino alle estreme consegu

enze». L’aggressore è stato arrestato per atti persecutori e lesioni personali aggravate .

Ennesima dimostrazione che la bontà e la cattiveria non hanno etnia, ma albergano nell’animo umano di qualunque razza o colore. Sarebbe ora sfatare la falsa retorica che gli immigrati, specie quelli di colore, siano tutti criminali. Ringraziamo Mustafa e i colleghi qui con lui hanno evitatoquesta ennesima tragedia.

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Qual è lo scopo della vita secondo un nichilista? Perché un nichilista vive la vita? Che cosa si dovrebbe fare nel caso?

  da Qual è lo scopo della vita secondo un nichilista? Perché un nichilista vive la vita? Che cosa si dovrebbe fare nel caso? - Quora


 Sconsiglio alle persone sensibili di leggere

Potrei scrivere un libro sul nichilismo, c'è tanto da dire ma cercherò di esssere breve, perchè è un argomento che mi tocca molto da vicino.

Un vero nichilista, vive come Sisifo.

Sisifo è il racconto di un uomo che è stato punito dagli dei e bandito su una montagna, costretto a tirare su un masso fino alla cima. Appena si avvicina alla cima, diventa troppo ripido e cade di nuovo giù. Sisifo è costretto a spingere il masso senza motivo per l'eternità. Questo è il modo visualizzato in cui un nichilista vede e vive la vita. I nichilisti riconoscono che la vita è senza significato, senza scopo, che nulla importa, che le morali sono soggettive, che è un inutile costrizzione senza senso dove ogni singolo giorno non è altro che un ripetersi delle stesse cose. Ti alzi, lavori, torni a casa, dormi e rifai. Siamo Sisifo, solo che abbiamo qualche compito in più rispetto a lui, che ci fa sembrare di non essere come lui, ma siamo condannati come lui. A fare e ripetere le stesse cose per sempre, senza uno scopo per poi morire e sembrare di non essere mai esistiti. Un nichilista un giorno si chiede "Ma chi me lo fa fare? Perchè devo restare incatenato nell'orrore senziente?".

Il nichilista da quel momento in poi, vive la vita per quello che è, cioè una costrizione inutile e senza senso, solo che lui ne è coscente, a differenza delle altre persone troppo immerse nei loro problemi. Questo lo svuota col tempo come una batteria. Il nichilista si rende conto che le infinite costrizioni con cui la vita lo bombarda possono finire se solo non fosse senziente. Il nichilista pensa "perchè devo stare qui a soffrire se poi muoio comuque? Tanto vale accellerare l'evento della morte, cosi almeno posso saltare la parte dell'orrore senziente".

Poi cominciano i pensieri suicidi e alcuni nichilisti, se non cercano aiuto, finiscono col commettere il suicidio logico. Cioè un suicidio dovuto per motivi razionali e non per motivi emotivi.

Se si è nichilisti e si vuole uscire dalla propria condizione, è molto complicato e richiede aiuto. Andare da uno psicologo è vitale in questo caso. La terapia dipenderà dalla causa del tuo nichilismo. Se sei nichilista per motivi logici, allora ti servirà una logoterapia. Se sei nichilista per motivi chimici o fisiologici allora ti verrà prescritto un percorso di psicofarmaci. Spesso il nichilismo va confuso con una classica depressione, quindi è importante farsi vedere per avere una corretta diagnosi. A volte anche traumi infantili possono causare il nichilismo. A volte diventare atei da uno stato di credenze può portare al nichilismo.

Alcuni di voi forse hanno sentito del "nichilismo positivo". Cioè gente che è nichilista ma riesce a non cadere in depressione perchè vede il lato positivo del nichilismo. Queste persone, oltre che estremamente rare, sono nichilisti parziali e non nichilisti veri. Il nichilismo è una condizzione negativa e porta principalmente a danni. Bisogna stare attenti perchè essere nichilisti positivi è il primo passo nel vuoto esistenziale. Un altro passo in avanti e ci si può ritrovare in un attimo nel vero nichilismo.

