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3.4.26

L’uovo di Pasqua da discount che sta sfidando i più famosi e costa solo 7 euro

da. gambero rosso


Questa Pasqua 2026 ci sta riservando una sorpresa del tutto inaspettata. Un’azienda dolciaria della provincia di Avellino ha lanciato sul mercato – sia a marchio proprio che in private label con Eurospin – un uovo di cioccolato bigusto che s’ispira alle più note uova pasquali a doppio strato. L’uovo sta letteralmente spopolando tra gli scaffali del discount e tra i social, riscontrando un successo clamoroso (per chi ama le colombe, invece, qui la nostra classifica). Abbiamo intervistato Martina Oliviero, responsabile commerciale della Oliviero Dolciaria di Monteforte Irpino che produce l’uovo di cioccolato più desiderato del momento.





                                         Martina e Annachiara Oliviero


Quando il private label viene fatto con serietà


C’è sempre un po’ di titubanza quando entrando nei discount troviamo tra gli scaffali prodotti che imitano quelli originali delle grandi marche. Nulla di più normale, considerando che seppure la produzione in private label segue criteri rigidissimi, non è raro in fase di assaggio restare delusi. Questo accade per diverse ragioni, la prima è che spesso le aziende alimentari che producono per conto terzi, scelgono di destinare specifiche linee produttive a queste commesse nelle quali vengono utilizzate materie prime diverse, spesso di qualità inferiore proprio per rispondere all’esigenza che sta alla base dell’offerta dei discount: vendere prodotti a costi più bassi. Ecco, nel caso dell’uovo bigusto prodotto da Oliviero e distribuito da Eurospin sfatiamo subito questo mito: no, non nasce da linee dedicate e men che meno viene prodotto con materia prima diversa da quella utilizzata nella produzione delle uova Olviero “autentiche”. La dottoressa Martina Oliviero su questo aspetto è chiarissima e perentoria «Prendiamo il cioccolato da un’azienda della provincia di Perugia ed è lo stesso che utilizziamo per tutte le referenze che escono dai nostri poli produttivi».





Semplicemente – si fa per dire – la Oliviero Dolciaria ha fatto una scelta molto chiara che è quella di puntare sempre e solo alla qualità a prescindere da quale sia il nome che finisce sugli scaffali. E nel caso specifico dell’uovo pasquale, in un mercato dominato da icone intoccabili il bigusto di Oliviero compie l’impresa più difficile: non solo non fa rimpiangere l’originale, ma lo sfida sul piano della struttura. Se il prodotto più noto punta tutto sulla cremosità, qui a colpire è la croccantezza del cioccolato, una consistenza tenace che convince sin dal primo assaggio.
Il doppio strato – esternamente cioccolato al latte e internamente cioccolato bianco – è molto compatto e questo si percepisce sin dalla rottura dell’uovo. Passando all’assaggio, il cioccolato non cede ad una eccessiva scioglievolezza e restituisce una buona tenacità strutturale fino al momento della masticazione. La ragione di questa croccantezza persistente che noi abbiamo particolarmente gradito, ce lo spiega nel dettaglio la dottoressa Oliviero «usiamo solo vero cioccolato, niente oli vegetali, niente surrogati,niente creme nel rivestimento interno. E questo non solo determina quella croccantezza, ma anche una pulizia di gusto in fase di degustazione». Lo diciamo fuori dai denti: chi gradisce una dolcezza misurata potrebbe addirittura preferire l’uovo di Monteforte Irpino a quello più noto!






Chiarita la questione della qualità, un altro nodo che chiediamo a Martina Oliviero di sciogliere è quello del costo. Com’è possibile che un prodotto di qualità come il loro uovo di cioccolato bigusto sia in vendita a € 6.99 nel formato da 340 grammi? Ed anche qua, la dottoressa Oliviero ci fornisce delle spiegazioni chiare ed inconfutabili “abbiamo fatto delle scelte strategiche molto nette, quindi investimenti minimi in marketing e comunicazione. Non abbiamo un ufficio marketing interno”, ammette la Oliviero, «facciamo tutto noi.
Preferiamo investire nelle tecnologie produttive e nella materia prima». Un altro costo ammortizzato per dare priorità assoluta alla qualità della materia prima è quello relativo alle sorprese, all’interno si trovano piccoli gadget come calamite o gomme per cancellare colorate: nulla di particolarmente esaltante, lo riconosciamo. Ma del resto, capita spesso di restare delusi dal cadeau anche scartando le uova più blasonate, qua almeno ci si consola con il cioccolato




Oltre 100 anni di storia
L’azienda Oliviero, sebbene in questi giorni per qualcuno possa rappresentare una scoperta, ha in realtà ha una storia molto lunga iniziata nel 1910. Nasce infatti come una piccolissima attività artigianale grazie all’intraprendenza di Fortunato Oliviero, che fondò un primo laboratorio nei pressi del santuario di Montevergine dove produceva per lo più il torrone che spesso acquistavano i pellegrini lungo il cammino. La svolta definitiva ci sarà nel 1985, quando Filippo Oliviero – papà di Martina e di Annachiara, lei tecnologa alimentare che in azienda si occupa di ricerca, sviluppo e qualità – rileva l’azienda insieme ai fratelli e la potenzia dal punto di vista tecnologico e strutturale. Attualmente l’azienda ha due stabilimenti produttivi, sfiora i 30 milioni di euro di fatturato annuo ed ha un organico composto da oltre 180 dipendenti.

