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16.1.26

C'era una volta in Italia gli anni 80 i paninari intervista a Bircide paninaro pseudonimo di Ramon Verdoia,

Il post intervista d'oggi è nato da lettura in Enrico Deaglio C'era una volta in Italia. Gli anni Ottanta ( foto di copetrtina   sotto    al centro )   la  parte  riguardante    i  Paninari (  qui alcune news e  definizione del movimenti  su  PANINARO |Facebook )    soprattutto quando parla e rimanda a Bircide pseudonimo di Ramon Verdoia, inventato negli anni '80 dietro ai banchi di scuola, durante una noiosissima lezione di Religione, non ha un significato preciso e non esiste nel vocabolario di nessuna lingua al mondo ! . « Oggi Bircide è conosciuto nel web come il fenomeno PANINARO, quindi legato strettamente al personaggio reale che viene impersonato da me stesso !
Questo e' un gruppo di riferimento dei Paninari legati fedelmente agli anni '80 prevalentemente conservatori del movimento! è un personaggio reale 😎 attivo e presente nel web conosciuto per il fenomeno Paninaro 🍔🍟 Testimonial TIMBERLAND 🇺🇸 per rappresentare la subcultura nel Docufilm 50° 🎬 protagonista nel 2024 del 7° Ep. di FACCENDE COMPLICATE su Rai Tre 📺 »


   la  parte  rigiuardante    i  Paninari *   soprattutto quando parla e rimanda a Bircide pseudonimo di Ramon Verdoia, inventato negli anni '80 dietro ai banchi di scuola, durante una noiosissima lezione di Religione, non ha un significato preciso e non esiste nel vocabolario di nessuna lingua al mondo ! . « Oggi Bircide è conosciuto nel web come il fenomeno PANINARO, quindi legato strettamente al personaggio reale che viene impersonato da me stesso !
Questo e' un gruppo di riferimento dei Paninari legati fedelmente agli anni '80 prevalentemente conservatori del movimento! è un personaggio reale 😎 attivo e presente nel web conosciuto per il fenomeno Paninaro 🍔🍟 Testimonial TIMBERLAND 🇺🇸 per rappresentare la subcultura nel Docufilm 50° 🎬 protagonista nel 2024 del 7° Ep. di FACCENDE COMPLICATE su Rai Tre 📺 »

Si parla di un ritorno dei panari è : nostalgia o nuova moda visto che molti siti efinisco i paninari come influencer ante litteram dei marchi di successo di oggi tu come la vedi ? 

  Sembra assurdo affermare una tale ipotesi, ma per me i Paninari ci sono sempre stati ancor prima che nascessero ufficialmente nei primissimi anni 80 a Milano, ognuno di noi dentro di se ha un qualcosa di Paninaro che può oscillare da uno 0,1% ad un 100%, un truzzo lo si riconosce anche sotto la doccia, così come un Paninaro in spiaggia, senza sbirciare la marca del suo costume s'intende, perché Paninari si nasce e difficilmente lo si diventa ! La nostalgia è sicuramente complice del ritorno allo stile da cui il fenomeno ha avuto origine, credo che tutto sia ripartito con il mio primo mediometraggio IL RITORNO DEI PANINARI pubblicato nel 2010, era un periodo in cui attorno a noi non c'era nulla di Paninaro, solo qualche pallido Moncler appeso e le solite Timberland negli store ufficiali, ma niente di più... l'impatto di quel film nel web fu per me fu la prova che qualcosa si poteva ancora dare al Paninaresimo, tutto nacque un po' per gioco, ma negli anni a seguire divenne per me quasi una sfida; iniziai a godere nel vedere risollevare l’interesse in tanti ex-Paninari sparsi in tutta Italia e non solo, molti sguardi spenti dei miei coetanei iniziarono nuovamente a brillare come negli anni 80! Con il tempo iniziai a suscitare l'attenzione al nuovo fenomeno che io definii nei primissimi anni ’10 “Rinascimentale” dei Paninari, i mass media e le Radio, oltrechè i Giornali iniziarono a dedicare intere Pagine sulla storia del fenomeno nato a Milano, e se vogliamo risorto da un volenteroso sognatore del Torinese. Il Paninaro rimane anche oggi fedele a quello spazio temporale in cui si è velocemente evoluto, partendo senza saperlo agli esordi con un semplice Bomber MA-1 e delle Timberland Chukka di colore arancio, fino ad arrivare al Barbour sul finire del decennio che stava per spegnere purtroppo questa ardente fiamma, passando attraverso il Moncler e l'Henri lloyd, insomma, la nostra oggi è oramai un etichetta dal quale liberarsene è veramente difficile e molto improbabile, cambiare immagine vestendo marchi diversi dagli storici brand è un qualcosa di inimmaginabile, specie per i conservatori come il sottoscritto, d’altronde Dark, Punk, Metallari ci si traveste, mentre Paninari ci si veste!


2 cercando cosi per rinfrescarmi quela cultura in cui sono anche se di striscio essendo del 1976 con paninari oggi ho trovato su Ai mode di google :
marchi simbolo (Moncler, Timberland, Levi's) sono diventati icone di lusso, anticipando il potere dei brand e dello street style, ma il "paninaro" si è anche evoluto nello "street fooder" moderno, come i chioschi romani di "ciriola", che offrono panini gourmet e locali, mantenendo vivo lo spirito del cibo di strada e del gusto regionale. Eredità e Nostalgia: Gruppi di Fedelissimi: Persistono comunità online e offline di nostalgici che ricreano look e atmosfere anni '80, a volte ancora indossando i capi originali o rivisitati. Influenza sulla Moda: I paninari hanno sdoganato il valore dei marchi, anticipando tendenze attuali, con brand come Moncler, Timberland e Levi's oggi posizionati nel settore del lusso, come riporta FashionUnited. Evoluzione nel Cibo di Strada (Street Food): Il "Paninaro" Moderno: Il concetto di paninaro si è trasformato nello street food di qualità. A Roma, ad esempio, locali come Dar Ciriola offrono "ciriola" (pane tipico) farcite con ingredienti romani tradizionali, combinando gusto e modernità. "Lixae" e Food Truck: Il paninaro storico, chiamato un tempo "lixae", è considerato un antenato dei moderni food truck, che portano il cibo di strada in giro, sottolineando la continuità di questa tradizione. In Sintesi: Mentre i fast food originali dei paninari non esistono più, il fenomeno vive attraverso la nostalgia, la riproposizione dei marchi di moda e l'evoluzione dello street food, che oggi celebra ingredienti locali e creatività, mantenendo vivo l'iconico spirito del paninaro, ma con un occhio al contemporaneo, come evidenziato da  : 2night e Roma.Com. che ne pensi ?

