Rebeccu è una frazione del comune di Bonorva, in provincia di Sassari da cui dista circa sei chilometri. Il centro abitato è situato a metà del costone del monte Cuccuru de Pischinas, a circa 408 metri di altezza, quasi a dominare dall’alto la piana di Santa Lucia
In passato, durante l’epoca giudicale,Rebeccu fu un centro importante
del Meilogu, poi pestilenze e carestie ne causarono la decadenza. Oggi
fa parte di quei suggestivi luoghi abbandonati della Sardegna ma ricchi di fascino: antico, misterioso, disabitato … e con una maledizione che lo condanna in eterno.Rebeccu è
un paese che si può definire fantasma. O quasi, visto che un abitante
c’è ancora. Uno solo, però Un paese che venne maledetto, secondo una leggenda, quella delle trenta case, lanciata dalla principessa Donoria, figlia del Re Beccu, che viveva nel castello, cacciata dal paese perché ritenuta una strega. Dopo aver lanciato la maledizione secondo cui il paese non avrebbe mai più superato le 30 case, sul centro abitato arrivò il flagello della malaria e la fuga dei suoi abitanti. La maggioranza fondò Bonorva, i pochi rimasti riedificarono Rebeccu sul ripiano del monte, senza osare costruire mai più di 30 abitazioni, temendo che in caso contrario crollasse tutto il paese. Sono diverse le leggende che riguardano Rebeccu. Una narra che proprio qui ci fosse il castello dove si sposò Eleonora d’Arborea con Brancaleone Doria.Oggi Rebeccu è un piccolissimo borgo, affascinante e suggestivo, che merita una visita . Le stradine sono state restaurate e c’è persino un ristorante tipico che quasi sembra prendere vita di notte e si riempie di clienti. Oggi è sede di alcune manifestazioni, tra cui il Rebeccu Film Festival. Per il resto del tempo è proprio un paesino abbandonato, dove si respira però l’odore affascinante del mistero. A solo 300 metri metri dal borgo si può anche visitare la fonte sacra prenuragica di Su Lumarzu, ben conservata, e i ruderi del cimitero sconsacrato.Insomma, se vi piacciono i luoghi abbandonati, misteriosi ma allo stesso tempo decisamente suggestivi e ricchi di fascino, Rebeccu è un paesino che dovete assolutamente andare a vedere.
A
breve sarà San Valentino e come ogni anno, inizio a sentire un
fastidio crescente alla vista ( in rete , sui giornali ed in tv ) di cuori gonfiabili nelle vetrine, cuscini
felpati con dediche da diabete
e allestimenti kitsch a tema , ed altre stuchevolezze varie .
Come mi accade con qualsiasi cosa che mi
dia profondamente fastidio, vuoi per un senso di sfida, vuoi per
psicologia inversa o chiamatela come vi pare, mi ritrovo a soffermarmi
su qualsiasi notizia riguardi proprio l’amore! Infatti proprio come suggerisce il blog di Lolla in questo articolo qui da cui ho deliberatamente tratto questo articolo
San Valentino: 10 modi per dichiarare il vostro amore "a costo zero"
San Valentino si
avvicina. Con il tempo questa giornata si è trasformata in una mera
occasione commerciale. Non siete obbligati ad acquistare rose un
po'anonime o regali costosi per dichiarare il vostro amore.
Potreste considerare San Valentino
semplicemente come una giornata in cui dedicare davvero la vostra
attenzione alla persona a cui volete bene. Esistono diversi modi per
stupire che amate, tra gesti romantici e regali non solo materiali. Se volete festeggiare San Valentino senza spendere una fortuna, scegliete le alternative che preferite.
1) Pensare a un regalo fai-da-te
Se amate fare regali, ma quest'anno
volete pensare a qualcosa di speciale che non abbia valore tanto per il
suo prezzo, quanto per il suo significato, potreste provare a realizzare
un regalo fai-da-te che vada incontro ai gusti della persona a cui lo donerete. Qui abbiamo raccolto dieci idee per i regali di San Valentino fai-da-te a cui potrete ispirarvi.
Leggi anche: Regali di San Valentino fai-da-te per lui e per lei
2) Pianificare una caccia al tesoro
Avete scelto San Valentino per la vostra dichiarazione d'amore? Allora magari potreste pensare di organizzare una caccia al tesoro,
ricca di biglietti romantici e di piccole sorprese inaspettate. Il
vostro gesto sarà molto apprezzato e vi potrete divertire insieme in
modo un po' diverso dal solito.
3) Scrivere una lettera d'amore
Da quanto tempo non scrivete una lettera d'amore?
Prendete carta e penna, scegliete una bella busta, e cercate di dare
spazio ai vostri sentimenti e alle parole che magari non riuscireste a
comunicare a voce scrivendo una lettera tutta dedicata alla persona a
cui volete bene. Un gesto d'altri tempi che non potrà passare
inosservato.
4) Registrare un messaggio audio su musicassetta
Una chicca per i nostalgici.
Se avete ancora a disposizione uno stereo con microfono che vi permetta
di registrare un messaggio su musicassetta, avete trovate un modo
davvero insolito e originale per augurare buon San Valentino ad una
persona speciale. In alternativa, le nuove tecnologie potranno di certo
venirvi in aiuto.
5) Preparare una cenetta a lume di candela
Magari di solito non siete voi a
cucinare, oppure siete dei veri e propri maestri ai fornelli. Non
importa. Considerata San Valentino come un'occasione in più per stupire
la persona amata e preparate una cena a lume di candela,
magari con menù a sorpresa. Sarà un bellissimo modo per festeggiare e
non avrete bisogno di spendere una fortuna al ristorante.
Leggi anche: San Valentino: il menù vegan per la cena più romantica dell'anno
6) Guardare un film romantico
Se per San Valentino vorreste
trascorrere semplicemente una serata tranquilla in casa, magari dopo una
cenetta cucinata da voi, preparate un bel film romantico adatto all'occasione. O, in alternativa, organizzatevi per rivedere le puntate delle vostre serie Tv preferite, magari con una bella "maratona" cinematografica.
