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18.6.24

Le sei wonder women di Tonara: «Gol di tacco? Meglio di testa»Le mamme che hanno preso il timone della storica Polisportiva locale. «Un impegno da affrontare con serietà, una dichiarazione d’amore per il calcio» e Danimarca, la Nazionale di calcio maschile rifiuta l’aumento di stipendio e garantisce la parità salariale per quella femminile



  da  la  la nuova sardegna del  16\6\2024 
Le sei wonder women di Tonara: «Gol di tacco? Meglio di testa»
                         di Alessandro Mele


Le mamme che hanno preso il timone della storica Polisportiva locale. 



Tonara Tra quelle montagne ora sono più famose del torrone e il merito se lo sono conquistate, è il caso di dirlo, sul campo. L’esempio calza a pennello perché quello che hanno ottenuto per il loro paese non è cosa da poco: hanno salvato la Polisportiva Tonara. Sei donne, sei storie diverse da raccontare sono diventate sei calci di rigore imparabili. Gol che si moltiplicano se si calcola quanti bambini, quanti giovani, potranno continuare a sventolare maglie e bandiere rossonere. Quante famiglie potranno continuare a contare su un grande supporto sociale, quello di far crescere i propri figli sul manto erboso del proprio paese.
Perché il calcio a Tonara è scuola di vita, è una storia di rispetto reciproco, è storia d’amore per la maglia e per quel senso di appartenenza profondo che da sempre contraddistingue la purezza del dna montagnino. E così, tra le mille cose da organizzare per il settore giovanile e la prima squadra, le nove wonder women hanno il tempo e lo spirito di raccontare chi sono e da dove arriva tutta questa forza fatta di cuori di mamme ingabbiati in un animo da super tifose, quasi da ultras d’altri tempi.
A partire dalla presidentissima Maria Sau, 52 anni e mamma di Greta e Nina. Lavora in Comune nel settore finanziario. «Più che una passione, la sfida del Tonara è un mettersi alla prova – commenta –. Sono una donna del fare e quindi ho risposto “presente” all’esigenza di guidare la polisportiva. Vengo da una famiglia di 4 donne, mio padre ci ha trasmesso l’amore per il calcio e ce lo ha sempre raccontato. È vero, faccio un lavoro impegnativo, ma questo non è da meno. Vivo il calcio come un vero e proprio lavoro, per il Tonara non dormo la notte perché è la mia più grande passione. Inizio a essere stanca, ma mi sento un trattore, anche se non sono ancora andata al mare».
Poi c’è Cristina Sau, anche lei ha 52 anni ed è mamma di due piccole donne, Marika e Camilla. Per lei la passione per il calcio è nata in età più matura: «Ho fatto la fiorista per 13 anni – racconta col sorriso –, da 11 invece mi occupo di una ragazzina portatrice di disabilità. Una delle mie figlie, gioca a calcio da quando ha sei anni, in Serie C; ed è stata lei a trasmettermi questa grande passione. Ormai da 14 anni, la seguo da un campo di calcio all’altro. Sono sempre stata una spettatrice del Tonara, adesso la mia famiglia ha sposato questa sfida bella e totalizzante per tutti. Siamo veramente contenti e fiduciosi».
È la volta di Eleonora Porru, imprenditrice 40enne, è titolare di un torronificio. Ha due gemelli di 7 anni, Simon e Giommaria. «Fino a d oggi ho seguito il calcio solo da lontano – ammette – scegliendo di dedicare la maggior parte del mio tempo al lavoro. Non mi pento di aver scelto di occuparmi del Tonara, perché per me adesso è un modo per lasciare a casa i problemi della vita. D’altronde non c’è tonarese che non tifi questa squadra e io sono qui con l’obiettivo di rendere la polisportiva famosa almeno tanto quanto il nostro prodotto di nicchia che piace a tutti, ossia il torrone».
Noemi Deligia, 31 anni, nata a Belvì, è agente della polizia locale. La nuova stella di Tonara la porta in grembo, è al nono mese di gravidanza. «Sono una ex giocatrice, questo a sottolineare la mia passione per questo sport. Certo – prosegue –, la gravidanza mi ha un po’ allontanato dal campo, ma grazie all’entusiasmo di mio marito sto conciliando tutti gli impegni con serenità. Tifo il Cagliari e sono amante del calcio da sempre, anche in nome di questo desidero trasmettere a mia figlia questa stessa passione».
Tra chi guida la polisportiva c’è chi si deve occupare di tenere i conti e di occuparsi dell’anima degli atleti. È il caso di Maria Stefania Columbu, 57 anni di Ollolai ma residente a Tonara. È una funzionaria regionale nei centri per l’impiego. «Mi occupo di orientamento per i giovani disoccupati – dice – e questo abbiamo fatto anche con i giovani atleti del Tonara in termini di gestione del gruppo. Le donne forse riescono meglio a gestire le dinamiche dello spogliatoio e degli spalti. Ho due figli maschi che parlano solo di calcio e ora sto comprendendo la loro passione. Non so neanche cosa sia il fuorigioco, ma voglio occuparmi del lato umano delle cose».
Tra le sei, anche Rosalba Asoni, 57 anni e impiegata Inps: «Mio figlio gioca in prima squadra e anche io mi dilettavo con piacere. Questo progetto per me è una missione, una vocazione. Utilizzo il tempo che ho per il campo e per i nostri atleti».
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Danimarca, la Nazionale di calcio maschile rifiuta l’aumento di stipendio e garantisce la parità salariale per quella femminile