Basta parlare della disfatta della nazionale e della nostalgia calcistica ed andiamo avanti


 e ora di guardare avanti perché alla lunga. tutto annoia. Infatti bisognerebbe  fare  come dice ©  Gioele Salvadori   Preparatore Atletico in < < La delusione per la mancata , la 3 consecutiva , qualificazione spiegata  alle nuove generazioni > > e di finirla , capisco il primo giorno, ma ormai la nostalgia in questo caso è piangersi addosso e rimanere legato al passato e non guardare solo al passato . Bisogna fare come suggerisce questo pezzo ( il bellissimo monologo )  di un famosissimo. film fra. i minuti. 1:08-1:145



 allora si che un po' di nostalgia ci può stare e costruttiva ed accettabile .
Purtroppo è andata come è andata facciamo viste le dimissioni del poco competente e ...🤬🖊️Gravina e di : Buffon  e Gattuso tesoro degli errori fatti e della cattiva gestione ed il voler fare di testa propria ( vedi le proposte  rifiutate dai vertici di Roberto Biaggio    ) ci servirà (chissà ) per le prossime competizioni europee ed internazionali e forse per il prossimi campionati di calcio nazionali e locali per fare di che no resti solo il tempo delle riflessioni e di una ricostruzione che appare, mai come oggi, una scalata ripida e piena di incertezze.
Altrimenti finirà come dice questo post di Patrizia cadau che riporto sotto

con questo è tutto Per aspera ad astra come dicevano gli antichi ( i nostri nonni e bis e pro )

2.4.26

Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due figlie? Sì, certo, ce ne deve importare - Patrizia. cada

Ma può importare a qualcuno se il Ministro dell'interno ha un'amante con la metà dei suoi anni, una moglie Prefetto a Grosseto e due figlie?
Perché se fai parte di una compagine politica che si appella a Dio, Patria e Famiglia, se hai il Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "se 福 KACAИ 。 ad CH 0ao PIANTEDOSI: LA MIA PASSIONE? CURARE IL MIO ULIVETO"vezzo di imporre i costumi sociali, sessuali, affettivi e famigliari agli altri salvo poi fare quello che ti pare, peraltro affidando incarichi istituzionali alla più giovane che confessa, in un'intervista, che sì ha una relazione con il capo del Viminale, ecco se imponi una morale agli altri, tra cui pure la meritocrazia, ma sei il primo a farti i cazzi tuoi e a piazzare i tuoi cortigiani* dove ti pare, allora me ne importa.
Sì, certo, ce ne deve importare.
Perché hai un ruolo istituzionale, e non solo devi essere intellettualmente onesto, ma devi anche apparire onesto, integro, aderente ai principi che ispirano la tua azione politica. Altrimenti sei un'ipocrita da due lire e non hai titolo per gestire un apparato delicato dello stato. 
Io non sono una moralista.
Non sono una bacchettona.
E non sono un'ipocrita.
Detesto se mai l'ipocrisia come la peggiore delle attitudini umane. 
(ma poi, a quale oliveto si riferisce?)

*Cortigiani: gente che sta a corte. Senza altro riferimento semantico.

IL TREDICENNE DI BERGAMO ERA SOLO E IL SISTEMA È TUTTO SBAGLIATO

Fra le tante @ che ho ricevuto ai precedenti post   ( in particolare questi  I II  ) sul   13 enne e sull'insegnante accoltellata questa a  cui ho risposto  è una di quelle che mi  ha colpito  di più 



Caro   Giuseppe. 
sono la mamma di una ragazza di 13 anni  anni con problemi d'apprendimento. Quello che
è successo a Trescore Balneario è la conseguenza di un sistema che non si è mai
realmente preparato  ad accogliere e gestire i ragazzi con Adhd, disturbo da deficit di attenzione, e Dsa, disturbi di apprendimento. Quando non si è preparati a gestire la complessità, si tende a semplificare. E in questi casi, semplificare significa punire. Parliamo di ragazzi con
disturbi specifici, che non hanno bisogno di essere“corretti”, ma capiti e accompagnati con strumenti adeguati, previsti dalla legge. La scuola deve adattarsi allo studente, non il contrario. Ma cosa succede? Questi strumenti vengono negati e considerati
“facilitazioni”. Si interpreta il comportamento come svogliatezza, la difficoltà come disinteresse e il blocco come mancanza di
impegno. E da lì si passa alla sanzione: note, voti punitivi, pressione e umiliazioni. Non per cattiveria, ma per incompetenza. Ma quando l’incompetenza si combina con
un ruolo educativo, diventa danno. E quel danno ha unvolto preciso: sono ragazzi che iniziano a spegnersi, che non parlano più, si bloccano. Il caso di questi giorni ha scosso tutti, si è appena scoperchiato un vaso di Pandora e dentro ci sono migliaia di storie identiche. Migliaia di
ragazzi invisibili e famiglie lasciate sole...

                          Una Mamma (Via mail)






Carissima , i ragazzi con queste diagnosi sono una novità nella scuola di oggi. Ai miei tempi c’erano quelli bravi e quelli, come dici tu, svogliati, irrequieti, vivaci. Chi nonriusciva a leggere o a fare di conto veniva messo dietro lalavagna, chi disturbava veniva allontanato dalla classe e tuttierano considerati somari., solo. in. rati. casi. venivano. considerati. con tali. problemi. e. avevano. l'insegnante. di sostegni. Ai miei tempi i professori erano severi e poco attenti al disagio dei ragazzi. Oggi forse sono ancora o. quasi.


impreparati,come. dimostrano. i  video emozionali. riportati sopra. e. sotto.  che. affrontano tali problematiche





Difficile capire che ci possono essere problemi indipendenti dalla buona volontà dei ragazzini. Ma ci sono anche tanti genitori esagerati, che cercano di giustificare e di creare scorciatoie per i più piccoli, pensando di agevolarli, e anche questo non si puònegare. Detto ciò, non penso proprio che il caso del ragazzino di 13 anni di Trescore che ha accoltellatola prof abbia, almeno. fin quello. che è stato qualcosa a che fare con il deficit di attenzione che pure gli era statodiagnosticato.
Temo che la situazione di questo ragazzino sia ben più complessa e sottovalutata. I disturbi mentali purtroppo non sono ancora così facili da individuare. E spesso le famiglie di questimalati gravi sono lasciate sole. Il deficit di. attenzione in. molti casi a mio avviso è proprio qui, e non è dei ragazzi, ma tutto nostro...