Leggi anche: I film che potrebbero cambiarvi la vita (forse)
7) Imporre una regola: nessuna tecnologia
A San Valentino imponete una regola: nessuna tecnologia.
Questa regola può riguardare il tipo di regali che vorreste scambiarvi
e/o il modo in cui vorreste trascorrere la giornata o la serata.
Potreste scoprire che non è una sfida impossibile abbandonare per tutto
il giorno, o almeno per una sera, in un angolo il tablet, il pc e lo
smarphone, per dedicarvi soltanto a voi due.
Leggi anche: I rischi del cellulare: 8 cose da tenere presente
8) Conservare un messaggio in bottiglia
Scrivete un messaggio romantico da conservare per il futuro, che dovrà essere letto magari dopo un anno di distanza. Oppure preparate una bottiglia
decorata o una scatola dei ricordi in cui conservare anno dopo anno la
frase più originale o il ricordo più bello delle vostre giornate insieme
e dei festeggiamenti per San Valentino. Creerete dei fantastici ricordi
per gli anni a venire.
9) Andare a un concerto gratuito
Vorreste festeggiare San Valentino in
modo u po' diverso dal solito e senza spendere perché il portafogli
piange? Di sicuro con una piccola ricerca troverete un concerto gratuito a cui assistere in uno dei pub della vostra zona o un piccolo spettacolo teatrale, o in alternativa una mostra.
Se amate la musica, l'arte o la cultura, è il momento di trascorrere un
bel pomeriggio o una serata insieme senza dover necessariamente
spendere molto.
Leggi anche: Musicoterapia: gli effetti terapeutici della musica classica indiana (Raga Terapia)
10) Impastare pane e pizza insieme
Di solito cucinate insieme? Se non lo
fate mai è il momento di provare a collaborare per preparare qualcosa di
buono a due per la cena o per l'aperitivo di San Valentino. E' il
momenti di mettervi alla prova e di provare ad impastare insieme il pane e la pizza. Non importa se non siete cuochi provetti o se si tratta del vostro primo impasto. Vi divertirete un mondo!
Leggi anche: Ricette senza lievito: come preparare gli impasti per pane azzimo, pizza, focaccia e cracker
La prima come da titolo è successa a Dorgali . Ed è importante perchè dimostra che in una società sempre più allo sbando o meglio : << (....) In questa terra senza più fiumi\In questa terra con molti fumi\Tra questa gente senza più cuore \ E questi soldi che non hanno odore \E queste strade senza più legge\E queste stalle senza più gregge\Senza più padri da ricordare\E senza figli da rispettare.(...) >>
Hanno distrutto i lampioni del parco
Palmasera a Cala Gonone, località turistica sulla costa orientale della
Sardegna, e le mamme di sette ragazzini, tutti al di sotto dei 14 anni,
Cala Gonone
responsabili dell'azione, hanno portato i loro figli dal sindaco di
Dorgali, Angelo Carta, per autodenunciarsi. Ed il primo cittadino - che è
anche consigliere regionale del Psd'Az - per "punizione" li ha nominati
amministratori di Cala Gonone. A raccontare il fatto è lo stesso Carta,
nella sua pagina Facebook, affinché "questo sia di esempio per tutti".
"Quel giorno le sette mamme arrivarono nel mio ufficio con i ragazzi -
racconta Angelo Carta - erano già consapevoli della fesseria compiuta e
desiderosi di poter in qualche modo riparare". Dopo la discussione il
sindaco decide per loro una "punizione": "I ragazzi vengono nominati
amministratori di Calagonone, con la responsabilità di individuare le
cose che non vanno e quelle che devono essere fatte per migliorarlo.
Ogni settimana hanno un calendario di interventi che mi devono inviare:
per esempio pulire il giardino della scuola, pulire la pineta, la
spiaggia, raccogliere rifiuti abbandonati; io approvo o modifico il
programma di lavoro per la settimana successiva e aspetto il nuovo
programma per il venerdì seguente. Mi hanno chiesto quando finirà -
prosegue il sindaco - io a mia volta ho chiesto perché avevano fatto il
danno al parco. Mi hanno risposto: boh, anch'io ho risposto loro boh".
"Ringrazio queste mamme - conclude Carta - che hanno dimostrato di
tenere a cuore l'educazione dei figli. Il loro comportamento mi auguro
sia di esempio per tutti noi e un augurio di buon lavoro ai nuovi
amministratori di Gonone".
nobilissimo esempio di civismo, da parte dei genitori ( cosa rara , visto che adesso i genitori arrivano a denunciare quando va bene visto che ain alcuni casi si è anche arrivati a picchiare l'insegnante che rimprovera il figlio o danno ragione ai figli quando hanno torto marcio ) e del Sindaco, tranne che ai vandali in erba che nonnsnno neppure spiegare il loro gesto almeno prima , ai mie tempi , anche se con dele motivazioni ridicole lo si spiegava .Brave mamme e bravo Sindaco.Ecco quello che si chiama buon esempio di educazione e senso civico.Queste
sette mamme hanno fatto la scelta migliore ottenendo in cambio
un'ottima risposta da parte del Sindaco.
La seconda invece , se pur sintetizzata a differenza dea prima sempre dala versione free dell'unione sarda
La vicenda ha coinvolto i compagni di classe, i professori, il dirigente scolastico e i genitori.
Protagonisti
della vicenda due 14enni, un ragazzo e una ragazza studenti di Sanluri.
Questa volta è stato lui ad inviare alla compagna una foto sul
cellulare che lo ritraeva nudo. Poi il ricatto dell'amica "Se non vuoi
che faccia vedere la foto, mi devi dare tremila euro". Per la vittima
inizia il calvario.
I dettagli della notizia oggi in edicola con L'Unione Sarda nell'articolo di Santina Ravì. dimostra come glo adolescenti avrebbero sicuramente bisogno di maggiori attenzioni da
parte dei genitori anche verso le loro amicizie e il tempo che
trascorrono con il PC e sui cellulari
Finalmente era ora che anche l'ufficio nazionale antidiscriminazioni ( http://www.unar.it/ ) se ne accorgesse , non se ne poteva più . Capisco una bufala in cui possiamo incorrere tutti , sottoscritto compreso , ma non le menzogne cioè quelle usate come esempio questa a scopo politico \ ideologico . eccone un esempio preso tramite oknews dal sito http://www.butac.it/ - https://www.facebook.com/BufaleUnTantoAlChilo
La notizia di El Paisla trovate qui, ma la parola kamikaze non viene mai usata: l’articolo parla solo di come tra gli immigrati possano anche nascondersi elementi che viaggiano con documenti falsi forniti dai jihadisti. Documenti direttamente prodotti dall’ISIS.
