L'ultima che mi è capitata, la magrissima Hilde di Perugia.
Ci siamo conosciute davanti ad un caffé americano, abbiamo parlato di aspirazioni e di canzoni male interpretate; io stavo per ripartire, lei appena arrivata. Lei non vedeva l'ora di iniziare, io di andare, ed in quell'equilibrio precario è nata la nostra amicizia di donne senza padre e nemiche del freddo.
Lei giacca a vento rosa schocking, figlia di una tragedia, capelli fini e naso sottile e rosso; io, piumino blu imbottito, capelli neri, guanti senza dita, sempre di corsa.
Le raccontai la città, le consigliai i cibi più buoni, le feci assaggiare la migliore frutta esotica del posto, le insegnai a girare in taxi, lei così piu giovane di me e con il suo mondo già organizzato e mai prevedibile.
Le presentai la gente che mesi prima era capitata a me e andammo a congressi importanti, lei mi invitò a mangiare pasta al sugo, in una casa di artisti, moquette, e molti gatti che importunavano la mia ovulazione.
Scriveva e fumava, scriveva benissimo e la sua tesi fu pronta in pochi mesi, discussa a Roma ed ora lei è in cima ai suoi sogni a far carriera e si merita gioia.
Dormimmo insieme, l'ultima notte, a casa mia, fatta di parquet e un giardinetto di aceri.
Provai infinita tenerezza per quella magrezza, per quella morte di cui mi aveva raccontato, per quel fidanzato protettivo e silenzioso che conservava nelle agende e nella rubrica telefonica e che cucinava la salsa nella padella.
Vedemmo un film sull'Africa, poi fu lei a chiamare il taxi e nella fretta mi cadde l'ipod che manco avevo imparato ad usare.
Bevemmo un tè fredddo con pochi gradi fuori e con discrezione ascoltai le sue paure ed io poco riuscii a dire delle mie.
Era invisibile nel mio pigiama rosso di pile, eppure forte e indistruttibile mentre lavava e riponeva la tazza.
Io dormii con la valigia ai piedi del letto, felicemente aperta per poche ore ancora, e poi chiusa per una giornata e mezzo ad attraversare il mondo.
Fu l'ultimo ricordo del posto incantato e il primo di questo tempo sospeso, forse il più nitido e tenero di persona sconnessa.
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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15.7.08
Persone sconnesse per caso
presentazione a tempio p ( OT ) dell'ultimo di Marcello fois
In sintesi il libro parla
Spoller
<< La Barbagia d'inverno dunque. Per un barbaricino l'inverno è quasi una condizione naturale. Certo per chi è abituato a pensare alla Sardegna smeraldizzata, alla Sardegna come regione monostagionale, può sembrare una stranezza pensare alla montagna, al clima alpino, al freddo secco, alla neve... Eppure basta voltarsi dal mare alla terra e si possono vedere le montagne che si gettano nell'acqua
Dentro a quelle montagne abita la sostanza di un territorio molto folklorizzato, ma ancora sconosciuto nella sostanza. Il territorio barbaricino rifiuta, direi quasi geneticamente, il concetto di "divertimentificio", la costa barbaricina rifiuta la condizione
>> Spoller
Premetto che non ho anciora letto il libro , però sia da come è stato presentato dai moderatori ( Graziella P e Daniele C dela libreria Max88 ) e da questa recensione trovata suIbs << donata (09-07-2008) Una panoramica diversa per conoscere la vera Sardegna. Fois è sardo, e chi meglio di lui può portarci per mano in una terra che è ancora da scoprire? Ho letto il libro dopo aver letto un commento sulla Sardegna "vera" scritto sul proprio sito da un'altra autrice che apprezzo, Diana Lanciotti. L'avevo contattata per dirmi d'accordo con lei e lei mi ha consigliato questo libro. Pur non essendo sarda parla della Sardegna sconosciuta ai più e fa venire voglia di conoscerla. Io piano piano grazie a libri come questo la sto scoprendo. Quando ci andrò rinuncerò alla spiaggia per inoltrarmi dove "non c'è il mare"! >> fatta da una " continentale " e non sarda e quindi più obbiettiva fa bene sperare .
Credo che leggero questo libro soprtattutto dopo aver letto dal sito dela casa editrice questo brano
<<
Formattazione dello scrittore sardo
Gli scrittori in Sardegna non sono un caso a parte. È la Sardegna che è un caso a parte, gli scrittori semmai sono quanto di più omologato esista.