Se vi sentite così, cercate aiuto subito perchè non è quasi mai un periodo passeggero, anzi, più ci pensate, più insegnate al vostro cervello a collegarsi sinnapticamente per pensare con questo sistema di pensiero e c'è il rischio di diventare irrecuperabile.

26.5.25

Addio al nonnino dei presepi: Zio Teuccio muore a 102 anni


  da  la nuova  sardegna 





                                         Zio Teuccio muore a 102 anni

Aglientu Aveva compiuto 102 anni lo scorso 25 marzo Matteo Cassoni, per tutti Zio Teuccio, il maestro dei presepi di Aglientu. La sua morte rappresenta la scomparsa di una delle memorie storiche del paese gallurese, nonché di un vero e proprio riferimento artistico. Zio Teuccio, scomparso oggi, lunedì 26 maggio, per oltre ottanta anni ha realizzato i suoi grandiosi presepi nella casa dove abitava insieme alla figlia e al genero, di fronte alla piazza centrale di Aglientu. Per tutti era un vero onore essere invitati ad ammirare le sue creazioni per le quali, sino a pochi anni fa, realizzava da solo anche casette e arredi in sughero.
Nelle ultime interviste e chiacchierate ricordava di quando andava per le campagne di Aglientu a cercare pezzi di sughero e di legno da lavorare. E poi di quando, ormai anziano, erano gli altri a portargli rami, radici e scorze da intagliare. Oggetti che hanno viaggiato per il mondo: tanti sono stati regalati e spediti ad amici, parenti e conoscenti. Un legame non solo creativo, con la rappresentazione della natività, ma di vero sentimento. Così, ogni volta che zio Teuccio si è recato a Rieti per trovare la figlia che lì risiede, non perdeva occasione per recarsi a Greccio, la località dove San Francesco d'Assisi rappresentò per la prima volta la nascita di Gesù.
Zio Teuccio è stato anche un assiduo lettore: ogni mattina comprava il giornale e il pomeriggio, dopo pranzo, si sedeva al tavolo della cucina per sfogliarlo. La sua vita, insieme a quella degli altri centenari di Aglientu, ha rappresentato la memoria storica del paese nelle vicende locali e nazionali. Nato nel 1923, ricordava la guerra, la costituzione del Comune di Aglientu (con l’autonomia da Tempio), la sua vita da operaio muratore, con la nascita del turismo lungo il litorale e le tante case e villette che lui stesso aveva contribuito a costruire. Il suo lascito è soprattutto nel suo presepe: è sempre stata la sua opera a ispirare la Pro Loco di Aglientu, con il suo presidente Quinto Zizi, nella realizzazione del grande presepe che ogni Natale abbellisce la piazza centrale, di fronte alla chiesa parrocchiale dedicata proprio al santo di Assisi. Zio Teuccio ha portato avanti la personale tradizione fino allo scorso Natale, con quella che non sapeva sarebbe stata la sua ultima opera.

25.5.25

DIARIO DI BORDO ANNO III speciale conflitto in israele : combattere il sionismo ma senza discriminare le persone , disinformazione sul genocidio a Gaza , l'esercito israeliano usa i palestinesi come scusi umani ., come mai i fans di israele e della sua politica non accusano anche gli ebrei ultra ortodossi ed antisionisti di essere antisemiti ?

N.b - Poi è impossibile riportare qui tutti gli aggiornamenti continui v'invito a seguire il mio account fb https://www.facebook.com/redbeppeulisse2/