Con un gesto simbolico, ma anche tremendamente concreto, i giocatori della Nazionale danese che stanno disputando l’Europeo in Germania hanno rifiutato un aumento di retribuzione da parte della Federazione per garantire la parità salariale con la Nazionale femminile. In pratica, a partire da dopo Euro 2024, rinunceranno al 15% dei compensi destinati alla squadra maschile, grazie a cui saranno aumentati del 50% quelli delle calciatrici donne. Hanno fatto, cioè, da soli quello che né la Federazione né il mercato chiedeva loro. E sarà pure un piccolo gesto, ma di questi tempi, e visto da queste latitudini, non scontato, esemplare, da sottolineare e ammirare.
IL bel gesto da parte della Nazionale di calcio maschile della Danimarca che rifiuta l’aumento di stipendio e così garantisce la parità salariale per quella femminile: un compenso equo annunciato dallo stesso sindacato Fifpro. Non è passato inosservato il rifiuto da parte della
Nazionale di calcio della Danimarca  sull’aumento di stipendio che, così, garantirà la parità del salario per la squadra femminile: un consenso che è partito da veterani ma che è stato accolto di buon grado da tutta la rosa
La Nazionale maschile, dunque, percepirà la stessa retribuzione di base di quella femminile: assicurando così la parità di guadagno e maggiori diritti anche alle calciatrici. Un gesto che segna la recente storia della Nazionale calcistica e che sottolinea un valore etico e uno spessore umano non comune.
A confermare quanto accaduto lo stesso sindacato Fifpro che ha dichiarato come la Nazionale maschile al termine di Euro 2024 avvierà un contratto quadriennale senza alcun cambiamento nello stipendio e una riduzione della propria copertura assicurativa:
“In Danimarca la Nazionale femminile ha firmato un accordo con la federazione che le garantirà un compenso equo con la squadra maschile. Il contratto quadriennale, in vigore al termine degli Europei, prevede che i calciatori della Danimarca accettino una riduzione della propria copertura assicurativa: non solo, hanno rifiutato un aumento salariale per poter ridistribuire equamente le risorse anche alla squadra femminile”.


Una riduzione che, in sostanza, prevede un taglio del 15% sulla copertura assicurativa per la squadra maschile e che permetterà al contempo di aumentare la copertura assicurativa di quella femminile del 50% in più rispetto al contratto precedente.
A giovare di questo gesto, però, non ci sarà soltanto la Nazionale calcistica femminile ma anche quella dell’Under 21 maschile che potrà usufruire di una copertura assicurativa del 40% in più rispetto al precedente accordo.
Michael Sahl Hansen, direttore del sindacato danese Spillerforeningen, ha poi chiarito quanto sia importante questo passo ai fini della contribuzione per migliorare le condizioni generali della Nazionale femminile: “È un passo straordinario per contribuire a migliorare le condizioni delle nazionali femminili. Quindi, invece di cercare condizioni migliori per se stesse, i giocatori hanno pensato di sostenere la squadra femminile. Quando abbiamo presentato il piano al team, composto da Andreas Christensen, Thomas Delaney, Christian Eriksen, Pierre-Emile Højbjerg, Simon Kjær e Kasper Schmeichel, erano molto soddisfatti”.

Quelli che si sfidano a “Su Scialandroni” Nei quartieri popolari sopravvive il gioco simile al poker inventato dai detenuti

 

Posta: tres arrialis. Da bollu biri. Itta tenisi? Frusciu. Deu Su Pisci, appu bintu!
Assistere ad una partita di "Su Scialandroni” tra gli anziani del Villaggio Pescatori è uno spettacolo. L’antico passatempo casteddaio somiglia al poker: si punta, si rilancia, si bluffa. Ma è più complesso. Si gioca in riva al mare, sotto un albero. Tappi di latta come fiches e un sacchetto di ciottoli per fermare le carte ed evitare che il maestrale se le porti via. Sullo sfondo le casette dai tetti rossi tirate su nel ‘43 davanti alla chiesetta di Fatima. Un mondo a parte, in stile Hemingway.
In palio una cena
Il clima è di festa ma le discussioni non mancano. Anche accese, soprattutto tra compagni. Si chiacchiera di politica, calcio e reciproci acciacchi. Si ricordano i bei tempi. Ci si accalora, ma alla fine si torna tutti amici. In palio una cena a base di pesce o una bevuta. I nipotini non sono interessati: girano in bici o pescano dal molo srotolando la lenza da una tavoletta di legno. Maccioni e arroccali . Talvolta all'amo finisce unu pruppu da fare in insalata. Olio, aglio e prezzemolo.
Le regole
A Su Scialandroni si gioca in quattro, due contro due. Mazzo da quaranta. Un due e un tre di colore diverso si tolgono ( su bintixincu ). Il glossario è tanto ricco quanto incomprensibile ai più. C’è s'Arrestu (l’equivalente del “all-in” nel Texas Hold'em), s'Arriali, sa Baiocca, Bussu (per segnalare di aver buon gioco si bussa sul tavolo). Si prosegue con: Cartetta, Mazzu, Mesu pezza, Passo, Po’ sa manu, Posta manna, Primiera, Stuppau . Si fa riferimento ad unità monetarie in disuso, Lira e Franco. Il minimo è s'Arriali . Tres arrialis corrispondono a Mesu soddu .
Pochi superstiti
Sono rimasti in pochi a saper giocare, quasi tutti ultraottantenni, col risultato che l’antico gioco rischia l’estinzione. Per fortuna Su Scialandroni (il divertimento) è noto anche a qualche anziano di Sant'Avendrace, Sant'Elia e Pirri. Unendo le forze, insomma, ogni tanto si riesce ad organizzare un mini torneo tra quartieri. L’81enne Carlo Murgia, ad esempio, è di Is Mirrionis e si reca al Villaggio per qualche partitina. «Rispetto al passato si gioca meno», si rammarica, «un peccato perché è un gioco bellissimo». I giovani non ne vogliono sapere. «Sono malati di telefonino, non giocano a niente, non
dialogano neanche più tra loro», dice Paolo Pinna, 63 anni, residente a Tuvixeddu. «Hanno provato ad insegnarmelo», rivela Arianna Stara, 43 anni, consigliera del Comitato di quartiere, «ho fatto finta di aver capito ma in verità deu no appu comprendiu nudda» . Anche Simone Mattana, 35 anni, non sa giocare. Suo nonno invece è un maestro.
Inventato in carcere
Ha 85 anni e si chiama Giovanni Pusceddu, per tutti Nino. «Su Scialandroni? Un gioco di ladri inventato in carcere, si racconta. È più facile giocare che spiegare», assicura, «ci si sfida in coppia ed è fondamentale conoscere bene il compagno. Su Scialandroni si è un po’ perso, ci piacerebbe rilanciarlo. Il sogno è un torneo a luglio». Un’idea che stuzzica anche il 76enne Mariano Strazzeri, dal 2020 presidente del Comitato. «L’obiettivo», annuncia, «è coinvolgere i giovani per fare in modo che questa tradizione non muoia». Il re incontrastato di Su Scialandroni è però Carlo Floris, 86 anni, uomo-simbolo del Villaggio, nonché storico organizzatore della leggendaria Sagra del Pesce. «Si cerca sempre di realizzare la miglior combinazione di carte», spiega, «il punteggio massimo è “Su Pisci”, ovvero sei, sette e asso dello stesso seme. Una mano può durare un minuto, come mezz'ora. Quelli con la testa calda la fanno durare poco. La fortuna? Conta poco. Servono esperienza, abilità e memoria».

