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22.9.25

oca e aquila condividono lo stesso nido per covare ., Cane eroe salva un gattino abbandonato e lo accoglie come un figlio

da Natura Fanpage23 h ·


Per un anno intero, una telecamera ha trasmesso in diretta la vita in un nido d’aquila, conquistando migliaia di spettatori da ogni parte del mondo.
Ogni primavera, però, la diretta si interrompe per circa un mese, nel periodo in cui il nido è solitamente vuoto, in attesa che le aquile tornino.Ma quest’anno, quando il live è tornato online… nessuno si aspettava quello che stava per accadere.Nel nido, accanto alle uova dell’aquila, c’era una oca, tranquillamente seduta sulle sue.La notizia ha fatto il giro del mondo, e gli scienziati si sono messi subito al lavoro. Dopo aver analizzato le immagini e la zona, hanno capito il perché: la deforestazione ha lasciato le oche senza un posto sicuro dove nidificare. Così una di loro ha scelto proprio quel nido, e poco dopo è tornata anche l’aquila.Ora il mondo intero segue questa convivenza incredibile in diretta streaming, incollato allo schermo.Come ha detto un ricercatore:“È incredibile come specie diverse riescano a convivere per la vita… e noi esseri umani no.”

il secondo articolo Cane eroe salva un gattino abbandonato e lo accoglie come un figlio proviene da Il mondo di King.






Durante una passeggiata, Tang ha fiutato i lamenti di un gattino in pericolo e lo ha guidato dal suo proprietario, che lo ha portato in salvo.
L’incontro inaspettato
Poche settimane fa, mentre camminava con il suo cane, Zach Hearn ha sentito dei miagolii provenire da un punto imprecisato. Non riusciva a vedere nulla, ma il suo fedele compagno a quattro zampe, Tang, ha subito intuito la direzione giusta. Seguendo l’olfatto, il cane ha condotto il proprietario fino a un piccolo gattino sporco, denutrito e senza la madre. La scena ha lasciato senza parole Hearn, soprattutto quando Tang, invece di mostrare istinto predatorio, si è sdraiato accanto al cucciolo e ha iniziato a coccolarlo. “Tang ha iniziato a piagnucolare e si è sdraiato accanto al gattino”, ha raccontato l’uomo a The Dodo.
Il salvataggio e la rinascita
Capendo che non poteva lasciare la creatura da sola, Hearn ha preso il gattino e lo ha portato a casa insieme alla sua compagna. Dopo un bagno caldo e un pasto abbondante, il piccolo ha potuto finalmente riposare. Poco dopo, hanno scoperto che si trattava di una femmina e l’hanno chiamata 头奖 (Tou Jiang), che in cinese significa “Jackpot”. Nei primi giorni la micetta era molto debole e dormiva a lungo, ma con cure costanti e alimentazione regolare ha iniziato a riacquistare energie, mostrando un carattere vivace e affettuoso.
Una nuova famiglia piena d’amore
Oggi la gattina vive serena con Tang e con l’altro cane della famiglia, trascorrendo le giornate a rincorrersi e giocare. La compagna di Hearn ha perfino installato una telecamera domestica per controllare i momenti in cui gli animali restano soli. “I cani sono sempre attenti a sorvegliare la gattina e sono sempre accanto a lei”, ha raccontato l’uomo. Quella che era iniziata come una passeggiata qualunque si è trasformata in una storia di salvataggio e amore incondizionato, con un cane che ha dimostrato ancora una volta quanto gli animali sappiano sorprendere con il loro cuore.

Morto il clochard diventato ricco, Tiziano Pellonara aveva vinto 300mila euro al Gratta e Vinci: lo aveva comprato con le offerte al semaforo

Ieri mentre aspettavo che la vendemmia , quest anno on h o potuto raccogliere per via dei problemi fisici al piede , finisse ed incominciasse il classico pranzo dei vendemmiatori , ho letto sul msn.it tale storia riportata da il mattino




Morto il clochard diventato ricco, Tiziano aveva vinto 300mila euro al Gratta e Vinci: lo aveva comprato con le offerte al semaforo


Addio a Tiziano Pellonara deceduto ieri, all’età di 65 anni, a Montecarotto, in seguito a un male che lo aveva colpito da un paio di mesi. In città tutti ricordano per il sorriso contagioso, il cappellino lanciato in aria ai semafori e la clamorosa vincita al Gratta e vinci che nel 2020 gli aveva cambiato la vita. I soldi al semaforo Per anni Pellonara era stato un volto familiare agli automobilisti di viale del Lavoro e del cosiddetto “Frulla semaforico”, tra viale della Vittoria e via Garibaldi. Con la sua esibizione improvvisata, il cappellino roteante e la battuta pronta riusciva a strappare un obolo e un sorriso a chi si fermava al rosso. Nell’estate del 2020, con 20 euro di offerte ricevute a quel semaforo, acquistò un
biglietto de “Il Miliardario” e vinse 300mila euro, 240mila al netto delle tasse. La vita semplice La notizia fece il giro dei giornali e delle tv: l’ex clochard jesino baciato dalla fortuna. All’inizio Tiziano parlò di vita semplice: nuovi vestiti, qualche cena fuori, nessun progetto faraonico. Ringraziò la madre Rosa scomparsa qualche anno prima, allora 85enne, e gli jesini che lo avevano sostenuto nei momenti bui, specialmente durante il lockdown. «Consiglio a chi è in difficoltà di rimanere positivi», diceva. Il tutore Ma quella vincita diventò presto un percorso tortuoso. Nel febbraio 2023, con il conto corrente bloccato a seguito di un sequestro cautelare disposto dopo l’opposizione di un parente, Tiziano tornò al semaforo, stavolta per denunciare l’ingiustizia. Con cartelli al collo e il cappellino lanciato in aria, chiedeva spiegazioni mentre gli automobilisti tornavano a fermarsi incuriositi. Dopo mesi di incertezza, il tribunale gli restituì la somma, affidandone la gestione a un tutore che gli garantiva una quota mensile per vivere dignitosamente. La donazione Pellonara saldò vecchie pendenze e donò anche una parte della vincita a chi gli era stato vicino. «Non tornerò mai più al semaforo», dichiarò nel novembre 2023. La sua storia – fatta di cadute e riscatti, di spettacoli improvvisati e gratitudine – resta impressa nella memoria di tanti lesini. La sua scomparsa, non è solo la scomparsa di un personaggio conosciuto ma di un simbolo di resilienza. Quel cappellino lanciato in aria, che in tanti hanno visto almeno una volta fermandosi al rosso, resterà l’immagine più viva di lui.