Nel campo delle arti, come si sa, omologazione fa rima con provincialismo. In tutto il mondo questo processo avviene direttamente, ma non in Sardegna. In Sardegna omologazione e provincialismo sono inversamente proporzionali: quanto più fai il non omologato, tanto più sei provinciale. In questo periodo il mito corrente pare essere «sono un cane sciolto», come se la Sardegna non avesse, fino a oggi, un'esperienza vastissima di cani sciolti. Chiunque ha un minimo di conoscenza di questa terra da un punto di vista delle arti, della politica, dell’economia, della Storia, sa che l'istituzione del «cane sciolto» ha prodotto danni e ritardi incommensurabili. Ergo, lo scrittore «cane sciolto», nella sua illusoria autonomia, diventa semplicemente uno che vuol correre per conto suo esattamente come il politico o l'imprenditore di turno. Il che di per sé non è un male, anzi è assolutamente lecito, a patto che non si voglia dare a intendere che procedere da soli sia l'unico modo di procedere. Anzi, che sia endemico dello scrittore. Anzi, che sia obbligatorio per lo scrittore sardo.
Perché allora sorge il dubbio che si faccia riferimento all'abusata, e ormai definitivamente liquidata, provinciale, appunto, figura di scrittore che nasce dal niente, come un fungo irrorato di rugiada e baciato dalla buona sorte. Chi lo scrittore lo fa, sa che il genere «cane sciolto» è fra gli scrittori che soffrono di più: gavetta lunghissima, frustrazione non sempre controllata. Lo scrittore «cane sciolto» è quello che considera il proprio mestiere a partire dagli altri e mai da se stesso, un'altra contraddizione: non si è mai abbastanza «cani sciolti» da non discutere continuamente di cifre, di dati di vendita, di recensioni, quando si raggiungono, ma si è troppo «cani sciolti» per farsi venire in mente, a domanda, il nome di un giovane collega meritevole. Si è troppo «cani sciolti» per avere un passato, ma non troppo per dichiarare, ed enfatizzare, solo il presente. Il futuro, fortunatamente, non ci appartiene.
Il fatto è che, volenti o nolenti, che lo ammettiamo o meno, ci imbrattiamo il muso tutti dallo stesso trogolo. Il «cane sciolto» è soltanto un cane che mangia da solo, ma il paiolo è lo stesso. Il «cane sciolto» ha sofferto la fame, si è buttato nella mischia per spartirsi un osso, e quando non l'ha preso ha maledetto il padrone che tenendolo d'occhio ha detto, a lui come a tutti gli altri, «arrangiati, combatti», e ora che è diventato un cane signorinu, ha dimenticato che senza quell'«arrangiati» sarebbe stato un cane morto, senza nerbo, senza stile e senza una nuova, confortevole, famiglia. Il «cane sciolto» racconta la storia che vogliamo sentire: un inno della propria improbabile endemica solitudinosa solitudine. Ma sa che sarebbe lecito raccontare una storia più complessa, forse meno accattivante, forse più prosaica, ma più reale: dalla pubblicazione dal tipografo a proprie spese, all'emozione del primo libro stampato sotto contratto, al lavoro, non solo solitario, che lo ha condotto verso la casa editrice nazionale, considerando il termine «nazionale» come evidenza di traguardo, evidentemente, inconfessatamente, da sempre agognato. Il percorso di tutti, insomma, di tutti quelli che ce la fanno, beninteso. Lo stesso identico trogolo. Poi c'è chi preferisce selezionare, rifarsi una biografia più consona a esigenze di «buon selvaggio» o «troglodita di genio», e chi è semplicemente quello che è: perfettamente integrato, ma assolutamente autonomo.
Sì, perché in Sardegna integrazione e autonomia non sono, paradossalmente, disgiunti, anzi sono unaFormattazione dello scrittore sardo chiave per aprire una reale ipotesi di cambiamento: tanti scrittori autonomi, ma insieme, sono forti e fanno forte la loro terra. E pensate che per far questo non è necessario nemmeno amarsi vicendevolmente, sono previsti dibattiti e persino antipatie personali, basta amare un progetto superiore: per la Sardegna si sta insieme, assolutamente. I siciliani sono diventati grandi in questo modo, Bufalino prima di tutti. I «cani sciolti» sono esattamente quello che tutti si aspettano dagli scrittori sardi e non solo dagli scrittori: che sappiano di pecorino, che siano spicci nella forma, ma servili nella sostanza, che accontentino il padrone con sapori forti e obbedienza imperitura, che siano esotici quanto basta e, soprattutto, che dimentichino da dove sono venuti. Che regalino all'editore nazionale che li ha pubblicati belli fatti una nascita senza passare dal travaglio, di cui altri si sono occupati. Nessun cane mangia un altro cane tranne il cane sardo, l'ho scritto da qualche parte: datemi torto.