El Pais
oltretutto identifica tre percorsi con i quali questa gente sembra
arrivare in Europa, ma nessuno dei tre vede l’Italia protagonista.
Ruta terrestre desde África.
Con escala brasileña
Desde Asia oriental
La mayor parte de las personas procedentes de esos países
en conflicto salen por tres vías. Una africana, que es fundamentalmente
terrestre y que culmina en el Centro de Estancia Temporal de
Inmigrantes (CETI) de Melilla. Otra sudamericana, que hace escala en
Turquía o Grecia, pasa por Sudamérica y aterriza en España para despegar
hacia otros países del norte de Europa. Y una tercera europea, que
culmina en Reino Unido, pero que hace escala en otros países europeos.
La maggior parte delle persone provenienti da questi paesi in
conflitto arriva in tre modi. Un africano, che è principalmente
terrestre e finisce presso il Centro di permanenza temporanea di
immigrati (CETI) a Melilla. Un altro sudamericano, che si ferma in
Turchia e Grecia, passando per il Sud America e da li in Spagna per poi
traslocare in altri paesi del nord Europa. E un terzo europeo, che si
conclude con la Gran Bretagna, ma si ferma anche in altri paesi europei.
Insomma l’Italia non viene nominata da
El Pais, i kamikaze neppure, sebbene si accenni alla possibilità di una
presenza di veterani.
Ma allora, che cosa dice Salvini?
Matteo, tu sei un europarlamentare.
Sulla tua bacheca vorrei leggere più spesso come vadano le riunioni
dell’Europarlamento. Vorrei sapere se avete discusso di quote latte, se
avete elaborato nuovi piani per il futuro del nostro paese. Questi
vomiti di odio religioso e xenofobo 24 ore su 24, sinceramente,
stancano. Sei pagato da noi per partecipare a quelle riunioni –
profumatamente, aggiungo. Smettila di fare l’attivista politico senza
direzione né causa.
Ogni mese dovresti stare almeno una
settimana a Strasburgo per le riunioni del parlamento. Lo fai? Dovresti
far sentire la voce italiana, dare la tua opinione da politico e non da
urlatore. Lo fai? La politica non è un gioco da social network: si fa
lavorando, non urlando. Io non ce l’ho con la Lega o con qualcuno in
particolare, ma quando vedo scene così mi viene seriamente il latte alle
ginocchia.
lo so che da libertartio mi secca che lo stato intervenga a fare lui una cosa delg enere che dovrebbe essere fatta dai noi cittadini . Ma amali estremi mali rimedi . Se noi cittadini , non importa che ragruppamento politico sia non sappiamo regolarci da soli e giusto chje sia qualcuno d'esterno che lo faccia per noi . Come sta facendo L'unar
Perchè stiamo rischiando una brutta deriva che va ben al di la dela semplice difesa delal propria identità contro una globalizzazione neo liberista ( relativismo culturale ) che distrugge o anzi peggio omologa
Questa è l'ultima storia per oggi . Lo so che molti ( soprattutto le ragazze ) mi dicono ma non è che stai diventando romantico come noi ? . No sto diventando vecchio . E poiessendo cresciuto con le nonne e prozie che leggevano e guardavano le telenovele .certe cose mi appassionano , se ben raccontante .
Ma qui non si tratta solo dis torie da romanzo rosa , ma storie di sofferenza e magari sìdi sensi di colpa .
Viene stuprata e dà la bimba in adozione Madre e figlia si incontrano dopo 35 anni
le due protagoniste
La storia di Kathy Anderson commuove gli Stati Uniti.
Quando
aveva solo 15 anni era stata stuprata da un amico di famiglia. Una
violenza in seguito alla quale era rimasta incinta. Non volendo
abortire, decise dunque di dare in adozione la bimba che portava in
grembo. Dopo 35 anni, ha potuto riabbracciarla. Commuove gli Stati Uniti
la storia di Kathy Anderson, che oggi ha 50 anni e si è rifatta una
vita in Texas, sposandosi e mettendo al mondo altre due figlie. "Per
anni mi sono domandata che fine avesse fatto quella bimba, che avevo
deciso di chiamare come me e che avevo dato alla luce in segreto, anche
all'insaputa dei miei genitori, cui non ero riuscita a confessare la
violenza che avevo subito". E piano piano la curiosità si è trasformata
in una sorta di bisogno, di rincontrare quella piccola creatura da cui
era stata costretta a separarsi. Finché un giorno, Kathy si è imbattuta
in un sito web, specializzato proprio nel riunire amici e congiunti che
la vita ha allontanato. E dopo alcune ricerche i "cacciatori di parenti"
sono riusciti a risalire a Kathy junior, residente in Arizona e
anch'essa desiderosa da sempre di conoscere chi l'avesse messa al mondo.
Mamma e figlia hanno così potuto ritrovarsi. "Abbiamo legato
immediatamente – hanno raccontato dopo l'incontro - ed è come se non ci
fossimo mai separate. Adesso viviamo assieme e vedo le mie sorelle
spesso. È bellissimo. Stiamo cercando di costruire ricordi, di
recuperare il tempo perduto".
Per l'Inps è morto: resta senza pensione Per riaverla costretto a dichiararsi vivo
La sede cagliaritana dell'Inps
Il medico cagliaritano, protagonista della paradossale vicenda, è stato costretto a provare di essere in vita.
Per
l'Inps era morto lo scorso 5 dicembre e la sua pensione era stata
cancellata. Onorio Piano, 61 anni, medico cagliaritano che per anni ha
lavorato proprio nell'Istituto di previdenza, è invece vivo e vegeto. Ma
per riavere la sua pensione ha dovuto dimostrarlo carte alla mano. «Non
solo non si sono scusati per l'assurdo equivoco - spiega la moglie -,
ma ci hanno costretto a chiedere una formale rettifica».