Questa storia fa riflettere. La gente semplice vive immersa in un inferno quotidiano, dove anche un colpo di fortuna diventa terreno di caccia per i soliti noti. La “Cupola” si prende il suo 20% (per nutrire “la famiglia”) senza aver rischiato nulla di suo—anzi, ci mette pure l’IVA sul biglietto. Paghi per giocare, paghi se vinci, e se sei vulnerabile ti mettono pure un tutore per “proteggerti” dai tuoi stessi soldi. I parenti serpenti, quelli che ti ignorano quando sei in difficoltà, spuntano fuori appena sentono odore di denaro. Tiziano non ha solo vinto al Gratta e Vinci: ha svelato, suo malgrado, il volto vero di un sistema che non perdona nemmeno chi riesce a rialzarsi. Dopo mesi di ingiustizie, il tribunale gli ha restituito la somma, ma sotto sorveglianza. Ha saldato i suoi debiti, ha donato a chi lo aveva aiutato(la Caritas), e ha detto basta al semaforo. Ma proprio quando sembrava aver ritrovato un po’ di pace, è arrivata la malattia a chiudere il conto per sempre. Una storia che brucia, perché mette in risalto il mondo in cui ci troviamo. Quando vinci, ti fanno sedere al tavolo… ma il piatto principale non sei tu, è ciò che possiedi. E ora, gestito.
Quindi un parente che si era sempre strafregato di come viveva per strada magicamente decise di fare opposizione bloccandogli il conto su cui era depositata la vincita? Certe persone sono da vomito e spero che non abbia neanche un euro ora che è morto.E' la bvita purtroppo Quando sei povero nessuno ti vuole e finisci a fare il barbone ,,,, quando vinci compaiono sinistri figuri che ti "danno una mano" ... che barzelletta la vita certe volte, povera anima.

21.9.25

Paolo, 14 anni. E la società che non c’era di elisa lapenna

questo post di  Elisa  lapenna conferma la mia recensione precedente sul suo  blog  https://nessundatodisponibile.blog/

 Un ragazzo di 14 anni, Paolo, si è tolto la vita in una cittadina di provincia. Non era un nome famoso, non aveva follower da milioni, non ha lasciato dietro di sé manifesti o proclami. Ha lasciato solo un vuoto. E al suo funerale, tra parenti e pochi adulti, si è presentato un solo compagno di scuola. Uno soltanto. Questa non è cronaca nera. È il ritratto impietoso della nostra società. Bullismo: sempre più precoce, sempre più crudele Un tempo il bullismo era confinato alle superiori: “ragazzi grandi” che si accanivano su chi era diverso. Oggi invece la violenza comincia già alle elementari. Bambini di 8, 9, 10 anni che imparano troppo presto la legge del branco, che colpiscono il più fragile, il più sensibile, il più “fuori posto”. Ragazzi sempre più giovani usano le parole come coltelli e i social come amplificatori di crudeltà. Un soprannome derisorio diventa virale,un video di umiliazione fa il giro della chat di classe. La violenza non finisce più al suono della campanella: ti segue a casa, nello zaino e nel cellulare.
Docenti che non vedono (o non vogliono vedere) Molti insegnanti dicono: “Non abbiamo avuto segnalazioni”. Ma davvero un ragazzo che soffre deve essere lui a denunciare? Quanti silenzi si nascondono dietro le mura di un’aula? Quanti occhi bassi si spengono senza che nessuno li noti? Il problema è che spesso la scuola si difende dietro protocolli, sportelli d’ascolto e burocrazie, ma manca la cosa più semplice: guardare i ragazzi negli occhi, accorgersi dei segnali, non girarsi dall’altra parte. Un insegnante non è solo un trasmettitore di nozioni: è un adulto di riferimento. Eppure troppo spesso prevale la paura di “esporsi”, di “creare problemi”. Così si preferisce minimizzare, archiviare come “ragazzate”, lasciare che il tempo passi. Ma il tempo, in certi casi, uccide. Genitori distratti, troppo occupati, troppo stanchi E i genitori? Anche qui, la responsabilità è collettiva. Ci sono madri e padri che difendono i propri figli a prescindere, anche quando fanno del male: “È solo un bambino, non voleva”, “Sono cose che succedono”. Ma un insulto non è un gioco. Un pestaggio non è una bravata. Un’umiliazione non è una fase. Ci sono genitori che non educano, perché non hanno tempo, perché sono presi da mille problemi, perché scaricano la responsabilità su scuola e società. Ma la prima educazione comincia in casa: il rispetto, l’empatia, la capacità di chiedere scusa. Un ragazzo che cresce senza limiti, senza guida e senza esempi, diventa un adolescente che sperimenta il potere umiliando gli altri. E così si alimenta un ciclo di violenza che miete vittime silenziose.
Una società che parla ma non agisce Ogni volta che un caso come quello di Paolo arriva alle cronache, ci indigniamo per due giorni. Politici, giornalisti, opinionisti: tutti a parlare di bullismo. Poi la vita torna alla normalità, finché un altro adolescente non decide che vivere è troppo doloroso. È questa la nostra colpa più grande: l’abitudine al dolore. Ci siamo anestetizzati. Guardiamo la tragedia come fosse uno spettacolo, senza renderci conto che riguarda tutti noi. Appello Io ho un figlio di 13 anni. So cosa significa vederlo tornare a casa con il peso di parole che fanno male. So cosa significa preoccuparsi per la cattiveria di bande di ragazzini cresciuti senza una vera educazione. E tremo, perché la storia di Paolo potrebbe essere la storia di mio figlio. O di qualsiasi altro ragazzo. Per questo scrivo. Perché non possiamo più permetterci di restare fermi. Non basta indignarsi. Serve agire. Serve educare i nostri figli al rispetto. Serve che gli insegnanti abbiano il coraggio di intervenire. Serve che la società smetta di chiudere gli occhi. La morte di Paolo non è solo la sua tragedia. È la nostra sconfitta. E se non trasformiamo questa sconfitta in un cambiamento, allora siamo tutti complici. Perché un ragazzo di 14 anni non dovrebbe mai sentirsi solo al punto da scegliere la morte.

