Essere l’uno, per me non esclude l’altro, mi spiego meglio… mi sento un po’ antropologo perché per me il Paninaresimo è ancora una cultura in vita, seppur di nicchia, noi in poche centinaia di migliaia siamo sparsi in tutta Italia, seppur poco ci siamo evoluti, perché personalmente sento di appartenere a quello spazio temporale, se ci fossimo evoluti negli anni 90 e 2000 forse avremmo cambiato lo pseudonimo… mentre ancora oggi siamo Paninari ! Quindi concluderei questa prima parte all’ultima domanda che mi sento soprattutto un antropologo, con metodo da archeologo, però non dimentico le origini, i frammenti, gli oggetti, le fotografie, ogni giorno attraverso i miei social, principalmente Facebook, Instagram e YouTube, riporto alla luce i ricordi e custodisco con passione ardente la cultura Paninara che ritengo ancora molto viva, mi sento più un conservatore di immaginari che un semplice collezionista, d’altronde la moda passa mentre i codici restano, amo l’aggregazione e questo per me è un modo per rimanere un gruppo, la memoria nasce quando finisce l’innocenza, oggi per me le vecchie immagini vincono sulle parole, concludo dicendoti che il paninaro è diventato memoria culturale perché non ci dice più cosa indossare, ma ci spiega chi eravamo e perché siamo così oggi
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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16.1.26
C'era una volta in Italia gli anni 80 i paninari intervista a Bircide paninaro pseudonimo di Ramon Verdoia,
Essere l’uno, per me non esclude l’altro, mi spiego meglio… mi sento un po’ antropologo perché per me il Paninaresimo è ancora una cultura in vita, seppur di nicchia, noi in poche centinaia di migliaia siamo sparsi in tutta Italia, seppur poco ci siamo evoluti, perché personalmente sento di appartenere a quello spazio temporale, se ci fossimo evoluti negli anni 90 e 2000 forse avremmo cambiato lo pseudonimo… mentre ancora oggi siamo Paninari ! Quindi concluderei questa prima parte all’ultima domanda che mi sento soprattutto un antropologo, con metodo da archeologo, però non dimentico le origini, i frammenti, gli oggetti, le fotografie, ogni giorno attraverso i miei social, principalmente Facebook, Instagram e YouTube, riporto alla luce i ricordi e custodisco con passione ardente la cultura Paninara che ritengo ancora molto viva, mi sento più un conservatore di immaginari che un semplice collezionista, d’altronde la moda passa mentre i codici restano, amo l’aggregazione e questo per me è un modo per rimanere un gruppo, la memoria nasce quando finisce l’innocenza, oggi per me le vecchie immagini vincono sulle parole, concludo dicendoti che il paninaro è diventato memoria culturale perché non ci dice più cosa indossare, ma ci spiega chi eravamo e perché siamo così oggi
Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXVII MEGLIO LA VITA DEL DENARO: NON REAGIRE VI PUÒ SALVARE
- Mantieni la calma e non provocare l’aggressore;
- Se possibile, allontanati o cerca aiuto immediato chiamando le forze dell’ordine;
- Se devi difenderti, fallo in modo proporzionato e solo se la tua vita è minacciata;
- Documenta tutto quanto possibile dopo l’episodio per proteggerti legalmente;
- Considera l’opportunità di corsi di difesa personale riconosciuti e affidati a professionisti qualificati
15.1.26
ogni giorno seme di L'Eco del silenzio di Lorien Ashfort
Ogni giorno un seme
A volte basta un attimo
per accorgersi che il mondo respira anche per noi.
Un soffio di luce tra le nuvole,
una pausa che non cercavi,
un pensiero che si fa quiete.
Non serve inseguire l’impossibile,
né riempire il giorno per sentirsi all’altezza.
Conta il passo che riconosci,
quello che nasce da dentro
senza bisogno di applausi.
Ogni giorno porta un seme nuovo,
piccolo, discreto,
ma capace di cambiare il ritmo del cammino.
Sta a noi riconoscerlo,
custodirlo,
lasciarlo crescere senza fretta.
C’è una bellezza sottile
nelle cose che non chiedono attenzione:
un inizio che arriva piano,
una luce discreta, presente anche quando non la noti,
un mattino che torna puntuale
anche quando lo credevi lontano.
