Sako Bakari [  foto sotto al centro  ] il 35enne ori­gi­na­rio del Mali morto all’alba di sabato scorso a Taranto sotto i colpi sfer­rati con un col­tello a ser­ra­ma­nico da un ragazzo che com­pirà 16 anni tra pochi giorni, è stato ucciso senza un movente. Per sfug­gire al suo destino, aveva pro­vato a tro­vare riparo in un bar. Ma il tito­lare l’ha subito invi­tato a uscire, lascian­dolo nelle mani dei suoi assas­sini.Il per­ché di tanta vio­lenza potrebbe emer­gere dagli inter­ro­ga­tori di con­va­lida del fermo dei cin­que inda­gati che si faranno tra domani e venerdì. Per ora i magi­strati non rie­scono a con­te­stare, oltre all’omi­ci­dio, l’aggra­vante di odio raz­ziale, ma non è escluso che possa acca­dere visto che, una quin­di­cina di minuti prima, il gruppo aveva inti­mi­dito un’altra per­sona di ori­gine    che peda­lava negli stessi vicoli: supe­ran­dola con lo scoo­ter, l’ave­vano stretta lungo il muro insul­tan­dola. Per ora reg­gono sol­tanto i futili motivi che ser­vono a deli­neare il con­te­sto «amo­rale» nel quale è avve­nuto l’omi­ci­dio. Nel gruppo dei cin­que inda­gati c’è un 21enne. Ma ne fanno parte anche quat­tro mino­renni, due di 16 e due di 17 anni, che hanno evaso l’obbligo sco­la­stico e appar­ten­gono a fami­glie con pro­fondi disagi. Il loro com­por­ta­mento abi­tuale e la loro estrema aggres­si­vità «è espres­sione di vacuità morale, assenza di rispetto per gli altri e per la vita stessa». Su que­sti temi le pro­cu­ra­trici Daniela Puti­gnano (Minori) ed Euge­nia Pon­tas­su­glia (Ordi­na­ria) hanno fatto alcune con­si­de­ra­zioni con­di­vise peral­tro dalla gran parte dell’opi­nione pub­blica locale. Rifles­sioni che pur­troppo tro­vano una con­ferma nel com­por­ta­mento del tito­lare del bar nel quale s’era rifu­giata la vit­tima nel ten­ta­tivo di sfug­gire all’aggres­sione. «Non ha chia­mato le forze dell’ordine, ma ha pre­fe­rito girarsi dall’altra parte e invi­tare Sako ad andar­sene fuori», spie­gano le pro­cu­ra­trici. Lo ha pra­ti­ca­mente ricon­se­gnato ai suoi car­ne­fici. Il più pic­colo ha con­fes­sato: «L’ho col­pito io». E ha fatto ritro­vare in una siepe vicino a casa sua l’arma del delitto. Le rifles­sioni delle pro­cu­ra­trici tro­vano con­ferma anche in un’altra cir­co­stanza: alcuni post apparsi sui social ieri, post di soli­da­rietà con i fer­mati. Ad esem­pio: «Siamo nati e cre­sciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una repu­ta­zione sulle nostre spalle. Abbiamo affron­tato la vita da adulti prima del tempo. C’è tempo per recu­pe­rare la vita lunga. Il nostro obiet­tivo è ritro­varci l’uno con l’altro. Il car­cere non ci separa, anzi impa­rate a nuo­tare che fuori gli squali sono tanti». E sotto la firma «Taranto vec­chia». La pro­cu­ra­trice Puti­gnano ha chia­rito che i quat­tro sono incen­su­rati, ma già cono­sciuti dal tri­bu­nale dei minori per «situa­zioni di disa­gio fami­gliare e pro­ble­ma­ti­che edu­ca­tive, situa­zioni inter­cet­tate, ma non curate». Ha aggiunto che «il feno­meno dei gio­va­nis­simi che escono con i col­telli è dila­gante, que­sti sono ragazzi svin­co­lati dal con­trollo delle fami­glie tanto che sono stati in giro tutta la notte». Ha richia­mato quindi l’atten­zione sulla neces­sità di una «nuova gram­ma­tica civile. La repres­sione non è tutto — ha detto — le agen­zie edu­ca­tive devono farsi carico del disa­gio gio­va­nile». Anche la pro­cu­ra­trice Pon­tas­su­glia ha insi­stito su que­sto argo­mento: «Si sono scon­trati due mondi: un uomo che alle cin­que del mat­tino va a lavo­rare per man­te­nere la fami­glia, e, di fronte, ragazzi che alle 5 del mat­tino scor­raz­zano per le strade della città armati e alla ricerca di una per­sona da col­pire, in que­sto caso una di colore». Intanto a Taranto sono giunti i parenti della vit­tima e il pre­si­dente della comu­nità maliana in Ita­lia che ieri ha incon­trato i ver­tici di que­stura e pre­fet­tura. Bakari viene descritto come un uomo «timido ed edu­cato», un grande lavo­ra­tore e un gran tifoso del Psg. A casa, in Mali, lo aspet­ta­vano due mogli, entrambe incinte.