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco. puntata. n LXXVIII SMARTPHONE E CUFFIETTE FANNO AUMENTARE I RISCHI

La distrazione da iPhone e smartphone è un fenomeno crescente, spesso legato alla dipendenza da notifiche e social media, che impatta la vita quotidiana, la sicurezza stradale e la produttività. 
Ecco i punti chiave basati sulle informazioni disponibili:
Rischi e incidenti: L'uso dello smartphone mentre si cammina è una causa in aumento di infortuni dal 2007, anno di lancio del primo iPhone. Le distrazioni digitali contribuiscono in modo significativo agli incidenti stradali, con stime che variano notevolmente tra i dati ACI (fino al 75% dei sinistri) e quelli Istat (circa 15-20%).
Impatto sul cervello: L'uso costante del telefono provoca picchi di dopamina legati ai "like" e
gratificazioni artificiali, che possono portare a una diminuzione della capacità di concentrazione e a un rallentamento dei processi cognitivi.
Frammentazione del lavoro: Le abitudini digitali portano a giornate lavorative o di studio composte da compiti frammentati, rendendo difficile il completamento di progetti complessi che richiedono tempo ininterrotto.
Digital Detox e Soluzioni: 
Tenere il cellulare in un'altra stanza durante il lavoro o lo studio.
Utilizzare app o impostazioni del telefono per limitare il tempo di utilizzo.
Sperimentare dispositivi minimali, come il "Metaphone", un esperimento sociale volto a far riflettere sulla dipendenza.
Per combattere la dipendenza, si consiglia il "digital detox", un periodo di astensione volontaria dai dispositivi. Strategie pratiche includono:Tenere il cellulare in un'altra stanza durante il lavoro o lo studio.Utilizzare app o impostazioni del telefono per limitare il tempo di utilizzo.
Sperimentare dispositivi minimali, come il "Metaphone", un esperimento sociale volto a far riflettere sulla dipendenza.Utilizzare launcher minimali come Blloc Ratio per ridurre le distrazioni. 


In sintesi, la distrazione da smartphone rappresenta una sfida moderna alla gestione del tempo e alla sicurezza personale, che richiede una consapevolezza maggiore dell'uso dei dispositivi e, talvolta, una disconnessione programmata. 
Distrazioni digitali - Società Italiana di Neurologia12 set 2020 — Negli habitué delle distrazio- ni digitali le giornate si compongono di compiti frammentati, abbandonati e rincorsi, che magari po...
Incidenti da cellulare, così l'Aci arriva al dato "3 incidenti su 4 ...3 ott 2016 — Secondo l'Automobile club arrivano al 75 per cento dei sinistri, secondo l'Istat tutta la distrazione (smartphone compresi) non va...

Oltre  agli effetti accennati  sopra un uso  distratto e non consapevole  rende più vulnerabili  alle. aggressioni.    Infatti Antonio Bianco  nella. sua. rubrica.   sul. settimanale  Giallo 


Quando si parla di difesa personale, si pensa a tecniche fisiche, a corsi di arti marziali o a strumenti di autodifesa. In realtà, la prima forma di protezione è più semplice e passa dall’eliminare le distrazioni. Gran parte delle aggressioni avviene quando la vittima è impegnata in altre attività e non percepisce ciò che sta accadendo attorno a sé.
La principale fonte di distrazione è lo smartphone.
Camminare con lo sguardo fisso sullo schermo riduce la percezione dell’ambiente circostante. Questo fa sì che nonsi notino le persone che si avvicinano, non si percepiscanoi cambiamenti nel contesto e si trasmetta un segnale di vulnerabilità. Purtroppo chi cerca una vittima ha una certa scaltrezza e tende a scegliere proprio chi appare meno at-tento e più isolato dal contesto in cui si trova. Anche l’uso delle cuffie rappresenta un fattore di rischio. Ascoltare musica a volume alto impedisce di percepire suoni importanti come passi che si avvicinano, una persona che chiama,un veicolo che rallenta. In situazioni di potenziale pericolo, l’udito è decisamente uno dei sensi più utili per anticipare ciò che potrebbe accadere attorno a noi.
Un’altra distrazione frequente è la ricerca di oggettinella borsa o nello zaino mentre si cammina. Se dovetefermarvi, fatelo in un punto illuminato e visibile. Sarà deci-samente più sicuro che frugare mentre si sta camminando,con l’attenzione catturata da quello che stiamo facendo.
Anche lo stato mentale conta. Camminare immersi nei pensieri, magari leggendo i messaggi che abbiamo ricevuto, riduce la capacità di osservare segnali d’allarme come una persona che cambia direzione, qualcuno che si avvicina troppo, un’auto che rallenta. Tenere la testa alta, osservare l’ambiente, incrociare lo sguardo delle persone e mantene-re un 'andatura sicura comunica attenzione e presenza. Non è garanzia di protezione, ma vi permetterà di guardare ilmondo attorno a voi con maggiore attenzione.


 

come racconteranno i media della presunta. amante di Piantedosi. ? come gossip o come scambio sessuale di favori. ?