Federica: “Ho adottato una bambina con una malattia rara, una scelta difficile che rifarei
Federica Chiara Tre vite in una: la pianista che sognava di suonare in giro per il mondo, la scienziata che studiava i tumori, l’advocate che porta la voce dei pazienti ai tavoli dell’Agenzia europea per i medicinali
Ventisette anni vissuti in giro per il mondo come pianista, poi ricercatrice oncologica al Ludwig Cancer Research Institute di Uppsala, in seguito presidente di un'associazione per le malattie rare e oggi rappresentante dei pazienti all’Agenzia europea dei medicinali (Ema). La vita di Federica Chiara ha cambiato direzione molte volte, ma la svolta decisiva è avvenuta sedici anni fa, quando lei e il marito, entrambi ricercatori e docenti universitari, hanno adottato una bambina di tre anni affetta da neurofibromatosi di tipo 1. Una scelta che ha trasformato per sempre il suo percorso professionale e personale.
La telefonata che ha cambiato tutto
"Ci aveva telefonato il tribunale, ci dissero soltanto: “C'è un abbinamento””, racconta. Erano passati solo quaranta giorni dall'ottenimento dell'idoneità all'adozione: avevano dato la disponibilità ad adottare anche bambini malati, ma non immaginavano che tutto sarebbe accaduto così in fretta. E non avevano idea di cosa fosse la neurofibromatosi. Parliamo di una malattia rara - colpisce una persona ogni 2.500-3.000 nati, a livello mondiale - congenita, complessa ed estremamente variabile. Alcuni pazienti manifestano sintomi lievi, altri molto gravi: da macchie cutanee color caffellatte a neurofibromi, da tumori benigni cerebrali e spinali a gliomi ottici, da difficoltà di apprendimento ad anomalie ossee e della crescita.
Il coraggio di ricominciare
Federica aveva alle spalle una carriera brillante. Diplomata in pianoforte, aveva suonato come concertista solista prima che una tendinite bilaterale la costringesse ad abbandonare quella carriera. Parallelamente, però, si era dedicata alla biologia e alla medicina in ambito oncologico, lavorando come ricercatrice prima all'IRCCS di Candiolo, fino al prestigioso Ludwig Cancer Research Institute: nella sede di Uppsala, sotto la guida di Carl-Henrik Heldin, nei primi anni Duemila aveva assistito alla nascita delle prime terapie a bersaglio mirato contro i tumori. Da lì era andata a Bruxelles e poi di nuovo in Italia, all’Università di Padova. Ma quella telefonata, in un attimo, apriva una nuova prospettiva. "Quando mi hanno spiegato cosa fosse la neurofibromatosi ho capito che noi, come ricercatori, avremmo potuto fare qualcosa - dice - .Non c'erano molte conoscenze scientifiche allora, e non c'era una terapia medica. Fino a pochissimo tempo fa, l’unica possibilità è stata solo la chirurgia, e non sempre esercitata da chirurghi esperti".
Ricercatrice, madre caregiver e attivista
Lei e il marito hanno cominciato a studiare questa malattia rara mentre crescevano la loro bambina. E avevano capito subito che sarebbe servito un approccio duplice: la ricerca scientifica da un lato, l'advocacy dall'altro, attraverso un’associazione di pazienti. "Le associazioni fanno informazione e confortano le famiglie, danno speranza e soprattutto possono promuovere delle azioni globali che sono di grande utilità. Per esempio, la ricerca scientifica di base e clinica e l'educazione dei medici alla comunicazione con il paziente, cosa che da singoli scienziati non si può fare. Anche perché hanno uno spettro di conoscenze che possono diffondersi in modo capillare attraverso le famiglie stesse. E, allo stesso tempo, conoscere i veri bisogni dei pazienti permette di indirizzare la ricerca, perché gli obiettivi di un ricercatore o di un medico non sono gli stessi di una famiglia che tocca con mano la malattia. In questo caso io riuscivo a conciliare la mia esperienza da ricercatore con quella del genitore, con quella dell’associazione”.
