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4.3.26

Il Paradosso della Tolleranza: come l’estremismo usa la libertà di parola per abolirla

  fonte  https://www.affaritaliani.it/

Le democrazie occidentali sono sotto attacco dall’interno: gruppi radicali sfruttano le garanzie costituzionali per diffondere odio e silenziare ogni critica, trasformando il garantismo in un’arma





Il paradosso di Popper oggi: quando la tolleranza diventa un’arma contro la democrazia
Karl Popper, nel 1945, formulò il celebre “paradosso della tolleranza“: se estendiamo la tolleranza illimitata anche a coloro che sono intolleranti, se non siamo disposti a difendere una società tollerante contro l’attacco degli intolleranti, allora i tolleranti saranno distrutti e la tolleranza con essi. A ottant’anni di distanza, questa non è più una teoria filosofica, ma la cronaca quotidiana delle democrazie occidentali. Oggi assistiamo a una strategia raffinata e perversa messa in atto dai movimenti dell’Islam radicale e dai loro fiancheggiatori: utilizzare gli strumenti della democrazia liberale – in primis la libertà di parola – per eroderla dall’interno.
La libertà di parola come scudo e come spada
Il meccanismo è asimmetrico. Da un lato, i predicatori d’odio e gli attivisti radicali rivendicano il diritto assoluto di esprimere concetti anti-occidentali, antisemiti e violenti, appellandosi all’articolo 21 della Costituzione o al Primo Emendamento. Gridano alla censura ogni volta che si tenta di porre un argine alla loro propaganda.
Dall’altro lato, però, utilizzano la stessa libertà per intimidire, minacciare e silenziare chiunque osi criticarli. È una guerra combattuta nelle aule di tribunale, sui social media e nelle piazze. Chi critica l’Islam politico viene immediatamente etichettato come “islamofobo“, un termine che è stato armato per diventare un bavaglio. Come sottolineato da diverse analisi nel Regno Unito, la definizione stessa di Islamofobia rischia di diventare uno strumento per bloccare ogni legittima indagine critica, creando di fatto una legge sulla blasfemia non scritta ma socialmente imposta.
Silenziare il dissenso
Questa dinamica crea un clima di autocensura devastante. Giornalisti, accademici e politici europei misurano ogni parola, non per rispetto della verità, ma per paura delle conseguenze. Conseguenze che non sono solo legali (querele temerarie), ma fisiche. Abbiamo visto in Francia, in Olanda e in Scandinavia cosa succede a chi “offende” la sensibilità dei radicali: scorte armate a vita, o peggio.
In questo scenario, la libertà di parola diventa un privilegio unilaterale. L’estremista è libero di urlare in piazza che vuole la distruzione dello Stato che lo ospita; il cittadino democratico ha paura di dire che non è d’accordo. Alcuni opinionisti evidenziano come questa retorica anti-liberale prosperi proprio grazie alla copertura del “free speech, creando un cortocircuito logico che paralizza le istituzioni.
La trincea accademica: dove il pensiero critico va a morire
Un fronte decisivo di questa battaglia si trova, purtroppo, proprio nei luoghi deputati alla formazione del pensiero critico: le università. È qui che il paradosso della tolleranza trova la sua applicazione più distopica. Gruppi organizzati, spesso legati a sigle dell’Islamismo politico, hanno stretto un’alleanza tattica con certi movimenti studenteschi radicali. L’obiettivo comune? Impedire che si parli di certi argomenti.