                                                   Elisa Lapenna

speciale Gaza la vita e le storie tra le bombe . non è più una guerra ma solo un genocidio




Se prima   in contemporanea  a genocidio   usavo  la   parola  guerra   , adesso  anche  a   costo  d'essere   etichettato  come  antisemita  ,  ma  m'importa  una   sega ⋇   ,   perché  sono apposto  con la  mia  coscienza  e  non riesco    ad  essere    antisemita per    conoscenza  storica  e  formazione  culturale   (  anche se  ogni tanto  per  rabbia   e  indignazione  per  quello che  sta  succedendo in  Israele  \  Palestina ci  sono   caduto  ma  poi  mi  sono  scusato  ed  ho  fatto autocritico    che   ha letto i  post  dal  7  ottobre di due  anni  fa   lo sa  benissimo  )    userò  la  parola  genocidio  . Infatti  per  essere  guerra   dovrebbero essere due  parti  in conflitto   che  si  combattono   anche   con  bombardamenti  invece    c'è  solo  una  parte  che assedia  e affama  l'altra come  di mostrano  le storie      sotto riportate      .   .....    rischierei    uscire  dal  post   odierno ,  riprendiamo   la  discussione  prossimamente   se  volete  .  per il momento accontentavi  di : <<Il peso delle parole che grava su Israele >>   da  https://www.lachiavedisophia.com/   che   coincide   con la mia  motivazione 
Ma  desso   basta veniamo   alle  storie 
N.B 
 nel  caso i  video ( non sono riuscito a  scaricarli  o  a  copiare  il codice embed   ho solo  capito  l'articolo convinto   di copiare  anche  i  video    ) non si dovessero  vedere     riporto all'inizio l'url  da  cui   ho preso  l'articolo e  in cui   si trova  il  video 

Gaza, bambino scalzo in fuga che porta in spalle la sorellina: il video drammatico

https://tg.la7.it/esteri/gaza-bambino-in-fuga-sorellina-video-19-09-2025-244499
Il gesto diventato virale sul web: simbolo del dramma in Medio Oriente

Due fratellini, il più grande porta in spalle la sorellina, a piedi nudi, stremato lungo la via di fuga degli sfollati dal nord di Gaza al sud. Immagini strazianti, simbolo di umanità, postate sui social e che in breve hanno scosso non poco gli animi degli utenti in rete. 
La fuga da Gaza
La sorella più piccola aggrappata al fratello più grande che urla tutto il suo dolore. Uno strazio per l'anima. I due bambini soli tra le macerie di Gaza, entrambi con lo sguardo perso. Un video di quasi 20 secondi che documenta la disperazione di un popolo costretto a lasciare il cuore della Striscia. Secondo i militari israeliani dell'Idf sono almeno 500mila le persone in fuga da Gaza City, prima dell'azione di terra dei soldati con la stella di David c'erano invece circa un milione di abitanti.   
Le firme a sostegno dello Stato palestinese 
Sono quasi 9mila gli israeliani che hanno firmato una petizione a sostegno della richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese in vista del prossimo vertice del 22 settembre a New York con Arabia Saudita e Francia a presiedere. E' atteso per quel giorno il riconoscimento formale di Gran Bretagna, Francia, Canada, Australia e Belgio"No alla guerra, sì al riconoscimento!" lo slogan dell'iniziativa si legge sui media israeliani. L'organizzazione della raccolta firme punta a quota 10mila firme israeliani da mostrare all'Assemblea Generale dell'Onu prevista la prossima settimana. Dimostrare una volta per tutte che c'è un pezzo di cittadini israeliani che si oppone alla guerra e spingono con forza per la pace

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A 9 anni perde una gamba nel raid israeliano, la ricostruisce con un tubo di plastica. Il video virale da Gaza

Un tubo di plastica, un coltello da tavola e uno spago, per poter continuare a tirare calci a un pallone. In queste ore sono diventate virali le immagini, girate dai giornalisti di Gaza, in cui un bambino di nove anni di Gaza senza una gamba a causa di un bombardamento israeliano se ne costruisce una "di fortuna" per poter tenere viva la sua passione per il calcio. Si chiama Rateb, e nel raid ha perso la madre e un fratello.
Il video del bambino di Gaza con una gamba ricavata da un tubo dell'acquaNel video girato dal giornalista di Gaza Tamerh Qeshta, la cui versione tradotta da Translating Falasteen mostriamo in copertina dell'articolo, il bambino, che si chiama Rateb Abu Qleiq, racconta la sua storia: "Ho detto a mio fratello di prendere un tubo, così posso giocarci a calcio", dice. "Sono stato sfollato dal nord a Deir el-Balah", spiega Rateb, che nelle immagini si vede riuscire a tirare calci a un pallone con la nuova gamba "di fortuna", costruita con un tubo dell'acqua legato a ciò che resta della sua gamba. "Tre mesi fa ero dai miei zii con i miei fratelli, e siamo stati bombardati. Mia madre è stata uccisa, mio fratello è stato ucciso. La mia gamba è stata tranciata, ma ho messo un tubo. Mi sono rimasti un fratello e una sorella".

Rateb con la maglia di Messi

In un altro video, girato dal fotogiornalista Fadel Mghari, ritrae Rateb con indosso la maglietta di Lionel Messi al Barcellona. Lui e suo fratello stanno tagliando il pezzo di tubo con un coltello da tavola, e lo si vede calzare la sua nuova "protesi" fissata a ciò che rimane dell'arto con uno spago, per poi allontanarsi con l'ausilio delle stampelle.L'agenzia palestinese Quds News Network, che ha ricondiviso il video, scrive: "Nonostante il dolore e la perdita, sogna ancora di correre, di tornare a scuola e di riunirsi al padre, in attesa di una protesi che possa aiutarlo a recuperare la sua infanzia".

 

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Arrestato direttore d'orchestra israeliano che chiede di "fermare il genocidio a Gaza"

Ilan Volkov: "Addolorato" per le sofferenze inflitte "su scala inimmaginabile" a masse di "palestinesi innocenti"