Non somno cose kaffiane che possono succedere una volta ogni cento anni , ma sono la norma infatti all'articolo sopra riportato nella versione free dell'unione sarda online , è comparso fra. i tanti commenti questo di .
. spiritello 10/02/2015 13:41 Morti premature Non sono episodi isolati, è capitato a me personalmente di dover presentare l'atto di esistenza in vita per riavere l'accredito della pensione. Portati i documenti alla sede di appartenenza non appena l'addetta mi vede sviene, evidentemente per lei era la prima volta che si trovava faccia a faccia col fantasma di un pensionato, da qui il mio nick spiritello.
Purtroppo In Italia migliaia di persone morte 30 \40 anni fa percepiscono ancora la pensione che finisce in tasca a i parenti nipoti ecc. e a molti vivi li tolgono la pensione dichiarandoli morti anche vedendoseli davanti li dicono lei non ha diritto e morto 3 mesi fa, deve provare che è vivo dice l’impiegato anche se conosce bene il pensionato . Ad altri è successo per 14 anni che per l' INPS era morto, addirittura versando sempre i contributi. Sino a quando non è arrivato all'età pensionabile. Dopodiché documenti, su documenti e spese per dimostrare e dichiarare che era vivo. Non ci sono parole ! Bisognerebbe , lo so che ti fai un po' di arresti domiciliari o una denuncia , ma forse invece di risponderti lei è morto avendoti davanti \ faccia a faccia , provvederanno a regolarizzare il loro errore ed eviteranno di ripeterne altri almeno si spera
lo so che è inglese e farò fatikcare parecchio chi non lo parla o non lo capisce ma moltimiei seguiaci sono anche internazionali ( americani specialmente ) . comunque per chi non mastica inglese non ha voglia po tempo di leggerlo nell'originale ecco ( sintetico purtroppo , ma avevo poca voglia di stare a fare richerche ) lo trova qui sul sito di www.leggo.it
da www.haaretz.com When a black German woman discovered her grandfather was the Nazi villain of 'Schindler's List'An odd series of events led Jennifer Teege to discover that her grandfather was none other than the notorious Nazi Amon Goeth.
In the mid-1990s, near the end of the period during which
she lived in Israel, Jennifer Teege watched Steven Spielberg’s film
“Schindler’s List.” She hadn’t seen the film in a movie theater, and
watched it in her rented room in Tel Aviv when it was broadcast on
television.
“It was a moving experience for me, but I didn’t learn much about the Holocaust from it,” she tells me by phone from her home in Hamburg, mostly in English with a sprinkling of Hebrew. “I’d learned and read a great deal about the Holocaust before that. At the time I thought the film was important mainly because it heightened international awareness of the Holocaust, but I didn’t think I had a personal connection to it.”
Indeed, it was not until years later that Teege, a German-born black woman who was given up for adoption as a child, discovered that one of the central characters in the film, Amon Goeth, was her grandfather. Many viewers recall the figure of Goeth, the brutal commander of the Plaszow concentration camp in Poland – played in the film by Ralph Fiennes – from the scenes in which he shoots Jewish inmates from the porch of his home. But Teege, who had not been in touch with either her biological mother or biological grandmother for years, had no idea about the identity of her grandfather. The discovery came like a bolt from the blue in the summer of 2008, when she was 38 years old, as she relates in the memoir “Amon,” which was published in German in 2013 (co-authored with the German journalist Nikola Sellmair), and is due out in English this April under the title “My Grandfather Would Have Shot Me: A Black Woman Discovers Her Family’s Nazi Past.” Teege is scheduled to visit Israel next week to take part in events marking the book’s publication in Hebrew (from Sifriat Poalim), at the International Book Fair in Jerusalem, the University of Haifa and the Goethe Institute in Tel Aviv. She opens her book by describing the 2008 visit to a library in Hamburg to look for material on coping with depression. While there, she happened to notice a book with a cover photograph of a familiar figure: her biological mother, Monika Hertwig (née Goeth). She immediately withdrew the book, titled “I Have to Love My Father, Right?,” and which was based on an interview with her mother.“The first shock was the sheer discovery of a book about my mother and my family, which had information about me and my identity that had been kept hidden from me,” Teege says. “I knew almost nothing about the life of my biological mother, nor did my adoptive family. I hoped to find answers to questions that had disturbed me and to the depression I had suffered from. The second shock was the information about my grandfather’s deeds.”
Thus Teege embarked on a long personal journey in
the wake of the unknown family heritage. But in the first half year
after the discovery at the library, she relates, “I lapsed into silence,
I slept a lot and I wasn’t really functioning. Only afterward did I
begin to analyze the situation and try to understand the characters of
my mother and my grandmother. I only started to learn more about my
grandmother at the end. Today I understand that I went through the
process step by step, peeling away layer after layer. But in the first
months I had no idea what to do.”
Teege was born on June 29, 1970, in Munich, the
offspring of a brief affair between her mother and a Nigerian man. At
the age of one month, she was placed in a Catholic children’s home, and
when she was three, she was transferred to a foster family, which
adopted her formally when she was seven. That also marked the end of the
loose ties she had had until then with her mother and her grandmother.
The only black girl in the Munich neighborhood
where she grew up, she was often the butt of insulting remarks about her
skin color. In 1990, after graduating from high school, Teege went to
Paris, where she became friends with a young Israeli woman, Noa
Berman-Herzberg, now a screenwriter. Teege arrived in Israel the
following year, toured around worked on a tourist boat in Eilat and had a
brief affair with an Israeli man. After they broke up, she decided to
remain in Tel Aviv. She learned Hebrew, received a B.A. from the Middle
Eastern and African Studies Department of Tel Aviv University, and
worked in the city’s Goethe Institute. She left the country in 1995.
“Germans who come to Israel never know what kind of
reception they will get,” she says. “I was welcomed with open arms. My
German origin generated interest – not because of the Holocaust or
Nazism, but mainly because of [then] recent events, such as the toppling
of the Berlin Wall and the unification of Germany. In any event, I
didn’t represent the German stereotype.”