>>
Un sardismo critico , verso quei sardi che si dicono sardi e fedelialle proprie tradizioni dice a parole d'esere contro il modello italia ma che poi in realta lo accettano in pieno. Critico anche verso quei sardi che si chiudoino in se stessi , contro lil modelo ottuso d'identità . Infatti condivido con lui questo ragionamento l'identità non è chiusura in se stessi o inn unasituazione immutabile , ma aprirsi a gli altri confrontando , contaminando ed integrando la propria cultura con l'esterno come ha fatto e sta facendo esempio in ambito musicale e antropoligo iol fetival time jazz . Fare come ha suggerito Michela Murgia ( autrice di Il mondo deve sapere ) nel suo Viaggio in Sardegna, undici percorsi nell'isola che non si vede, Einaudi (ET Geografie, €12,50), ma questa è un'altra storia di cui parlerò nei prossimi post
La Mushay ritrovata
immagine eseguita da franca sempre Gran Sasso "Primavera"
Immagine di franca sempre Gran Sasso "Estate"
Immagine di franca ancora il Gran Sasso "autunno"
Vabbè, lo so che avete compreso, queste sono le quattro stagioni. Ieri commentando un post su TG1 post la 'Valle del Mushay', spesso il commento in diretta mi viene in poesia, anche, se non conosco la metrica e sbaglio nelle pause, mancano le virgole e i punti, accettate questi miei limiti, questa è Franca, spontanea, diretta, e scrive con il cuore e la sua fantasia. Ebbene, commentando una immagine della valle del Mushay, mi è bastato guardare, e ho scritto, quello che vengo tra un po a ricopiare per Voi. Mi sono ripromessa, che poi, avrei fatto un post nel mio blog. Ho cercato, su internet le quattro stagioni di Mushav, ma nulla, poi un lampo, se ho scritto: "che tutti i paesi in pace si somigliano" ecco! ho trovato la Mushay italiana, il Piccolo Tibet, sicuramente lo troverete anche dalle vostre parti. Ciao amici mandatemi un sorriso, questa è...Franca Bassi.
La valle del Mushay
Se togliamo il filo spinato!
Quanto in inverno
la neve veste di bianco
le grandi catene di monti
il freddo ti attanaglia
silenzio e solo l’ eco
il grido delle aquile
accompagnate
da bufere di vento
scendono a valle.
Se togliamo il filo spinato!
Ammiriamo sereni
animali al pascolo lento
fazzoletti di terra
appena arati ordinati.
Montagne grigie brulle
all’ orizzone appaiono
come possenti muraglie
a difesa delle valli.
Se togliamo il filo spinato
Di giorno le macchie di verde
si alternano al tuo sguardo
in un gioco di riflessi
di colori di luce.
Ecco! è giunta la primavera
la tavolozza si colora
di aquiloni di fiori e di frutti.
Se togliamo il filo spinato!
ammiriamo il cielo d’estate
all’ alba e al tramonto si tinge
di giallo di viola di rosso.
La polvere sospinta dal vento
spietata come un’ombra
fedele ti segue.
Se togliamo il filo spinato!
Una scacchiera in autunno
colorata ti appare
silenziosi all’orizzonte
appaiono nel cielo
le foglie variopinte
lente al suolo cadono
sembrano aquiloni morenti.
Le aquile scendono
dai monti e tornano
con la preda
verso il nido a volare.
Se togliamo il filo spinato!
Come si somigliano in pace
le case le valli i monti.
franca bassi
l declino calcistico del Cav è solo l’antipasto di quello politico?
“Berlusconi vendi il Milan”! Oltre 9.000 firme raccolte per chiedere all’attuale dirigenza di farsi da parte. Un mercato finora tutto in salita e le dichiarazioni spesso risibili di Galliani hanno portato la popolarità sportiva dell’attuale Presidente del Consiglio ai minimi storici.
Studente universitario tra i diciotto e i venticinque anni, decisamente maschio e altrettanto decisamente ben spalmato lungo lo Stivale. Questo il ritratto del firmatario medio dell’appello per pensionare (solo calcisticamente, purtroppo) Silvio Berlusconi. Inizialmente hanno pensato di subissare di lettere (incluse quelle minatorie) la casella postale del Milan, invocando una campagna acquisti meno “stile Dottoressa Tirone” di quella dell’Atalanta o del Frosinone.
“SILVIO CACCIA LA GRANA!” - Dopodiché, i tifosi rossoneri - disperati per la probabile rinuncia a pesci grossi come Adebayor (45 milioni non sono bruscolini, ha sentenziato Galliani) - non hanno trovato nulla di meglio da fare che dar vita alla solita, folkloristica petizione via internet. Oltre 9.000 finora le firme raccolte. Non male come risultato, se si considera che in mezzo agli inevitabili fake (tra i quali spicca un sedicente e vendicativo Romano Prodi) si percepisce un reale, forte malcontento, amplificato dai forum di discussione di tutt’Italia. OK, il testo dei petanti potrà far sorridere, e a tratti sembrare partorito dal figlio più analfabeta della casalinga di Voghera caduto di testa dal seggiolone in tenera età e rimbalzato su un set completo di tegami mastrotiani. Fanno quasi pensare a uno scherzo passaggi deliranti quali: “Non possono essere i milanisti a pagare per risollevare le sorti dell’Italia e degli Italiani [...] tutto questo dovrebbe metterci i brividi, dovrebbe farci riflettere tutti”. Ma si sa, la visione del mondo e le priorità del tifoso più esagitato a volte possono risultare abbastanza incomprensibili per chiunque risieda al di fuori del sua non capientissima scatola cranica.