L'ansia quotidiana e la forza della conoscenza
Sua figlia, che oggi ha 19 anni, presenta una forma della malattia di grado medio. Ha due gliomi ottici, uno dei quali può causare idrocefalo, ossia un accumulo eccessivo di liquido cerebrospinale che aumenta la pressione intracranica, causando sintomi neurologici e che è potenzialmente fatale. “La comparsa di un dolore improvviso, di un sintomo come il mal di testa, o di un rigonfiamento provoca in noi genitori uno stato continuo di ansia difficile da gestire - prosegue - ma fare ricerca ed essere stata parte attiva di un'associazione mi ha aiutato molto. Soprattutto, mi è servita la sensazione di poter essere d'aiuto io stessa agli altri. La sfida più grande, come madre, è invece trovare l'equilibrio tra la vigilanza necessaria e la libertà che ogni adolescente ha il diritto di vivere, senza sentirsi costantemente sotto osservazione. In questo so di avere in parte fallito, ma so anche di essere stata - ed essere - un riferimento importante per mia figlia”.
Un nuovo ruolo e la speranza dalla ricerca
Federica Chiara ha affrontato una scelta complicata ma è convinta che sia stata quella giusta. Oggi siede ai tavoli dell'Agenzia europea dei medicinali come advocate, all’interno della Commissione per le terapie avanzate per le malattie rare. Un ruolo che le permette di portare la voce delle famiglie al centro del processo decisionale sui nuovi farmaci. "Abbiamo possibilità terapeutiche che 16 anni fa neanche potevamo immaginare - conclude - . In questi ultimi vent'anni la ricerca biomedica ha vissuto degli avanzamenti senza pari e oggi si sta aprendo una nuova era per le terapie geniche che dà grande speranza ai pazienti e a noi caregiver".
14.1.26
L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio . Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica

In alcuni paesi della Sardegna nessuno ti chiede se ci credi o no. Guardano la pelle, valutano l’ustione o la ferita e decidono se possono fare qualcosa. Se la risposta è no, ti dirottano verso strutture ufficiali e specializzate, se la risposta è positiva, cominciano a mescolare oli essenziali ed erbe raccolte in campagna. Senza promesse e senza soldi.

Nell’isola è un’usanza che non si professa medicina alternativa, e che nei secoli è sopravvissuta anche all’Inquisizione della Chiesa. Chiamarli guaritori però è inevitabile, perché ciò che accade in questi luoghi non è considerato magia o esoterismo, ma non è nemmeno scienza nel senso moderno del termine.
Il caso Nuchis
Uno degli epicentri di questo fenomeno antichissimo si trova in Gallura, a Nuchis. La ricetta di zia Caterina Bulciolu, deceduta qualche hanno fa è un miscuglio di erbe, tramandato di generazione in generazione all’interno della famiglia. Nel paese, fino a poco tempo fa arrivavano da tutto il mondo per curare ustioni o con gravi lesioni cutanee. Ora l’antica ricetta è in mano alla nipote di zia Caterina.
Ma quello di Nuchis non è un caso isolato. In Gallura operano almeno altre due famiglie con ricette analoghe, a Monti e a Buddusò. Proprio a Buddusò la famiglia Maureddu ha brevettato una crema composta per il 90% da estratti vegetali, oggi utilizzata in strutture pubbliche come il reparto di dermatologia dell’ospedale di Cagliari, l’ospedale Civile di Sassari e il centro grandi ustionati di Genova.
Un’antica arte
Da questi piccoli paesi arrivano pazienti da tutto il mondo, spesso inviati dagli stessi medici quando la medicina ufficiale non ha soluzioni pronte. Ma il rapporto è corrisposto: quando la guaritrice sa di non poter intervenire, indirizza senza esitazioni agli ospedali. Secondo la tradizione nessun compenso viene mai richiesto, è chi si cura che ringrazia con doni e cibo, gesti di riconoscenza. Una “deontologia” antichissima.
Il trattamento delle cicatrici
Il trattamento delle cicatrici è uno di quelli più antichi ed è anche quello che colpisce di più l’immaginazione. Secondo una delle principali “protocolli tradizionali” un primo unguento “riapre” la ferita, un secondo la richiude e ne favorisce la scomparsa definitiva. Questo rimedio, secondo i racconti tramandati oralmente, deriverebbe da un’antica pratica dei ladri di bestiame, che cancellavano con le erbe i marchi a fuoco dagli animali rubati.
I numeri dei guaritori
In Sardegna – numeri di qualche anno fa – sarebbero intorno ai 40 i “guaritori specializzati” in ustioni e problemi della pelle. Non sono medici, ma conoscitori profondi delle piante e delle loro combinazioni. In alcuni casi alle cure si accompagnano le brebus, parole segrete tramandate in famiglia, a metà tra formule ancestrali e scongiuri, frasi – secondo la leggenda – capaci di guarire malattie o preservare gli uomini dai malefici e dai fastidi.