 << L’errore di questa signora è stato questo, di non chiamarli col loro vero nome, sionisti. Io capisco il sentimento di questa donna, la sua indignazione >> infatti Caro Moni Ovadia << ci sono anche degli israeliani che sono contro, sono minoranza ma ci sono. Allora non puoi dire vietato agli israeliani. Israeliani è troppo generico. >> Ma pur odiando il sionismo   come     ho già  detto  nel  post  << tutto quello che  so  sul sionismo e   sulla  palestina    ) perchè da come tutti i movimenti nazionalisti , degera causando atrocità come quelle che hanno caratterizzato la storia degli ultimo due secoli e le cui scorie inquinano i rapporti tra le persone e gli stati , non concordo quando dici : << Io avrei messo un bel cartello vietato ai sionisti. >> . Perché un conto è combattere tale ideologia un altro è discriminare le persone   anche se   è  difficile  in  momenti  come questi    dove   secondo un recente  sondaggio metà  degli israeliani approva  lo sterminio  dei palestinesi a  Gaza    Comunque ottima la tua iniziativa : << Stiamo cercando di costruire una rete italiana di ebrei antisionisti, e ci sono anche due israeliani >> detta a margine della manifestazione contro il riarmo in piazza San Babila a Milano, commentando la notizia della commerciante milanese che ha esposto fuori dal suo negozio il cartello di divieto di ingresso ai cittadini israeliani.
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   come    mai   i pro israeliani   non   dicono   niente  e  tacciono  , mettendo da  parte  l'equazione  antisionista  = antisemita     riservata   a   propal     o   a  coloro  che     sono  contro  la  politica 
israeliana  ,    su  alcuni  rabbini ultra  ortodossi   .  alcuni   dei    quali vivono negli Stati Uniti, altri nel quartiere Mea Shearim di Gerusalemme. All'ingresso di molte loro abitazioni c'è un cartello che afferma "gli ebrei non sono sionisti".  in particolare   Ysroel Meir Hirsch, ebreo ultraortodosso egli fa parte del gruppo "Neturei Karta", Guardiani della città. Rabbini che affermano che il sionismo abbia strumentalizzato l'Olocausto per giustificare le violazioni di diritti umani. IL quale ha affermato che « L’esistenza dello Stato di Israele è criminale, fondata e, ancora oggi, gestita da terroristi. La sua continua occupazione e le sue azioni selvagge vanno contro anche i più elementari standard di umanità e sono una colossale violazione dell’ebraismo. Ora i sionisti stanno distruggendo Gaza, lasciando i suoi tormentati abitanti senza le necessità umane di base: cibo, acqua, riparo, carburante ed elettricità. Il sistema sanitario è al collasso ed il numero di feriti e mutilati è spaventoso. Senza mezzi termini, i sionisti stanno commettendo un genocidio. »
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Io non posso sapere quale sia la verità, se chi affama la popolazione di Gaza sia Israele che non fa passare i camion o Hamas sequestra i convogli degli aiuti per rifornirsi sulla pelle dei civili 
perché ormai la menzogna e la manipolazione imperano su tutti i fronti . Ma certe notizie come questa

Gaza, Mohammad Yassin aveva 5 anni: è morto di fame a causa dal blocco israeliano agli aiuti umanitari Mohammad Mustafa Yassin, 5 anni, è morto all’ospedale al-Ahli Arab Baptist. I medici hanno confermato che la causa del decesso è stata una malnutrizione prolungata.
Un bambino di cinque anni è morto a causa della grave malnutrizione che affligge la popolazione della Striscia di Gaza. Lo hanno riferito fonti mediche locali, secondo cui il decesso è direttamente legato al blocco degli aiuti imposto da Israele. La notizia è stata confermata anche da Hala Abou-Hassira, ambasciatrice dello Stato di Palestina in Francia. ..... ( non ce la faccio a leggere oltre ho le lacrime agli occhi ) continua su:
https://www.fanpage.it/esteri/gaza-mohammad-yassin-aveva-5-anni-e-morto-di-fame-a-causa-dal-blocco-israeliano-agli-aiuti-umanitari/ )
Ora anche se tale notzia dovesse essere falsa e fosse vero come voi dite che i palestinesi non sono morti di fame stenti, resta la questione di quelli che sono morti sotto le
bombe. Come esempio quella famiglia di una pediatra 9 figli su 10 uccisi ,( foto a destra ) il marito gravemente ferito è in terapia intensiva sono rimasti solo lei e un figlio .
Ammesso che sia vero ciò che dite, volete negare le altre migliaia di bambini morti sotto le bombe?
ma la vostra coscienza l'avete buttata nel cesso e tirato lo sciacquone? è uno sterminio senza se e senza ma. Assassini.