“A POSTO COSÍ” - Acquisti fallimentari quali Emerson e Oliveira (investimento comunque meno disastroso di quello che si sente spesso dire in giro). Oggetti camminanti non identificati come Borriello (prima completamente rossonero, poi ceduto in comproprietà al Genoa e riscattato al modico prezzo di sette milioni più metà Di Gennaro, con tanto di faraonico ingaggio: stiamo parlando di un attaccante inguardabile al di fuori delle discoteche che, pur gironzolando per la serie A da anni, è riuscito ad azzeccare parzialmente solo una stagione; insomma, uno che ha già ampiamente dimostrato di non saper rendersi utile entrando a partita in corso, senza una squadra che si faccia il mazzo per lui). Buchi, anzi, voragini ormai storiche come quelle in attacco o in porta (ma dare una chance a Storari, no?), che la dirigenza si ostina a non ripianare mediante l’uso del portafogli. O anche solo del buonsenso. Ex campioni più larghi che lunghi come Panzonaldo e Seedorf (che però può ancora dare tanto… soprattutto alle mogli dei colleghi) o bollite incognite come Zambrotta spacciate come salvatori dei reparti d’appartenenza. Altri elementi buoni ormai solo la partitissima di beneficenza contro l’Atletico Catetere ma ancora in organico, o comunque congedati largamente fuori tempo massimo. Un giocatore simbolo come Sheva lasciato andare via (evento inedito per la gestione Berlusconi), la qualificazione alla Champions League che è tornata clamorosamente a sfuggire dopo l’inatteso trionfo della precedente edizione. Sembra lontanissimo il periodo del Milan in grado non solo di vincere,
ma anche e soprattutto di convincere, e quello degli scambi d’oro con i cugini nerazzurri (Seedorf per Coco, Pirlo per Guly, roba da far interdire i dirigenti milanisti per circonvenzione d’incapace).
UN SILVIO PIÙ UMANO, PIÙ VERO? - In tutto ciò, risulta difficile credere alla favola di un Berlusconi finalmente ometto maturo e responsabile che mette a dieta il suo giocattolo preferito per il bene del Paese. Più realistica appare la tesi del veto (per motivi politici e finanziari) dei figli Piersilvio e Marina sugli investimenti nel Milan (ma in prospettiva si confida nella passione calcistica del ventenne Luigi, attualmente però troppo impegnato con la Bocconi). O forse esiste la reale convinzione nell’ambiente rossonero che dopotutto possa davvero bastare solo una buona punta per tornare a essere competitivi. Un fisco opprimente e la mancanza di stadi di proprietà sono buone scuse, certo. Ma allora ci si chiede come abbiano fatto Palermo e Fiorentina a portarsi a casa due tra i giovani più promettenti della Liga (Jankovic e Melo, “il nuovo Liverani”). Se si pensa poi che molte tra le colonne della gestione Berlusconi sono arrivate dal vivaio (Baresi, Maldini, Costacurta) o praticamente al costo di un pacchetto di noccioline (Kakà, Pirlo, Seedorf, Gattuso) le colpe della società, ferma al solo Flamini, sono ancora più evidenti. Altro dato che fa riflettere è quello relativo agli abbonamenti per la stagione in corso: nel 2007 già a fine giugno volavano letteralmente (oltre 21mila tessere in fase di prelazione e altre 5mila abbondanti staccate il primo giorno). Quest’anno invece, a luglio inoltrato, l’andamento della campagna è ancora avvolto dal mistero (il flop è dato per scontato). Inoltre, per procurarsi un abbonamento (e pare anche solo un biglietto) ora è indispensabile recarsi a uno sportello Banca Intesa o San Paolo per ottenere una carta di credito prepagata chiamata Cuore Rossonero. Ovviamente a pagamento e per la felicità degli sponsor. E tra i disagi dei clienti (a giudicare dai racconti dei tifosi, sembra che molti sportellisti siano impreparati a questa mirabolante novità).
14.7.08
+ Attimi di silenzio +
STOP!
Non è passione furtiva.
Vola la mente
verso ombre che corrono
su asfalti insanguinati.
Stop
Immagini sfumate all’interno di locali malsani putrido odore del vizio.
Stop
Vendersi per un pugno di euro
quando carne sanguina.
Stop
Vagabondare nel cercare
speranza in questi vuoti.
Meschini potenti
che tutto promettono
e nulla danno!
Stop
Confondere sacro
da
profano
non uscire dall’anima tua.
Stop
Corride di popoli inermi.
Fame vince ogni lotteria.
Guerra per pace,
follia in cuori inesistenti.
Stop
Scrivo per raccogliere energia.
Parola come lama
verso orecchio sordo
occhio cieco
cervello anestetizzato.