È un arresto che fa rumore: si tratta del direttore d'orchestra israeliano Ilan Volkov che appena una settimana fa dopo aver diretto la Bbc Scottish Symphony Orchestra a margine del concerto clou dei celebri Bbc Proms, una rassegna britannica di musica classica che da decenni va in scena durante l'estate alla Royal Albert Hall, ha preso la parola davanti ad un pubblico cosmopolita per denunciare ciò che accade nella Striscia. Con lui sono state arrestate altre tre persone. 
Cosa ha detto su Gaza Ilan Volkov, il direttore d'orchestra israeliano
Ciò che accade nella Striscia di Gaza è "atroce e orrendo". "Io amo il mio Paese", ha premesso, "ma sono addolorato" per le sofferenze inflitte "su scala inimmaginabile" a masse di "palestinesi innocenti": "uccisi a migliaia, dispersi dalle loro case, privati di scuole e ospedali, ignari di quando potranno avere il prossimo pasto". Volkov ha poi descritto la condizione "terribile" degli ostaggi israeliani superstiti nelle mani di Hamas "da quasi due anni" e quella di tanti "prigionieri politici che languono nelle carceri" dello Stato ebraico. E ancora sottolinea "l'impotenza" della gente comune, ma "la politica" incalza "riguarda tutti": di qui l'invito a ciascuno a fare ciò che può affinché "questa follia sia fermata adesso". "Gli ebrei israeliani e i palestinesi non sono in grado di fermare tutto questo da soli", ha concluso, sollecitando il resto del mondo ad agire perché "ogni minuto che passa mette a rischio la sicurezza di milioni" di persone.
L'arresto di Volkov durante la protesta ai confini con Gaza
Così Volkov mentre viene portato via dagli agenti su un'auto della polizia, insiste con la sua denuncia: "Dobbiamo fermare il genocidio ora. Sta rovinando la vita di tutti. Fermatelo". Volkov è nato a Tel Aviv e all'età di 26 anni è stato nominato direttore principale della BBC Scottish Symphony Orchestra, per poi diventare direttore ospite principale nel 2009.Il suo arresto avviene mentre i carri armati e gli aerei israeliani bombardano Gaza City, obiettivo di una nuova importante offensiva terrestre, costringendo i palestinesi a fuggire verso sud. Il quotidiano israeliano Haaretz, infine, scrive che quattro persone erano state arrestate, tra cui Volkov ma poi sono state rilasciate "dopo poco tempo".  

 

   non  sono  solo fatti trisiti  quelli che  avvengono  a  Gaza ma  speeranza  e  felicità  d'essere  ancora  vivi  


da  https://altreconomia.it/

Storia di Tahani e Nourdine, di un amore e di una gravidanza nella Striscia di Gaza
di Elisa Brunelli — 20 Agosto 2024

Tahani e Nourdine fuggiti in spiaggia dopo il matrimonio © Tahani Shehada


Tahani Shehada è una giovane gazawi che prima del 7 ottobre lavorava per un’agenzia di stampa nella Striscia. Con il fidanzato, Nourdine, stava pianificando il matrimonio a fine anno. Persi di vista nella guerra si ritrovano al Sud, devastati negli affetti, e decidono di sposarsi sotto le bombe. Quando provano a evacuare per partorire in Egitto, Israele occupa Rafah e serra l’ultimo valico
“Quello che mi spaventa di più non è il sangue che schizza ovunque ma la paura di perdere il senso delle cose, di dimenticare come si ride e di diventare una persona consumata dalla depressione e dal dolore”.
Tahani Shehada, 27 anni, ha sempre avuto talento nello scegliere le parole giuste per trasmettere il suo messaggio. Prima del 7 ottobre 2023 lo faceva per lavoro come presentatrice e videomaker per un’agenzia stampa di Gaza City, dove è nata e vissuta tutta la vita. Oggi, le parole di Tahani risuonano pesanti come macigni dal campo profughi di Nuseirat, a pochi metri dal luogo di uno degli attacchi più brutali dall’inizio della guerra su Gaza.
Durante un’operazione per recuperare alcuni ostaggi portati a Gaza da Hamas il 7 ottobre, infatti, centinaia di civili palestinesi sono stati uccisi e feriti dalle forze armate israeliane.
È proprio qui che vive Tahani, o come dice lei, “sopravvive”, da sfollata dopo essere stata costretta ad abbandonare la sua casa, come centinaia di migliaia di altri palestinesi, fuggendo dal Nord di Gaza verso il Sud, zone che l’esercito israeliano aveva garantito come sicure.
“Il 6 ottobre -ricorda la giovane- io e il mio fidanzato Nourdine abbiamo pranzato al mare e passeggiato la sera al chiaro di Luna per le strade di Gaza, parlando dei nostri sogni. Ora è tutto svanito”. Tahani e Nourdine si erano conosciuti al lavoro, avevano fissato il matrimonio per il 14 dicembre 2023, pianificando meticolosamente ogni dettaglio. Con i loro risparmi stavano ristrutturando un piccolo appartamento che dopo le nozze avrebbero finalmente chiamato “casa”.
“Sono sopravvissuta a cinque guerre ma ho capito subito che questa sarebbe stata diversa -sottolinea Tahani-. Dopo venti giorni di bombardamenti incessanti e spietati, la mia famiglia e quella di Nourdine sono state costrette a spostarsi verso Sud. All’inizio, ci eravamo opposti agli ordini di evacuazione ma la devastazione non ci ha lasciato scelta. Il viaggio è stato molto pericoloso, non credevamo di farcela”.
Per Tahani e la sua famiglia iniziavano così le prime settimane da sfollati in una scuola dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel vicino Oriente, dove centinaia di persone si erano ammassate i giorni prima in fuga dai bombardamenti. Del fidanzato, erano state perse le tracce. L’esercito israeliano continuava a colpire, tra i molti bersagli, le reti di telecomunicazione, causando lunghe interruzioni del segnale.
Il sovraffollamento, le condizioni igieniche precarie e la mancanza di privacy erano aggravati dal terrore che a Nourdine fosse accaduto il peggio. A fare compagnia a Tahani c’era solo Ceasar, un gatto anche lui sfollato da chissà dove, che aveva voluto ribattezzare come il suo ultimo animale domestico, aggrappandosi con tutta la sua forza ai frammenti di una vita che non voleva credere appartenesse già al passato.