Nessuno   credo vuole sapere con chi va a letto Piantedosi. Davvero. ci dovrebbeinteressare  quanto ci interessa la vita sentimentale del nostro commercialista. 
Il punto è se il letto porta a una consulenza parlamentare, a una madrinata alla Festa della Polizia, a convegni dei Vigili del Fuoco, a presentazioni di libri con le prefetture di mezza Italia, a un programma su Rai Radio 1 sulla "cultura della legalità". Oppure come si vocifera. consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla sicurezza e sul degrado delle città alla Camera.Tutto, sempre, invariabilmente, nell'orbita del Viminale. Cioè del ministero presieduto dal fidanzato-amante di Claudia Conte.
Potrebbe essere un'immagine raffigurante una o più persone, lo Studio Ovale e il seguente testo "GENDER NDER ေ၀ေ PARITY PARIY M S"

E poi, solo poi, c'è l'altra faccenda. Quella che ormai è diventata una barzelletta: questo è il governo di Dio, Patria e Famiglia.
Quello del rosario in piazza, della famiglia tradizionale in Costituzione e che ogni giorno, da ogni palco, da ogni pulpito, salotto tv e web.  ci spiega come dobbiamo vivere, chi dobbiamo amare e in quale formato familiare dobbiamo rientrare.
E poi Giambruno ci provava con le colleghe in diretta. Sangiuliano portava l'amante ai sopralluoghi col servizio d'ordine. Salvini ha figli sparsi qua e là. Meloni non si è nemmeno mai sposata e ha avuto una figlia fuori dal matrimonio, roba che nella "famiglia tradizionale" di un tempo l'avrebbero portata dall'esorcista e alla. pubblica. gogna. E ora Piantedosi.
Allora facciamo un patto: o la smettete di fare la morale a come vivono gli altri, oppure la morale applicatela a voi stessi. Una delle due, grazie.
Che   come. dice. una mia. amica.  a predicare l'acqua mentre ci si scola una damigiana di prosecco siam bravi tutti.....

la delusione per la mancata , la 3 consecutiva , qualificazione spiegata alle nuove generazioni di © Gioele Salvadori Preparatore Atletico

da  https://www.threads.com/@gioelesalvadori

gioelesalvadori
12 h


Per tornare grandi non basta cambiare qualche nome. Bisogna cambiare visione.












P.s
Mentre. finivo.   di. mettere. le. immagini.  ho. trovato  sempre. su. thread   questi. due post.  di risposta. alla. battuta (?) infelice.  di. Gravina. 


e questa. dell'ex medaglia. d'oro. a. Tokyo 2020 posticipata nel. 2021 per. covid19   Ma


Potrebbe essere un'immagine raffigurante ‎calcio, football e ‎il seguente testo "‎gianmarcotamberi အ Checco Zalone· Siamo Una Squadra Fortissimi … 25 72" 72 29 18 20 7 S.o 158mila 158 mila 4115 18,5mila 18,5 mila م 7521 gianmarcotamberi Dilettanti allo sbaraglio!‎"‎‎


1.4.26

perché l'Italia da quasi 15 anni che non va ai mondiali il. perché ? la. risposta nel. dossier. di Roberto Baggio rifiutato dalla. Figc altro. che. nelle. boiate. di. Bocchino. e company

Potrebbe essere un'immagine raffigurante il seguente testo "DORI DUOMO "LA SCONFITTA CONTRO LA BOSNIA È COLPA DELLA SINISTRA" ITALO BOCCHINO"

IL calcio Italiano , almeno. come lo. abbiamo conosciuto fino alla vittoria del mondiale 2006 è finito . 
Se pensavate di aver già sentito i soliti piagnistei da bar e non solo forse. non avete ancora letto e ascoltato le dichiarazioni deliranti di Italo Bocchino sulla disfatta dell’Italia con la Bosnia.
Colpa della mediocrità tecnica dei giocatori? Nooooo. Colpa di Gattuso?Acqua.Colpa di Gravina
Figuriamoci .Del sistema calcio malato? Ma neanche per sogno!
No, la colpa della Waterloo dell’Italia con la Bosnia è secondo Bocchino. , tenetevi. tenetevi. forte e.trattenete le risate se ci riuscite nientemeno che… della sinistra.Giuro, come lo sentite:
"La Nazionale italiana è stata rovinata dalla sinistra. Dalla cultura della sinistra. L'esclusione per la terza volta di seguito dai mondiali conferma questo: oggi la maglia azzurra non è più il sogno dei ragazzi che giocano a calcio, il loro sogno è solo fare soldi, comprare una nuova Ferrari, farsi le fotografie in posti fighi con le modelle. E la cultura che ha ucciso l'identità nazionale è la cultura della sinistra”.
Soldi, Ferrari, modelle: i classici valori della sinistra, come no … Siamo a un grado di faziosità e paranoia patologici, da seguire, da curare.Bocchino è riuscito a dare alla sinistra anche la colpa del terzo mondiale di fila saltato. L’aveva come dice. Lorenzo Tosa già fatto dopo la Norvegia.Si è ripetuto oggi.
Caro Bocchino e. Company , non avete senso della realtà, del decoro, del ridicolo.Ma voi continuate così, continuate a spararne una dietro l’altra, pur di distrarci dalla. realtà del paese Avanti così, fino alle prossime elezioni.
Come diceva Flaiano ( https://it.wikipedia.org/wiki/Ennio_Flaiano, ) “ la situazione è grave, ma non seria”.E non aveva ancora sentito Bocchino.
Quindi il calcio italiano va ricostruito da zero anzi no un elemento ci sarebbe. Esso era stato redatto ben. 15. Una rivoluzione gentile ma profonda, cominciando dalle basi per mirare in alto: etica e innovazione, invenzione e calcolo, libertà e osservazione. Idee astratte ma che l’allora presidente del Settore Tecnico federale argomentava in un piano concreto, dettagliato, fattuale. Del dossier Baggio rimase un faldone nel cassetto, l’aura da Santo Graal a cui ripensare in ogni occasione in cui il calcio italiano sembra sempre più lontano dal suo passato, e soprattutto dal suo futuro. Roberto Baggio lanciò un allarme molto tempo fa, quasi mille pagine di idee, progetti e ispirazioni. Cinque anni prima, nella finale di Berlino, l’Italia con la zuccata di Marco Materazzi alla Francia aveva segnato il suo ultimo gol in una partita della fase a eliminazione diretta ai Mondiali, anche se non lo sospettavamo. Se dovesse farne ai Mondiali del 2030, se dovessimo esserci, se dovessimo superare il girone, se dovessimo segnare di nuovo, da quel gol saranno passati ventiquattro anni.Anni fa. Ed aveva previsto questo . Si tratta. Delprogetto. Presentatoda. Roberto Baggio. […. da wired : ≤< italia-mondiali-baggio-riforma ≥> ] era piuttosto lungo e decisamente articolato anche il documento redatto proprio dall'ex calciatore BaggioRoberto Baggio, quindici anni fa. Era il lontano 2011 e a ogni dramma sportivo azzurro torna d'attualità la rievocazione, come uno spettro dei Natali passati, del dossier firmato dal Divin Codino. Ritiratosi dal calcio giocato da appena sei anni, allora era stato voluto a da Giancarlo Abete nel ruolo di presidente del Settore Tecnico della FIGC (Federazione italiana giuoco calcio). E in quella manciata di mesi, meno di tre anni, alla guida di un progetto di rifondazione del calcio italiano a livello federale e soprattutto giovanile, in una approfondita relazione rimasta inascoltata dava le indicazioni per le necessarie riforme, sottolineando le criticità di un sistema già in via di auto-implosione. Tra digitalizzazione, scouting e dedizione formativa, 900 pagine che rimasero lettera morta, per citare le sue stesse parole: l'ex Pallone d'Oro si dimise (ai tempi succedeva) nel disinteresse generale. Ma cosa dicevano quelle pagine ?