Conferenze annullate, professori minacciati, relatori sgraditi a cui viene impedito di parlare tramite proteste violente: il campus universitario non è più l’agora del dibattito, ma una zona in cui vige il pensiero unico. La scusa è sempre la “protezione” delle minoranze da presunti “micro-traumi” verbali. In realtà, si sta creando una generazione di studenti convinti che le parole siano violenza fisica e che, di conseguenza, rispondere con la censura (o la violenza reale) sia legittimo.
Questo clima accademico ha un effetto a cascata sulla società. I futuri giornalisti, giudici e politici che escono da queste accademie hanno interiorizzato l’idea che criticare l’Islam radicale sia un atto di razzismo inaccettabile, rendendo di fatto impossibile qualsiasi analisi laica e obiettiva del fenomeno religioso e politico.
La strategia del “Lawfare”: la guerra per vie legali
Accanto alla pressione sociale e accademica, c’è quella economica e giudiziaria. È il cosiddetto “Lawfare“, l’uso della legge come arma di guerra. Organizzazioni ben finanziate, spesso con fondi provenienti da paesi extra-europei, querelano sistematicamente chiunque osi pubblicare inchieste scomode sui legami tra moschee locali e terrorismo internazionale, o sulla gestione opaca dei fondi per il welfare.
Non importa che la querela sia fondata o meno; l’obiettivo non è vincere in tribunale, ma sfiancare l’avversario. Un giornalista freelance o una piccola testata locale non hanno le risorse economiche per sostenere anni di processi. Di fronte alla minaccia di dover pagare decine di migliaia di euro in spese legali, molti scelgono la via più semplice: il silenzio. Ritirano gli articoli, chiedono scusa, e smettono di indagare. È una censura “soft”, invisibile agli occhi del grande pubblico, ma terribilmente efficace. In questo modo, il diritto alla difesa legale – pilastro della democrazia – viene pervertito e trasformato in uno strumento di oppressione per garantire l’impunità a chi lavora contro la democrazia stessa.
L’aggressione ai valori liberali
Non si tratta solo di parole. La retorica violenta, protetta dal “diritto di opinione”, prepara il terreno per l’azione. Quando si permette di definire interi gruppi di persone (ebrei, “infedeli”, donne emancipate) come nemici legittimi, si sta armando la mano di chi poi passerà ai fatti. L’errore dell’Occidente è trattare l’Islamismo radicale come una semplice opinione diversa, da tutelare nel grande mercato delle idee. Ma non è un’opinione: è un sistema operativo totalitario che non riconosce la legittimità dell’altro. Usano la nostra tolleranza come un cavallo di Troia. Entrano nelle istituzioni, nelle università e nei media chiedendo diritti, ma una volta ottenuto spazio, lavorano per negare quegli stessi diritti agli altri.
Rompere il paradosso
Come se ne esce? Le democrazie devono ritrovare l’istinto di sopravvivenza. Difendere la libertà di parola significa anche tracciare una linea netta tra il dissenso e l’incitamento alla distruzione della democrazia stessa. Non è intolleranza impedire a qualcuno di predicare la fine della libertà; è l’essenza della difesa costituzionale. L’Europa deve smettere di essere ingenua. Le leggi contro l’odio non possono essere applicate a senso unico. Se un movimento politico o religioso usa la libertà di parola per minacciare l’esistenza fisica o civile dei suoi oppositori, quel movimento si è posto fuori dal perimetro democratico.
Conclusione
Il paradosso di Popper ci avverte: la tolleranza non è un patto suicida. Se continuiamo a permettere che i nemici della libertà usino le nostre leggi come armi contro di noi, ci sveglieremo un giorno in una società dove l’unica libertà rimasta sarà quella di obbedire ai più violenti. È tempo di togliere la maschera a chi invoca i diritti per cancellare i doveri, e usa la democrazia per instaurare la teocrazia.