Tahani e Ceasar, sfollati in una scuola dell’Unrwa © Tahani Shehada

Dopo giorni di privazione, Tahani è stata accolta nella casa di una zia, ma la speranza di ottenere un’illusione di sicurezza si è rivelata ben presto vana. Era sul balcone quando un bombardamento ha distrutto la casa del vicino: “Ancora oggi continuo a sentire le urla dei bambini sotto le macerie”, ricorda trattenendo le lacrime.
Trascorso quasi un mese di angosciante silenzio, Nourdine è riuscito finalmente a mettersi in contatto con la fidanzata, ma la gioia del ricongiungimento non è durata a lungo. Pochi giorni dopo, un cecchino israeliano ha ucciso con un colpo alla testa il fratello di Tahani. La stessa sorte era toccata anche al fratello di Nourdine. “Il nostro mondo ci è crollato di nuovo addosso. È questo il prezzo fissato per noi? Trovare una persona amata e perderne un’altra?”, si chiede Tahani.
I due fidanzati si erano promessi di aspettare la fine della guerra per celebrare il matrimonio che avevano così tanto sognato ma l’idea di potersi perdere nuovamente ha iniziato a tormentarli. “Abbiamo deciso che non potevamo aspettare oltre -ribadisce Tahani-. Ci siamo sposati così, senza cerimonia, mentre piangevamo ancora i nostri fratelli. Sognavo di indossare un vestito bianco e invece mi sono unita a mio marito portando i colori neri del lutto. Dopo il matrimonio avevamo deciso di visitare il mare. Volevamo sfuggire al caos della guerra e cercare un momento di romanticismo. Fingevamo di ignorare il rumore degli aerei da guerra anche se era più forte delle nostre voci”.
Tahani e Nourdine, ora marito e moglie, sono riusciti ad affittare un piccolo locale -amara ironia della sorte- all’interno di una sala per matrimoni nel campo di Nuseirat. Qui dormono, cucinano, passano le giornate interminabili facendosi forza.La hall per matrimoni diventata rifugio improvvisato per la coppia © Tahani Shehada

Dopo le concitate settimane di febbraio, durante le quali si respirava un discreto ottimismo per i trattati in corso, Tahani scopre di essere incinta. “Sentivo di avere finalmente un motivo per cui vivere -continua-. Quella mattina avevo svegliato Nourdine e gli avevo mostrato il test di gravidanza. Era al settimo cielo. Diceva che questo bambino era un dono di Allah per compensarci per gli orrori che avevamo visto in tutti questi mesi. Eravamo così felici perché pensavamo che la guerra potesse finire in qualsiasi momento. Avremmo potuto godere della gravidanza e vedere nostro figlio crescere”. Ma la guerra continua, al contrario, a infuriare senza tregua, e la gioia di quei momenti è ormai svanita. Come centinaia di gazawi, la giovane coppia ha deciso di lanciare un crowdfunding nel tentativo di evacuare in Egitto, ma con la conquista del valico di Rafah da parte delle truppe israeliane, l’unico passaggio per i palestinesi intrappolati a Gaza dal 2007, le loro speranze rischiano di frantumarsi.
“Sono a un punto della gravidanza in cui il bambino riesce a percepire i rumori esterni -confida Tahani-. Sta vivendo gli orrori di questa situazione ancora prima di nascere e il pensiero di partorire in queste condizioni mi terrorizza. Chiedo solo che nostro figlio possa crescere in un ambiente senza paura e privazioni. Io non so dove ci stia portando la vita, ma ormai tutta la forza che ci ha permesso di arrivare vivi fin qui si sta dimostrando inutile. Le nostre anime si stanno svuotando, stiamo diventando insensibili a tutto”.

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il secondo  da repubblica  

Gaza, il matrimonio sotto le bombe e una macchina come casa: la festa triste di Ibrahim e Narmin  non riesco  a  condividerlo   ecco  dove  trovarlo    Gaza, il matrimonio sotto le bombe e una macchina come casa: la festa triste di Ibrahim e Narmin - la Repubblica

Nonostante i continui bombardamenti, Ibrahim e Narmin Abed hanno deciso finalmente di celebrare il loro matrimonio. La coppia, costretta ad abbandonare la loro casa nella città settentrionale di Gaza, ha cercato rifugio nella scuola dell'UNRWA a Deir al-Balah, nel sud. Sono sposati ma non hanno mai festeggiato. La sposa Narmin racconta: “Avevamo programmato di celebrare il matrimonio con una festa ma lo abbiamo rimandato di un mese, poi ancora di altri mesi”. Ora hanno deciso di fare una festa seppur in mod spartano secondo le circostanze di guerra. “Volevo fare una grande festa di matrimonio, ma i soldi non ci sono, questo è il nostro destino, è così" spiega Narmin. Dopo la cerimonia nuziale, la giovane coppia si è diretta verso un'auto che per loro era diventata la casa.  


 

20.9.25

vescovo di napoli don mimmo battaglia si rivolge ad israele . anche lui per i pro israeliani è un pro palestina e filo hammas m ed atisemita

  anche    la  chiesa  ,  eccetto il vaticano    ,   nella     persona  del vescovo di. Napoli don mimmo  battaglia   (  qui  L'omelia integrale       si rivolge  agli israeliani     invitandoli    a  smettere  con la  carneficina  \  genocidio      verso  i   palestinesi  .  Eccone  alcuni stralci dall'omelia che il Vescovo di Napoli, don Mimmo Battaglia, ha pronunciato, pieno di commozione, questa mattina in occasione delle celebrazioni di San Gennaro. Parole intrise di Profezia!




