Stavo per scrivere io la recensione del film ma l'amico Giampaolo Cassitta mai ha anticipato . L'unica cosa che mi sento d'aggiungere prima di lasciarvi al post di Giampaolo è che esso è un film : bello , profondo , utile e con un ottimo cast .
Norimberga non è un film storico. È, piuttosto, un pretesto potente per raccontare un’altra storia, molto più interessante: il rapporto tra detenuto e operatore e, più in profondità, il rapporto tra il male e la sua analisi.
Il film si regge quasi interamente su due figure. Da un lato Hermann Göring, ex secondo in comando di Hitler, imputato a Norimberga per crimini atroci. Dall’altro Douglas Kelley, psichiatra dell’esercito americano incaricato di valutarne la personalità. La cornice storica resta sullo sfondo, ben descritta, accattivante, solida: un ottimo prodotto cinematografico. Ma il cuore è altrove, in quel rapporto che lentamente si costruisce tra i due uomini.
Quel rapporto mi ha inevitabilmente riportato al mio mestiere, a quella strana alchimia che si crea tra detenuto e operatore. Un equilibrio instabile, un approccio duale che si insinua tra il desiderio di sapere, di comprendere, di analizzare, e la forza dirompente – talvolta caricaturale – della messa in scena, della parte che il detenuto interpreta. È un gioco sottile, quotidiano, fatto di avvicinamenti e distanze, di ascolto e di prudenza.
C’è una scena, bellissima, in cui Göring chiede a Kelley se tra loro sia nata un’amicizia. Lo psichiatra risponde di sì, ma con esitazione. Sa che il tentativo manipolatorio del carnefice non ha funzionato, e infatti sarà proprio Kelley a fornire le indicazioni decisive per intervenire contro il gerarca nazista. In quel passaggio mi sono ritrovato profondamente, perché in carcere questo meccanismo è una pratica costante, un modus operandi che si rinnova ogni giorno nel rapporto tra detenuto e operatore del trattamento.
Ricordo un episodio preciso. Un detenuto politico, affiliato alle Brigate Rosse, dopo una serie di incontri intensi, nei quali avevamo toccato nodi importanti della sua storia e della sua ideologia, mi chiese improvvisamente: “Ma lei, da che parte sta?”. Risposi senza esitazioni: “Dalla parte dello Stato”. Era l’unica risposta possibile.
Per questo Norimberga dovrebbe essere proiettato nelle scuole di formazione dei funzionari giuridico-pedagogici, i vecchi educatori penitenziari, e analizzato scena per scena. A partire dall’apparente incomunicabilità tra Göring e Kelley, passando per quel gioco di complicità che umanizza il personaggio – e umanizzare senza contesto è sempre un rischio enorme – fino alla fase finale, in cui Kelley torna a essere pienamente l’operatore e si colloca, senza ambiguità, dalla parte dello Stato.
I nazisti sono stati dalla parte sbagliata della storia. Hanno commesso atrocità indicibili, in particolare contro il popolo ebraico. Così come sono dalla parte sbagliata della storia un brigatista, un mafioso, un sequestratore di persona, un violentatore, un femminicida. Cambiano le forme, non la sostanza del male.
Avere il coraggio di ascoltare Caino è un mestiere complesso: affascinante e pericoloso, terribile e necessario. Ma occorre tenere fermo un punto essenziale. Per quanto possa essere seducente l’abisso del male, non deve mai travolgerti. Può solo servirti per comprenderlo, per arginarlo, per raccontarlo, per indicare strade che impediscano la sua riproduzione.
Questo è stato, per me, Norimberga: un duello serrato tra il male assoluto e la necessità di sapere.