Her skin color served as camouflage, even if Teege
didn’t yet know for what. Years later, when she discovered her actual
roots, she recalled the many Holocaust survivors she had met at the
Goethe Institute. They came because they wanted to speak and hear
German, the language of their old homeland, she notes in her book. When
she saw the numbers tattooed on their arms in the camps, she felt for
the first time that there was something disadvantageous about belonging
to the German nation – something that demanded an apology.
Teege shared her rented apartment in Tel Aviv with
the actor and director Tzachi Grad, then at the start of his
professional career.
“Jennifer seemed to me special and beautiful, a
woman with European class,” he recalls now. “We got along very well in
the apartment, we became friends and talked about many different
subjects. The fact that it turned out years later that her grandfather
was a sadistic Nazi is no reflection on her, even if some of the genetic
matter and traits came from him. I do not attribute to the Nazis’
descendants the wrongs perpetrated by their forebears.”
Therapist in tears
After leaving Israel, Teege moved to Hamburg and
started to work in an ad agency, where she met her partner, Goetz Teege.
They have two children. When she found out that Amon Goeth was her
grandfather, she entered psychotherapy. The therapist himself burst into
tears when he heard her story at their first meeting, but afterward
helped her cope with the questions that hounded her.
Digging into the past brought her face to face with
many of the atrocities perpetrated by her grandfather, who was known as
the “butcher of Plaszow.” He shot inmates from his porch every morning
and had two dogs that were trained to attack prisoners at his command.
After the war, Goeth faced trial in Krakow on after
being accused of genocide, including responsibility for the death of
8,000 people in Plaszow and the murder of some 2,000 more during the
evacuation of the Krakow Ghetto. He denied responsibility for the
crimes, and said he had only been following orders. He was hanged in
September 1946. His last words were “Heil Hitler.”
Goeth never saw Monika, the daughter he had
fathered a year earlier during an extramarital affair he had with Ruth
Irene Kalder, a young German woman who worked as a secretary in the
Wehrmacht; Goeth's wife had remained behind in Austria.
The couple were introduced by Oskar Schindler – who
needed to have good ties with Goeth so as to obtain Jewish workers for
his factory – at a dinner in Goeth’s villa. Kalder became Goeth’s lover,
moved in, raised two dogs of her own and lived a life of wanton luxury.
His plan to divorce his wife and marry Kalder was dashed when he was
arrested and executed.
Teege, who remembers her grandmother as a central
figure in her early childhood, who showed her more warmth and love than
her mother, also delves into her grandmother’s attitude toward Goeth’s
deeds. For years Kalder denied his crimes and claimed she knew nothing
about them; she and Teege never discussed the subject.
In a conversation in 1975 with the Israeli
journalist and historian Tom Segev (who spoke to her while he was
reporting his 1988 book “Soldiers of Evil”), she said, “It was a
beautiful time. We enjoyed being together. My Goeth was the king, and I
was the queen. Who wouldn’t have traded places with us?”
In 1983, when Teege was 13, her adoptive parents
told her they had seen mourning notices in the paper for her biological
grandmother. They did not know that Ruth Irene Goeth (she had changed
her surname after the war) had committed suicide in the wake of a
serious illness – and also, apparently, because of belated regret for
her moral blindness during the Holocaust.
After learning about Goeth’s deeds and the life her
grandmother led in Krakow during the war, Teege decided to go see the
place where her grandfather had murdered people – to get very close to
him in order to distance herself from him afterward, as she writes in
the book. I ask her whether she succeeded in her mission.
“At the beginning I didn’t know that it was
important to be close to Amon,” she replies. “I felt a powerful need to
be done with this part, and I decided to visit Krakow and the memorial
monument for the Plaszow camp, to place flowers there and honor the
victims, so that I could resume a normal life. When I returned to
Germany after the visit, I felt a certain release. I wanted to let go of
the past but not to make it disappear. I didn’t want to be like my
mother, who felt so tied to the family past and couldn’t disconnect
herself from it. I managed to achieve distance.”
Closing the circle
In her book, Teege describes her quest to learn
about her grandparents, mother and biological father (whom she did not
meet until adulthood). She also talks about the difficulty she had
sharing her life story with her Israeli girlfriends. She remembered that
relatives of two of her friends had perished in the Holocaust, although
she did not know whether they had relatives in the ghettos and camps
where her grandfather had served.
One of Teege’s Israeli friends, Anat Ben Moshe, now
a nurse at Yoseftal Hospital in Eilat, recalls that she and Noa
Berman-Herzberg had stayed in touch with Teege after she left Israel,
and had even attended her wedding, but that suddenly, and over a period
of two years, she stopped responding to their emails.
In 2011, when the Israeli film “The Flood” (for
which Berman-Herzberg wrote the screenplay, together with the director,
Guy Nativ, and which stars the former roommate, Tzachi Grad) was
accepted by the Berlin Film Festival, Teege was invited to the
screening. With some apprehension, she renewed the connection with her
friends, and told Berman-Herzberg the whole story.
Later that year, Teege visited Israel, and she and Ben Moshe met for a long talk.
“I wanted to understand all the details and to know
that she was seeing the picture properly and coping with it. I
supported her when she decided to make the story public,” Ben Moshe
says. Later, she invited Teege to accompany her son’s high-school class
on a visit to the Plaszow camp. Teege accepted the invitation, told the
students her story and replied to their stunned questions.
Her book ends with an account of the extraordinary
ceremony that the teenagers from Israel conducted together with her, in
memory of the victims in the camp of which her grandfather was
commandant.
Teege is very excited about her upcoming visit to
Israel. “I very much wanted the book to be translated into Hebrew, and I
am looking forward to seeing how it’s received,” she says. “People ask
me if I’m not afraid of the visit, but I have no fears. I lived in
Israel for five years, I have friends there and I know the mentality a
little.
“I am first of all Jennifer and not first of all
Amon Goeth’s granddaughter. I am coming as a private person, even though
I know that I am more than that. The survivors who were in contact with
me see me differently. I am so different from the figure of my
grandfather. Some of them, who were in touch with me after the book came
out in German, responded very warmly and said that reading my story was
a kind of closing of the circle for them.”