L’odio non è solo quello che si urla di © Cristian.A. Porcino Ferrara alias. ilfilosofoimpertinente



Io non avrei saputo scriverlo meglio.


Ho provato a offrire il mio contributo a chi, a livello nazionale, dice di combattere le discriminazioni. Il risultato? Silenzi e visualizzazioni senza risposta. Dietro questa facciata da paladini dei diritti si nasconde spesso una mera strategia di branding. È paradossale pretendere di cambiare il mondo quando si ignora l’ABC della coerenza: l’ascolto e il dialogo con chi vive il territorio.
Spesso si nasconde dietro parole apparentemente innocue, si normalizza nei gesti quotidiani e nelle relazioni.
È da questa inquietudine che nasce il mio ultimo libro Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio.
Ho scelto deliberatamente di non fare i nomi di queste associazioni e di questi progetti di ispirazione cristiana: non intendo regalare loro, nemmeno indirettamente, una pubblicità che non meritano.
Ed è proprio questo che mi ha spinto a riflettere ancora di più: non possiamo combattere l’odio se prima non impariamo ad ascoltare davvero. Per rispondere all’odio non bisogna necessariamente percorrere la via del politicamente corretto e assecondarne gli eccessi. Esiste una terza via, quella che punta sull’empatia.
In Italia, se non si appartiene a circoletti e cerchi magici si è esclusi da tutto, per definizione, con tanti saluti all’apertura e all’inclusione tanto sbandierate.
Questo libro nasce per provocare domande, per mettere in discussione certezze e per ricordare che la lotta al pregiudizio non può esistere senza educazione, responsabilità e coraggio culturale.
Se credete che oggi sia necessario fermarsi a pensare, a capire e a costruire un modo diverso di stare insieme, vi invito a leggere questo libro.

Se i liberali come proposta. contro le violenze. giovanili chiudono le chat ed i social siamo alla frutta. o. non sanno. che. pesci. pigliare.

Ogni volta. che. sia verificano episodi  di violenza  giovanile le proposte  che  vengono fatte ,  da  qui il titolo ,  per porvi rimedio c'è quella  di vietare i social ai minori . invece di educare  e aiutare i genitori a farlo  alla responsabilità ed a un uso consapevole / critico verso l'uso  : del web , dei social  e dei media ingenerale ma soprattutto una comunicazione non violenta . 
Proprio una proposta scatologica  oltre  che  censoria . 
Infatti tale proposta, se pur faziosamente ,  viene bocciata  anche da  Destra (vedere articolo sotto ).Ora  la  fonte.  sarà pure lontana. anzi lontanissima  dalla mia formazione culturale ma  a  volte  capita  che  .....    fra ” poli opposti “   ci siano  delle  cose comuni come parzialmente in questo caso. 


da CAFFÈ AVVELENATO   rubrica  di Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale whatsapp ed essere sempre aggiornati (gratis).

 Il barista 31 Marzo 2026, 8:30








Qui al bar inorridiamo di fronte a certe derive che stanno rovinando la nostra gioventù. La storiaccia di Bergamo, col tredicenne che ha accoltellato l’insegnante perché lo avrebbe umiliato, snobbando la sua neurodivergenza, ha dell’incredibile, soprattutto dinanzi all’assenza di pentimento del ragazzo. Ma se il problema è serio, devono esserlo anche le soluzioni che vengono proposte.
Ieri, invece, da Carlo Calenda, liberale prêt-à-porter, abbiamo ascoltato proprio quella ricetta populista che, quando la sente in bocca ad altri politici, l’ex ministro bacchetta: “Telegram”, la piattaforma usata dall’aggressore, “è da molto tempo un ricettacolo di odio e illegalità che andrebbe chiuso”, ha commentato. E dunque, per risolvere la piaga della violenza giovanile, basta oscurare le piattaforme? In Australia ci hanno provato, col divieto di social agli under 16, ma sembra che la grande trovata si stia già rivelando un mezzo flop: la norma è difficilmente applicabile e i nativi digitali la aggirano con una certa facilità. Dove sono i genitori? Le famiglie? Ci devono pensare loro ai social del figli, oppure il Parlamento? Meno male che la repressione non serve…
Guarda un po’, noi crediamo che anche quella sia utile, insieme all’educazione. Ma un’educazione alla responsabilità, non un continuo mea culpa degli adulti, che si accusano di non essere stati abbastanza buoni e comprensivi con dei figli i quali sembrano gridare loro il contrario: noi ci comportiamo sempre peggio affinché, a un certo punto, voi ci rimproveriate. Perché se ci rimproverate significa che ci siete, che vi accorgete di noi.
Perciò ci colpiva – visto che al bar leggiamo i giornali – l’accostamento su Repubblica di ieri: da un lato, un pezzo che spiegava che da parte del ragazzo non c’era stato “nessun pentimento”; dall’altro lato, il predicozzo di Massimo Recalcati contro la “pedagogia dell’odio”, frutto nientemeno che dei toni della campagna elettorale referendaria. Specie di quelli usati da chi invitava a votare Sì, scommettiamo. Certo, ricette semplici non ce ne sono. Ma i mali dei nostri figli non li cureremo né con i liberali per la censura né con gli psicanalisti per la propaganda.