Stop…stop
sin tongjip una stretta di mano
Cosio tanti uomini sono
Morti in cosi tanti modi
Quelli rimasti vivi sono
vissuti in cosi tante maniere
Ed esi si stringono le mani
l'un altro nel vaniloquio
i morti
E quelli rimasti vivi
Che significato si dà oggi
a una stretta di mano ?
una dele mie mani
è radicata profonda nella terra
L'altra
resiste ala densità dello spazio
mentre i morti anelano i giorni
di quando erano vivi
i vivi immaginano se stessi
il giorno in cui9 moriranno
Il meccanico impertinente
Questa è una storia vera però, e non stiamo parlando di un geniale Dick Tracy che ha l’illuminazione che gli farà risolvere il caso cambiando uno spinterogeno, ma della rivista americana ‘Popular Mechanics‘, che da cento anni si occupa in egual misura e serietà di frullatori tanto quanto di laser.
E su cosa avranno indagato mai costoro? Volete saperlo? Non ve lo dico (si alza, se ne va).
Salve, sono la mamma di Q. Passavo di qui per caso, e siccome leggo sempre ‘Popular Mechanics‘ (su consiglio della casalinga di Voghera) ho pensato che intanto che la lavatrice finisce il ciclo questa storia ve la racconto io (dissolvenza acquosa).
Continua a leggere su "Il Satiro Saggio"
solidarieta a carlo ruta
“Siamo tutti clandestini. Solidarietà a Carlo Ruta”. E’ questo il messaggio che si è deciso di proporre alle realtà del web in Italia. La vignetta, ideata e approntata da Mauro Biani, intende esprimere, nelle forme dello sberleffo, il profondo dissenso del paese civile nei riguardi della condanna siciliana, che, degna di realtà come l’Iran e la Birmania, pone seriamente in pericolo il diritto di esistere e di comunicare in rete, garantito dall’articolo 21 della Costituzione. Aderire alla campagna è semplice: basta copiare sulla home page del sito l’immagine, nella misura preferita, di cui ai seguenti link:
http://farm4.static.flickr.
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La redazione di Vocilibere
www.giornalismi.info/
vocilibere@ymail.com
su il caso Eluana EnglaroPOTERE DI VITA E DI MORTE L’accanimento terapeutico
E’ facile scandalizzarsi delle idee degli altri… anche perché di solito non conosciamo affatto le nostre. Quelle che definiamo “opinioni personali” sono spesso idee altrui che ci sono state inoculate, magari fin da bambini, e che in realtà non abbiamo mai davvero analizzato. Le abbiamo accettate a occhi chiusi perché provenivano da una qualche forma di autorità: familiare, religiosa o più semplicemente popolare (sì, perché anche il “popolo” costituisce un’autorità, che però muta parere a seconda del vento).
Anche stavolta, dunque, darò scandalo cercando di riflettere su un argomento spinoso quanto attuale. Non chiamatelo “eutanasia”, per favore, perché mi riferisco a ben altro. C’è un nome diverso per la nostra ostinata opposizione alla morte naturale, ed è “accanimento terapeutico”.
Lo mascheriamo di perbenismo, sostenendo che solo Dio detiene il potere sulla vita e sulla morte, ma in realtà facciamo di tutto per toglierGli queste redini dalle mani. Non si tratta di stabilire quando e se sia giusto “staccare la spina”. Il ragionamento da fare è un altro: se un uomo è colpito da malattia irreversibile per la quale non vi sia alcuna cura, incamminato verso una morte certa, come possiamo permetterci di impedirgli di morire? Come pretendiamo di ostacolare il normale ritorno a Dio nel momento in cui è stato stabilito?
Temporeggiamo giocherellando con i tormenti altrui, indossando gli abiti di Grandi Sacerdoti che ne sanno più di Dio. E come ci sentiamo potenti in queste vesti, quanto ci sentiamo elevati! Siamo quasi onnipotenti: addirittura capaci di fermare la morte!
Per quanto tempo è giusto attendere il risveglio di un uomo in coma? Dieci anni? Venti? Forse possiamo porre la domanda in termini diversi: per quanto tempo riusciremo a mantenerlo – si fa per dire – in vita? Fin dove può arrivare la nostra perizia?
Certo, è più che legittimo tentare di tutto per riportalo indietro, attendere e sperare per un tempo ragionevole. Ma quando un uomo – o meglio la sua anima - si rifiuta di tornare, e sono solo le nostre macchine a dargli un respiro mentre il corpo si degrada e si accartoccia, qual è il limite tra speranza e ostinazione?
Nei rari casi in cui dopo molti anni di coma c’è stato un risveglio, questo ha significato per il soggetto il ritrovarsi forzatamente fuori dal mondo e dalla propria mente, nell’incapacità di essere davvero ancora vivo.
Un essere umano in stato di coma può comunicare - sebbene in modi impercettibili e a livello di sensazioni - con i propri cari. La famiglia conosce la forza fisica e interiore del proprio congiunto, e sa cosa lui desideri. Perciò, indipendentemente dal tempo trascorso, interrompere le cure contrastando il volere del paziente o dei suoi familiari significherebbe commettere un omicidio. Ma prolungare le cure a oltranza infischiandosene della volontà del paziente e dei suoi cari è un atto criminale, che non può essere giustificato da alcuna dottrina medica o religiosa.