22.4.25

CHI LO DICE CHE I CON IL PROIBIZIONISMO SI RISOLVONO I PROBLEMI DELLE DROGHE



Chiariamo subito cosa intendo con il termine “legalizzazione”. Significa regolare, controllare e supervisionare. Detto questo, da molti anni penso senza pregiudizi a riforme volte a legalizzare la vendita e la coltivazione di stupefacenti, sotto il diretto controllo dello Stato, privando la mafia del controllo assoluto sul mercato . Tanto ormai  è penetrata  fino    talmente  tanto   nelle  cose  legali  che  il proibire  non  serve  quasi più .la  mia  teoria  , come  quella  dei radicali    e  dei liberal  ,  si basa sulla "libertà condizionata" nella produzione, vendita e consumo di stupefacenti, il che esclude ovviamente la
nascita di un libero mercato. Secondo questa linea di pensiero, consentire la produzione, il commercio e il consumo entro limiti del tutto legali produrrà   anche  senza dubbio dei benefici. Penso che, indipendentemente da ciò che la gente pensa sulla legalizzazione delle droghe, l'argomento dovrebbe essere discusso senza oltrepassare il limite del tabù. Molti Paesi (in particolare il Portogallo) stanno rivedendo le proprie politiche in materia di droga e approvando alcune riforme che possono essere controverse ma in realtà efficaci (la legalizzazione della marijuana sta diventando popolare in sempre più Paesi). Una soluzione ai numerosi danni causati dalle droghe potrebbe essere quella di legalizzarle tutte.So che molte persone salteranno in piedi e diranno che il professor Musacchio è impazzito. Cercherò invece di dimostrare non solo che questa tesi può essere sostenuta, ma presenterò anche argomenti oggettivamente indiscutibili a suo sostegno.In primo luogo, ci sono le riforme attuate in Portogallo. Tutte le droghe lì sono legalizzate. Il governo portoghese ha utilizzato i fondi risparmiati mantenendo una politica proibizionista minimalista per investire nell'istruzione, nella riabilitazione e nel reinserimento sociale dei tossicodipendenti. I risultati sono evidenti a tutti. L'uso di droga, i decessi correlati alla droga, la criminalità e tutto ciò che è associato a questo male sociale sono diminuiti drasticamente. Un altro aspetto positivo da considerare è il conseguente crollo del mercato nero della droga e dei profitti o almeno  una  parte  d'essi  das parte dele mafie  . Non potranno più arricchirsi almeno in quel campo  perché la loro principale fonte di reddito verrà meno. Chi chiederebbe aiuto ai criminali quando può facilmente e legalmente acquistare gli stupefacenti in farmacia? Finché questi ultimi saranno venduti illegalmente, ci saranno sempre persone disposte a trarne profitto.Se le droghe fossero legalizzate, il mercato nero diminuirebbe. Questo nuovo approccio giuridico, terapeutico e farmacologico è riscontrabile anche negli Stati Uniti. Sebbene pochi Stati abbiano legalizzato la marijuana e l'hashish, i cartelli della droga messicani, principale fonte di approvvigionamento, hanno subito un duro colpo finanziario (Fonte: DEA). Non si può sottovalutare il fatto che la "droga di Stato" diventerà più sicura. Se venisse così regolamentata, i produttori sarebbero obbligati a rispettare standard di purezza specifici e rigorosi, garantendo a tutti i consumatori un prodotto di qualità. D'altro canto, gli stupefacenti odierni sono mescolati con veleno per topi, polvere di mattoni, gesso e altri tipi di additivi. La tossicodipendenza, inoltre, è legata alle circostanze della vita di una persona piuttosto che agli effetti della droga in sé. Quest’ultimo aspetto non è da sottovalutare.Ulteriore problema da vagliare, inoltre, è che attualmente le nostre forze dell'ordine dedicano gran parte del loro tempo ad arrestare consumatori di droga e piccoli spacciatori. Se le droghe fossero legali, questo non sarebbe un problema. I sistemi giudiziario e carcerario diventerebbero più efficienti. Un'altra conseguenza del proibizionismo è l'elevato numero di tossicodipendenti detenuti (sovraffollamento delle carceri), che porta inevitabilmente al collasso dell'intero sistema penale. La legalizzazione contribuirebbe a eliminare molte di queste problematiche. Non dobbiamo comportarci come lo struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia per non affrontare la realtà. Diverse droghe, legali e illegali, sono già utilizzate in modo responsabile da persone di tutti i ceti sociali. Alcune persone fanno uso di sostanze come la cocaina responsabilmente, senza che ciò alteri negativamente la loro vita quotidiana. Allora perché considerarle illegali, quando sostanze come alcol e sigarette sono disponibili legalmente in tutto il mondo? Lo Stato dimostra ipocrisia quando mantiene un approccio proibizionista sulle droghe, mentre consente liberamente la vendita di tabacco e alcolici, che causano migliaia di morti ogni anno. Con riforme simili, Paesi come Messico, Colombia, Perù e Afghanistan smetterebbero di essere dominati dai cartelli della droga. I grandi cartelli del narcotraffico non continuerebbero a godere degli attuali profitti smisurati. Migliaia di vite verrebbero salvate, poiché il proibizionismo sta mietendo più vittime di quanto riesca a proteggerne. Sono convinto che un mercato legale delle sostanze stupefacenti potrebbe anche educare, assicurando al consumatore la sicurezza del prodotto acquistato e contribuendo a prevenire le morti per overdose e la dipendenza. Legittimare questo mercato potrebbe fermare la violenza tra bande criminali, infliggere un duro colpo ai guadagni dei cartelli, ridurre gli omicidi e la corruzione tra tutti gli attori coinvolti. Ritengo che questi siano motivi più che sufficienti per riflettere seriamente e intraprendere un cammino verso la legalizzazione delle droghe. La priorità assoluta dovrebbe essere salvare il maggior numero possibile di vite. Sono consapevole delle complesse sfide associate alla legalizzazione di tutte le droghe e dei possibili problemi che potrebbero sorgere. So che, qualora accadesse, non si tratterebbe di un processo rapido poiché globale. Tuttavia, credo fermamente che sia importante avviare almeno una discussione libera da pregiudizi insormontabili su questo tema.


Veronica e Matilde sacrestane della basilica, due laureate tra arte e liturgia di Donatella Tiraboschi Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «Santa Maria Maggiore, quanta bellezza»

   da https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/  del   11\3\2026  di   Donatella Tiraboschi Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «San...