Estetista cinica, bufera sul mega party a Brera fra libri antichi e opere d’arteMusica da discoteca e abbuffate negli spazi dove agli studenti non è concesso nemmeno bere acqua. E lei si giustifica: «Non mi pare sia un museo così visitato, le mie influencer una vetrina per l’estero»

 unione  sarda 


Estetista cinica, bufera sul mega party a Brera fra libri antichi e opere d’arte Musica da discoteca e abbuffate negli spazi dove agli studenti non è concesso nemmeno bere acqua. E lei si giustifica: «Non mi pare sia un museo così visitato, le mie influencer una vetrina per l’estero»

Alcune immagini dal party (foto da Instagram)


Tavole imbandite e danze scatenate con musica da discoteca a poca distanza da libri antichissimi e dal valore inestimabile conservati nella Pinacoteca più famosa d’Italia: è quanto andato in scena nei giorni scorsi a Brera, nel cuore di Milano, protagonista Cristina Fogazzi, meglio nota come Estetista Cinica. Una festa organizzata per lanciare il suo nuovo progetto spagnolo, ma che ha scatenato una bufera sui social.
L'imprenditrice da 1 milione di follower ha organizzato il suo party, cui ha invitato volti noti e celebri influencer italiane e spagnole, «pagando 80mila euro più 15mila per i custodi», ha precisato il direttore della Pinacoteca Angelo Crespi. «I prezzi non li decidono i musei – ha chiarito – sono definiti in maniera rigorosa da un regolamento del ministero in base a metri quadri, tipo di spazi, presenza di opere. È dalla riforma Franceschini che la concessione di luoghi in affitto da parte delle istituzioni culturali rappresenta una voce di bilancio per finanziare restauri, conservazione, valorizzazione».
Peccato che nella Biblioteca Braidense, dove si è consumata la cena, agli studenti sia tassativamente proibito mangiare e persino bere dell’acqua. Per consultare dei testi, è inoltre necessario usare dei guanti bianchi. E a sottolineare l’inaccettabile disparità di trattamento è stata la pagina Instagram Milano_segreta, realtà che si occupa di organizzare tour culturali nella città.
«Ieri è andato in scena uno spettacolo a dir poco indecoroso, anzi, proprio indegno, che non fa onore per nulla a un'istituzione importante come quella di Brera», si legge in alcune Instagram stories con riferimento al mega party della Fogazzi. «E vabbé, potrà dire qualcuno, paga, fa pubblicità anche al museo, che te frega? No, frega eccome. Perché la cena in particolare, è stata allestita all'interno della Biblioteca Braidense. Per chi non lo sapesse o chi non ci è mai stato, per entrare in Braidense agli studenti stessi che necessitano di consultare libri, alle guide turistiche idem e a chiunque abbia bisogno di fare comunque ricerche, è tassativamente proibito mangiare all'interno, e tassativamente proibito anche bere dell'acqua. E tassativamente obbligatorio anche usare guanti bianchi all'interno. Regole giustissime, visto che la Braidense ha un patrimonio libraio inestimabile tra i più importanti d'Europa. Ora qualcuno deve spiegare, com'è possibile che addirittura si permetta di fare all'interno abbuffate, musica ecc, a letteralmente pochi centimetri dagli antichissimi tomi e dagli scaffali?».
Su Instagram la dura replica della Fogazzi, che ha posto anche l’accento sulla grande pubblicità fatta dalle influencer spagnole. «Ho pagato per stare in una location. Ho pagato sempre per tutto quello che ho fatto, come fa qualsiasi altro brand. Smettiamola con la mistificazione dei luoghi della cultura. Le opere che vedete dentro Brera sono state fatte grazie alla committenza privata. Se non lo sapete, i quadri, i grandi dipinti che voi andate a vedere, sono sempre stati prodotti per la committenza privata. Tutta la pittura è sempre stata voluta fortissimamente dalla committenza privata anche nelle sue evoluzioni storiche. La Pinacoteca di Brera, inoltre, non è un museo visitassimo in Italia. Ho deciso di portare dieci influencers spagnoli a Brera dicendo ‘Cosi qualche milione di persone in Spagna vede Brera’. Menomale che ci sono persone che si arricchiscono col proprio lavoro. Quello che ho me lo sono guadagnato tutto. Non sono ricca di famiglia».

17.6.24

TERTENIA. La poesia è un’auto da riparare Maria Biolchini, scrittrice e carrozziera: «Donne seguite le vostre passioni»

 dall'unione  sarda  del  16\6\2024


C’è qualcosa di poetico nel donare una seconda vita alle auto ammaccate. Nel prendere qualcosa di rotto, distrutto, deformato e riuscire a farlo risplendere. Maria Biolchini, 23 anni, di Tertenia, lavora nell’officina di famiglia insieme a sua sorella Stefania. «Fra i motori ci sono cresciuta. Ricordo quando mio padre, da bambina, mi portava sul carro attrezzi, mi sentivo al settimo cielo», racconta. Dopo il diploma da ragioniera pensa di iscriversi all’università, Medicina o Ostetricia, ma l’entusiasmo si spegne sul nascere. «Sapevo che non era la mia strada. Il mio habitat naturale è sempre stata l’officina di famiglia. Per cui ho cominciato a frequentarla, a poco a poco, per imparare il mestiere. Questa è una vita frenetica, devi essere sempre disponibile 24 ore al giorno per eventuali soccorsi, festività comprese», continua Maria. La carrozzeria è un crocevia di persone, è un passaggio di storie, pensieri, esperienze, da cui Maria prende spunto per coltivare la sua grande passione, dopo i motori: la poesia.
Intrecci
Un dono tramandato dalla nonna materna, che non ha conosciuto. «Incontro tanta gente, e ognuno di loro ha una storia, richiama immagini che mi portano lontano. Può essere un semplice scambio di parole a darmi l’ispirazione per scrivere nuove poesie. Ad esempio, capita di aggiustare dei camper di famiglie in vacanza qui da noi, lo scambio con queste persone mi permette di immaginare la loro vita avventurosa e leggera, sempre in giro, con una casa mobile», spiega. Maria si è appassionata di scrittura dopo un grave lutto in famiglia e da quel momento la sua vita è un continuo intrecciarsi di auto e parole in versi.
Pregiudizi
«Ho stima per tutte le donne che si buttano a seguire le loro passioni, soprattutto quelle fuori dagli schemi. Io, ancora oggi, subisco dei pregiudizi per il fatto di essere donna in un ambito solitamente maschile. Mi guardano strano perché sembro un maschiaccio, sono sporca di grasso o indosso delle scarpe antinfortunistiche. Quando vado a recuperare una macchina con il carro attrezzi capita mi chiedano: “Dov’è tuo padre?”, come se io non fossi all’altezza. Oramai non ci faccio più caso, però bisogna parlarne e abbattere questi pregiudizi», racconta. Oggi, tra una verniciatura e una poesia di Alda Merini, Maria Biolchini continua a progettare il suo futuro, pensando ad un’esperienza all’estero, sempre nel campo dei motori, e a riprendere gli studi universitari. E poi il sogno più grande: scrivere un libro.