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e    poi  dicono  che è  Hamas   ad  usare i  civili    come  scudi Umani   .   dopo    L’inchiesta di Haaretz  ( giornale   israeliano )   sull’uso dei palestinesi come “scudi umani” da parte dell’esercito israeliano 


Le indagini sull’uso di palestinesi come “scudi umani” da parte dell’esercito israeliano

Una nuova inchiesta di AP( agenzia   distampa  Usa  )   ha raccontato che la pratica è sistematica




  Infatti   tali nefandezze vengono confermate da un ex soldato israeliano


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Non sapevo che in italia è  in europa ci fosse un'allergia  alle bandiere palestinesi e al loro  sventolio pacifico  

«Sono stata identificata dai carabinieri perché sventolavo la bandiera della Palestina al Giro d'Italia». Lo ha raccontato Cristina Guarda, europarlamentare per Europa Verde, con un video sui social. «Facevo il mio, da essere umano, cittadina e politica: manifestavo per più di 50.000 vittime e i milioni di palestinesi oppressi, consumati da fame e sete, dilaniati da bombe e fuoco», ha scritto. I carabinieri, ha aggiunto, «hanno fatto un po' più del proprio dovere, identificandomi solo dopo avermi chiesto che bandiera sventolassi».


e    A Milano è accaduto questo. E racconta moltissimo del tempo in cui viviamo. Il sindaco Beppe Sala meritoriamente ha appeso alla finestra di Palazzo Marino un sudario per Gaza per mostrare vicinanza a livello personale e istituzionale alle vittime di Gaza .E, per questa semplice ragione, è finito nel mirino della Brigata ebraica milanese che lo ha accusato apertamente di “non essere il sindaco di tutti”. Come se esporre un sudario
per 50.000 morti civili innocenti ammazzati fosse “di parte”. È di parte, sì: dalla parte di chi resta ancora umano.
E mi è piaciuta stasvolta particolarmente la risposta del sindaco per fermezza e misura.“Se per essere il sindaco di tutti bisogna non esprimere opinioni, io non posso essere così. Io rispetto la comunità ebraica, il popolo ebraico, la sua storia e le sue sofferenze, e sono sempre stato critico con Hamas, ma rispetto il popolo palestinese e soprattutto non rispetto quello che fa Netanyahu. Quello che sta facendo a Gaza è intollerabile e tutte le nostre coscienze si devono ribellare”. Più chiaro di così.





Concludo questa carrellata d'eventi chiedendomi Ma è mai possibile che le comunità ebraiche salvo poche voci isolate ad esempio , Edith Bruck ha 94 anni sopravvissuta all'olocausto \ shoah --- Non qualche pericoloso sovversivo con la kefiah e la bandiera palestinese come accusano i filo israeliani . Accusate anche lei di antisemitismo ora, se avete il coraggio. -----  

 << Quello che accade a Gaza è molto, molto doloroso per me, e credo che sia lo stesso per tutti” ha detto al ‘Quotidiano nazionale’. “Netanyahu sta provocando uno tsunami di antisemitismo, perché tutti identificano gli ebrei con il governo israeliano. Ma la maggioranza degli ebrei e degli israeliani non è assolutamente d’accordo col governo Netanyahu”. “Ma non basta. Gli israeliani devono protestare di più. Non solo il sabato, ma tutti i giorni, anzi giorno e notte. Anche assediando la casa-bunker di Netanyahu e della moglie. Questo è il momento di ribellarsi. Tutti, nell’esercito, dovrebbero ribellarsi e non eseguire ordini che sono disumani. Bisogna dire di no”. 
E poi:
<<Usare Dio per uccidere è una cosa mostruosa. Lo hanno fatto tutti, anche i nazisti. Ricordo le fibbie sulle cinture delle SS ad Auschwitz: c’era scritto “Gott mit uns”, Dio è con noi. Quando uscii dal campo mi dissi: povero Dio, in nome tuo hanno ucciso milioni di persone Le vite dei palestinesi a Gaza vengono trattate come vite di serie b. È l’ora di creare uno Stato palestinese, a quel punto cambierebbe tutto”.