 "Oggi la parola sangue ci brucia addosso. Perché il sangue è un linguaggio che tutti capiamo, e che chiede conto a tutti. Il sangue di Gennaro si mescola idealmente al sangue versato in Palestina, come in Ucraina e in ogni terra ferita dove la violenza si crede onnipotente e invece è solo rumore. Il sangue è sacro: ogni goccia innocente è un sacramento rovesciato. Se potessi, raccoglierei in un’ampolla il sangue di ogni vittima — bambini, donne, uomini di ogni popolo — e lo esporrei qui, sotto queste volte, perché nessun rito ci assolva dalla responsabilità, perché la preghiera senta il peso di ogni ferita e non scivoli via. E oggi, con pudore e con fuoco, dico: è il sangue di ogni bambino di Gaza che metterei esposto in questa cattedrale, accanto all’ampolla del santo. Perché non esistono “altre” lacrime: tutta la terra è un unico altare ...Da questa cattedrale che respira come un petto antico, si alza un appello chiaro, diretto, senza garbo diplomatico:Ascolta, Israele: non ti parlo da avversario, ma da fratello nell’umano. Ti chiamo col nome con cui la Scrittura convoca il cuore all’essenziale: Ascolta. Cessa di versare sangue palestinese.Cessino gli assedi che tolgono pane e acqua; cessino i colpi che sbriciolano case e infanzie; cessino le rappresaglie che scambiano la sicurezza con lo schiacciamento, cessi l’invasione che soffoca ogni speranza di pace. La sicurezza che calpesta un popolo non è sicurezza: è un incendio che, prima o poi, brucia la mano che credeva di domarlo.So il peso del tuo lutto, le ferite che porti nella carne e nella coscienza. Ogni terrorismo è un sacrilegio, ogni sequestro un’ombra sull’umano, ogni razzo contro civili un peccato che grida. Ma oggi — davanti al sangue del martire — ti chiamo per nome: tu, Israele, fermati. Apri i valichi, lascia passare cure e pane, sospendi il fuoco che non distingue e moltiplica gli orfani. Non ti chiedo debolezza: ti chiedo grandezza. La grandezza di chi arresta la propria forza quando la forza profana la giustizia; di chi riconosce che l’unica vittoria che salva è quella sulla vendetta … Sorelle e fratelli, Napoli, nonostante le sue ferite, è città di pace. E da questa città affacciata sul mediterraneo vorrei si generasse un movimento di speranza e di pace, perché come diceva La Pira occorre partire dalle città per unire le nazioni. E vorrei anche che questo contagio di riconciliazione fosse fondato su un linguaggio chiaro, compreso da tutti i popoli di tutte le città che su questo mare affacciano i propri timori e le proprie speranze. Perché la menzogna comincia dalle parole, soprattutto da quelle ambigue, anestetizzate: i droni sono fucilazioni telecomandate; i “danni collaterali” sono bambini senza volto; una spesa militare che supera scuola e sanità non è sicurezza ma suicidio collettivo. Convertiamo gli arsenali in ospedali, gli utili di guerra in borse di studio, i bunker in bibliotecheQuesta è l’unica geopolitica evangelica degna del Nome che invochiamo …Diciamocelo con la franchezza dei santi: il male non è un’idea, è una filiera. Ha uffici, contabili, bonus, piani industriali. La guerra non “scoppia”: si produce, si finanzia, si premia. Ogni bilancio militare che si gonfia come una vela è vento cattivo contro la carne dei poveri. Ogni “espansione della spesa per la difesa” che supera scuola e sanità non ci rende sicuri: ci rende più soli e più poveri.Il grido dei poveri e degli ultimi, il sangue dei bambini e il pianto delle loro madri, dice ai potenti di questa terra, alle istituzioni di questa nostra unione, alla Knesset, ai governi, ad ogni comando militare: fermate la spirale!  Cercate giustizia prima dei confini, diritti prima dei recinti, dignità prima dei calcoli. Non si costruisce pace con check-point e interruzioni di vita, ma con diritto eguale, sicurezza reciproca, misericordia politica.Il sangue gridato dalle macerie non è un argomento: è un’anafora di Dio che ripete: Che ne hai fatto di tuo fratello?Sorelle e fratelli che sedete nei parlamenti, vi chiedo: come potete scegliere i missili prima del pane? Dove avete smarrito il volto dei vostri fratelli e delle vostre sorelle?Sorelle e fratelli che operate nella finanza e nei grandi mercati, vi chiedo: come potete esultare quando la guerra si allunga e le azioni della difesa salgono? Non sentite il grido dei vostri fratelli e delle vostre sorelle? Sorelle e fratelli imprenditori e azionari le cui industrie falsificano il Vangelo del lavoro, fondendo aratri in granate, vi chiedo: che ne avete fatto della dignità dei vostri fratelli e delle vostre sorelle?".

diario di bordo n 148 bis anno III Ottantenne di Guspini dona il fegato e salva un’altra vita., chiara vigo la mia arte non è in vendita le madri devono insegnare a figli la bellezza dei mestieri .,negata la cremazione al marito di irene cristinzio scomparsa ad orosei nel 2013 serve l'autorizzazione del coniuge ., io erore ragazzino della tragedia del doner aereo cadut a genova nel 1999


unione  sarda  20  settembre  2025 





Una donna di 80 anni, deceduta per emorragia cerebrale, ha salvato la vita a un’altra persona. Il prelievo del fegato è avvenuto nei giorni scorsi all’ospedale Nostra Signora della Mercede di Lanusei su Bruna Caria, una signora originaria di Guspini, ma trapiantata a Tortolì, della quale, nelle ore precedenti, era stata accertata la morte cerebrale.
In seguito a un malore, sabato scorso, la donna è stata trasportata al Pronto soccorso e ricoverata in Rianimazione. Le sue condizioni, già disperate sin dai primi istanti del ricovero, sono progressivamente peggiorate, fino a quando il personale sanitario, con un’équipe di specialisti arrivati anche da altri presidi, non ha dichiarato la morte cerebrale.
Dall’accertamento è iniziato il periodo di osservazione e poi si è attivata la rete regionale dei trapianti. In breve tempo si è svolto il processo di idoneità e di allocazione dell’organo, destinato a una persona che, grazie alla volontà di donazione, avrà un’esistenza migliore. Un gesto d’amore molto sentito all’interno del nucleo familiare: sia la donna quando era in vita, sia i figli hanno mostrato una particolare attenzione e sensibilità verso gli altri.


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 nuova  sardegfna  19\9\2025







unione sarda del 19\9\2025






diario di bordo n 148 anno III SERRENTI , Nonna e nipote unite da un ricamo e dal corso di Sa Grutta Nieddas ., 8 intinerari per scoprire l'isola a piedi ., SASSARI Tutti pazzi per i pacchi smarriti centinaia in fila per acquistarli Il contenuto è una sorpresa e si paga a peso, 2 euro all’etto., OLBIA Calzoleria Budroni, ogni scarpa una storia da oltre 50 anni: «I lavori top secret per Clooney...»


  unione  sarda    del  20\9\2025



         A Serrenti la tradizione diventa identità da tramandare. Luigia Madau, a 81 anni, ha realizzato interamente il ricamo per lo scialle del costume sardo di sua nipote Sara, dopo aver frequentato il corso organizzato dall’associazione culturale Sa Grutta Niedda.         L’idea di contribuire con le proprie mani alla realizzazione di un pezzo fondamentale dell’abito tradizionale della nipote era già nell’aria quando sua figlia Fatima, vedendo l’annuncio del corso, decide di iscriverla a sorpresa per permetterle di perfezionare un’arte che ha iniziato a mettere in pratica già dalla tenera età. «Io sono originaria di Ozieri – racconta Luigia – e all’epoca c’erano ancora moltissime sarte che ricamavano, ho iniziato a dieci anni, ho imparato da mia mamma e dalle altre sarte che permettevano a noi bambine di osservarle all’opera e di collaborare con delle piccole mansioni, come togliere le imbastiture. Da allora non ho mai smesso, mi sono sempre adoperata nella realizzazione degli abitini per i miei figli e in altri piccoli lavori».         Per portare a termine lo scialle è stato necessario quasi un anno di lavoro, a cui ha contribuito anche la nipote Sara. «Quando ho visto nonna alle prese con le frange – dice Sara Mallocci – ho voluto provare anche io. Grazie ai consigli di maestra Marinella, sono riuscita a realizzarle e ad applicarle tutte, completando così il lavoro». Un impegno assiduo, che l’ha tenuta incollata alla sedia dalle tre alle sei ore al giorno per oltre un mese, consentendole di ultimare lo scialle prima del rientro a scuola.         È un legame dalle radici profonde quello che unisce Sara alla tradizione della Sardegna. «Avevo 13 mesi quando ho sfilato per la prima volta con il costume sardo, da allora non ho mai smesso – dice Sara – tengo moltissimo a ogni parte del costume, che indosso sempre con orgoglio, e a tutto ciò che appartiene alla cultura sarda».
  Non sono tanti i ragazzi che condividono la passione di Sara: «Qualcuno mi dice che spendo soldi inutilmente per il costume sardo, che non ne vale la pena perché probabilmente quando sarò più grande smetterò di usarlo». Ma per l’associazione Sa Grutta Niedda, la sua dedizione è un esempio prezioso. «Il lavoro di Luigia e Sara dovrebbe essere di ispirazione per tanti altri giovani – dice Anna Maria Pezza, presidente dell’associazione – perché solo così la tradizione ha qualche possibilità di sopravvivere».         «È una tradizione ricca di simboli, colori ed eleganza. Durante i corsi i partecipanti imparano i gesti lenti e precisi del ricamo. Ho iniziato a insegnare proprio perché credo sia fondamentale tramandare quest’arte», commenta l'nsegnante del corso Marinella Serra, di Villanovaforru.