Prendiamo ad esempio la storia di Eluana Englaro. Sedici anni in stato vegetativo permanente, mentre il povero padre chiede ormai da nove anni di porre fine all’accanimento terapeutico. Il monsignore che si è tanto scandalizzato della sentenza della Corte d’Appello - che finalmente ha preso una decisione - forse non crede nell’esistenza dell’anima. I casi sono due, infatti: o Eluana non ne possiede una, ed è solo un ammasso di carne in attesa della putrefazione, oppure abbiamo condannato la sua anima all’inferno per sedici anni. Un inferno che continuerà ancora per molto tempo, se qualche buona persona riuscirà ad impugnare la sentenza.
Ma con quale diritto teniamo un’anima prigioniera nel peggiore dei luoghi? Chi ci ha nominato suoi giudici? Siamo forse suoi padroni? E Dio chi è, allora?
Dio è sparito da molte coscienze, purtroppo. Siamo noi i nuovi dèi. Noi che tuoniamo dai pulpiti delle chiese contro i padri disperati che assistono al supplizio dei figli con le mani legate; noi che parliamo di diritto alla vita a chi vede i propri cari morire ogni giorno da anni. Noi che in nome di false ideologie abbiamo dimenticato cosa sia l’essere umano. Ma con quale coraggio pronunciamo la parola “carità”? Noi amiamo lo strazio e il tormento! Quelli altrui, naturalmente.
Anche quando abbiamo a che fare con malattie incurabili, grazie alle conoscenze mediche e tecnologiche siamo capaci di far sopravvivere un cadavere per anni, tra le sofferenze più atroci. Nella nostra superba moralità non ci toccano le umiliazioni e i dolori che infliggiamo ad un essere umano che non può difendersi. Purché respiri, lo obblighiamo ad essere un corpo che va in decomposizione prima di essere seppellito. Lo mortifichiamo costringendolo a farsi accudire in tutto e per tutto, violando la sua intimità fisica e psicologica. Alimentato forzatamente con liquidi artificiali, privato di quanto Madre Natura mette a disposizione dei vivi – il pane e l’acqua -, impossibilitato a muoversi e a parlare e allo stesso tempo preda di ogni tipo di spasmi, al punto da supplicare di essere ucciso, visto che la morte naturale gli viene negata. Verme, non uomo, senza più voce né dignità. Costretto dalla nostra bontà spietata a causare pene inenarrabili a coloro che più ama.
Abbiamo mai provato a stare accanto ad un nostro familiare in queste condizioni? Quando la morte sottratta passa da un corpo all’altro, da una psiche all’altra? Che diritto ha un medico, o un magistrato, o un rappresentante religioso, di condannare non soltanto un malato (la cui unica colpa è quella di aver esaurito la propria vita), ma anche le persone a lui care, altrettanto innocenti?
Ecco, è allora che tratteniamo nelle nostre mani il potere di vita e di morte, strappandolo a Dio. Così generiamo degli zombie, e di fatto impediamo ad un’anima di compiere il suo cammino. In nome di un distorto concetto di sacralità della vita, dimentichiamo la misericordia e commettiamo i peggiori soprusi.Forse è ora che cominciamo a riflettere sulla sacralità della morte.
Valentina
Cari amici, mi dispiace segnalarvi questo post, che ho copiato da TG1, dove io commento. Notizie come queste non vorrei leggerle mai! Vengo a incollare il post per voi. Chi mi segue da mesi, sa, che ogni volta, che posto questa immagine è per aiutare un bambino, questa volta, non possiamo più aiutare Valentina lei non c'è più. Dobbiamo solo riflettere, e dedicare due righe, un pensiero umano per l'accaduto, anche nei vostri blog. Un grande abbraccio grazie.franca
Se il sale della terra perde il sapore
By Pino Scaccia | Luglio 14, 2008
“Si chiamava Valentina, aveva 29 anni e da oggi il mio blog è dedicato anche a lei. Come una piccola città, in cui l’anonimo sindaco, ogni tanto, aggiunge una via, con un nome da ricordare. Valentina Cavalli. I suoi l’hanno trovata impiccata l’altroieri nella soffitta di casa, a Torino, dove si era trasferita per dimenticare. Ma tutto comincia sei anni prima, a Milano, una maledetta notte in cui quando Valentina sta tornando a casa con il fidanzato. Un incrocio sbagliato, un momento sbagliato, una Mercedes nera che taglia loro la strada. Scendono tre figli di papà, con le teste rasate, probabilmente imbottiti di coca, massacrano prima lui, poi due violentano lei sull’asfalto, umiliandola in ogni modo, mentre il terzo si gode la scena. E ripartono, tranquilli della propria impunità. Poco dopo lei verrà portata in ospedale, dove resterà in stato confusionale per un giorno. Un passante però ha preso il numero di targa e i tre vengono identificati. Giustizia, direte voi. Ma bravi. Comincia la vergogna dei processi. Udienze in cui i vermi si presentano, con i genitori, sghignazzando e sbeffeggiando la vittima. Verranno prima assolti, poi condannati in appello, ma a pene così miti da non fare mai un giorno di carcere né di domiciliari. Oltretutto nessun giornale ha ancora pubblicato i nomi e le foto di questi viscidi insetti. Intanto Valentina moriva un po’ per giorno. Perché se il sale della terra perde il sapore, dice il Vangelo, con che cosa glielo restituiremo? Studentessa di neuropsichiatria, era assistita da uno psicologo che non ce l’ha fatta a ridarle il sorriso”. (…) Tuareg
Per te Valentina questo fiore di Melograno
Leggera
come un piumino
di soffice tulle
ti muovi
cullata dal vento
e di luce
risplendi
filtrando
la tua purezza
ai raggi del sole.