   questa  vicendas  mi ha  ricordato questo video    di  story impact  di quasi due  anni fa  .   


  ed  il fatto     che  spesso un pregiudizio costa molto   più caro     che  mettere  da parte  l'orgoglio  

Fabio Franceschi, parla lo stampatore di Harry Potter: “La sua vera magia? Farmi viaggiare in Rolls-Royce e in elicottero”

 

© Oggi/Stefano Lorenzetto

© Oggi/Stefano Lorenzetto

Oltre che per la scoperta dell’America, gli italiani sono noti per averci importato il Parmigiano reggiano, la Nutella, il Martini, il Campari e molte altre delizie da mangiare e da bere. Il padovano Fabio Franceschi, 55 anni, è forse il primo a occuparsi del nutrimento per lo spirito: i libri. Secondo un documento d’epoca dell’US Census Bureau, nel 1900 vivevano negli Stati Uniti 484.703 nostri connazionali. Di costoro, 23.528 erano in Illinois e 66.655 in Pennsylvania. Il titolare della Grafica Veneta di Trebaseleghe si è avventurato sulle loro tracce in questi due Stati. In meno di tre anni, ha acquisito la Lake book manufacturing di Melrose Park, sobborgo di Chicago, e lo scorso 2 maggio la P.A. Hutchison di Mayfield, fondata nel 1911, specializzata in testi scolastici.
SFRUTTAMENTO DEL LAVORO, ARCHIVIATO – L’America fu anche all’origine della peggiore accusa che potesse essere rivolta a un imprenditore: sfruttamento del lavoro. Accadde a luglio del 2021 e al solo riparlarne Franceschi ci sta male, anche se poi se la vide archiviare dalla Procura: «Dovevo spedire grosse partite di libri negli Stati Uniti. Ci chiedevano di riceverli imballati in scatoloni. Non essendo attrezzato per questo genere di packaging, dovetti rivolgermi a una cooperativa, che ci inviò 8 pakistani. Lavoravano in fondo a un capannone lungo un chilometro. Che potevo saperne di ciò che combinavano o del fatto che i loro datori di lavoro li picchiavano per strada? Fu una tragedia scoprirlo. Ho giurato a me stesso: mai più contoterzisti in Grafica Veneta! Infatti gli 8 operai li ho assunti, insieme con altri 44 loro connazionali. Ho dipendenti di 34 etnie, 23 delle quali nella sola Trebaseleghe. Le sembro un razzista?». Leader nella stampa per i 70 principali editori al mondo, a cominciare dai tre colossi Penguin, Hachette e HarperCollins, 300 milioni di volumi sfornati ogni anno (la metà in Italia), unico in grado di consegnare un libro nel giro di sole 24 ore dal ricevimento del pdf e unico a poterlo fare in maniera sostenibile, grazie a un impianto carbon free che dispone di 100 mila metri quadrati di pannelli fotovoltaici sul tetto, Franceschi si occupa di cibo per la mente dopo aver sofferto fino ai 6 anni la scarsità di quello per il corpo.

CIBO PER IL CORPO E LA MENTE - «Pativo la fame», ammette ora che guida una Rolls-Royce Wraith e si sposta in elicottero. «Ma non mi sono mai considerato ricco: semplicemente un povero con i soldi, come diceva Gabriel García Márquez».

Era così indigente la sua famiglia? «Di più. Dire che eravamo poveri sarebbe un’esagerazione: non avevamo assolutamente nulla, il che è diverso. L’unico pasto vero era quello delle 18, quando mia madre poteva mettere in tavola solo i risi col late, riso bollito dentro il latte ben zuccherato. Tutte le sere risi col late, per anni. Me lo sogno ancora di notte. Nel negozio di alimentari del signor Coletto, detto Tórmena, la mamma mandava me, con un quadernetto. Dicevo al salumiere: segni, pagheremo a fine mese».

A che età cominciò a fare il tipografo? «A 4 anni. Mio padre Rino e mio zio Sergio mi davano le righe metalliche difettose uscite dalla loro linotype, quelle che presentavano una sbavatura. Io mi mettevo sotto il tavolo di cucina e le rifilavo con una spazzola di ferro. La compositrice sbuffava vapori tossici di piombo, antimonio e stagno per 18 ore al giorno. Era collocata in una stanzetta attigua alla camera dove dormivo accanto al letto dei miei genitori. Il frastuono provocato dalle matrici dei caratteri era la mia ninna nanna, visto che papà e zio lavoravano fino alle 2 di notte».

Come conseguì il successo? «Mio padre morì ad appena 42 anni. Qualche tempo dopo, la fiducia di una banca locale mi permise di rilevare con un mutuo la quota di mio zio nella stamperia. Fino ad allora il nostro bilancio era dipeso dal Bur, il Bollettino ufficiale della Regione Veneto, che però ci saldava le fatture con 6 mesi di ritardo. Decisi di buttarmi sui libri. Nessun editore ci apriva le porte. L’unica che rispose fu Sandra Mondani, responsabile tecnico del Saggiatore, la casa fondata nel 1958 da Alberto Mondadori, figlio di Arnoldo. Mi diede da stampare 3 mila copie di Donna Lakota, la storia di Mary Crow Dog. Pur di prendere la commessa, le proposi un prezzo stracciatissimo.Lavorando 24 ore su 24, in 13 anni il fatturato aumentò del 19.262 per cento. Con il punto, non con la virgola: diciannovemila».

Non teme che il libro digitale vi spazzi via? «Nessuno al mondo è in grado di fare previsioni sensate. Navighiamo a vista. Un po’ di fastidio l’ebook ce lo dà, è pur sempre un concorrente, ma meno di quanto ci aspettassimo. Credo che non riuscirà mai a scalzare la carta stampata. Il libro tradizionale è un bene prezioso che completa la casa, conferendole tono e calore. Un volume si conserva, lo regali alle persone a cui tieni di più, resta in eredità ai tuoi cari».