‘Drop of humanity’
One of the survivors who contacted Teege was Rena
Birnhack, 88, from Haifa, one of the Schindler’s list survivors.She
expects to meet with the younger woman during her visit here next week.
“Goeth was even worse than he is described in
Teege’s book, but it was important for me to contact her, because I am
perhaps the only Jew who was left alive and survived because of her
grandfather,” Birnhack says, in an interview with Haaretz.
She was born in Krakow and sent to the city’s
ghetto with her family as a girl. She relates that she took the family’s
dog with her to the ghetto. The dog gave birth to two puppies, and when
the ghetto was liquidated, in March 1943, and the residents were
summoned for a “selection” process – to decide who would be deported to
Auschwitz and Belzec, and who would do forced labor in the Plaszow camp –
Birnhack had to abandon the older dog but took the two puppies, wrapped
in a small coat.
“It was the first time I saw Amon, a huge,
frightening person,” Birnhack recalls. “In the selection he indicated
with a finger movement who should go to which side. When he saw me
holding the coat, he shouted, ‘What do you have there?’ But when he saw
the two puppies, a drop of humanity came into his eyes for a few
seconds. He asked me what I intended to do with them, and I offered them
to him as a present. He ordered one of the soldiers to take the
puppies, and sent me to the side with those who would remain alive.”
From reading Teege’s book, Birnhack learned that
Goeth gave the puppies to Irene, who raised them in the villa. During
her time in Plaszow, Birnhack saw Goeth only at camp roll-calls – or
when he shot inmates from the porch. She, her sister and her parents
were among the Schindler survivors.
cazzeggiando su oknews ho trovato questa storia riporta da http://www.economia-italia.com/ che dimostra e smonta un mio pregiudizio ( dovuto anche ad esperienze personali sul lavoro nei giardoni ) che i ricchi siano solo spocchiosi e tirchi .
Non esiste una vera e propria formula che ci spiega come diventare ricco.
Una delle cose che possiamo fare però, è quella di prendere ispirazione ed esempio da persone che nella vita hanno avuto successo - anzi - un enorme successo, come nel caso del signor Andrew Carnegie. Sebbene Mr. Carnegie sia morto ormai nel 1919, la sua leggenda di uno degli uomini più ricchi del mondo dura ancora oggi, sia nelle sue opere filantropiche ( regalò il 90% dei propri beni in beneficenza) sia perché uno dei personaggi della Disney di più grande successo, é ispirato proprio a Lui.
Come avrete notato, quando si parla di tanto denaro, Noi usiamo la figura di Paperon De Paperoni, il papero miliardario di Paperopoli; un taccagno col fiuto degli affari, ma che ha un cuore grandissimo.
Andrew Carnegie era proprio così: un uomo pieno di talento, di intuizioni, un taccagno a suo modo che però si dimostrò uno dei filantropi più generosi del mondo, vediamo insieme la sua storia, non molto famosa in Italia Andrew Carnegie nasce nel 1835 in Scozia (Gran Bretagna) ma nel 1848 la sua famiglia di umili origini, si trasferisce nel nuovo mondo, in Pennsylvania. I suoi,nonostante le precarie condizioni economiche hanno sempre spronato a studiare e conoscere.A 13 anni inizia con il suo primo lavoro: in un'industria tessile fa il bobbin boy, il ragazzo-bobina, cioè quei ragazzini che portavano le bobine di cotone alle donne che erano nelle macchine per fare la maglia, il tutto 12 ore al giorno per 6 giorni alla settimana, la sua paga iniziale è di 1,20 $ a settimana (!).Nel 1850, Andrew Carnegie diventa un fattorino telegrafista presso l'Ufficio di Pittsburgh della Ohio Telegraph Company, a 2,50 dollari a settimana, grazie alla raccomandazione di suo zio.
IL suo nuovo lavoro gli da molti vantaggi, tra cui l'ingresso gratuito al teatro locale. Questo gli fece
Andrew Carnegie, ispirò il personaggio di Walt Disney, Paperon 'de Paperoni
apprezzare le opere di Shakespeare. Era un gran lavoratore e si memorizzava tutte le posizioni delle imprese di Pittsburgh e i volti degli uomini importanti. Fece molte conoscenze in questo moto; ha anche molta attenzione al suo lavoro, e rapidamente impara a distinguere dai diversi suoni, i segnali telegrafici in arrivo prodotti. Sviluppa la capacità di tradurre i segnali del telegrafo ad orecchio, senza utilizzare la carta, e in un anno viene promosso ad operatore telegrafico.IL suo nuovo lavoro gli da molti vantaggi, tra cui l'ingresso gratuito al teatro locale. Questo gli fece apprezzare le opere di Shakespeare. Era un gran lavoratore e si memorizzava tutte le posizioni delle imprese di Pittsburgh e i volti degli uomini importanti. Fece molte conoscenze in questo moto; ha anche molta attenzione al suo lavoro, e rapidamente impara a distinguere dai diversi suoni, i segnali telegrafici in arrivo prodotti. Sviluppa la capacità di tradurre i segnali del telegrafo ad orecchio, senza utilizzare la carta, e in un anno viene promosso ad operatore telegraficoL'educazione e la passione per la lettura di Carnegie è anche grazie al colonnello James Anderson, che ha aperto la sua biblioteca personale di 400 volumi per i ragazzi che lavoravano ogni Sabato sera. Carnegie era un mutuatario coerente e un "self made man" sia nella sua lo sviluppo economico e il suo sviluppo intellettuale e culturale. La sua capacità, la sua disponibilità per il duro lavoro, la sua perseveranza e la sua prontezza , presto lo portarono a sfruttare alcune opportunità che la vita gli offrì.A partire dal 1853, Thomas A. Scott della Pennsylvania Railroad Company , prendencome impiegato Carnegie (come segretario e operatore del telegrafo) con uno stipendio di $ 4.00 per settimana. A 18 anni, il giovane Carnegie, iniziò una rapida avanzata attraverso questa importante società, diventando il sovrintendente della divisione Pittsburgh. Il suo lavoro alla Pennsylvania Railroad Company , sarebbe stato di vitale importanza per il suo successo in seguito. Le ferrovie sono state le prime grandi imprese in America, e la Pennsylvania è stata una delle più grandi di tutte. Carnegie ha imparato molto sulla gestione e il controllo dei costi nel corso di questi anni, dal suo capo Scott, in particolare.Nel 1855 il primo investimento fu di 500 dollari ( che furono garantiti dalla madre con un ipoteca sulla casa di 700 dollari), un investimento sicuro consigliato dallo stesso capo della Pennsylvania Railroad che gli consegnò di comprarci azioni di un'azienda legata proprio alla Railroad Company, con la quale doveva