La medicina dell’occhio
Accanto agli unguenti vive la medicina dell’occhio (s’ogu malu), uno dei rituali più diffusi dell’isola. Acqua, sale o olio, preghiere sussurrate e procedimenti precisi dettano una pratica che mira a sciogliere un’energia negativa spesso involontaria, legata all’invidia, e lanciata da altre persone. Anche qui valgono principi ferrei: gratuità, trasmissione da anziano a giovane e ritualità.
Medicina ufficiale e Chiesa
La medicina ufficiale ha a lungo guardato con sospetto questi saperi, salvo poi riconoscerne l’efficacia in casi molto specifici, come dimostra l’uso clinico di alcune creme derivate da ricette tradizionali. La Chiesa, pur avendo storicamente osteggiato le pratiche magico–rituali, considerando spesso i guaritori come “streghe” da mettere al rogo, ha spesso tollerato ciò che si muoveva sul confine tra fede popolare, tradizione e preghiera contro il maligno.
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La storia
Minnìa la guaritrice barbaricina: «Così curo il fuoco di sant’Antonio» Medicina popolare, un film documentario di Ignazio Figus sulla 79enne di Oliena
di Luciano Piras

Inviato a Oliena «Pensate che il medico di Benetutti, Bitti e Nule non dà neanche mezza pastiglia ai suoi pazienti. Se hanno il fuoco di sant’Antonio, li manda tutti da me. E neanche ci conosciamo! Nel 90 per cento dei casi, guariscono, per non dire di più. Faccio la medicina a metà Sardegna, sono venuti da me davvero in tanti, da Orani come da Santa Teresa Gallura, anche diversi dottori, dottoresse, persino un parroco». Minnìa, 79 anni da compiere, nubile, ha gli occhi vispi e uno sguardo profondo. Mostra orgogliosa un libro cartonato, un’edizione del 1971 della “Storia della Sardegna” di Raimondo Carta Raspi.

◗Minnìa in campagna
«Sì, leggo sempre, ogni volta che posso» sottolinea accanto al caminetto acceso. Sul tavolo, un vassoio di bianchini e sospiri. «Questo dono ce l’aveva mio padre e lui l’ha trasmesso a me – racconta –. Lui è morto nel 1981». Anna Maria Bette, per tutti semplicemente Minnìa, assicura che un tempo «c’erano tanti uomini a Oliena che facevano la medicina». Ora ci sono soltanto lei e due giovani nipoti che stanno iniziando, Giovanni e Maria Luisa. Minnìa lo ripete davanti a Ignazio Figus, il regista nuorese che l’ha resa protagonista del documentario “Fuoco contro fuoco”, prodotto lo scorso anno dall’Istituto superiore regionale etnografico della Sardegna.

«Osservavo sempre mio padre, vedevo come faceva lui, così una volta ci ho provato anche io, è andata bene e da allora non ho più smesso» va avanti Minnìa. In questi giorni di freddo gelido, proprio nella settimana dei falò tradizionali di sant’Antonio abate, la signora sta “curando” quattro persone affette da Herpes zoster, l’altro fuoco del Santo eremita: una eruzione cutanea molto dolorosa, che brucia e che necessita di cure spesso lunghissime a base di antivirali. Il vaccino è sempre consigliato a chi ha compiuto i 50 anni, raccomandato agli over 65enni. Poi, c’è la medicina popolare. “Sa medichina”.
«Documentare l’esistenza di capacità e di modi di guarigione ereditati per vie non ufficiali e tanto meno legalizzate, specialmente nelle campagne – scriveva l’antropologo Giulio Angioni –, oggi come ieri, è un modo efficace di dare conto della varietà odierna dei modi di guarire in Sardegna, che del resto non sono modi sardi esclusivi di fare i conti con la sofferenza».
Non a caso, il nuovo film di Ignazio Figus apre con questa frase.