Quanti nuovi libri producete in un anno? «Solo qui a Trebaseleghe stampiamo ogni giorno 60-70 titoli, con ben 27 rotative che inghiottono fino a 3 mila tonnellate di carta. Fanno 30 autotreni di libri in uscita dallo stabilimento. Con la saga di Harry Potter siamo arrivati finora a 1 miliardo di copie nelle 10 principali lingue, cinese escluso».

Ricordo che per il primo titolo di Joanne Kathleen Rowling vi furono imposte regole rigide. «Più che altro draconiane, le stesse di Life, il libro sul Papa edito da HarperCollins. La scrittrice inglese pretese clausole contrattuali con penali da milioni di euro, per impedire che uscisse qualche anticipazione tratta dai suoi romanzi. Ci furono imposti 18 agenti di sicurezza armati a sorvegliare la tipografia nell’arco delle 24 ore. I bancali con le copie fresche di stampa venivano cellofanati nella plastica nera, inmodo che le copertine non fossero visibili. Poi apponevamo i sigilli di piombo alle maniglie dei Tir che trasportavano i libri da Trebaseleghe al magazzino dell’editore Salani».

Tra Italia e Stati Uniti quanti dipendenti ha? «Siamo arrivati a 900. Me ne servirebbero subito altri 60 a Trebaseleghe, ma non riusciamo a trovare personale con un minimo di conoscenza della materia, da inserire nei nostri corsi formativi».

Per questo reclutò gli 8 lavoratori pakistani da cui scaturì l’indagine giudiziaria? «No, è che la Bm service era specializzata negli imballaggi. Peraltro si trattava di una realtà con più di 100 dipendenti, che ci era stata segnalata da altri importanti stampatori e lavorava per i principali editori. Ero totalmente all’oscuro dei metodi criminali di quell’azienda di Trento. Il pubblico ministero lo capì e chiese l’archiviazione. Venne concessa perché non c’erano prove a mio carico “circa la consapevolezza della situazione dei lavoratori stranieri”, ha scritto la Procura di Padova. Non lo dico io: lo riportò l’Ansa».

Ma la notizia non ha lasciato tracce nei giornali. «Qualche titolo solo su quelli veneti. Io non ho sfruttato, semmai sono stato truffato. Bm service incideva appena per lo 0,08 per cento nel bilancio del personale di Grafica Veneta. È risultato che uno degli 8 operai aveva lavorato nello stesso giorno 12 ore da noi e 12 ore da altri; un suo amico, rimasto qui meno di una settimana, chiedeva 100 mila euro di salari arretrati. Ringrazio la Cgil, che si è dimostrata collaborativa, e Manik Abdullah Atique, l’imam di Padova, che ha voluto invitarmi in moschea. Hanno compreso le mie ragioni».

Però il suo amministratore delegato Giorgio Bertan ha patteggiato. E lo stesso ha fatto Giampaolo Pinton, responsabile della sicurezza. «Nessuna condanna: solo una sanzione di 45 mila euro. Bertan è un ex boy scout, mite e altruista. Le accuse infamanti lo stavano portando all’esaurimento nervoso. Non sarebbe riuscito a sopportare l’iter giudiziario infinito per dimostrare la propria innocenza. Perciò i nostri avvocati hanno suggerito a lui e a Pinton la via breve del patteggiamento. Sono stato io a consigliare a entrambi di accettare. Mi faceva pena vederli affranti sulla graticola».

Non ha proprio nulla da rimproverarsi? «Non mi perdonerò mai d’essermi preso in casa personale mandato da un’azienda esterna. Ma credo di avere espiato. I giornali mi hanno dedicato 305 pagine facendomi passare per uno sfruttatore. Oltre al danno reputazionale, ho visto sfumare negli Usa commesse per 100 milioni di dollari. Grafica Veneta è un’azienda seria, non ha turn over. Chi viene assunto, non se ne va più. Tant’è che uno degli 8 pakistani oggi è responsabile del magazzino e un altro della movimentazione».

Chi le ha dato conforto durante questa odissea? «Mia moglie Fiorella Masiero, che ho sposato nel 1990, e i nostri figli Nicola, Alberto e Gianmarco. La famiglia mi ha assistito in un dramma ben peggiore. È un vero miracolo che sia qui a parlarne».

A quale dramma si riferisce? «A una patologia chiamata Cfs leak, acronimo di cerebrospinal fluid spinal leak, rara malformazione congenita che provoca la perdita di liquido cerebrospinale. Scoprii per caso di esserne affetto da una Tac eseguita nel 2014 per una sinusite. Mi ha salvatoWouter Schievink, neurochirurgo olandese emigrato al Cedars Sinai medical center di Los Angeles. Mi ha sottoposto a 7 interventi. Il quarto è durato oltre 12 ore, con un’équipe di 20 persone. Mi hanno aperto dalla nuca all’osso sacro. Ho passato ore e ore in risonanza magnetica: non riuscivano a trovare i buchi dai quali il liquor cerebrale collassava nella colonna vertebrale. Appena guarito, mentre cominciavo a riprendere un po’ le forze, mi è piombata sulla testa la tegola giudiziaria».

Che cosa le ha insegnato la terribile esperienza? «Mi ha cambiato l’orizzonte. La Cfs leak m’impediva di fare anche solo 100 metri a piedi. Dà depressione, induce istinti suicidari. È come avere un chiodo piantato nello sterno. Ti chiedi: perché devo restare al mondo? Non vedi più la luce».

E invece l’ha rivista. «Su mio invito, Schievink è venuto a Padova a insegnare le sue tecniche ai colleghi italiani. Ora sono già più di 60 i miei conterranei, che soffrivano della stessa sindrome, salvati con questo intervento chirurgico. La malattia e l’inchiesta giudiziaria mi hanno spronato a guardare avanti. Grazie a Dio viviamo di futuro, non di passato».