 ha  ragione Bircide      quando   dice    che « In questa domanda ci sono troppi riferimenti al cibo, cosa che non era di vitale importanza per i Paninari, soprattutto per i primissimi che si ritrovavano al Bar Al Panino nei pressi di Piazza del Liberty a Milano, solamente perché quello fu il loro primo luogo di incontro non significa che si cibassero esclusivamente di Panini, la cosa importante era avere un punto preciso per aggregarsi, quella Piazza è un quadrilatero, quindi era molto utile in quanto li proteggeva anche da eventuali assalti da parte dei cinesi, è vero che quel locale era una Paninoteca, ma sarebbe potuto essere anche una Birreria, successivamente dal Bar Al Panino ci si spostò nei primi Fast Food, tra l’altro italianissimi, erano dei locali con forti riferimenti al continente a “Stelle e strisce” dal nome molto anglosassone, ovvero “Burghy”! ».Ma  qui al sud o nelle isole , la sardegna nel mio caso  regione  ancora  nonostante  La costa smeralda   era non solo    nell'interno ancora  conservativa  ..   Infatti ,  parlo della mia breve esperienza , avevo 14 anni quando si esaurisce prima di riemergere come un fenomeno carsico il movimento dei paninari , ho conosciuto il movimentio direttamente solo nell'aspetto dei fast food e nel personaggio di braschi . Ecco    che  « I Paninari »  sempre  secondo Bircide «  erano dei giovani che si evolvevano molto velocemente all’interno della società, non solo nel look, quel modo di mangiare fu semplicemente una transizione che abbracciò il fenomeno, ma fondamentalmente quei locali, quali le case del Panino, divennero dei luoghi di riferimento, dei punti d’incontro come tanti altri, sino ad allora gli adolescenti si ritrovavano nei classici Bar come accadde per i loro sapiens (genitori), quindi il Fast Food fu la novità del decennio per i giovani del momento! L’abbigliamento come già accennato partì dal classico Bomber e le Timberland Chukka, ma l’evoluzione del Paninaro era molto veloce, seppur il fenomeno morì dissolvendosi solo dopo una manciata di anni, i marchi che i Paninari resero propri, come Moncler e Timberland in primis, oggi hanno seguito altre orme, Moncler è diventata un azienda per la fascia medio-alta, mentre Timberland per quella medio-bassa, ma le origini non si dimenticano, infatti nel 2023 Timberland dedicò nel suo docufilm, in occasione del suo 50° anniversario, una parte al sottoscritto, il quale raccontò davanti alle telecamere dell’azienda americana l’importanza che ebbero queste calzature per i giovani negli anni 80, e non solo per i Paninari! Oggi la maggior parte delle storiche marche utilizzate dai Paninari è ancora presente, come Schott, Avirex, Best Company, Americanino, Sebago, Paraboot, Uniform, etc… sono cambiati un po’ gli stili, i colori e i materiali, ma noi Paninari ormai ultra cinquantenni, non abbiamo perso la verve di un tempo, nonostante i decenni volino inesorabilmente…»

 3 oggi ci sono comici , cantanti , film che li descrivono ? 
Oggi il fenomeno Paninaro è un fenomeno molto di nicchia, parliamo di migliaia di nostalgici nei social, purtroppo nel corso degli anni non siamo riusciti a tramandare alle nuove generazioni questo stile, oggi noi Paninari della generazione X ci incontriamo a Torino e Milano un paio di volte l’anno in occasione dei Raduni ufficiali, usciamo e interagiamo quotidianamente grazie ai social e sporadicamente organizziamo delle uscite in gruppo, qualche giovane sotto ai trent’anni si è avvicinato al nostro movimento storico, ma attualmente siamo talmente pochi che non suscitiamo più l’interesse dei mass media, ogni tanto veniamo ricordati, come se oggi non esistessimo più, dalle riviste di moda o in qualche articolo di giornale, ma nessun comico, nessun Produttore o Regista si sognerebbe mai di investire su questo lontano ricordo appartenente agli anni 80 purtroppo… Personalmente, attendo che l’intelligenza artificiale si evolva a tal punto da permettermi di realizzare una serie web che custodisco da tempo nel mio cassetto dei sogni. Ho già pensato anche al titolo: “Happy Burger”. L’idea è quella di costruire ogni puntata attorno a flashback capaci di riportare in vita i nostri ricordi e i fasti di quegli anni, per raccontare alle nuove generazioni cosa hanno rappresentato per noi adolescenti dell’epoca gli indimenticabili anni Ottanta.
4 Enrico deaglio  nel libro sopracitato   ti definisce un collezionista di materiali del mondo paninaro e un custode molto attent e scrupoloso della memoria del fenomeno paninaro . Un vero vaso di pandora d'immagini . quindi ti chiedo se ti senti antropologo o archeologo ?

Essere l’uno, per me non esclude l’altro, mi spiego meglio… mi sento un po’ antropologo perché per me il Paninaresimo è ancora una cultura in vita, seppur di nicchia, noi in poche centinaia di migliaia siamo sparsi in tutta Italia, seppur poco ci siamo evoluti, perché personalmente sento di appartenere a quello spazio temporale, se ci fossimo evoluti negli anni 90 e 2000 forse avremmo cambiato lo pseudonimo… mentre ancora oggi siamo Paninari ! Quindi concluderei questa prima parte all’ultima domanda che mi sento soprattutto un antropologo, con metodo da archeologo, però non dimentico le origini, i frammenti, gli oggetti, le fotografie, ogni giorno attraverso i miei social, principalmente Facebook, Instagram e YouTube, riporto alla luce i ricordi e custodisco con passione ardente la cultura Paninara che ritengo ancora molto viva, mi sento più un conservatore di immaginari che un semplice collezionista, d’altronde la moda passa mentre i codici restano, amo l’aggregazione e questo per me è un modo per rimanere un gruppo, la memoria nasce quando finisce l’innocenza, oggi per me le vecchie immagini vincono sulle parole, concludo dicendoti che il paninaro è diventato memoria culturale perché non ci dice più cosa indossare, ma ci spiega chi eravamo e perché siamo così oggi



Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXVII MEGLIO LA VITA DEL DENARO: NON REAGIRE VI PUÒ SALVARE

C'è da dire per gli amanti del farwest e dell'uso delle armi che La legittima difesa in Italia permette di difendersi quando si è minacciati con un’arma, ma con precisi limiti: la difesa deve essere necessaria, immediata e proporzionata al pericolo attuale, e utilizzata solo se non ci sono alternative sicure come la fuga o l’intervento della polizia ( da www.laleggepertutti.it ) . Ma per evitare di finire inquisiti o con problemi psicologici se si dovesse arrivare ad uccidere
il tuo aggressore . La soluzione come sugerita dai consigli di Antonio Bianco (  vedi  articolo sotto )  e dal sito prima citato è quella di  Non reagire in modo impulsivo o eccessivo. Essa  è la prima regola in  cas di minacce  e  di aggresioni per  rapina   : spesso è meglio cedere a richieste materiali (denaro,oggetti) piuttosto che mettere a rischio la vita o l’integrità fisica.      La priorità deve essere la propria sicurezza e quella degli altri presenti. Quando è possibile e legittimo reagire allora ? Se la minaccia appare reale e diretta a causare danno grave o addirittura la morte, la legge consente di opporsi, anche con l’uso della forza, purché proporzionata al rischio. L’uso di tecniche di autodifesa o arti marziali può essere giustificato per disarmare o neutralizzare l’aggressore, sempre con l’intento di fermare l’aggressione e salvaguardare la propria vita È fondamentale ricordare che portare o usare armi senza autorizzazione è illegale in Italia e comporta pesanti sanzioni penali, quindi non è consentito portare coltelli o armi da fuoco per autodifesa senza il relativo porto d’armi 

Consigli pratici importanti:
  1. Mantieni la calma non provocare l’aggressore;
  2. Se possibile, allontanati cerca aiuto immediato chiamando le forze dell’ordine;
  3. Se devi difenderti, fallo in modo proporzionato solo se la tua vita è minacciata;
  4. Documenta tutto quanto possibile dopo l’episodio per proteggerti legalmente;
  5. Considera l’opportunità di corsi di difesa personale riconosciuti affidati professionisti qualificati 
In sintesi, non c’è una risposta unica perché ogni situazione è diversa, ma la regola generale è: proteggi la tua vita senza eccedere nella reazione, rispettando la legge e preferendo sempre la fuga o l’intervento delle autorità quando possibile. Seguire queste indicazioni aiuta a salvaguardare la propria sicurezza in modo legale e responsabile.  Infatti  Antonio Bianco   sull'ultimo n   di  Giallo      dice che   

Per quanto si possa essere prudenti, o conoscendo le  arti marziali   o tecniche di  autodifessa nessuno potrà garantirvi che non sarete mai vittime di un’aggressione. Ipotizziamo che qualcuno vi chieda, o meglio, vi intimi, di consegnargli il portafoglio. La prima reazione deve essere proteggere la vita, non le cose materiali. Di solito questo tipo di aggressione si consuma in pochi secondi, spesso in silenzio, all’interno di una bolla di adrenalina che distorce distanze e pensieri. La regola fondamentale è una: non opporre resistenza. Il portafoglio è sostituibile, voi no.Mantenete la calma quanto basta per non peggiorare lo scenario. Non fissate l’aggressore negli occhi in modo sfidante, ma non abbassate nemmeno lo sguardo come se foste pronti a una resa totale. Cercate un equilibrio che comunichi che avete capito cosa vuole e che non avete intenzione di complicare le cose. Muovetevi lentamente, senza scatti, avvertendo con la voce ciò che state facendo. «Ok, lo prendo», «Sto aprendo la borsa», dite con chiarezza. Questo riduce il rischio che il malvivente possa interpretare qualsiasi gesto come un tentativo di reazione. Evitate frasi moralizzanti o provocatorie, anche se l’istinto vi porterebbe a farlo. Non chiedete “perché” e non cercate di negoziare. In quel momento l’unica cosa che conta è portarlo fuori dalla situazione il più velocemente possibile dandogli ciò che chiede. Se ci sono altre persone intorno, non gridate né cercate di attirare attenzione fino a quando non vi sentite al sicuro: un urlo nel momento sbagliato potrebbe farlo reagire in modo imprevedibile. Quando consegnate il portafoglio, fatelo senza stringerlo, senza tirarlo, senza movimenti bruschi. Se gli oggetti del desiderio dell’aggressore sono più di uno, porgeteglieli uno alla volta, con gesti chiari. Mentre il malvivente prende ciò che vuole, non seguitelo con lo sguardo. Non lanciatevi in rincorse improbabili e pericolose, e non cercate di recuperare ciò che avete perso. Il vero a!o da eroe, in questi casi, è uscire sani e salvi. Solo quando la persona è lontana, quando sarete sicuri di non essere in pericolo, chiamate i soccorsi.


15.1.26

ogni giorno seme di L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort

 

                                     

                                   Ogni giorno un seme

A volte basta un attimo
per accorgersi che il mondo respira anche per noi.
Un soffio di luce tra le nuvole,
una pausa che non cercavi,
un pensiero che si fa quiete.
Non serve inseguire l’impossibile,
né riempire il giorno per sentirsi all’altezza.
Conta il passo che riconosci,
quello che nasce da dentro
senza bisogno di applausi.
Ogni giorno porta un seme nuovo,
piccolo, discreto,
ma capace di cambiare il ritmo del cammino.
Sta a noi riconoscerlo,
custodirlo,
lasciarlo crescere senza fretta.
C’è una bellezza sottile
nelle cose che non chiedono attenzione:
un inizio che arriva piano,
una luce discreta, presente anche quando non la noti,
un mattino che torna puntuale
anche quando lo credevi lontano.

Federica: “Ho adottato una bambina con una malattia rara, una scelta difficile che rifarei

repubblica    15\1\2026  di Tiziana Moriconi

Federica Chiara


Tre vite in una: la pianista che sognava di suonare in giro per il mondo, la scienziata che studiava i tumori, l’advocate che porta la voce dei pazienti ai tavoli dell’Agenzia europea per i medicinali