31.3.26

Ogni terremoto ha una sua storia il caso di Apice

Dalla pagina fb quel che non sapevi 




21 agosto 1962. Una scossa di magnitudo 6,0 devasta Apice, piccolo borgo in provincia di Benevento.Le autorità firmano l'ordinanza: sgombero totale, immediato, obbligatorio. Il paese è pericolante. Non si torna indietro. I 7.500 abitanti di Apice leggono l'ordinanza.                                                                       E rimangono                                                                                                                                                Non per un giorno, non per una settimana. Per diciotto anni interi, queste persone continuano a vivere tra le case sbrecciate, i muri incrinati, le chiese con le volte spaccate. Riparano quello che possono con le proprie mani. Coltivano gli orti. Tengono aperti i negozi.                                                                            Lo Stato dice di andarsene. Loro dicono no.                                                                                         Spoiler: ci vorrà qualcosa di molto peggio per farli muovere.                                                                       Il 23 novembre 1980, il terremoto dell'Irpinia — magnitudo 6,9, uno dei più devastanti del secondo Novecento italiano — torna su quello che restava di Apice e finisce il lavoro che il '62 aveva cominciato. Questa volta non c'è niente da riparare. Questa volta si va. Gli abitanti abbandonano il paese. In fretta, con quello che hanno.                                                                                                                                      E lì, Apice si ferma.  Non viene demolita. Non viene restaurata. Non viene trasformata in resort o in set fotografico. Rimane esattamente com'era nel momento dell'abbandono: strade intatte, chiese aperte sul vuoto, mobili e oggetti personali ancora al loro posto tra le macerie. La vegetazione cresce lenta attraverso i muri, le finestre, i pavimenti.l FAI — Fondo Ambiente Italiano — ha inserito Apice Vecchia tra i Luoghi del Cuore, e oggi la chiama esplicitamente la Pompei del Novecento.Non è un'esagerazione.A Pompei ci ha pensato il Vesuvio, in un pomeriggio del 79 d.C.Ad Apice ci hanno pensato due terremoti, diciotto anni di disobbedienza civile silenziosa, e una comunità che non riusciva — o non voleva — immaginare di esistere altrove.

In breve:

Nel 1962 un terremoto di magnitudo 6,0 colpisce Apice (BN) e le autorità ordinano lo sgombero immediato.I 7.500 abitanti ignorano l'ordinanza e restano per 18 anni, vivendo tra case danneggiate e macerie.Solo il terremoto dell'Irpinia del 1980 (magnitudo 6,9) li costringe ad andarsene definitivamente. Oggi Apice Vecchia è un borgo fantasma congelato nel tempo, tutelato dal FAI.

dopoThe Immortal Manil film sui peaky blinders. arrivano sequel , spin off e prequel . Ne vale la pena o sono solo.il classico raschiamento di barile per fare soldi ?



Ho visto a casa di un amico il film The Immortal Man. della serie The peaky blinders Ora pur non avendo finito di vedere tutta la. serie, sono  alla. 4\1 su 6 stagioni posso dire. che leggendo sinossi e recensioni delle rimanenti che i veri peaky blinders si

concludono. con il film . Gli spin off non aggiungono. niente alla serie e sono, a mio. avviso, solo il classico raschiamento del barile .Mentre. per il sequel iin produzione non credo , come https://www.wired.it/article/the-immortal-man-riporta-in-vita-saga-peaky-blinders-ha-senso-tornare-a-quel-cupo-e-gelido-inverno/ sia una buona notizia e sia qualcosa di ben oltre il. classico raschiare il fondo del barile cioé allungare il brodo .  La mia  tesi sembra. essere. confermata  dallo stess wired 

 [....] Dopo sei stagioni impeccabili, Tommy Shelby, veterano della prima guerra mondiale affetto da Ptsd che aveva gestito con pugno di ferro le attività illecite di Birmingham, si accomiatava dalla vita criminale: moriva di una morte simbolica, bruciando letteralmente il simbolo della sua vecchia vita e abbandonandola, dopo aver scoperto che l’unico in grado di eliminare Tommy Shelby era Tommy Shelby. Sembrava l’ultimo capitolo della saga, una saga corale con un protagonista assoluto perseguitato da mille demoni. La guerra, i lutti, i tradimenti, le dipendenze da alcol e droghe avevano divorato i fratelli Shelby, inghiottiti dalla disperazione e dai sensi di colpa, in bilico tra tendenze suicide e auto/distruzione, tra ricerca disperata del pericolo e fuga da un vuoto esistenziale camusiano che curavano con la violenza e l'omicidio. Gli Shelby sono stati i re di Birmingham negli anni tra le due guerre, anni in cui le loro imprese hanno incrociano la politica e la corruzione, il fascismo e il nazismo. Quando Tommy Shelby torna in scena in Immortal Man, sembra essersi lasciato dietro tutto questo. Segregatosi in una dimora enorme e vuota che cade a pezzi come una nuova Miss Havisham (Knight è un grande fan di Dickens) vive perseguitato dai ricordi suoi peccati e dai fantasmi dei cari perduti. Tra le sue colpe più cocenti c’è l’abbandono del figlio, boss che si dice più feroce e amorale di lui.