Stefano Lorenzetto

Linda Feki, la musicista: «In ospedale a Napoli hanno provato a non farmi abortire con ecografie falsate. È stato umiliante»

 

di   solito   questo nostro blog   non racconta  storie    di  vip  ed  influenzer    hanno  già  troppa (  al  90 %  dei casi autoidotta  e  creata  ad  arte  )   pubblicità  per i  fatti loro   .....   nella maggior  parte  dei  casi   . Ma qui   si tratta   di  una  storia      vergognosa    che  non riguarda    solo  lei  ma  tutte le  donne     che decidono   d'intrapendere  il percorso dell'aborto  .Scelta    condivisibile  o meno     di vita .  Scelta  \  decisione    che   dovrebbe    essere   rispettata     , ma  soprattutto   la  donna  che  decide    di farlo    va  tratta    con umanità  .Quello     che    ha  subito   , e  che  subiscono  tutte le  donne  ,   che 
vogliono  intrapendere  tale  dolorossima  scelta    è  violenza  psicologià ed  etica pari  a quella  del  femminicidio .  on sapendo  cos'altro  dire    se  non  solidarietà  e  vicinanza   al lei    vi  lascio   con la  sua  storia  .  A    voi  ogni  ulteriore     commento



Linda Feki, 33 anni, conosciuta come LNDFK, è una musicista e producer emergente. Di 
padre tunisino e madre italiana, vive a Napoli e attualmente lavora al suo nuovo album. Tre mesi fa ha deciso di abortire, un'esperienza che si è rivelata drammatica e che ha voluto condividere sui social. «Mi sono sentita umiliata. Per questo ho voluto raccontare cosa mi era successo. E moltissime mi hanno scritto, raccontandomi esperienze simili, anche peggiori della mia», ha raccontato in un'intervista al Corriere della Sera.
L'aborto
Linda Feki ha descritto l'inizio del suo incubo presso l'ospedale San Paolo di Napoli. «Il ginecologo mi visita, non chiede nemmeno il mio nome, ma se avessi un partner e che lavoro facesse. E poi il suo conto non mi tornava». Il medico affermava che Linda fosse alla decima settimana, mentre lei era sicura di essere all'ottava. «Aggiunge che se eravamo arrivati fino a questo punto, parlava al plurale nonostante mi fossi presentata da sola, voleva dire che il bambino in realtà volevamo tenerlo». Decisa a chiarire la situazione, Linda ha consultato un ginecologo privato che ha confermato la sua valutazione: «Mi spiega che erano stati messi dei parametri sbagliati. Conferma che ero all’ottava, come dicono anche al Cardarelli, l’ospedale dove a questo punto decido di andare». Ma anche qui non è stato facile. «La ginecologa decide per l’intervento, nonostante ci fossero le condizioni per accedere all’IVG con farmaco, mi mettono in una stanza con altre due donne proprio di fronte alle partorienti. Né al mio compagno né a quello delle altre è consentito l’accesso».Linda ha denunciato anche altre difficoltà significative: «Quando ho chiesto a un’infermiera di staccarmi la flebo lei mi ha risposto di no perché era un’obiettrice. Alla fine dell’operazione il personale medico ci ha tenuto a ribadire il messaggio secondo cui dal momento che la pratica era risultata così dolorosa ci avrei dovuto pensare bene la prossima volta e stare attenta. È stato brutale, hanno fanno di tutto per farmi sentire in colpa».






La condivisione
Linda ha deciso di condividere la sua storia sul suo profilo Instagram per sensibilizzare e dare voce ad altre donne, e dopo averlo fatto ha ricevuto molti messaggi di solidarietà, ma anche di odio: «Moltissime donne mi hanno raccontato le loro esperienze, troppo spesso traumatiche. Mi ha colpito il fatto che la maggior parte di loro non ha potuto raccontarlo a nessuno, per il giudizio subito che alimenta il senso di colpa, e mi hanno ringraziato per averlo fatto al loro posto. C’è chi ha segnalato anche esperienze più positive della mia, soprattutto in regioni come la Lombardia o la Toscana, e sto lavorando ad una lista di ospedali consigliati in base a tutte le esperienze inviatemi. Ho ricevuto anche tanti messaggi di odio, in cui sono stata insultata e definita un’assassina».

Cerca lavoro in Italia per quasi un anno, poi viene assunto a tempo indeterminato in Germania: «60 anni? Nessun problema» e Non si ferma all'alt e travolge 3 ciclisti della Dolomiti race: «Ero in ritardo per la messa». Fratture multiple per gli atleti e corsa all'ospedale