◗Il regista Ignazio Figus
Nessun commento, nessuna spiegazione, nessuna voce fuori campo: soltanto presa diretta, panoramiche, primissimi piani, dettagli, Minnìa la guaritrice barbaricina che parla in sardo, in olianese stretto, e la voce di qualche “paziente” (a scandire i giorni, c’è Mariella, lei arriva da Nuoro) che testimonia la “cura”. “Su donu”: il dono ricevuto e ridato generosamente alla comunità intera. “Sa medichina”. «Al mattino non la faccio a nessuno, perché devo andare in campagna. Punto e basta» sentenzia Minnìa che con la sua Panda fa la spola quotidiana tra casa, orto e vigna. Decisa e sicura quando deve potare, forte e veloce quando distribuisce il mangime alle capre. Sempre con il sorriso, anche quando raccoglie le uova fresche delle galline.

◗Minnìa mentre accudisce le capre
«La medicina, invece, la faccio nel pomeriggio – dice –. La faccio a chiunque. Avrei anche altro da fare, però la medicina la faccio volentieri alle persone che ne hanno bisogno. La faccio con il cuore». Sempre e soltanto gratis, senza alcun tipo di ricompensa. Gratis et amore Dei.

◗Minnìa mentre pratica "sa medichina"
«Ci vogliono nove giorni, per guarire» riprende fiato Minnìa. «Non si tratta di chiacchiere. Il male scompare» giura. Il fuoco di sant’Antonio lo cura con le scintille che sprigionano i colpi tra una pietra focaia e un ferro lavorato appositamente che fa da acciarino. Fuoco contro fuoco. Figus punta la camera sulle scintille, tiene il ritmo, ta tac, ta tac, ta tac, ta tac, come un ballo sardo ancestrale.

◗"Sa medichina"
«C’è chi il fuoco di sant’Antonio ce l’ha qui nell’occhio» indica Minnìa. «C’è chi ce l’ha più su, chi nella testa. Può manifestarsi in qualsiasi parte del corpo. Ne ho curato persino nella pianta dei piedi. Per non parlare di altre zone, più intime. Giusto per essere chiari» sottolinea ancora. Fermo restando che «non si manifesta a tutti allo stesso modo. Alcuni lo hanno internamente, con un leggero gonfiore esterno. Ad altri si manifesta con un vasto eritema – spiega l’anziana donna –. Spesso con vescicole che non devono essere toccate. Il paziente non deve assolutamente grattarle. Se lo fa, avrà il doppio del dolore e la guarigione sarà molto lenta. Non deve assolutamente toccarle. Questo è certo. Le vescicole devono asciugarsi senza essere toccate». Raccomandazioni fondamentali affinché la medicina popolare possa dare risposte. «Funziona» assicura Minnìa.
Quando l’onda scende
se maometto non va alla montagna è la montagna che va da maometto . Italy Needs Sex Education compie un vero e proprio atto di supplenza culturale nei confronti dello Stato italiano. insegna l'educazioe sentimentale - sessuoaffettiva a i ragazzi al posto della scuola
propone di portare l’educazione sessuo-affettiva nella società, senza aspettare i tempi biblici della politica e delle istituzioni.Fondata da Rise Up Community e Flavia Restivo, INSE ha appena lanciato dei corsi avanzati di educazione sessuo-affettiva che si rivolgono direttamente ad addetti ai lavori, professionisti del settore, educatori, formatori, ma anche semplici cittadini che vogliono conoscere di più sé stessi e il proprio rapporto con gli altri.Italy Needs Sex Education compie un vero e proprio atto di supplenza culturale nei confronti dello Stato italiano. E io voglio fare di tutto per supportarli in questo.Il 13 gennaio parte il nuovo corso INSE, nell’ambito di un percorso in cui ascolterò professionisti e porterò a mia volta la mia esperienza da comunicatore che da anni lavora sui social e su questi temi.Spero di vedere tanti di voi iscrivervi, partecipare, condividere anche con il passaparola.È un atto di crescita personale e collettiva che come cittadini abbiamo il diritto e il dovere di compiere.