franca bassi
Senza titolo 677
Se mai ci dovessimo lasciare
Non ti scordar di me
dicevi
e nei tuoi occhi dilagavano nubi
ho strappato una viola
ti ho detto ti amo
nei tuoi occhi i pensieri
hanno ripreso gioiosi a volare
l’hai presa e annusata con voluttà
l’hai messa nel tuo libro di poesie
per ricordo d’amore
il tempo tutto consuma
al giorno segue sempre la notte
la viola è appassita
tra ricordi d’amore altrui
il vento ne porta ancora il profumo
amaro ormai
non ti scordar di me
dicevi
al mio cuore ferito
Pietro Atzeni
13.7.08
Alla ricerca del libero arbitrio (perduto?)
Mi vengono in mente i ragazzi che lanciavano i sassi dal cavalcavia, in questi individui non è possibile rintracciare malizia, ma semplice stupidità. Nel momento in cui il sasso infrangeva il vetro della macchina, loro non percepivano l'esistenza di un individuo all'interno di quella macchina, con i propri sogni e speranze, con una famiglia e dei figli che avrebbero perso il loro genitore. L'assenza di questa rappresentazione complessa, del processo decisionale, non porta all'attivazione dei marcatori somatici di angoscia, e quindi non inibisce l'azione in corso.
babij jar di Evgenij_Aleksandrovic_Evtusenko
“Non c’è segno di ricordo a Babi Yar. Le scogliere a picco sono là come tante pietre tombali, Mi fa paura. Mi sento vecchio, vecchio come il popolo degli Ebrei. Io stesso mi sento un Ebreo. Attraverso a piedi l’antico Egitto. Qui io muoio, inchiodato a una croce, e ancora oggi porto le ferite dei chiodi. Mi sento Dreyfus. I filistei sono sia i delatori che i giudici. Sono imprigionato, perseguitato, calunniato e ricoperto di sputi. Signore che a stento frenano il riso, vestite con incredibili abiti di trine, mi punzecchiano il viso con i loro ombrelli. Poi mi sembra di essere un ragazzo di Byelostock. Il sangue ricopre il pavimento, i brutti ceffi della taverna puzzano di vodka e cipolla. Mi colpiscono al fianco con uno stivale. Invano chiedo un po’ di pietà a questi massacratori. Mi disprezzano e gridano: uccidete gli sporchi Ebrei, salvate la Russia!
Alcuni commercianti di grano danno addosso a mia madre. Oh, il mio popolo russo! Il tuo nome risplende in tutto il mondo. Ma alcuni, con mani empie, troppo spesso hanno trasformato questo nome in un simbolo di malvagità. La mia terra è buona, lo so. Questi antisemiti sono spregevoli: senza esitazione si definiscono Unione del popolo russo! Penso a me come se fossi Anna Frank, traboccante di vita come un ramo all’inizio della primavera… E divento un enorme grido silenzioso che si distende sulle migliaia di morti che giacciono qui. Io sono ogni vecchio che qui è stato ucciso. Io sono ogni bambino che qui è stato ucciso”.
notizie sull'autore
it.wikipedia.org/wiki/Evgenij_Aleksandrovic_Evtusenko
per il testo in lingua originale e news sula poesia in questione e la vicenda storiaca che l'aha ispirata
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il tempo che passa
Nannedu meu
Nanneddu meu su mundu est gai,
a sicut erat non torrat mai.
Semus in tempos de tirannias,
infamidades e carestias;
commo sos populos cascan che canes
gridende forte "cherimus pane".
Famidos nois semus pappande
pane e castanza, terra cun lande;
terra ch'a fangu, torrat su poveru
senz'alimentu, senza ricoveru.
Cussas banderas numeru trinta
de binu bonu mudana tinta;
appena mortas cussas banderas
non pius s'osservan imbriagheras.
Semus sididos, issa funtana
pretende s'abba parimus ranas.