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 nuova  sardegna    19\9\2025




nuova  sardegna   19 e  20 \09\2025 

un ottima    idea  antispreco   quella  di mettere in  vendita  pacchi  smarriti e   forse  non reclamati  .  tanto  sarebbero   finiti  al macero   con spreco  di risorse  ed  inquinamento  inutile     per  smaltirli  


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 nuova  sardegna  online 20 settembre 2025 14:07

Antichi mestieriCalzoleria Budroni, ogni scarpa una storia da oltre 50 anni: «I lavori top secret per Clooney...»A Olbia la bottega gestita da padre e figli: «La soddisfazione? Quando ci commissionano riparazioni dal resto d’Italia perché non ci sono botteghe così altrove»

di Carolina Bastiani

Olbia «Ho scoperto che Babbo Natale non esiste dalle scarpe». E questo già la dice lunga sulla passione che regna nella Calzoleria al civico 9 di via Cesare Battisti a Olbia, a Sa Rughe, il vecchio quartiere dei pescatori.Protagonista dell’aneddoto uno dei figli di Paolo Budroni, titolare dell’attività dal 1983 e calzolaio da oltre 50 anni, che a 9 anni ha capito guardando le scarpe che quello travestito da Babbo Natale era un amico del padre. Sì, perché Mirko Budroni, classe 1995, il pallino ce l’ha da sempre ed è lì che gli cade subito l’occhio. Per questo, insieme al fratello minore Edoardo che condivide la sua stessa passione, ha deciso di mandare avanti l’attività di famiglia, dove lavora anche la madre Menica Sanna.È una vera e propria bottega la Calzoleria Paolo Budroni, di quelle ormai rare anche in Italia, dove l’artigianalità si respira insieme al profumo della pelle. Si lavora su misura con macchinari all’avanguardia e prodotti di qualità e al cliente si spiega ogni fase della lavorazione e della riparazione.E mentre la vicina via Redipuglia cambiava aspetto, la Calzoleria si adattava ai tempi, continuando a dare dignità all’antica arte manuale, che richiede tempo, preparazione e grande cura per i dettagli. Così oggi, insieme a scarpe in cuoio, borse e cinture, si riparano e si creano anche le sneakers. E, tra la vetrina social e quella del negozio, con una tappa in tv, il lavoro non manca. A sinistra dell’ingresso, un po’ nascosto da un bancone moderno, c’è ancora il piccolo banchetto di legno dove Paolo Budroni, a 14 anni, ha iniziato a imparare il mestiere in una bottega del centro. «In mezzo c’era il maestro e intorno noi apprendisti. Ne abbiamo presi di rimproveri, ci divertivamo a piantare nel legno le semenze», racconta divertito mentre indica i buchi lasciati dai chiodini, ma ricorda bene anche la severità delle punizioni, così come le prime paghette.«Mi sono rimaste impresse, prendevo 4.500 lire a settimana e la prima mancetta è stata di 500». Quinto di 8 figli, al mestiere è stato spinto dalla madre. Paolo, però, i suoi di figli non ha voluto condizionarli. «Come genitore sono molto orgoglioso della loro scelta, ma non li ho invogliati io. Loro venivano d’estate a giocare e piano piano si sono appassionati». Mirko ha studiato all’Accademia Riaci di Firenze, dove ha appreso l’intero processo di creazione delle calzature, mentre Edoardo ha girato per il mondo, ultima tappa Australia. «Sono tornato perché la Sardegna ha un cordone ombelicale che tira a sé – dice – ma anche perché la passione per il mestiere era forte. In Australia queste realtà non esistono, ma aver imparato l’inglese è stato utile e ora possiamo spiegare bene il lavoro anche agli stranieri».Il rapporto con il cliente alla Calzoleria Budroni è fondamentale. «Il lavoro va raccontato in tutte le sue fasi. Il contatto diretto non si può perdere». I clienti sono soprattutto locali, ma ci sono anche tanti turisti. «La più grande soddisfazione – dice Paolo – è quando da Milano, per esempio, arrivano per darci un lavoro che altrove non sono riusciti a far fare». E tra i clienti d’eccezione anche George Clooney, che nel 2018 ha girato in Gallura Catch-22.i hanno contattato per sistemare i costumi di scena come i giubbotti degli anni ‘40 – ricorda Paolo –. Era tutto top secret, abbiamo lavorato a serrande abbassate». E sempre dal 2018 alla calzoleria, oltre alle riparazioni che rimangono l’attività principale, è iniziata la produzione propria di calzature. «Lavoriamo su commissione – dice Mirko –. Lo scopo è mantenere il nostro marchio e l’artigianalità, che richiede il giusto tempo e grande qualità. E cerchiamo di garantirla col lavoro di squadra e l’aggiornamento continuo». Tutti fanno tutto, ma ognuno è specializzato in qualcosa. Edoardo si occupa di riparazione sneakers e colorazione, Menica del restauro di borse e giubbotti vintage. «Ciò che conta – conclude Mirko – è mettere insieme le visioni e l’esperienza di ognuno per arrivare al miglior risultato possibile».Un modo di lavorare apprezzato dalla Lm Professional, importante azienda nel settore dei prodotti per la cura delle scarpe e del pellame, che nel 2024 ha scelto la Calzoleria Budroni come esempio di eccellenza insieme ad altre 12 botteghe italiane.