Ventisette anni vissuti in giro per il mondo come pianista, poi ricercatrice oncologica al Ludwig Cancer Research Institute di Uppsala, in seguito presidente di un'associazione per le malattie rare e oggi rappresentante dei pazienti all’Agenzia europea dei medicinali (Ema). La vita di Federica Chiara ha cambiato direzione molte volte, ma la svolta decisiva è avvenuta sedici anni fa, quando lei e il marito, entrambi ricercatori e docenti universitari, hanno adottato una bambina di tre anni affetta da neurofibromatosi di tipo 1. Una scelta che ha trasformato per sempre il suo percorso professionale e personale.
La telefonata che ha cambiato tutto
"Ci aveva telefonato il tribunale, ci dissero soltanto: “C'è un abbinamento””, racconta. Erano passati solo quaranta giorni dall'ottenimento dell'idoneità all'adozione: avevano dato la disponibilità ad adottare anche bambini malati, ma non immaginavano che tutto sarebbe accaduto così in fretta. E non avevano idea di cosa fosse la neurofibromatosi. Parliamo di una malattia rara - colpisce una persona ogni 2.500-3.000 nati, a livello mondiale - congenita, complessa ed estremamente variabile. Alcuni pazienti manifestano sintomi lievi, altri molto gravi: da macchie cutanee color caffellatte a neurofibromi, da tumori benigni cerebrali e spinali a gliomi ottici, da difficoltà di apprendimento ad anomalie ossee e della crescita.
Il coraggio di ricominciare
Federica aveva alle spalle una carriera brillante. Diplomata in pianoforte, aveva suonato come concertista solista prima che una tendinite bilaterale la costringesse ad abbandonare quella carriera. Parallelamente, però, si era dedicata alla biologia e alla medicina in ambito oncologico, lavorando come ricercatrice prima all'IRCCS di Candiolo, fino al prestigioso Ludwig Cancer Research Institute: nella sede di Uppsala, sotto la guida di Carl-Henrik Heldin, nei primi anni Duemila aveva assistito alla nascita delle prime terapie a bersaglio mirato contro i tumori. Da lì era andata a Bruxelles e poi di nuovo in Italia, all’Università di Padova. Ma quella telefonata, in un attimo, apriva una nuova prospettiva. "Quando mi hanno spiegato cosa fosse la neurofibromatosi ho capito che noi, come ricercatori, avremmo potuto fare qualcosa - dice - .Non c'erano molte conoscenze scientifiche allora, e non c'era una terapia medica. Fino a pochissimo tempo fa, l’unica possibilità è stata solo la chirurgia, e non sempre esercitata da chirurghi esperti".
Ricercatrice, madre caregiver e attivista
Lei e il marito hanno cominciato a studiare questa malattia rara mentre crescevano la loro bambina. E avevano capito subito che sarebbe servito un approccio duplice: la ricerca scientifica da un lato, l'advocacy dall'altro, attraverso un’associazione di pazienti. "Le associazioni fanno informazione e confortano le famiglie, danno speranza e soprattutto possono promuovere delle azioni globali che sono di grande utilità. Per esempio, la ricerca scientifica di base e clinica e l'educazione dei medici alla comunicazione con il paziente, cosa che da singoli scienziati non si può fare. Anche perché hanno uno spettro di conoscenze che possono diffondersi in modo capillare attraverso le famiglie stesse. E, allo stesso tempo, conoscere i veri bisogni dei pazienti permette di indirizzare la ricerca, perché gli obiettivi di un ricercatore o di un medico non sono gli stessi di una famiglia che tocca con mano la malattia. In questo caso io riuscivo a conciliare la mia esperienza da ricercatore con quella del genitore, con quella dell’associazione”.
L'ansia quotidiana e la forza della conoscenza
Sua figlia, che oggi ha 19 anni, presenta una forma della malattia di grado medio. Ha due gliomi ottici, uno dei quali può causare idrocefalo, ossia un accumulo eccessivo di liquido cerebrospinale che aumenta la pressione intracranica, causando sintomi neurologici e che è potenzialmente fatale. “La comparsa di un dolore improvviso, di un sintomo come il mal di testa, o di un rigonfiamento provoca in noi genitori uno stato continuo di ansia difficile da gestire - prosegue - ma fare ricerca ed essere stata parte attiva di un'associazione mi ha aiutato molto. Soprattutto, mi è servita la sensazione di poter essere d'aiuto io stessa agli altri. La sfida più grande, come madre, è invece trovare l'equilibrio tra la vigilanza necessaria e la libertà che ogni adolescente ha il diritto di vivere, senza sentirsi costantemente sotto osservazione. In questo so di avere in parte fallito, ma so anche di essere stata - ed essere - un riferimento importante per mia figlia”.
Un nuovo ruolo e la speranza dalla ricerca
Federica Chiara ha affrontato una scelta complicata ma è convinta che sia stata quella giusta. Oggi siede ai tavoli dell'Agenzia europea dei medicinali come advocate, all’interno della Commissione per le terapie avanzate per le malattie rare. Un ruolo che le permette di portare la voce delle famiglie al centro del processo decisionale sui nuovi farmaci. "Abbiamo possibilità terapeutiche che 16 anni fa neanche potevamo immaginare - conclude - . In questi ultimi vent'anni la ricerca biomedica ha vissuto degli avanzamenti senza pari e oggi si sta aprendo una nuova era per le terapie geniche che dà grande speranza ai pazienti e a noi caregiver".

14.1.26

L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio . Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica

 Da    la  nuova  sardegna  del    13  e  del   14 gennaio 2026 
  di   Francesco Zizi







In alcuni paesi della Sardegna nessuno ti chiede se ci credi o no. Guardano la pelle, valutano l’ustione o la ferita e decidono se possono fare qualcosa. Se la risposta è no, ti dirottano verso strutture ufficiali e specializzate, se la risposta è positiva, cominciano a mescolare oli essenziali ed erbe raccolte in campagna. Senza promesse e senza soldi.



Nell’isola è un’usanza che non si professa medicina alternativa, e che nei secoli è sopravvissuta anche all’Inquisizione della Chiesa. Chiamarli guaritori però è inevitabile, perché ciò che accade in questi luoghi non è considerato magia o esoterismo, ma non è nemmeno scienza nel senso moderno del termine.
Il caso Nuchis
Uno degli epicentri di questo fenomeno antichissimo si trova in Gallura, a Nuchis. La ricetta di zia Caterina Bulciolu, deceduta qualche hanno fa è un miscuglio di erbe, tramandato di generazione in generazione all’interno della famiglia. Nel paese, fino a poco tempo fa arrivavano da tutto il mondo per curare ustioni o con gravi lesioni cutanee. Ora l’antica ricetta è in mano alla nipote di zia Caterina.
Ma quello di Nuchis non è un caso isolato. In Gallura operano almeno altre due famiglie con ricette analoghe, a Monti e a Buddusò. Proprio a Buddusò la famiglia Maureddu ha brevettato una crema composta per il 90% da estratti vegetali, oggi utilizzata in strutture pubbliche come il reparto di dermatologia dell’ospedale di Cagliari, l’ospedale Civile di Sassari e il centro grandi ustionati di Genova.
Un’antica arte
Da questi piccoli paesi arrivano pazienti da tutto il mondo, spesso inviati dagli stessi medici quando la medicina ufficiale non ha soluzioni pronte. Ma il rapporto è corrisposto: quando la guaritrice sa di non poter intervenire, indirizza senza esitazioni agli ospedali. Secondo la tradizione nessun compenso viene mai richiesto, è chi si cura che ringrazia con doni e cibo, gesti di riconoscenza. Una “deontologia” antichissima.
Il trattamento delle cicatrici
Il trattamento delle cicatrici è uno di quelli più antichi ed è anche quello che colpisce di più l’immaginazione. Secondo una delle principali “protocolli tradizionali” un primo unguento “riapre” la ferita, un secondo la richiude e ne favorisce la scomparsa definitiva. Questo rimedio, secondo i racconti tramandati oralmente, deriverebbe da un’antica pratica dei ladri di bestiame, che cancellavano con le erbe i marchi a fuoco dagli animali rubati.
I numeri dei guaritori
In Sardegna – numeri di qualche anno fa – sarebbero intorno ai 40 i “guaritori specializzati” in ustioni e problemi della pelle. Non sono medici, ma conoscitori profondi delle piante e delle loro combinazioni. In alcuni casi alle cure si accompagnano le brebus, parole segrete tramandate in famiglia, a metà tra formule ancestrali e scongiuri, frasi – secondo la leggenda – capaci di guarire malattie o preservare gli uomini dai malefici e dai fastidi.
La medicina dell’occhio
Accanto agli unguenti vive la medicina dell’occhio (s’ogu malu), uno dei rituali più diffusi dell’isola. Acqua, sale o olio, preghiere sussurrate e procedimenti precisi dettano una pratica che mira a sciogliere un’energia negativa spesso involontaria, legata all’invidia, e lanciata da altre persone. Anche qui valgono principi ferrei: gratuità, trasmissione da anziano a giovane e ritualità.
Medicina ufficiale e Chiesa
La medicina ufficiale ha a lungo guardato con sospetto questi saperi, salvo poi riconoscerne l’efficacia in casi molto specifici, come dimostra l’uso clinico di alcune creme derivate da ricette tradizionali. La Chiesa, pur avendo storicamente osteggiato le pratiche magico–rituali, considerando spesso i guaritori come “streghe” da mettere al rogo, ha spesso tollerato ciò che si muoveva sul confine tra fede popolare, tradizione e preghiera contro il maligno.