ancora non riescano a prendere coscienza e distanza dalla politica d'Israele che sta facendo danni oltre che al popolo palestinese anche a loro stessi ?? con questo è tutto alla prossima si deus cherete e sos carabineris permittinis (    cit   musicale    )  

24.5.25

Ottomila chilometri a piedi tra i sentieri e i cammini d’Italia: l’avventura di Ferdinand Unterkircher è iniziata a Santa Teresa Gallura

dalla nuova sardegna el 24\5\2025


 
Ferdinand  Unterkircher   sul  monviso

Sassari
«L’obiettivo è il cammino, non la meta. Cammino cercando di apprezzare quello che incontro e di cogliere il bello che mi circonda, perché ogni passo è importante e ha un suo significato». A parlare è Ferdinand Unterkircher, 68 anni, altoatesino, ex dirigente di Poste  Italiane ora in pensione, che da qualche giorno ha terminato il Sentiero Italia del Club Alpino Italiano. Si è trattato di una vera e propria impresa, che lo ha portato ad attraversare a piedi tutta l’Italia attraversando tutte le regioni. Un percorso ufficiale di circa 8milachilometri, ma che per Ferdinand è stato anche più lungo, perché nel percorrerlo ha aggiunto altri cammini importanti. Tutto nasce da una sua profonda passione per la montagna e che affonda le proprie radici nella sua infanzia. «Sin da bambino ho avuto la possibilità, grazie a mio padre Luis, di praticare la montagna, vivendo a contatto con la natura e apprezzando il valore dell’incontro con le persone. E mi ha insegnato che il camminare ha a che fare con la parte interiore di ciascuno di noi».Com’è nata l’idea di completare il Sentiero Italia? «Sono iscritto al Club Alpino Italiano ed ho partecipato alcuni anni fa a Bolzano alla presentazione ufficiale del Sentiero Italia. Poi ho visto alcune pubblicazioni, i primi libri che spiegavano in dettaglio come si svolgeva il sentiero. Per quanto mi riguarda ho sempre avuto la curiosità di conoscere a fondo l’Italia, di entrare in contatto con le specificità dei luoghi, la cultura, i dialetti, le tradizioni, la cucina. Ad un certo punto mi sono detto “adesso parto” e così ho fatto. Ho iniziato dalla Sardegna, da Santa Teresa Gallura, in particolare il Sentiero Italia ha il suo inizio molto suggestivo dalla Chiesa del Buon Cammino.