Abbocaeddos, laureados,
buzzacas boidas e ispiantados.
Nanneddu meu su mundu est gai,
a sicut erat non torrat mai
Semus in tempos de tirannias,
infamidades e carestias;
commo sos populos cascan che canes
gridende forte "cherimus pane".
Famidos nois semus pappande
pane e castanza, terra cun lande;
terra ch'a fangu, torrat su poveru
senz'alimentu, senza ricoveru.
Cussas banderas numeru trinta
de binu bonu mudana tinta;
appena mortas cussas banderas
non pius s'osservan imbriagheras.
Semus sididos, issa funtana
pretende s'abba parimus ranas.
Abbocaeddos, laureados,
buzzacas boidas e ispiantados.
Adiosu Nanni, tenet'a contu,
fache su surdu, ghettad'a tontu;
e tantu l'ides: su mundu est gai
a sicut erat non torrat mai.
traduzione
Nanneddu mio il mondo e' cosi',
cosi' com'era non tornera' mai.
Siamo in tempi di tirannie,
infamita' e carestie;
ora i popoli sbadigliano come cani
gridando forte "vogliamo pane".
Affamati noi stiamo mangiando
pane e castagne, terra con ghiande;
terra come fango, si riduce il povero
senza alimento, senza ricovero.
Quelle compagnie numerose
del vino buono mutano il colore;
appena finite quelle compagnie
non si vedranno piu' sbornie.
Siamo assetati alla fontana
cercando l'acqua sembriamo rane.
Avvocatelli, laureati,
tasche vuote e spiantati.
Addio Nanni, tieniti in conto,
fai il sordo, fingi di esser tonto;
tanto lo sai: il mondo e' cosi'
cosi' com'era non tornera' mai.
12.7.08
Amore interrotto
Lo sguardo gli cadde distratto fuori della terrazza. “Notte, tripudiante”. Si domandava se quel paesaggio spennellato con lembi frenetici e caldi fosse adatto a raccogliere le sue tardive inquietudini. Ma già non ci pensava più. Si trovava di fronte un giovanotto dalla bellezza così esplicita da risultare, in qualche modo, banale. Certo facile; e lui non voleva complicarsi la vita. “E’ tutto lì”, rifletteva, osservandolo. E continuava: non ho nemmeno bisogno di corteggiarlo. Con quel fisico da paura.
Così diversi, i suoi occhi, dallo sguardo azzurro che lo aveva irretito, inaspettato e vinto, alcuni anni prima. L’azzurro, si sa, scivola via come acqua. È il colore del vento e dell’aria. Gli aveva chiesto, ridendo: “Dove scappi?”. E quello sguardo si era voltato fissando in una rapida istantanea i ciuffi roridi di sole. Un bagno di gioventù. Le labbra tumide e imbronciate, la pelle bianca e mesta. Forse i suoi gusti erano troppo pucciniani. Musicali.
Lui, che amava rintanarsi nel grembo notturno, era rimasto colpito da quelle suole di vento. Pensava ai suoi sogni di libertà, puro come un’oasi di frescura. Ma catturarli, che illusione! E un brutto giorno, ancora un
a volta, l’assenza.Chi gli stava davanti, adesso, era fin troppo presente. Un profilo definito e schietto. Un giovanotto che amava il mare e gli scogli e gli anfratti che mai, mai lui avrebbe violato. Al più, gli bastava dipingerli.
Tese la mano verso quegli occhi ampi e comprensivi. Già avvertiva il calore della pelle abbronzata.
Ma esitò. “Ha una ragazza”.
Occhi scuri.“Bella”.
Indagatori.“Intelligente”.
Nitidi.“Giovane”.
Obliqui.“Ha un cuore”.
Orfana di gioia.“Lui la ama”.
Gli abbandonò una virgola di carezza sugli zigomi forti. Poi fletté il capo, umilmente. Rubando un’ispirazione, un effluvio di amore sano. Il ragazzo non aveva smesso di sorridergli, sicuro ed amico come solo i perfettamente normali sanno essere. E lui provò un rapido conforto, in bilico fra crepacci di fuoco.
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Senza titolo 676
IT'S JUST THE GAME THAT YOU PLAY
Ventnoir
Per ogni goccia rovesciata
di lacrime o sangue,
la terra trema, fremendo
il tramonto dei sogni
di una vita e la sua anima.
"Indecente la tua pochezza
insensibile ha spezzato
un infinito e le sue gioie,
colme di speranze, sdradicato
una generazione, futuri
uomini che per altri uomini
avrebbero dato la vita"
La cecità della tua anima,
sventurato assassino,
ha trascinato all'inferno
tutto ciò che di bello
non hai mai provato.
Riccardo
Stessa dignitá per le paraolimpiadi ? Di lisa noja
Rai 2 mandava in onda le Olimpiadi tutto il giorno. Per le Paralimpiadi? Solo la mattina, poi ti arrangi su Rai Sport. Stessa cosa per la r...
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
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iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...