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La storia
Minnìa la guaritrice barbaricina: «Così curo il fuoco di sant’Antonio» Medicina popolare, un film documentario di Ignazio Figus sulla 79enne di Oliena
di Luciano Piras







Inviato a Oliena «Pensate che il medico di Benetutti, Bitti e Nule non dà neanche mezza pastiglia ai suoi pazienti. Se hanno il fuoco di sant’Antonio, li manda tutti da me. E neanche ci conosciamo! Nel 90 per cento dei casi, guariscono, per non dire di più. Faccio la medicina a metà Sardegna, sono venuti da me davvero in tanti, da Orani come da Santa Teresa Gallura, anche diversi dottori, dottoresse, persino un parroco». Minnìa, 79 anni da compiere, nubile, ha gli occhi vispi e uno sguardo profondo. Mostra orgogliosa un libro cartonato, un’edizione del 1971 della “Storia della Sardegna” di Raimondo Carta Raspi.


◗Minnìa in campagna


«Sì, leggo sempre, ogni volta che posso» sottolinea accanto al caminetto acceso. Sul tavolo, un vassoio di bianchini e sospiri. «Questo dono ce l’aveva mio padre e lui l’ha trasmesso a me – racconta –. Lui è morto nel 1981». Anna Maria Bette, per tutti semplicemente Minnìa, assicura che un tempo «c’erano tanti uomini a Oliena che facevano la medicina». Ora ci sono soltanto lei e due giovani nipoti che stanno iniziando, Giovanni e Maria Luisa. Minnìa lo ripete davanti a Ignazio Figus, il regista nuorese che l’ha resa protagonista del documentario “Fuoco contro fuoco”, prodotto lo scorso anno dall’Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna.

«Osservavo sempre mio padre, vedevo come faceva lui, così una volta ci ho provato anche io, è andata bene e da allora non ho più smesso» va avanti Minnìa. In questi giorni di freddo gelido, proprio nella settimana dei falò tradizionali di sant’Antonio abate, la signora sta “curando” quattro persone affette da Herpes zoster, l’altro fuoco del Santo eremita: una eruzione cutanea molto dolorosa, che brucia e che necessita di cure spesso lunghissime a base di antivirali. Il vaccino è sempre consigliato a chi ha compiuto i 50 anni, raccomandato agli over 65enni. Poi, c’è la medicina popolare. “Sa medichina”.
«Documentare l’esistenza di capacità e di modi di guarigione ereditati per vie non ufficiali e tanto meno legalizzate, specialmente nelle campagne – scriveva l’antropologo Giulio Angioni –, oggi come ieri, è un modo efficace di dare conto della varietà odierna dei modi di guarire in Sardegna, che del resto non sono modi sardi esclusivi di fare i conti con la sofferenza».
Non a caso, il nuovo film di Ignazio Figus apre con questa frase.

◗Il regista Ignazio Figus


Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna voce fuori campo: soltanto presa diretta, panoramiche, primissimi piani, dettagli, Minnìa la guaritrice barbaricina che parla in sardo, in olianese stretto, e la voce di qualche “paziente” (a scandire i giorni, c’è Mariella, lei arriva da Nuoro) che testimonia la “cura”. “Su donu”: il dono ricevuto e ridato generosamente alla comunità intera. “Sa medichina”. «Al mattino non la faccio a nessuno, perché devo andare in campagna. Punto e basta» sentenzia Minnìa che con la sua Panda fa la spola quotidiana tra casa, orto e vigna. Decisa e sicura quando deve potare, forte e veloce quando distribuisce il mangime alle capre. Sempre con il sorriso, anche quando raccoglie le uova fresche delle galline.


◗Minnìa mentre accudisce le capre


«La medicina, invece, la faccio nel pomeriggio – dice –. La faccio a chiunque. Avrei anche altro da fare, però la medicina la faccio volentieri alle persone che ne hanno bisogno. La faccio con il cuore». Sempre e soltanto gratis, senza alcun tipo di ricompensa. Gratis et amore Dei.

◗Minnìa mentre pratica "sa medichina"


«Ci vogliono nove giorni, per guarire» riprende fiato Minnìa. «Non si tratta di chiacchiere. Il male scompare» giura. Il fuoco di sant’Antonio lo cura con le scintille che sprigionano i colpi tra una pietra focaia e un ferro lavorato appositamente che fa da acciarino. Fuoco contro fuoco. Figus punta la camera sulle scintille, tiene il ritmo, ta tac, ta tac, ta tac, ta tac, come un ballo sardo ancestrale.


◗"Sa medichina"


«C’è chi il fuoco di sant’Antonio ce l’ha qui nell’occhio» indica Minnìa. «C’è chi ce l’ha più su, chi nella testa. Può manifestarsi in qualsiasi parte del corpo. Ne ho curato persino nella pianta dei piedi. Per non parlare di altre zone, più intime. Giusto per essere chiari» sottolinea ancora. Fermo restando che «non si manifesta a tutti allo stesso modo. Alcuni lo hanno internamente, con un leggero gonfiore esterno. Ad altri si manifesta con un vasto eritema – spiega l’anziana donna –. Spesso con vescicole che non devono essere toccate. Il paziente non deve assolutamente grattarle. Se lo fa, avrà il doppio del dolore e la guarigione sarà molto lenta. Non deve assolutamente toccarle. Questo è certo. Le vescicole devono asciugarsi senza essere toccate». Raccomandazioni fondamentali affinché la medicina popolare possa dare risposte. «Funziona» assicura Minnìa.