Mah. staremo a vedere  se saprà mantenere intatta la tensione narrativa  del precedente  e non porterà a qualcosa  di noioso e concluso in fretta come il film   \ spin off.   della. serie Breaking Bad  e il film  della  serie Ray Donovan 

Erika con la sindrome di Down da dieci anni maestra d'asilo e d'inclusione






  da Elena Lucchini 





 
La sindrome di Down non è un limite.Erika, la ragazza ritratta in questa foto, ne è una testimonianza autentica.
La sua è una storia preziosa. Non è soltanto il racconto di un inserimento lavorativo riuscito o di un percorso formativo affrontato con impegno e dedizione. È la storia di un talento che ha trovato il terreno giusto per esprimersi e diventare un valore per l’intera comunità.
Da oltre dieci anni Erika fa parte del team dei docenti, ma il suo contributo va ben oltre questo. Abita la scuola con una sensibilità rara, con quella naturale empatia che le consente di raggiungere ciò che le parole a volte non riescono a esprimere.
Con i bambini, soprattutto con i più fragili, Erika costruisce relazioni vere, fatte di fiducia, ascolto e comprensione profonda. Ed è proprio questa capacità a renderla un punto di riferimento prezioso: ha saputo trasformare la propria unicità in una straordinaria risorsa, capace di aprire un accesso speciale al mondo interiore dei più piccoli. In un tempo in cui troppo spesso la disabilità viene ancora guardata attraverso il filtro del limite, la sua presenza ci invita a cambiare sguardo. Ci ricorda che la diversità, quando è accolta e valorizzata, può diventare una forza concreta, capace di generare bene e di fare la differenza, anche grazie al lavoro di un’intera comunità.Grazie Erika, perché con il tuo esempio dimostri ogni giorno che l’inclusione non è una parola astratta, ma un gesto quotidiano. La tua mano tesa, il tuo sguardo accogliente e il tuo grande cuore rendono la scuola un posto migliore per tutti.










Ogni mattina, all'alba, ho preso quella seggiovia. Sabato è stata l'ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto. Una salita che ci accompagna tra le sfumature dei territori montani



  da ilDolomiti.it. 29 marzo 2026 | 18:00

Ogni mattina, all'alba, ho preso quella seggiovia. Sabato è stata l'ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto. Una salita che ci accompagna tra le sfumature dei territori montani

dalla.   rubricaPista Battuta


La montagna, se la riduci a cartolina, finisci col buttarla in un cassetto. Una cartolina la guardi, la appendi per un po', poi la dimentichi: di sola montagna turistica non si vive. Con l'inverno termina anche la rubrica Pista Battuta, che negli ultimi mesi ci ha accompagnati tra le infinite dinamiche del mondo dello sci alpino




Ho passato l’inverno là dove tutto è cominciato: all’Alpe di Mera. Ogni mattina, all’alba, ho preso la seggiovia che porta alle piste da sci. È lenta, vecchia, ma bellissima, con i seggiolini dipinti di un rosso brillante. Sabato scorso l’ho presa per l’ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto, più moderno, più veloce. Erano in molti a essere dispiaciuti, qualcuno è salito apposta per salutarla. Quella seggiovia anziana è la nonna degli sciatori valsesiani.
Insieme a me, sabato, è salito Fiorenzo, un allevatore con una piccola azienda agricola. Ci siamo seduti senza pensarci troppo e solo al quinto pilone abbiamo realizzato che, con ogni probabilità, quella sarebbe stata l’ultima volta per entrambi. Io e Fiorenzo non ci conoscevamo, ma abbiamo iniziato a parlare come si fa in montagna: senza preamboli.



Abbiamo parlato della neve, troppa per essere marzo. Del fieno e dei prati, delle stagioni che cambiano, di estati troppo secche e di inverni sempre più corti. Di lupi con cui convivere, di capre da proteggere, di figli che restano e di quelli che vanno. E poi, inevitabilmente, siamo finiti a parlare di lei: di quella seggiovia che per me è infanzia, lavoro, identità.
Fiorenzo mi ha regalato una chiacchierata preziosa, ricordandomi che la montagna, ogni giorno, offre in modo inaspettato occasioni di crescita. Il suo lavoro lo impegna dall’alba al tramonto: quella mattina, dopo aver dato fieno alle capre, è salito apposta per salutare quei seggiolini rossi. Ama lo sci, ma teme che la direzione intrapresa sia pericolosa.



Teme, come me, la montagna‑cartolina: ha paura che contadini e allevatori diventino scenografia, il pastore per la foto e le mucche per il dépliant. Fuori dall’inquadratura restano redditi bassi, burocrazia alta e poca tutela. Se chi produce cibo in montagna non riesce a vivere dignitosamente, lentamente smette. E senza agricoltura e allevamento la montagna diventa davvero un parco a tema, con tutte le sue finzioni, le sue mascotte, i suoi divertissement.
In questi mesi, con la rubrica Pista Battuta, ho provato a fare proprio questo: vedere la montagna oltre la cartolina. Abitiamo un mondo che spesso si racconta per quello che non è, e la montagna non fa eccezione: cieli sempre azzurri, prati perfetti, una bella frisona da latte senza neanche una mosca a ronzarle intorno, un casaro che sembra uscito dal set di un film. In questa versione edulcorata resta fuori quasi tutto ciò che è vero: odore di stalla, un trattore che passa, la neve che manca, il fango, il letame, la puzza di capra. Così prepariamo turisti poco o per nulla informati, che arrivano con aspettative irreali e vivono il reale come un fastidio.
L’ho 