Per quasi un anno ha cercato lavoro mandando curriculum senza ricevere nemmeno una risposta. Inaspettatamente, è stato contattato dalla Germania per un posto da dipendente all'aeroporto di Monaco, e dopo aver svolto una serie di test è stato assunto a tempo indeterminato all'età di 60 anni.
Questa è la storia del signor Luciano che ha deciso di raccontare la sua esperienza a Fanpage, a partire da come si è ritrovato più volte senza lavoro, dopo essere stato direttore di un supermercato, autista della Croce Rossa e proprietario di una ferramenta. Da giugno dell'anno scorso era in cerca di lavoro, poi a marzo ha ricevuto una chiamata da una compagnia tedesca, che gli ha chiesto di fornirgli dei documenti per procedere con l'iter ma non si era più fatta sentire.
La buona notizia e la partenza
A maggio, quando ormai non se l'aspettava più, la compagnia lo ha ricontattato dicendo che era ancora interessata a lui e gli ha consegnato un elenco di cose da fare per prepararsi alla mansione per cui si era candidato, ovvero dipendente dell'aeroporto. «Quando il recruiter mi ha chiamato gli ho ricordato che ho 60 anni e lui mi ha risposto: "Sì, lo so, qual è il problema?"», ha raccontato.
Luciano ha dovuto compiere una scelta non facile: mentre i parenti gli consigliavano di rimanere in Italia, lui ha pensato invece che «il treno passa una volta sola». E quel treno è passato in un momento in cui, a causa dei ripetuti "no" da parte di aziende italiane, l'uomo si è visto costretto ad attingere sempre di più dai suoi risparmi.
Il contratto
Una volta arrivato in Germania ha dovuto frequentare dei corsi specifici e sostenere dei test con sole due possibilità di fallirli, ma dopo aver superato queste prove, gli hanno offerto un contratto a tempo indeterminato con 6 mesi di prova.
Il contratto prevede per lui 6 ore di lavoro al giorno per 6 giorni alla settimana e «se si lavora nel weekend, questi valgono il 50% in più, durante i festivi il 100%». I benefit della sua posizione comprendono la casa vicino all'aeroposto per i primi sei mesi (di cui il primo gratuito), la mensa e il parcheggio, senza tralasciare gli straordinari e il rimborso per la benzina.
L'ambientamento in Germania
Il trasferimento a Monaco ha significato confrontarsi con un costo della vita più alto, ma pareggiato dagli stipendi adeguati. Anche per quanto riguarda la lingua ha avuto modo di impararla insieme a dei colleghi stranieri come lui che ha incontrato durante i corsi.
«Non è stata una passeggiata, è stato faticoso abituarmi a nuovi ritmi e perché si tratta di un lavoro duro che i tedeschi non fanno più. Però sono molto contento e a chi si sente di fare questo passo, anche i giovani, consiglio di farlo», conclude il signor Luciano.
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RIVAMONTE - Era in ritardo per andare a messa. E nulla aveva più valore per lei se non l'appuntamento domenicale. Così quando l'anziana donna si è trovata di fronte a quel posto di blocco la sua fretta è aumentata ancor di più. Onorare la domenica era il suo unico obiettivo e quei signori con le palette che le intimavano l'alt, erano dei fastidi da evitare, subito. E così ha fatto: la donna ha forzato il
blocco, ha proseguito lungo la strada e alla curva cieca di Forcella Franche, a Rivamonte, le sono piombati addosso tre ciclisti impegnati nella Sportful Dolomiti Race, la famosa gran fondo più dura d'Europa che proprio oggi, domenica 16 giugno, va in scena lungo le strade delle Dolomiti. Ed è stato un vero disastro: gli atleti hanno riportato fratture multiple e sono stati ricoverati in ospedale ad Agordo. Lei non si è scomposta e ha ribadito: «Sono in ritardo per andare a messa».
Sportful Dolomiti Race, quasi 4 mila ciclisti al via
L'anziana signora, residente nella zona, a bordo di un'utilitaria, una Peugeot, ha così deciso di immettersi nella direzione opposta a quella della corsa e in una semicurva ha investito tre corridori, trasportati all'ospedale di Agordo con fratture varie. E la manovra dell'automobilista poteva avere conseguenze ben più gravi.
I ciclisti travolti: chi sono
Nessuno dei tre atleti, un 46enne di Lucca, un 34enne di Rovereto e un 49enne irlandese sono in pericolo di vita. Sul posto sono stati subito chiamati i soccorsi e i ciclisti infortunati sono stati portati nell'ospedale più vicino, il Papa Luciani di Agordo.
Tragedia sfiorata
Una tragedia sfiorata ma resta l'amaro in bocca agli organizzatori. «È un anno che lavoriamo a questo evento - affermano - abbiamo avuto tantissimi colloqui con le forze dell'ordine, con le amministrazioni della zona. E abbiamo trovato da parte di tutti tanto interesse, tanta disponibilità. Quest'anno siamo tornati anche all'antico come percorso riproponendo le Dolomiti bellunesi in omaggio ai prossimi Giochi Olimpici di Cortina».
Doveva essere una bellissima giornata di festa, «purtroppo questo incidente - continuano - la offusca. Siamo convinti anche che, tutto sommato, è andata bene perchè le conseguenze potevano essere ben più gravi». Gli organizzatori insistono sul fatto che la donna si sia dichiarata irremovibile. «La signora è stata fermata più di una volta ma non ne voleva sapere, i volontari presenti hanno cercato in tutti i modi di fermarla, lei nonostante tutto ha continuato - concludono - . Di fronte a certi comportamenti siamo inermi e molto arrabbiati. Ci domandiamo se l'anziana si renda davvero conto di cosa ha combinato e quali conseguenze ha provocato il suo comportamento. La motivazione? Ha detto che era in ritardo per la messa».


16.6.24

La storia di Varsha: il potere del calcio di abbattere le barriere culturali


La storia di Varsha è iniziata grazie al programma di sviluppo della FA inglese che introduce ragazze di tutti i ceti sociali al calcio in un ambiente divertente e amichevole. L'iniziativa è finanziata in parte dal programma UEFA HatTrick, che distribuisce in media il 66% delle entrate nette di ogni EURO alle federazioni europee per investimenti nel loro gioco nazionale.

https://www.uefa.com/news-media/

Essendo una ragazza dell'Asia meridionale cresciuta in Inghilterra negli anni Novanta, le norme culturali hanno scoraggiato Varsha Patel dal perseguire il suo amore per il gioco. Sono passati 30 anni e oggi è un'allenatrice qualificata e un modello per le ragazze della sua comunità che vogliono giocare a calcio.


                                         Varsha Patel e la squadra femminile che allena


'Lo farò'

Quando ho avuto la mia figlia maggiore, ho iniziato a riflettere di più sulla mia infanzia. Mi sono ricordata di quanto mi piacesse lo sport quando ero giovane e ho pensato che dovevo dare alle mie ragazze più di un'opportunità. Riflettere mi ha fatto capire il valore dello sport.
Dopo il lancio di un programma gratuito gestito dalla FA inglese che introduceva le ragazze di età compresa tra i 5 e gli 11 anni al calcio, abbiamo visto che c'erano sessioni di calcio gratuite nel nostro club locale e abbiamo pensato di andare con mia figlia maggiore – all'epoca doveva avere sette anni. Si è davvero appassionata, e poi la più piccola ha seguito le sue orme.
C'era abbastanza interesse che il club potesse creare la propria squadra femminile, il che è stato eccitante. Ma quando il mio figlio più giovane ha raggiunto lo stesso stadio, non c'erano abbastanza allenatori qualificati per aiutare a gestire la squadra.
Così ho alzato la mano.
'Lo farò', pensai. "Non so cosa sto facendo, ma lo farò".





