«Libri, Osho e pilates per fermare i troppi pensieri Ora corro libera»
L’italiana più veloce del mondo «Prima reprimevo le emozioni condizionata da famiglia e cultura Anche l’amore mi ha cambiata»
Corriere della Sera
Dalla nostra inviata Gaia Piccardi
Fulmine Zaynab Dosso, 26 anni: prima azzurra a vincere un titolo internazionale assoluto nello sprint (Ap)
TORUN La donna più veloce del mondo è italiana, si chiama Zaynab Dosso, ha un fidanzato, due gatti e tanti sogni sotto i ricci. A Torun ha vinto i 60 metri in 7” netti, ma è già scesa sotto la barriera (6”99). Tra le cinque medaglie del Mondiale indoor, Za è in volto da copertina di un’italia senza limiti.
Ha capito cosa fa fatto, campionessa?
«Ripensando al percorso per arrivare fino a qui ho realizzato quanta strada ho fatto. Sentire l’inno mi ha emozionata tanto: l’ho cantato a occhi chiusi sennò si apriva il rubinetto…».
Il clic nella testa assistendo ai cinque ori olimpici di Tokyo è spiegabile?
«È stato un momento rivelatorio: se ce l’ha fatta Jacobs, perché io no? È il pensiero che, credo, abbiamo avuto un po’ tutti in squadra. Oh ragazzi, diamoci una svegliata, abbiamo cominciato a dirci: quell’oro è stata la dimostrazione che i sacrifici e il lavoro pagano. Da lì in poi mi sono messa di più in gioco. È partito un effetto domino. Prima l’obiettivo era fare il minimo per i Mondiali, poi è diventato vincerli, i Mondiali».
Una rivoluzione mentale. «Comunque gli alti e bassi non sono mancati. Ho dovuto capire cosa fare per mettere in moto il mio potenziale. Sapevo di voler dimostrare quanto valgo, ma come? Mi sono spostata da Rubiera a Roma da Giorgio Frinolli, che è il coach più bravo del mondo: il mio oro è dedicato anche a lui. I bronzi iridati indoor e europeo a Roma mi hanno fatto capire che ero sulla strada giusta, poi ai Giochi di Parigi è andata male, sono entrata in crisi: fare un viaggio in Costa d’avorio, dove sono nata, mi ha permesso di ritrovarmi come persona. Mi arrovellavo troppo, ho iniziato a fare pilates anche per fermare i pensieri. E sono arrivati gli ori di Apeldoorn e Torun».
Oltre al pilates, cosa le è servito?
«Leggere, leggere tanto. I libri di Osho, per esempio: in particolare i testi sulla religione e sul vivere. Ho capito che reprimevo le mie emozioni, per condizionamento famigliare e culturale. Oggi, invece, mi voglio libera».
Tanti ori al femminile tra Milano Cortina e Torun. Il senso di libertà delle atlete italiane sta dilagando?
«Le donne sono sempre state forti, ma prima erano messe in un angolino da energie maschili forti. Che stiano emergendo adesso non è un caso. Ora si nota la nostra grandezza: ci permettiamo di esprimerci, di prenderci quello che vogliamo. È un urlo: ci siamo anche noi!».
La sua azione di corsa è cambiata, è più efficace.
«Quest’inverno mi sono fatta un paiolo così con tanto lavoro aerobico: oggi riesco a fare venti volte i cento mantenendo il livello alto. Sono felice di essere riuscita a trasferire nei tre turni di Torun i cambiamenti. Frinolli studia dati e video, io cerco di analizzare il meno possibile: il mio lavoro è correre. A Torun in partenza mi scivolava il piede da un blocco, ho dovuto cambiarlo. È stata una dimostrazione a me stessa: so superare anche gli imprevisti».
Il gesto della corsa, oggi, le restituisce sensazioni diverse?
«Sì. Già dopo due-tre mesi avevo la percezione di essere più padrona del mio gesto. Prima ero più in balia di una corsa di forza, per dimostrare non so cosa. Adesso ogni movimento è consapevole, fosse anche un piccolo spostamento del braccio».
Dosso e Battocletti, due ori mondiali: che rapporto c’è?
«Nadia è una grande capitana. Ha vinto la sua gara e il giorno dopo è tornata al palazzetto per sostenere Sveva Gerevini nell’eptathlon. Ci spingiamo a vicenda, non solo io e Nadia: nel gruppo azzurro è tutto un osservarci senza invidia per cercare di motivarci l’uno con l’altro. Ma l’ispirazione arriva anche da fuori: da Sinner che fa cose incredibili a Brignone e Goggia».