detto anche a Fiorenzo, su quella seggiovia: di sola montagna turistica non si vive. Se già nell’immagine che comunichiamo restano solo gli impianti e i weekend di pienone, ma spariscono stalle, prati e persone che ci lavorano tutto l’anno, il paese resta bello da guardare ma sempre più difficile da abitare. Vorrei, invece, raccontare la montagna nuda: con le sue bellezze e le sue fatiche. Perché se continuiamo a rincorrere la finzione rischiamo di clonare, anche quassù, lo stesso modello malato che abbiamo già in pianura.
Quella che ho provato a conoscere è una montagna fatta di caschi ammaccati, piste ghiacciate, neve che non arriva e laghi che si abbassano. Ho ascoltato allenatori, guide alpine, sindaci, scienziati, fotografi, atleti. Ognuno con un pezzo di verità, nessuno con la soluzione. Se dovessi riassumere in una sola parola ciò che è emerso da questi incontri, sarebbe "equilibrio". Una parola forse abusata, ma sulla neve, così come sui sentieri assolati, non è mai banale. Vivere in montagna richiede le abilità di un funambolo: andare con calma, prendersi il tempo per ogni passo, avere una costanza senza pari, tanto coraggio, la consapevolezza di una possibile caduta e un equilibrio sempre presente.




Lo sci mi ha insegnato a cercarlo di continuo: tra velocità e controllo, tra azzardo e prudenza, tra la voglia di rischiare e il dover stare in piedi fino al traguardo. Nei miei articoli ho cercato lo stesso equilibrio fuori dalla pista battuta: nel desiderio di proteggere la montagna e la necessità di farci vivere le persone; tra l’urgenza di cambiare e il desiderio di non cancellare ciò che siamo stati; tra il coraggio di ammettere "così non funziona più" e il rispetto per chi, sullo sci, ha costruito la propria vita.
Non intendo condannare lo sci. Sarei disonesta, prima di tutto con me stessa. Lo sci, per me, è una lingua madre: è il fiato di mio padre in fondo alle piste, sono gli allenatori che ho amato e detestato, sono i bambini che mi seguono e crescono sulla neve. È lavoro, reddito, dignità per intere vallate. È, come mi hanno ricordato Toio, Marta e Simone, una scuola di vita. Proprio per questo non voglio che lo sci rimanga l’unico futuro possibile per la montagna. Quando una valle dipende da una sola cosa, è estremamente fragile. Quando l’inverno si scalda, quando la neve è imprevedibile, non sono solo gli impianti a tremare: sono le botteghe, le scuole, le famiglie.
Se lo sci diventa l’unico motivo per cui un paese "vale", quel paese rischia di esistere solo finché c’è neve.

L’equilibrio che cerco è un altro: uno sci che abbia il coraggio di riconoscere i propri limiti, geografici e climatici, e scelga dove ha ancora senso esistere; una montagna che resti viva anche quando gli impianti rallentano, quando le piste si svuotano, quando il bollettino neve non permette l’apertura. Per questo, lungo questa rubrica, la neve è sempre stata accompagnata da altro: le voci di chi alleva, coltiva, abita; i piccoli comprensori che esistono senza fare rumore; le immagini di fotografi che non cercano quella maledetta cartolina; le parole di un sindaco che vede nello sci un pilastro, non l’edificio intero; le analisi di chi studia neve, suoli, permafrost, sapendo che, se saltiamo certe soglie, discutere di sci sarà quasi un dettaglio.
La montagna che sogno è più reale: non finga di essere un luna park di neve infinita, ma nemmeno un santuario intoccabile dove, alla fine, non può vivere nessuno. Una montagna dove lo sci continua a esistere (finché il clima, il buon senso e la quota lo permetteranno) ma accanto ad altre economie: agricoltura di montagna, allevamento, artigianato, ricerca scientifica, turismo lento, lavoro da remoto ben pensato, scuole, servizi. Una montagna che non si esaurisca nello skipass, ma che sia capace di essere abitata tutto l’anno.


La montagna, se la riduci a cartolina, finisci col buttarla in un cassetto. Una cartolina la guardi, la appendi per un po’, poi la dimentichi. Un luogo reale, invece, chiede cura ogni giorno: c’è da spalare la neve, aggiustare un muretto, portare il latte a valle, aprire il rifugio anche quando non c’è nessuno, insegnare a un bambino ad andare con le pelli o a riconoscere un filo d’erba che resiste a quota duemila.
Pista Battuta, in fondo, è nata per questo: per ricordare che sotto ogni pista c’è una terra viva, e dietro ogni curva c’è qualcuno che quella terra la abita, la lavora, la studia. Ho cercato di non semplificare: non "chiudiamo tutto" o "andrà tutto bene". Ho provato a stare in quel grigio denso, complicato e bellissimo in cui, forse, possono nascere le scelte più oneste.
Se 

c’è una traccia, su questa pista, che vorrei restasse è questa:
  • continuare a sciare dove ha ancora senso farlo, con maggiore misura e consapevolezza;
  • esigere piste progettate e gestite con criteri rigorosi, ascoltando chi studia suoli, acqua e neve;
  • sostenere chi, in montagna, sceglie di restare anche quando le luci degli impianti si spengono;
  • riconoscere che alcuni luoghi dovranno cambiare vocazione e accompagnare questa transizione con rispetto, non con slogan.
Una pista battuta, da sola, non basta a tenere in piedi una valle. Ma può essere ancora, se la tracciamo bene, una linea che collega un paese al proprio futuro. Non l’unica, ma una delle


Questa rubrica finisce qui, per ora. L’inverno, invece, continuerà a cambiare forma. Starà a noi decidere se restare spettatori, in fondo alla pista, o avere il coraggio di rimetterci in fila alla nuova cabinovia, guardare la montagna per quella che è, meravigliosa e complessa, e scegliere, curva dopo curva, come sciare senza spezzare ciò che ci sostiene.
Ci vediamo lì, dove finisce la neve programmata e comincia la montagna vera.
Tra una seggiovia che si ferma e una stalla che resta piena.Tra una foto da cartolina e la luce di un rifugio accesa in pieno inverno.

la rubrica

Pista Battuta


Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

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