Andrew Carnegie
fare sostanziosi affari nel futuro prossimo. Ovviamente l'investimento andò a buon frutto e furono questi i primi soldi veri guadagnati da Carnegie.Economia di guerra: poco prima dellaguerra di secessione Carnegie fiutò un grande affare e investì in quella che oggi potremmo chiamare una start-up, l'azienda americana che inventò la carrozza letto di prima classe, ovviamente anche questo fu un grande successo come investimento, poi arrivò la guerra di seccessione e Carnegie fu fatto direttore della Pennsylvania Railroad Company perché il precedente direttore e suo amico venne fatto capo dei trasporti militari dell'Unione. Carnegie stesso si preoccupò del rifornimento truppe tramite treni e dell'informazione tramite telegrafo, e fu in prima persona nei luoghi delle battaglie per poter far funzionare questi decisivi servizi. Fu in questo periodo che sia l'industria ferroviaria che l'industria del telegrafo ebbero un'enorme espansione, questa 'economia di guerra' che moltiplica il fatturato delle grande industrie fu poi la base di tutta l'economia americana dalla guerra di secessione ad oggi, che si sta decidendo di invadere o meno l'ISIS: la guerra porta denaro, é un affare che fa andare avanti l'economia.Investimenti nel petrolio: Carnegie nel 1864 investe 40.000 $ in una fattoria che estrae petrolio, questa azienda nel giro di 1 anno offre dividenti per oltre 1 milioni di dollari; una vera e propria gallina dalle uova d'oro.Gli utili che Carnegie li rinveste sull'industria dell'acciaio. Grazie alla guerra Pittsburg diventa uno dei più importanti centri per l'industria dell'acciaio in america e Carnegie pian piano reinveste i suoi guadagni proprio in questa industria. A Carnegie bastano 50 mila dollari l'anno per vivere e reinvestire ( cifra astronomica, per quel tempo) , lui dice, il resto vorrebbe darlo in beneficenza, questo lo asserisce proprio in questi anni, quando inizia a costruire il proprio impero economico.
La Carnegie Steel Company a Pittsburg
Carnegie ha fatto la sua fortuna nel settore siderurgico, che
controlla i maggiori interventi di ferro integrato e acciaio, sempre di
proprietà di un privato negli Stati Uniti. Una delle sue due grandi
innovazioni era nellaproduzione di massaa basso costo ed efficiente per la produzione di acciaio, adattando il processo Bessemer sempre
pe produrre acciaio. Sir Henry Bessemer aveva inventato il forno che
ha permesso l'alto contenuto di carbonio di ghisa da bruciare via, in
modo controllato e rapido. Il prezzo dell'acciaio è sceso come
conseguenza diretta, e l'acciaio Bessemer è stato rapidamente adottato
per le linee ferroviarie e le travi di edifici e ponti. La seconda era
nella sua integrazione verticale di tutti i fornitori di materie prime.
Alla fine del 1880, la Carnegie Steel Company,
(1892 - 1952) era il più grande produttore di ghisa, rotaie d'acciaio, e
coke nel mondo, con una capacità di produrre circa 2.000 tonnellate di
metallo maiale al giorno. Nel 1888, Carnegie ha acquistato la rivale Homestead Steel Works,
che comprendeva un vasto impianto servito da giacimenti di carbone e di
ferro tributari, una 425 miglia (685 km) lungo ferroviaria, e una linea
di navi a vapore sul lago; nel 1892, fu teatro di un drammatico sciopero che sfociò in una carneficina.. Carnegie ha messo insieme i suoi beni e dei suoi collaboratori nel 1892, con il lancio della Carnegie Steel Company.Nel 1901, Carnegie era di 66 anni stava considerando il pensionamento. Ha riformato le sue imprese in società per azioni , come la preparazione a questo fine carriera. All'epoca, J.P. Morgan ,
era un banchiere, forse il più importante d'America e aveva già notato
come le industrie di Carnegie erano proficue. J.P Morgan, immaginava un
settore siderurgico integrato che avrebbe tagliato i costi, prezzi più bassi per i consumatori, di produrre in quantità maggiore e aumentare i salari ai lavoratori. A tal fine, aveva bisogno di comprare Carnegie e molti altri grandi produttori e di integrarli in un'unica società, eliminando duplicazioni e sprechi. Ha concluso i negoziati il 2 marzo 1901, e ha costituito la United States Steel Corporation ( ancora attiva , un vero e proprio colosso mondiale dell'acciaio che ancora oggi si comporta in modo predatorio
nei mercati , come é accaduto recentemente in Canada, dove ha comprato
l'industria locale per non farla produrre, il Governo del Canada ha
un'azione legale ancora aperta contro la USSC) . E 'stata la prima
azienda al mondo con una capitalizzazione di mercato di oltre $ 1 miliardo. La trattativa commerciale, segretamente negoziato da Charles M. Schwab (nessuna parentela con Charles R. Schwab), è stata la più grande acquisizione industriale nella storia degli Stati Uniti fino ad oggi.
Le partecipazioni sono state incorporate nella United States Steel
Corporation, un trust organizzata da Morgan, e Carnegie ritirato dagli
affari. Le sue imprese siderurgiche sono stati acquistate ad una cifra
pari a 12 volte il loro valore retributivo annuale, cioé 480,000,000
dollari (pari nel 2015,a 13,6 miliardi dollari), che all'epoca era la
più grande operazione commerciale mai fatta.