Quando l’onda scende

 



Ci sono periodi in cui la creatività scorre come un fiume in piena.
Le idee arrivano una dietro l’altra, la mente corre, il cuore risponde.
Sembra di poter fare tutto, di avere spazio e energia per ogni cosa.
Poi, all’improvviso, arriva il contrario.
Una stanchezza leggera, un rallentamento improvviso,
uno spazio vuoto che non sai come riempire.
Non è un blocco.
È un segnale.
Quando l’onda scende, non significa che hai smesso di essere creativa.
Significa che hai dato tanto, forse troppo,
e ora il tuo sistema ha bisogno di riposo, di silenzio, di rallentamento.
Il vuoto che senti non è mancanza:
è spazio che si sta liberando.
È la pausa necessaria perché il pensiero ritrovi ordine,
perché il cuore si assesti,
perché la mente faccia pace con la sua velocità.
Non siamo fatti per correre sempre.
Non siamo tenuti a brillare ogni giorno.
A volte la cosa più saggia che possiamo fare
è riconoscere la stanchezza, accoglierla, e restare semplicemente fermi.
Le idee tornano.
Sempre.
Ma tornano quando trovano un posto in cui poter respirare.
E quel posto si sta creando proprio adesso.

— Lorien © L’Eco del Silenzio

se maometto non va alla montagna è la montagna che va da maometto . Italy Needs Sex Education compie un vero e proprio atto di supplenza culturale nei confronti dello Stato italiano. insegna l'educazioe sentimentale - sessuoaffettiva a i ragazzi al posto della scuola

 In Italia l’educazione sessuo-affettiva è stata bandita, censurata da un governo che ha paura di sentir parlare di emozioni, relazioni, consenso e altre forme di conoscenza. E l’ha limitata per una precisa volontà politica proprio lì dove serve di più: la scuola.Anche per questo è nato Italy Needs Sex Education ( Per iscrivervi  alle  prossime  lezioni      visto  che     quelle  di   gennaio hanno   raggiunto la sua capienza massima!  complilate  su    https://tally.so/r/nPMgO0    il form    con i vostri    contatti  per inserirti nella waiting list per la prossima edizione del corso, che partirà in primavera )   un progetto di attivismo diffuso che si
propone di portare l’educazione sessuo-affettiva nella società, senza aspettare i tempi biblici della politica e delle istituzioni.Fondata da Rise Up Community e Flavia Restivo, INSE ha appena lanciato dei corsi avanzati di educazione sessuo-affettiva che si rivolgono direttamente ad addetti ai lavori, professionisti del settore, educatori, formatori, ma anche semplici cittadini che vogliono conoscere di più sé stessi e il proprio rapporto con gli altri.Italy Needs Sex Education compie un vero e proprio atto di supplenza culturale nei confronti dello Stato italiano. E io voglio fare di tutto per supportarli in questo.Il 13 gennaio parte il nuovo corso INSE, nell’ambito di un percorso in cui ascolterò professionisti e porterò a mia volta la mia esperienza da comunicatore che da anni lavora sui social e su questi temi.Spero di vedere tanti di voi iscrivervi, partecipare, condividere anche con il passaparola.È un atto di crescita personale e collettiva che come cittadini abbiamo il diritto e il dovere di compiere.


 

Luca Vergallito, Tommaso Giacomel e una filosofia di allenamento comune tra ciclismo e biathlon: “Alleniamo l’endurance puro”

Il 28enne ciclista milanese e la stella del biathlon azzurro hanno parlato con Olympics.com di tanti aspetti legati ai miglioramenti nei rispettivi sport e dei grandi obiettivi del futuro prossimo.

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Di Michele Pelacci12 gennaio 2026 09:44



Foto di 2024 Getty Image




Prima dell’inizio del Giro di Lombardia dell’11 ottobre 2025, ultima Classica Monumento del calendario ciclistico, uno dei ciclisti italiani più fermati dai tifosi e richiesto per autografi è Luca Vergallito.
La partenza della Classica delle Foglie Morte, da Piazza Cavour a Como, è molto vicina alla sua Milano e tante persone lombarde appassionate di ciclismo supportano “Il Bandito”, suo soprannome di vecchia data.
La sua storia è piuttosto peculiare: oggi Vergallito è arrivato a gareggiare nel massimo livello del ciclismo professionistico, il World Tour, ma non è sempre stato scontato che ci arrivasse. Anzi: a un certo punto della propria giovane carriera, Vergallito aveva detto addio al sogno di diventare un professionista.
Vergallito è laureato in Scienze Motorie e ha un approccio moderno e scientifico alla preparazione psicofisica. Di temi legati alla prestazione sportiva parla anche in un podcast, “Ciclismo KOMpetente”, che registra con Mattia Gaffuri (altro ciclista lombardo appena entrato nel World Tour).
Svariate volte ospite del podcast di Vergallito e Gaffuri, la stella del biathlon italiano Tommaso Giacomel è a sua volta grande appassionato e studioso di scienza applicata allo sport. I tre si conoscono, si stimano a vicenda e riflettono spesso di tutto ciò che sta attorno al complicato mondo della prestazione sportiva.
Ciclismo e biathlon sono due sport molto diversi, eppure le metodologie di allenamento sono “praticamente identiche”, ha detto Giacomel a Olympics.com in occasione del FISI Media Day di metà ottobre.
A differenza di chi va in bicicletta per lavoro, però, Giacomel e i biathleti devono anche allenare “il tiro, che porta via tantissimo tempo” continua Giacomel.
Due sport differenti, due atleti italiani con gran voglia di emergere. Ecco le nostre interviste con Vergallito e Giacomel.



Luca Vergallito: gli obiettivi del “Bandito” del ciclismo italiano
Fino ai 17 anni Luca Vergallito non andava nemmeno in bicicletta a tempo pieno. Praticava il triathlon, e solo nel 2014 ha iniziato a concentrarsi a tempo pieno sul ciclismo.
Fin da subito la scelta si rivela azzeccata. Nel maggio 2015 Vergallito vince il Campionato provinciale bergamasco con la squadra giovanile nella quale correva allora, il Team F.lli Giorgi.
Poi, nel 2017, qualcosa si rompe. Pur continuando ad andare in bici, al secondo anno nella categoria U23 Vergallito non si diverte più come prima a gareggiare. Riduce sempre più gli allenamenti, preferendo dedicarsi alla carriera accademica.
Come scrive lui stesso sul suo sito, per sei mesi all’inizio del 2022 ha svolto un tirocinio accademico a Leuven, in Belgio, per “approfondire le mie conoscenze relative alla fisiologia dell’esercizio fisico, e alla teoria e metodologia dell’allenamento”.
Nel frattempo è tornato a gareggiare. Tra 2020 e 2022 vince diverse corse amatoriali, tra cui alcune delle Granfondo più importanti d’Italia. In questo la sua storia è simile a quella di Monica Trinca Colonel (i due peraltro sono molto amici).