Lei è d’ispirazione per Kelly Doualla.
«Kelly è aria fresca, con lei si possono fare grandi cose anche in chiave staffetta. A Torun è entrata nella giungla: ho pensato avesse bisogno di un’amica».
Un oro mondiale nei 60 metri cambia la vita?
«Me lo auguro ma non è la popolarità che sto cercando, il mio scopo è fare al meglio il mio sport. Se arriva, ben venga. Torno dalla Polonia da campionessa del mondo e mi rimetto a fare la mia vita: il trasloco insieme al fidanzato martellista portoghese, i gatti da accudire. La mia maggiore serenità coincide anche con il suo arrivo nella mia vita. Mi chiama farfalla, ma lo fa per incrementare il mio stress!».
Come reagirà al confronto con il mondo allargato all’aperto della Diamond League e di Los Angeles 2028?
«Già testarmi sui 200, oltre che sui 100, dimostra che le mie ambizioni sono cresciute. Come reagirò? Sono curiosa di scoprirlo anch’io».
” Sono uscita da un momento di crisi tornando in Costa D’avorio dove sono nata: lì mi sono ritrovata
” Battocletti è un esempio Ma tanti modelli ci spingono da fuori: Sinner, Brignone e Goggia fanno cose incredibili
” Kelly Doualla è aria fresca A Torun è entrata nella giungla: ho pensato avesse bisogno di un’amica
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Emma Mazzenga, l’atleta dei record a 92 anni racconta sul palco i segreti della sua longevità sportiva
di Caterina Barone
Al Teatro Maddalene di Padova due serate dedicate alla sua storia: «Per me correre è una necessità, lo faccio tre volte a settimana»
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È un fenomeno della natura, oggetto di ammirazione e anche di studio da parte della comunità scientifica, Emma Mazzenga, l’atleta padovana che a 92 anni - è nata nel 1933 - è capace di vincere nella corsa gare di atletica master mondiale. La sua carriera leggendaria è cominciata tardi: aveva 56 anni ed era andata in pensione dopo anni di insegnamento. Ha il tempo e la voglia di tornare in pista con lo sport che aveva praticato tra i 19 e i 28 anni. Si appassiona e decide di competere nelle categorie master, distinte per fasce di età. Conquista così oltre cento titoli italiani, 31 europei, 11 mondiali e quattro record del mondo nelle categorie W80 W90 (over 80 e over 90 anni).
Le serate
Quali sono i segreti del suo successo e soprattutto della sua longevità sportiva? Emma Mazzega li racconterà al pubblico con il piglio deciso e ironico che la caratterizza, mercoledì e giovedì al Teatro Maddalene di Padova, alle ore 19.30, nell’ambito della rassegna Sport on Stage, organizzata dal Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale con il supporto di TEDx Padova nell’anno delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali per unire lo sport e il teatro.
Il talk show
Lo spirito olimpico sale così sul palcoscenico in una serata che ha la forma di un talk leggero e divertente sul modello del late show americano, giocato tra comicità, intrattenimento e informazione. A condurre la conversazione sono due giovani attori, Giulia Briata e Cristiano Parolin, guidati dalla regia di Sonia Soro sulla base dei testi di Nicolò Targhetta, per far emergere i successi e le difficoltà che si celano dietro la pratica sportiva. E anche il pubblico è chiamato in causa e invitato a partecipare con domande, quiz scherzosi e medaglie d’oro, argento e bronzo.
Passione e stile di vita
Disciplina, passione e uno stile di vita attivo: sembra alla portata di tutti il segreto di Emma, quello che l’ha resa un simbolo universale di energia, resilienza e amore per lo sport. Ce lo spiega con semplicità: «Per me correre è una necessità, lo faccio tre volte a settimana al Palaindoor di Padova. Ho bisogno di muovermi per scaricare le tensioni e superare i momenti di malinconia. Corro perché è un’attività che mi consente di uscire di casa, di incontrare persone e frequentare ambienti diversi. Continuerò a correre finché potrò, non so per quanto riuscirò a fare le gare ma continuerò a correre finché sono in grado di farlo». E noi glielo auguriamo di cuore. Continua così, Emma!