Carnegie Hall, il più famoso dei progetti filantropici culturali di Carnegie
Carnegie, il grande filantropo: dal 1901 al 1919, anno della sua morte Andrew Carnegie, spese il proprio tempo in operazioni filantropiche, diventando uno dei più grandi filantropi della storia.
Aprì scuole, teatri, università, librerie. Bisogna considerare che,
come accennato sopra, Carnegie non era una persona che amava eccessivi
lussi personali, come diceva lui con 'appena' 50 mila dollari all'anno
Lui riusciva a vivere più che bene, quello che eccedeva dai suoi
guadagni gli piaceva spenderli in opere filantropiche. Lui stesso da
ragazzino, quando guadagnava pochissimo , fu aiutato da persone
facoltose che gli permisero di andare , quando non lavorava, in
biblioteca e leggere libri gratis. L'amore per la cultura , che
gli permise in seguito di essere ammirato e di fare conoscenze nelle
'alte sfere', nonostante non avesse mai realmente studiato in una scuola
o in una università, lo portarono alla consapevolezza che anche altre
persone potevano fare come Lui, di diventare un giorno un self made man.Carnegie politico: Carnegie non si interessò mai attivamente e
in prima persona alla politica, fu però sempre molto contrario
all'Imperialismo Americano e si oppose quando l'America invase le
Filippine. Carnegie, forse fino da allora intuiva che le conquiste
portano con sé non solo benefici economici, ma enormi sprechi di danaro
pubblico e sofferenze nelle popolazioni locali.
Trieste Eredita 900 milioni di lire. Bankitalia: "E' carta straccia"
L'incredibile vicenda di un
invalido triestino: il lascito dello zio era custodito in una cassetta
di sicurezza. L'istituto centrale si rifiuta di convertire le banconote
scadute in euro. Ma la Corte costituzionale potrebbe dare ragione al
ricorrente.
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Riceve in eredità dallo zio defunto 900 milioni di vecchie lire e vari
titoli di Stato, ma scopre che non può incassarli. È la surreale vicenda
che sta vivendo un triestino di 43 anni, Francesco Cantarutti,
sordomuto dalla nascita e invalido al 100 per cento.
Lo zio materno, imprenditore edile che operava in città, morto
recentemente celibe e senza figli, gli ha lasciato un "piccolo"
patrimonio che però Bankitalia giudica come inesigibile per la scadenza
dei termini di conversione lira-euro anticipata dall’ex premier Monti.
La vicenda finirà davanti alla Corte Costituzionale.
Il lascito era custodito in una cassetta di sicurezza: oltre alle
banconote in valuta italiana ormai scaduta, c'erano anche titoli di
Stato. In corso una battagli legale per consentire all'invalido di
incassare la cospicua somma.
Ecco perchè ricordo a 360° o al netto delle colpe come dicevo in un precedent post perchè la verità e la responsabilità in tragedia storiche come questa non sta mai da una parte sola e non è mai a senso unico ( o alkmeno cosi dovrebbe )
Quando nel 2004 venne istituito il “Giorno del ricordo” per commemorare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata l’Italia della “seconda repubblica” stava confusamente cimentandosi, attraverso una convergenza bipartisan, nella riscrittura della storia nazionale per legge.
La narrazione del passato aveva da sempre rappresentato un terreno di scontro politico tra i partiti e l’uso pubblico della storia in chiave revisionista aveva segnato non solo la crisi del paradigma fondativo della democrazia, l’antifascismo, ma soprattutto la piena legittimazione di una “dualità memoriale”, quella dei vinti equiparata a quella dei vincitori, nella quale le ragioni e i torti delle parti in conflitto venivano portate a sintesi da una semplificazione di linguaggi, gesti simbolici ed elementi di fatto che lambivano la parificazione di vittime e carnefici.
L’istituzione del “Giorno del ricordo”, impropriamente indicato nella ricorrenza della firma del Trattato di Pace di Parigi del 1947 visto che le violenze delle foibe si verificarono nel settembre ’43 e poi nel maggio ’45, si collocò come fattore di “riequilibrio” memoriale tra la sinistra e la destra come se la storia fosse una coperta con cui avvolgere la propria legittimità politica anziché faticosa verifica di fatti e processi complessi.
La riscrittura “condivisa” delle vicende storiche italiane comportò l’oblio su questioni centrali della nostra identità nazionale come il consenso al fascismo, le leggi razziali o i crimini di guerra compiuti dalle truppe del regio esercito, e rimasti impuniti, in Jugoslavia, Grecia, Albania, Urss e nelle colonie africane.
Le ragioni politiche di quello sciagurato “patto sulla memoria” coincisero con le esigenze dei partiti della seconda repubblica che riaffermarono su quel terreno la rispettiva legittimità a guidare il paese nella democrazia dell’alternanza.
Tutto ciò all’alba della nascente “terza repubblica”, quella senza Senato elettivo e imperniata sul Cancellierato forte, potrebbe apparire addirittura superato. Il fattore storico-memoriale sembra aver perduto da un lato la centralità valoriale della legittimità democratica, rappresentata dall’alterità fascismo-dittatura; antifascismo-libertà, e dall’altro quel significato generale di lettura e senso del rapporto tra passato e presente in grado di connettere tra loro vissuti e vicende generazionali tanto distanti a settant’anni dalla Liberazione.
In questo quadro, con la crisi della rappresentanza acuita da quella economica, il conflitto sulla memoria cambia forma e tende a risolversi in un complesso unificante quanto identitariamente indefinito che forse meglio di ogni altra cosa si identifica con la nozione del “partito della nazione”. L’oblio sui crimini di guerra italiani piuttosto che le strumentalizzazioni politiche delle drammatiche vicende del confine orientale e delle foibe sembrano perdere la loro stessa alterità, inglobate da una narrazione a-conflittuale, e tendenzialmente vittimaria, che tutto tiene insieme e dunque tutto equipara in modo indolore.
Così, aperto il settennato con la visita alle Fosse Ardeatine, il neo Presidente della Repubblica celebra pochi giorni dopo il “Giorno del ricordo” e l’immagine complessiva appare sempre più sfocata in un quadro della rappresentazione della storia patria che abbandonando la rielaborazione critica del passato si concentra sulla centralità di un presente senza storia.