chiesa  del  buon cammino santa teresa 

Va detto che il Sentiero Italia non è un percorso unico, ma ha diverse varianti che toccano tanti luoghi di tutte le regioni d’Italia».
Alla fine, quindi, non si è limitato ai percorsi ufficiali del Sentiero Italia «Sono andato leggermente oltre. Ho integrato altri cammini, quando potevo farlo e compatibilmente con la direzione. Come per esempio il Cammino di San Francesco, quello che va dal monastero della Verna a Monte Sant’Angelo in Puglia, il Cammino di San Benedetto, la Via Francigena del Nord e del Sud, la Via Romea. In Sardegna in particolare poi ho aggiunto il Sentiero delle cento Torri che si snoda lungo il perimetro dell’isola e il Cammino di Santa Barbara, nel Sulcis. Anche in Sicilia, dove il Sentiero Italia inizia a Trapani e finisce a Messina, ho percorso la Via Francigena Siciliana e altri cammini come la Via dei Frati che ho percorso nello scorso mese di marzo. Questo mi ha permesso di scoprire delle realtà straordinarie, perché l’Italia è un paese fantastico ed è troppo bello per non conoscerlo. Alla fine, sono stato ben felice di avere fatto ben più di 8000 chilometri».
Prima diceva che camminare è qualcosa di interiore, ci spieghi meglio. «Mi rendo conto di vivere in un’epoca in cui il camminare ha un altro contenuto rispetto al muoversi delle genti del passato su strade tracciate in epoche lontane. Percorrendo il Sentiero Italia ho avuto la possibilità però di attraversare strade, tratturi, sentieri realizzati e percorsi da uomini di epoche anche remote. Gente che si spostava per raggiungere un altro paese, fare commerci, trasferire merci su carri, bestiame, trasportando carichi per noi oggi impensabili. Già questo è stato motivo di grande emozione. Ma l’emozione viene anche dalle persone che incontri. Sono entrato in contatto con tante persone bellissime. Ho colto parlate per me sconosciute e diverse: ho scoperto la lingua sarda, il siciliano, il provenzale parlato a Faeto in provincia di Foggia. Poi nel Piemonte l’occitano e il Walser, il francese, il patois in Valle d’Aosta. E il friulano e anche lo sloveno. Tu entri sempre in modo tranquillo nella vita delle comunità, chiedi informazioni, piccole cose. Tutti sono sempre stati lieti di rispondere, di essere di aiuto, dare suggerimenti e indicazioni. Quando faccio questi incontri mi sento felice perché in quel momento sento in qualche modo di fare parte di quella comunità e di coglierne il valore. E per non parlare della serenità che si respira nelle chiese che si incontrano in tutta Italia, o la pace che si vive nei monasteri, un’esperienza questa davvero fantastica: ritrovarmi solo in una cella di un convento medievale, senza internet e senza le comodità di oggi».
Qual è stata l’emozione più grande? «Come dicevo, ho trovato persone meravigliose che mi hanno dato accoglienza senza chiedere nulla, o quasi, in cambio. Anzi dandomi il senso di un’ospitalità che posso definire “antica”, come accadeva cioè in tempi lontani, quando accogliere i viandanti e i pellegrini, offrire loro un pasto caldo e un posto dove passare la notte, era parte del vivere comune. Poi c’è stata per me la grande emozione di rivedere il Gran Paradiso. Da ragazzino, avevo all’incirca 12 anni, mio padre mi aveva portato con lui a scalare la cima: quando sono stato lì, mi sono salite le lacrime». E invece l’esperienza più difficile o pericolosa? «Il tratto per me più difficile è stato quello lungo l’arco alpino di nord-ovest tra Piemonte e Valle d’Aosta. Ogni tappa comprende circa 1500 metri di dislivello, salita e discesa continue. Un’altra difficoltà è stata quella dei rifornimenti di acqua soprattutto in estate. Ero sull’Alta Via Ligure e nonostante fossi partito con abbondanti riserve, mi sono dovuto fermare, proprio perché non avevo più una goccia d’acqua. Ho cercato di recuperare le forze all’ombra perché faceva molto caldo e poi sono ripartito, ma ero davvero quasi al limite. Poi avevo un po’paura dei cani randagi che, come si sa, spesso si incontrano in branchi nelle periferie urbane. Per fortuna non ho avuto incontri davvero spiacevoli, anzi, in un’occasione tutto il contrario: percorrendo la variante sulla Costiera Amalfitana, arrivato vicino a Punta Campanella, ho incrociato un piccolo cane che mi ha accompagnato per tanti chilometri al punto che siamo diventati amici».
Qual è stata la parte finale del suo viaggio? «L’ultima tappa del Sentiero Italia porta vicino a Trieste, nel comune di Muggia, al confine con la Slovenia. Quando si arriva c’è una pietra che è quasi come fosse il traguardo. In quel tratto si cammina lungo l’antica Via Flavia. Molto, molto emozionante e significativo» .
Quali saranno le prossime sfide? «Ho già fatto diversi cammini, ad esempio, tutti e cinque quelli che portano a Santiago di Compostela ma anche nei monti Cerski in Yakuzia, Russia. Il prossimo obiettivo sicuramente sarà la traversata dei Pirenei sulle orme di Sant’Ignazio di Loyola. E poi mi aspettano i grandi cammini negli Stati Uniti e quelli dell’Europa del Nord. Insomma, di progetti ne ho tanti, ma la cosa più importante rimane sempre la voglia di scoprire luoghi, tradizioni, abitudini, culture….un passo dopo l’altro».