La grande occasione, per Vergallito, capitò quando vinse un concorso organizzato dall’allora Alpecin-Deceuninck. Si trattava di pedalate non in strada, bensì su rulli smart (che registrano cioè potenza espressa sui pedali e altri valori): parteciparono oltre 160.000 ciclisti dilettanti. Vergallito ottenne un posto nella squadra che ora si chiama Alpecin-Premier Tech e in cui sta dimostrando di andare forte.
Una tappa sfiorata alla Vuelta a España e piazzamenti in corse World Tour di una settimana dimostrano che in salita i suoi valori sono di altissimo livello. Gli obiettivi per il 2026 sono chiari: “Fare un piccolo salto di livello. Ma è ciò che provano a fare tutti, e molti ce la fanno. Per cui il livello si alza sempre di più ogni anno” ha detto Vergallito a Olympics.com prima della partenza del Giro di Lombardia 2025.
La crescita di Luca Vergallito nel ciclismo mondiale, tra scienza e allenamenti
L’ascesa di Vergallito è stata molto seguita da chi s'interessa di ciclismo e lo pratica. Oltre a quanto fa in bici, tante persone sono incuriosite dalle tante informazioni utili che lui e Gaffuri danno sul loro podcast: una di queste riguarda la possibilità di avere notevoli benefici durante l’allenamento semplicemente aggiungendo zucchero semplice nella borraccia.
Vergallito, che ha citato la nutrizione (“un po’ un tabù”) tra i motivi per cui smise di gareggiare da adolescente, ne parla spesso come del “protocollo”: nel ciclismo di oggi si devono ingerire sempre più carboidrati. La sua colazione prima del Giro di Lombardia 2025 ?
“Riso con miele e Nutella, tutto assieme. Un piatto unico, da provare. Sul serio! Poi mi sono bevuto una bevanda energetica” ha detto Vergallito a Olympics.com.

Gaffuri (Campione italiano gravel) e Vergallito sono stati tra i primi in Italia a parlare in modo semplice ed efficace di concetti complessi come il VO2max, test del lattato, zone di potenza e heat training.
I due condividono spesso paper scientifici che hanno letto e su cui fondano le proprie opinioni. E allenano in prima persona: Vergallito è il preparatore del Campione italiano Filippo Conca, ad esempio.
Diversi atleti che fanno sport di resistenza simili al ciclismo, come il biathleta Tommaso Giacomel, condividono la filosofia di fondo e sono diventati subito ascoltatori del podcast.
Tommaso Giacomel sulle differenze tra biathlon e ciclismo: “Tutti i giorni è una cronometro”
Secondo Giacomel, che dopo il weekend di gare di Oberhof è al comando della classifica generale di Coppa del mondo 2025-2026 di biathlon, tra ciclisti e biathleti è “simile il modo in cui alleniamo l’endurance puro”.
Le differenze non mancano: “Per noi è come fare una prova a cronometro sempre. Non è come fare una tappa di trasferimento in un Grande Giro di cinque ore, durante la quale magari va via la fuga. È come fare una cronometro: a tutta, tutti i giorni” ha detto Giacomel a Olympics.com.
“Nel ciclismo – continua il 25enne della Valle del Primiero –, avendo la possibilità di misurare la potenza meccanica tramite il misuratore di potenza, è abbastanza semplice analizzare e vedere numeri precisi. È tutto misurabile, hai sempre un riscontro. Cosa che da noi [nel biathlon] non c’è. A volte è brutto: vorresti delle risposte che non ci sono. Ma è anche il bello del nostro sport”.
Nel biathlon è molto difficile avere dati oggettivi. La prestazione sugli sci è “estremamente influenzabile dal tipo di neve che c’è, dal vento, dal materiale che hai sotto i piedi” e da altri fattori.
A proposito di misurabilità, Giacomel (come Vergallito e Gaffuri) conosce bene il cosiddetto “manifesto” di Nils Van der Poel, un documento nel quale il pattinatore svedese due volte oro Olimpico ha racchiuso tanti consigli sui suoi allenamenti. In poco tempo, “How to skate a 10K” è diventato un riferimento imprescindibile per chi studia le prestazioni sportive.
“Sempre di ripetibilità si parla – commenta Giacomel –. Nel pattinaggio di velocità le variabili sono molto poche. Il volume di lavoro che faceva Nils era impressionante, per il resto lui sapeva che, ad esempio, doveva metterci 30 secondi a giro. Quindi si è allenato per girare su quel ritmo. Chiaramente servono talento e motore”.
Biathlon: Tommaso Giacomel parla dell’importanza del tiro  Proprio nel podcast di Vergallito e Gaffuri, Giacomel ha raccontato che spesso non usa nemmeno il
cardiofrequenzimetro quando gareggia d’inverno, perché lo intralcerebbe nell’imbracciare la carabina con cui scia sulle spalle.
I movimenti di un biathleta, infatti, sono condizionati dal peso di circa cinque chili del fucile che si portano sulle spalle. Non avendo watt e rapporti watt/chilo con cui paragonarsi, i biathleti devono affidarsi molto di più alle sensazioni. Che diventano ancora più effimere quando si parla di precisione e freddezza al poligono.
“A volte, nel tiro, più cerchi qualcosa e meno riesci a ottenerla. Più cerchi di fare zero errori, meno volte lo farai. È uno sport che richiede mano ferma, tranquillità e molta lucidità, quindi secondo me la cosa migliore è essere spensierati. E negli ultimi tempi mi sta riuscendo molto bene” ha detto Giacomel, che nella stagione 2025-2026 sta sparando con l’87% per terra e l’85% in piedi. Mai prima d’ora ha tiratomeglio in una stagione intera di Coppa del mondo.
Il tiro può sparigliare le carte, nel biathlon. Negli ultimi mesi, Giacomel ha dimostrato di essere in grado anche di forzare un po’ sui tempi di rilascio, per cercare di perdere il meno tempo possibile al poligono. “Sapendo che avrei potuto fare un piccolo passo indietro e sparare comunque bene”. Un segnale di grande maturità tecnica, psicologica ed emotiva.
L’importante è non stare mai fermi, ma progredire sempre testando in prima persona cose nuove: “Gli allenatori mi hanno detto che facevo bene: sennò diventa estremamente monotono se fai sempre la stessa cosa”.
È anche questa grande voglia di migliorarsi dopo essersi compreso a fondo che fa di Giacomel uno dei favoriti per le medaglie ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026.