Il record di Mattia, gol in tutte le categorie: «Un sogno realizzato»
Dal Chievo al Trescore Cremasco: ora posso lasciare
Corriere della Sera
Di Alessandro Fulloni
L’elenco Ecco la maglia indossata ieri da Marchesetti, sotto la casacca del Trescore Cremasco, con i nomi di tutte le squadre per le quali ha segnato
Al 20’ del secondo tempo di Trescore cremasco-oratorio Sabbioni, derby lombardo di Seconda categoria, quel pensiero folle gli è saettato in testa mentre sistemava il pallone sul dischetto: «Tra me e me ho proprio scandito quelle parole, “adesso gli faccio il cucchiaio...”. Certo, sono le stesse pronunciate da Francesco Totti in Italia-olanda, Europei del 2000. Ma lui era un campione stratosferico. Io no. Dunque ho rimosso l’idea: niente cucchiaio, se sbaglio i compagni mi falciano».
Mattia Marchesetti ha così calciato quel rigore andando sul sicuro: «Botta secca all’angolino sinistro», tiro imparabile. Un gol che ha portato l’ala destra del Trescore nella storia del calcio italiano. Infatti adesso fa parte del dream team di quattro calciatori — gli altri sono Marcello Diomedi, Denis Godeas e Antonio Martorella — che hanno segnato in tutte le dieci categorie del nostro pallone, dalla Serie A alla Terza, passando per Eccellenza e Promozione. «Loro però ci sono riusciti quando veleggiavano sui 45 anni, io con i miei 42 sono il più giovane», assicura Mattia, originario di Crema, maestro
di sostegno alla primaria, sposato con Elisabet, infermiera, e papà di Giulia, 16 anni, e Riccardo, 12enne centrocampista della Cremonese. «Che emozione, vederlo in campo. Noi Marchesetti siamo nati con il pallone: è stato in D anche mio padre, Domenico, operaio in pensione e il mio primo “mister” quando ero tra gli “under 12”».
Quella segnata domenica costituisce una rete «spartiacque» nella vita del giocatore: «L’ho fortemente voluta, inseguita da quando, dopo un gol che misi a segno con il Crema in Seconda categoria, sognai di poter entrare nell’albo dei primati. Un istante prima di calciare, con la famiglia nella tribunetta, mi è passata davanti l’intera carriera, i sacrifici, lo studio la sera dopo gli allenamenti. Sì, è stata l’ultima partita, ora smetto. Forse sarò in campo un’altra volta per salutare la squadra. Poi, stop». Si commuove nel raccontare l’ultima stagione «in cui, partecipando al ritiro quest’estate e allenandomi due volte a settimana, ho giocato 14 partite. Quando l’arbitro ha fischiato il rigore, i miei compagni, tutti molto più giovani, mi hanno detto: “tocca a te”, sapevano quanto ci tenessi. Persino gli avversari del Sabbioni mi hanno abbracciato».La carriera di Mattia sta in un «album» che comprende 24 squadre. «Ho fatto tutta la trafila nelle giovanili della Cremonese» e poi casacche mica male come Chievo, Samp, Triestina, Vicenza. Snocciola le presenze: «25 in A, 100 in B, 120 in C1». Prosegue ricordando «quando ho smesso di entrare nei grandi stadi per giocare nei campi del Pizzighettone, dell’olginatese e della Rivoltana».
Ogni gol segnato — a proposito: in totale sono più di 100 — è scolpito nella memoria: «L’unico in A? Fu in Chievo-parma nel 2005, assist di Zanchetta dalla metà campo, io faccio un taglio alle spalle dei difensori, la palla rimbalza davanti a Frey, insacco di destro: un sogno...». La rete più importante? «Quella nel 2004 con la Cremonese durante la finale di ritorno contro il Südtirol, valsa la promozione in C1».
Quanto al futuro, Mattia è prossimo alla laurea in Scienze Motorie, «potrei insegnare a scuola. Ho già il patentino “Uefa B”, attendo di sostenere l’esame per quello “A”. Certo,
La speranza «Mio figlio Riccardo non ha mai visto l’italia ai Mondiali: spero sia l’anno buono»
mi vedo su una panchina: mi piace allenare e insegnare il calcio, come ho fatto sino all’anno scorso, soprattutto con i bambini. Sono delle spugne, assorbono tutto: spiego loro che devono semplicemente divertirsi, non li rimprovero mai e nemmeno dico che hanno sbagliato, semmai mostro cosa fare per migliorarsi. Poi se vedo che fanno un’azione proprio come gliel’ho spiegata ne sono felice». Infine, un sogno nel cassetto «molto ravvicinato: mio figlio Riccardo è del 2013, non ha mai visto l’italia ai Mondiali. Spero che questo sia l’anno buono».