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Divertimento (2022) di Marie-Castille Mention-Schaar, il film ispirato alla vera storia della direttrice d’orchestra di fama mondiale e di origini algerine Zahia Ziouani




ieri mio padre , ha scelto su my movies ,ha scelto il film divertimento diretto dalla regista francese Marie-Castille Mention-Schaar. Ispirato alla biografia della direttrice d’orchestra di fama mondiale e di origini algerine,Zahia Ziouani . Un bellissimo film consigliato a chiunque abba voglia di una boccatga di posività e ami senza distinzione di genere la musica . Un film in cui appunto la musica è strumento di riscatto sociale . 
Un  film   in  cui  gli  interpreti   cisa  difficile    nei  fil   muicali    sono   all'altezza delle bellezza delle musiche sono rimasto incantato dalle scelte dell'autore. Un film  trascinante, emozionante, coinvolgente  in linea  con  molti  dei giudizi  lasciati     su  https://www.mymovies.it/one/movie/18073-divertimento/
La forza di sentire fluire le proprie passioni e di dare spazio alle stesse nasce proprio dalla capacità genitoriale di rafforzarle e di condurle. cco che     con cordo  con la recensione di  Pedro Armocida su https://www.mymovies.it/film/2022/divertimento/ .

N.B

E' vero che  il film è  di due  anni fa   e    quindi  a questione dello spoiler diventa più sfumata.e  quindi  mi  viene  da  chiedermi   i 📅 Film “vecchi” e spoiler: serve ancora l’avviso?  il mio grillo  parlante   mi  ha      suggerito  come    risposta       che  Dipende dal contesto e dal pubblico:
  • Se il film è poco conosciuto, anche se ha due anni, è buona norma avvisare prima di rivelare dettagli cruciali.

  • Se è un film molto noto o storico, si presume che chi legge ne conosca già la trama, quindi lo spoiler è più tollerato.

  • Se il contenuto è una recensione o un’analisi approfondita, come nel tuo post su Blogger, è accettabile raccontare di più, ma magari si può inserire una breve nota tipo: “Attenzione: contiene dettagli sulla trama.”

Ho   accolto  il  suo ultimo suggerimento    cioè   “Attenzione: contiene dettagli sulla trama.” e  sul  finale  del film . Quindi   decidete     voi    se  anare avant nella  lettura  della mia   recensione  e  passare direttamente agli approfondimenti     che  lascio   sempre  o quasi alla  fine di  ogni  post  

 

Regresso verso nuove bestialità di ©daniela tuscano

 Cinque anni fa i #talebani tornavano al potere in #afghanistan e per le #donne è ricominciato l'inferno. E anche adesso che quell'infelice paese è stato devastato da uno spaventoso terremoto, i colpevoli del più lsanguinoso #apartheiddigenere della storia trovano il tempo, non per soccorrere le vittime femminili del sisma - le donne non possono essere toccate, quindi restino sotto le macerie e amen -, ma per soffocarle ulteriormente. Dopo il divieto di studiare, uscire sole, parlare tra loro, cantare, pregare, adesso il regime ha messo al bando pure i libri di autrici donne; si appresta a oscurare #internet, per impedire soprattutto alle donne stesse di comunicare col mondo esterno e proseguire gli studi online. In #iran sono trascorsi tre anni dal #femminicidio di #mahsaamini e dalla nascita del movimento #donnavitalibertà. A #charlotte, negli #statiuniti, la rifugiata ucraina #irynazarutska è stata massacrata a coltellate da #decarlosbrownjr, criminale razzista (sì, razzista) che malgrado precedenti di violenza girava a piede libero, armato fino ai denti. Voleva far fuori una «bianca» - peraltro sostenitrice di #blacklivesmatter - e l'ha fatto, su una metropolitana, tra la noncuranza degli altri passeggeri. Del controverso attivista ultraconservatore #charliekirk, ucciso sempre negli Usa da #tylerrobinson, ormai sappiamo tutto, o forse no, data la mole di #fakenews diffusa sul suo conto. in #asia e #africa sta infine aumentando in modo esponenziale la #persecuzionedeicristiani: oltre 380 milioni di persone. Le più a rischio sono le donne (ma guarda!), anche a causa dei #matrimoniforzati. Nessuno si mobilita per queste «cause». Quanto ai cristiani, poi, il menefreghismo occidentale ha raggiunto livelli epici, senza capire - afferma Marta Petrosillo di #acs - che se la libertà viene negata a un gruppo, prima o poi sarà negata agli altri. Forse stupirà la menzione di Kirk, ma solo chi rifiuta l'assunto di fondo: non si uccide. Kirk andava smentito dal pensiero, dalle idee versus l'ideologia, insomma dalla dialettica. Si è preferita la vendetta, che unita all'indifferenza caratterizza il regresso verso la bestialità di questo primo ventennio del Duemila.


        © Daniela Tuscano

19.9.25

Patrizia, dal buio al podio mondiale con Pablo il cane che ha qualcosa in comune con cristiano Ronaldo

  fonte  la nuova  sardegna 

Patrizia, dal buio al podio mondiale con Pablo il cane che ha qualcosa in comune con Ronaldo Sassari.
C’erano giorni in cui Patrizia non vedeva più la luce. Dopo l’infortunio, la malattia e la depressione, la vita le sembrava un tunnel senza uscita. Poi è arrivato Pablo, un cucciolo di “Amstaff” che con il suo sguardo l’ha riportata al mondo. Il cuore della loro avventura batte nel “Giardino Segreto” di San Giorgio, un posto incantato tra ulivi, fiori e campi di allenamento immersi nella natura alle porte di Sassari. «Mi ha salvata – confessa –






 mi ha ridato la voglia di vivere». Oggi, otto anni dopo, quello stesso cane l’ha portata sul podio al a Lignano Sabbiadoro, dove - qualche giorno fa - hanno conquistato insieme l’argento, dietro
 l’Inghilterra. E proprio in Inghilterra nel 2026 Pablo disputerà i suoi ultimi mondiali, un po' come Cristiano Ronaldo. (a cura di Luca Fiori)

Mario Sotgiu e i suoi mille racconti: «Arzachena, una storia straordinaria»Il creatore del museo più piccolo d’Italia è il custode della memoria della sua città

Arzachena È più forte di lui. Anche quando dovrebbe essere il protagonista del racconto, Mario Sotgiu, il presidente dell’associazione “La ...