13.1.26

Di lui non si è parlato sui giornali. Non era un caso da prima pagina. Non rientrava nelle storie che fanno rumore .eppure Giovanni Putelli aveva 39 anni. è morto a #CransMontana

 Di lui non si è parlato sui giornali.Non era un caso da prima pagina.Non rientrava nelle storie che fanno rumore.Eppure era un padre di due bambini piccoli.E questo dovrebbe bastare a fermarci il respiro.💔
Se n’è andato in mezzo ai più giovani, lui che giovane non lo era più.Ed è forse proprio qui che il dolore diventa più acuto.Giovanni Putelli aveva 39 anni.Un’età in cui la vita non è più una corsa leggera, ma una somma di responsabilità.Un’età in cui ogni scelta pesa il doppio, perché dietro non c’è solo te stesso, ma due figli di 3 e 5 anni che ti aspettano e danno un senso a ogni giorno.Si trovava a Crans-Montana per lavoro.Tre anni prima aveva fatto una scelta difficile: lasciare tutto e
ripartire altrove.
Senza annunci, senza scene.Solo la volontà concreta di costruire qualcosa di stabile, di esserci davvero.Quella sera non era nemmeno in servizio.Era il suo giorno libero.Un momento qualunque, come tanti, in un posto qualunque.Poi qualcosa si rompe.Le fiamme.Il fumo che invade.Il panico che corre più veloce delle persone.Giovanni si trovava al piano superiore, al bar.Avrebbe potuto restare lì.Avrebbe potuto pensare solo a salvarsi.Ma non lo ha fatto.È sceso.Per aiutare.Per non lasciare indietro nessuno.Forse qualcuno si è salvato anche grazie a lui.Lui no.Non c’è nulla di spettacolare in questa storia.Nessuna telecamera accesa.Nessun applauso.Solo un uomo che, nel momento più pericoloso, ha scelto di non voltarsi.Mentre tutto succedeva, sua sorella lo cercava.Ovunque.Messaggi, appelli, attese cariche di speranza.Poi il vuoto.Quel vuoto che arriva quando le risposte fanno troppo male per essere dette.Il fratello Angelo ha scritto:«Grazie per l’affetto e la vicinanza che ci avete donato».Parole semplici.Quelle che restano quando il dolore è troppo grande per essere spiegato.Giovanni non era più un ragazzo.Era un papà.Era un fratello.Era un uomo che stava provando a costruire un domani.Ed è morto come spesso muoiono le persone migliori:mentre facevano qualcosa per qualcun altro, senza sapere se sarebbero tornate indietro.Restano due bambini troppo piccoli per capire.Resterà il ricordo di un padre che non ha avuto paura di fare un passo avanti.Resterà una scelta che parla più di mille parole.E resta una domanda che pesa:quante persone comuni compiono gesti straordinari senza che il mondo faccia in tempo a dirgli grazie?


scusi, giovane e libera signora, mi farebbe fare un tiro?

 da  non fumatore   devono riconoscere  che   spesso la  sigaretta ha    un valore  simbolico  .Infatti ecco  cosa  dice   Celestino Tabasso  su  caffe   corretto unione  sarda  del 13\12026 

Ieri sulla scena dell’informazione sono riapparse le sigarette. Non è significativo di nulla, non è un sintomo di una “tendenza” o di un “fenomeno” o di chissà che: è una coincidenza. Però apparivano in tre fotogrammi che forse per un po’ ricorderemo. E faceva un effetto un po’ strano, come vedere la foto di un tale con gli occhiali bifocali o con l’autoradio estraibile sotto il braccio (e se vogliamo è la dimostrazione che abbiamo interiorizzato la sacrosanta legge Sirchia come se non fossero passati 23 anni ma un’epoca intera). La prima è di Sean Penn che se la spipacchia, con aria un po’ guascona e un po’ da da tossico, al galà per i Golden Globes. E fin qui interessa poco: ultimamente l’America ha prodotto anche roba più notevole, in fatto di arroganza impunita. Poi c’è Trentini (bentornato) che chiede una sigaretta dopo 423 giorni di prigionia venezuelana, e questa più che altro fa tenerezza. Ma poi c’è la giovane iraniana senza velo che se la accende in piazza, usando come cerino una foto in fiamme della Guida Suprema Ali Khamenei. E in questo scatto c’è un tale disprezzo per quel vecchio bigotto assatanato di potere, c’è quella splendida e provvisoria immortalità che si ha da ragazzi, c’è una capacità così laicamente divina di snobbare quegli sbirri maschilisti e assassini che verrebbe da dirle: scusi, giovane e libera signora, mi farebbe fare un tiro?

Valore  confermato dal  libro ( e  poi  film omonimo Regia di Aureliano Amadei. Un film con Vinicio Marchioni, Carolina Crescentini, Giorgio Colangeli, Orsetta De Rossi, Alberto Basaluzzo. Cast completo Genere Drammatico, - Italia, 2010, durata 94 minuti ) , vedere foto in alto a sinistra ,Venti sigarette a Nassirya di Aureliano Amadei e Francesco Trento Einaudi, 2005 . Libro  che gelosamete   conservo con le  dediche degli autori  











La differenza la fa chi resta

 


















Non aiuti un ragazzo togliendogli qualcosa.

Lo aiuti dando qualcosa che spesso gli manca: una presenza che non si spegne.

Perché un adolescente non cerca un’app.

Cerca qualcuno che regga il suo mondo quando trema.

Qualcuno che non cambia strada se lui è confuso, agitato, arrabbiato o silenzioso.

A volte ci illudiamo che basti limitare gli schermi, controllare gli accessi, ridurre le ore online.

Ma un ragazzo non si salva spegnendo un telefono.

Si salva quando capisce che non deve urlare per essere ascoltato.

Che non deve recitare una parte per essere accettato.

Che non deve ferirsi per essere visto.

Un ragazzo si salva quando trova un adulto che rimane.

Che si siede accanto anche quando non sa da dove iniziare.

Che lascia spazio alle parole ma anche ai silenzi.

Che non giudica, non minimizza, non si spaventa delle sue emozioni grandi.

A volte basta un gesto semplice:

un “sono qui se vuoi”

detto con sincerità, non per dovere.

Perché quando un adolescente percepisce che qualcuno c’è davvero — non di passaggio, non a metà — allora inizia a respirare diverso.

Allora capisce che il mondo fuori può essere duro, ma non è tutto così.

Che esiste un posto dove non deve essere perfetto.

Un posto dove può essere fragile senza sentirsi sbagliato.

Questa è prevenzione:

non controllo, ma cura.

Non regole, ma relazione.

Non distanza, ma presenza.

Restare accanto non risolve tutto, è vero.

Ma fa la differenza tra sentirsi soli e sentirsi al sicuro.

E per un ragazzo, questo cambia tutto.

L' Eco del Silenzio 

 

Stessa dignitá per le paraolimpiadi ? Di lisa noja

 Rai 2 mandava in onda le Olimpiadi tutto il giorno. Per le Paralimpiadi? Solo la mattina, poi ti arrangi su Rai Sport. Stessa cosa per la r...