Luca Vergallito, Tommaso Giacomel e una filosofia di allenamento comune tra ciclismo e biathlon: “Alleniamo l’endurance puro”
Foto di 2024 Getty Image |
13.1.26
Di lui non si è parlato sui giornali. Non era un caso da prima pagina. Non rientrava nelle storie che fanno rumore .eppure Giovanni Putelli aveva 39 anni. è morto a #CransMontana
Se n’è andato in mezzo ai più giovani, lui che giovane non lo era più.Ed è forse proprio qui che il dolore diventa più acuto.Giovanni Putelli aveva 39 anni.Un’età in cui la vita non è più una corsa leggera, ma una somma di responsabilità.Un’età in cui ogni scelta pesa il doppio, perché dietro non c’è solo te stesso, ma due figli di 3 e 5 anni che ti aspettano e danno un senso a ogni giorno.Si trovava a Crans-Montana per lavoro.Tre anni prima aveva fatto una scelta difficile: lasciare tutto e
ripartire altrove.Senza annunci, senza scene.Solo la volontà concreta di costruire qualcosa di stabile, di esserci davvero.Quella sera non era nemmeno in servizio.Era il suo giorno libero.Un momento qualunque, come tanti, in un posto qualunque.Poi qualcosa si rompe.Le fiamme.Il fumo che invade.Il panico che corre più veloce delle persone.Giovanni si trovava al piano superiore, al bar.Avrebbe potuto restare lì.Avrebbe potuto pensare solo a salvarsi.Ma non lo ha fatto.È sceso.Per aiutare.Per non lasciare indietro nessuno.Forse qualcuno si è salvato anche grazie a lui.Lui no.Non c’è nulla di spettacolare in questa storia.Nessuna telecamera accesa.Nessun applauso.Solo un uomo che, nel momento più pericoloso, ha scelto di non voltarsi.Mentre tutto succedeva, sua sorella lo cercava.Ovunque.Messaggi, appelli, attese cariche di speranza.Poi il vuoto.Quel vuoto che arriva quando le risposte fanno troppo male per essere dette.Il fratello Angelo ha scritto:«Grazie per l’affetto e la vicinanza che ci avete donato».Parole semplici.Quelle che restano quando il dolore è troppo grande per essere spiegato.Giovanni non era più un ragazzo.Era un papà.Era un fratello.Era un uomo che stava provando a costruire un domani.Ed è morto come spesso muoiono le persone migliori:mentre facevano qualcosa per qualcun altro, senza sapere se sarebbero tornate indietro.Restano due bambini troppo piccoli per capire.Resterà il ricordo di un padre che non ha avuto paura di fare un passo avanti.Resterà una scelta che parla più di mille parole.E resta una domanda che pesa:quante persone comuni compiono gesti straordinari senza che il mondo faccia in tempo a dirgli grazie?
scusi, giovane e libera signora, mi farebbe fare un tiro?
La differenza la fa chi resta
Non aiuti un ragazzo togliendogli qualcosa.
Lo aiuti dando qualcosa che spesso gli manca: una presenza che non si spegne.
Perché un adolescente non cerca un’app.
Cerca qualcuno che regga il suo mondo quando trema.
Qualcuno che non cambia strada se lui è confuso, agitato, arrabbiato o silenzioso.
A volte ci illudiamo che basti limitare gli schermi, controllare gli accessi, ridurre le ore online.
Ma un ragazzo non si salva spegnendo un telefono.
Si salva quando capisce che non deve urlare per essere ascoltato.
Che non deve recitare una parte per essere accettato.
Che non deve ferirsi per essere visto.
Un ragazzo si salva quando trova un adulto che rimane.
Che si siede accanto anche quando non sa da dove iniziare.
Che lascia spazio alle parole ma anche ai silenzi.
Che non giudica, non minimizza, non si spaventa delle sue emozioni grandi.
A volte basta un gesto semplice:
un “sono qui se vuoi”
detto con sincerità, non per dovere.
Perché quando un adolescente percepisce che qualcuno c’è davvero — non di passaggio, non a metà — allora inizia a respirare diverso.
Allora capisce che il mondo fuori può essere duro, ma non è tutto così.
Che esiste un posto dove non deve essere perfetto.
Un posto dove può essere fragile senza sentirsi sbagliato.
Questa è prevenzione:
non controllo, ma cura.
Non regole, ma relazione.
Non distanza, ma presenza.
Restare accanto non risolve tutto, è vero.
Ma fa la differenza tra sentirsi soli e sentirsi al sicuro.
E per un ragazzo, questo cambia tutto.
L' Eco del Silenzio
Stessa dignitá per le paraolimpiadi ? Di lisa noja
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ecco come dicevo nel titolo perchè guarderò anche le paraolimpiadi .In attessa d'esse un nuovo sunto con aggiunte a qua...
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