Valentina Mastroianni: “La malattia di mio figlio Cesare diventata fiaba sull’amore e la fantasia

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La  storia   di Valentina Mastroianni   conferma    il mio  post  : « »  sia  la  maggior parte  delle risposte    della  ma  domanda   del post  riporta in  «Convivere o cancellare il dolore ? Secondo me no . trasformarlo in forza in maniera che poi si attenui o vada via da se. Secondo voi invece ? » su https://it.quora.com/
Ua  madre     che   ha  saputo  e sta  trasormando   il suo immeno dolore   cioè la perdita    duìi  un figlio in cosi  tenera età   in  forza   e  in speranza  per  quelle famiglie   che  affrontano   le  sue stesse  problematiche   . Infatti  Nel libro “Sarò i tuoi occhi”, già in vetta alle classifiche, racconta in favola l’avventura del piccolo Cece,morto a sei anni per una neurofibromatosi, e della sua famiglia. Una storia commovente di una famiglia che ha deciso di affrontare la vita con spirito di volontà e la forza di andare avanti, nonostante il figlio piccolo, Cesare, abbia perso la vista quando aveva più o meno 18 mesi di vita, a causa di una brutta malattia, la neurofibromatosi, un tumore che ha portato via al piccolo la
vista: il bambino, infatti, non riesce a vedere neppure le luci e le ombre, come racconta la madre. Scopriamo la loro storia e la loro forza.
Valentina Mastroianni è la madre di tre figli, Alessandro, Teresa e Cesare: il più piccolo, Cesare, soffre di una rara malattia che gli ha tolto la possibilità di vedere, fin da quando era in fasce. All’inizio -la madre si apre durante la trasmissione L'Ora Solare, di tv 2000- il bambino era molto spaventato, perché è improvvisamente passato al buio pesto, ma, poi, ha imparato ad appropriarsi del suo mondo, del suo modo di vedere, fino ad insegnare agli stessi adulti un modo speciale di guardare alle cose.
Davanti ad una così grande difficoltà, una famiglia può scegliere se lasciarsi completamente risucchiare dal buco nero della paura e dell’incertezza, quel buco nero che per Cesare è la malattia rara di cui soffre e i tumori che sono inrvenuti, oppure provare a rimboccarsi le maniche e a vivere col sorriso, perché ogni vita merita di essere vissuta fino in fondo. Cesare, nonostante tutto quello che ha passato, infatti, gioca con i suoi fratellini, come non ci fosse l’ostacolo della cecità a separarli, e ha un carattere gioioso e allegro, sempre pronto a vivere. Sono molti gli ostacoli che questo bambino ha affrontato. come  dimostra  anchgequeta intervista  a  repubblica  d'oggi nella  pagina  pdf   riportata     sotto 



La mamma, infatti, racconta del percorso difficile del suo piccolo, sopportato con forza d’animo: Sì, lui ha fatto un anno e mezzo di chemioterapia poi è insorto un secondo tumore, perché il primo non bastava e questo non rispondeva alle chemio e, infatti, lui adesso sta ancora combattendo dopo un anno e mezzo contro questo secondo tumore e con un medicinale sperimentale da Roma.
A Roma è arrivato lo schiaffo circa la perdita della vista di Cesare: i medici sono stati chiari con Valentina. Non c’era nulla da fare. Ma lì la madre di Cesare fa un incontro fortuito con Bebe Vio, la quale le ha detto: Chi se ne frega della vista? L'importante è che se ne vada il tumore. Io ho un amico che fa delle cose pazzesche, campione del mondo di sci. Si riferiva a Daniele Cassioli, nato cieco e vincitore di 25 titoli mondiali.
La certezza cha la cecità non avrebbe fermato Cesare ha rincuorato la madre, che si è ben rimboccata le maniche, affinché suo figlio potesse vivere una vita bella e importante.Ecco  quindi che  ha  messo  in pratica   questo  video  emozionale di 


 
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