Varsha Patel ha recentemente completato la sua licenza UEFA C


Il livello successivo'
Tutta la famiglia pensò che fosse uno scherzo. "Come diavolo puoi fare l'allenatore?" Sai, abbastanza giusto. Conosco il gioco, ma non conoscevo i dettagli. Ma mia figlia desiderava disperatamente far parte di una squadra, così ho fatto un tentativo. E ho appena fatto la mia terza stagione da allenatore.
Ho iniziato guardando un corso FA e l'ho fatto. Poi ho fatto il corso per allenatori di livello 1 della FA [ora Introduzione all'allenamento del calcio], e ora ho appena fatto anche la mia licenza UEFA C.
Il corso per la patente UEFA C è stato fantastico. Abbiamo avuto mentori che ci hanno aiutato a portare il nostro coaching al livello successivo e abbiamo potuto incontrare molti altri coach e vedere come ognuno ha il proprio stile di coaching unico.
L'unico aspetto negativo era che c'erano molti uomini. Stiamo cercando di avere più allenatrici donne, ma c'è ancora troppo squilibrio. Ed essendo anche l'unico asiatico del sud, sarebbe bello vedere un po' più di diversità.
"Non solo giocatori"
Non mentirò: il coaching richiede tempo. Durante la settimana, preparo i piani di allenamento, rivedo la partita precedente, lavo i pettorali, pompo i palloni e preparo tutto per l'allenamento del sabato, poi abbiamo le partite la domenica. È come avere un altro lavoro a tempo pieno, ma questo è davvero gratificante. Ti dà una sensazione che nessun lavoro può davvero darti.
Ha sicuramente avvicinato me e le mie figlie. È una cosa a doppio senso: ora sto guardando la mia figlia più piccola, vedendo come sta progredendo nel gioco. E mi aiuta con i miei piani di allenamento, mi dice cosa funziona bene con la squadra.
Ora ho anche iniziato a dirigere Squad Girls' Football, che è il livello successivo [per le ragazze di età compresa tra i 12 e i 14 anni], e sto ancora imparando in ogni sessione. Con 15-20 ragazze che vengono ogni settimana, sto imparando ad adattare il mio stile di coaching e la mia consegna a gruppi più grandi di ragazze con abilità miste.
Ognuna delle 10 ragazze della mia squadra "Wildcats" è a livelli diversi e devi essere consapevole delle loro differenze. Cerco di guardare ognuno di loro e pensare a come posso svilupparli non solo come giocatori ma come persone.
"Abbiamo bisogno di vedere più modelli di ruolo, più persone con cui le comunità come la mia possano identificarsi. E voglio dare questo messaggio alle mie ragazze, per dire loro che saranno i modelli per le ragazze più giovani che hanno appena iniziato".(Varsha Patel )


                                           Varsha Patel con i giovani giocatori dei Wildcats


'Il valore dello sport'
Nel 2023 ho partecipato alla prima Female Grassroots Coaching Conference al St George's Park [il centro calcistico nazionale della FA inglese], il che è stato fantastico. E devo dare credito alla Federcalcio dell'Essex, la mia federazione locale, e a quello che stanno facendo per le allenatrici donne: ci sono sessioni di networking trimestrali in cui ci riuniamo e possiamo appoggiarci l'una all'altra per il supporto. E non posso dimenticare l'inestimabile supporto del mio mentore Mark Gordon, del leader dei Wildcats e dell'allenatore dell'FC Redwing, che ha sempre creduto in me.
Ho lavorato a stretto contatto con uno dei responsabili dello sviluppo del calcio per portare sessioni di calcio gratuite per ragazze in una scuola elementare locale con un'alta demografia dell'Asia meridionale, con la speranza di far passare alcune di loro ai Wildcats.
Ma c'è ancora questo enorme divario educativo. Se sei un genitore dell'Asia meridionale, sei così guidato dal mondo accademico che non capisci il valore dello sport. Di certo non l'ho fatto, fino a quando non ho iniziato a percorrere questa strada e ho capito quanto può essere importante nella vita.
"Ho tutto il diritto di essere qui"
Ho due ragazze che amano entrambe il calcio e mi chiedono sempre: 'Dove sono le ragazze di colore in TV?' Dove sono i modelli di riferimento per loro? La rappresentanza è molto importante in campo, ma lo è anche fuori. Abbiamo bisogno di vedere più modelli di comportamento, più persone con cui le comunità come la mia possano identificarsi.
Mi considero un modello. E voglio dare questo messaggio alle mie ragazze, per dire loro che saranno dei modelli per le ragazze più giovani che hanno appena iniziato, e che stanno anche pensando: 'Oh mio Dio! È questa la strada giusta per me?' Certo, hai tutto il diritto di essere qui.














“Non vendo più Gratta e Vinci. Ho visto troppa gente rovinarsi” Il racconto del tabaccaio che rinuncia ad una parte di guadagno per non essere complice della rovina di troppe persone che si mangiano quello che guadagnano giocando a questa truffa legalizzata

 



(ANSA) – C’è un tabaccaio che rinuncia a una parte importante di guadagno per motivi etici: “Ho visto troppa gente rovinarsi con le sue mani. Mi rifiuto di continuare. Non vendo più Gratta e Vinci.”. Si chiama Mario Papariello, 58 anni, titolare della tabaccheria Postavecchia, a Calcinelli di Colli al Metauro.Ha raccontato la sua decisione al Carlino: “Soffrivo molto nel vedere diverse persone che azzardavano l’acquisto di un biglietto dietro l’altro, fino a giocarsi tutta la pensione o lo stipendio. Pensavo dentro di me che non avrei retto a lungo. Sicché, malgrado avessi un contratto con Lottomatica, ho detto basta e non ho più venduto Gratta e vinci. Da quel giorno mi sento sollevato e con la coscienza a posto. Non voglio guadagnare sulle sventure altrui”.Papariello racconta d’aver visto “disoccupati tentare la fortuna con i ‘grattini’ e uscire dalla tabaccheria senza nemmeno i soldi per mangiare. Vecchiette che vivono con pensioni minime spendere tutto quello che avevano ritirato al mattino dalle poste. Alcuni colleghi mi criticano – aggiunge – e altri si compiacciono perché aumentano le vendite, ma per me la cosa più importante è avere la coscienza pulita. Sono consapevole che i clienti interessati ai ‘grattini’ li andranno a comprare nelle altre tabaccherie, ma non mi interessa”.

Caro Francesco, frociaggine non è una battuta ma un'offesa !

CANZONE SUGGERITA
CARO MIO FRANCESCO - LIGABUE

  L'esclamazione di Papa Francesco mi ha fatto ritornare alla mente il bel ed  interessantre   libro
Sulle tracce dell'altrove di Cristian A. Porcino Ferrara il  quale  esplora temi filosofici e culturali attraverso riflessioni ed esperienze "in cammino". Il libro ci accompagna in un percorso di considerazioni personali e confronti con figure culturali e storiche significative come Franco Battiato, Giacomo Leopardi, Calum Scott, Matthew Shepard, Raffaella Carrà, Barbra Streisand, Ratzinger e molti altri. L'autore smonta il pregiudizio più o meno velato dietro luoghi comuni ed espressioni omofobe e ignoranti diffuse in certi ambienti, mostrando in tutta la sua violenza l'azione crudele dell'ignoranza mascherata da ipocrisia bigotta. L'omofobia, purtroppo, è più che mai trasversale e d'attualità in tutto il mondo, un sentimento strisciante che sfocia nell'intolleranza, discriminazione e, in alcuni casi, violenza verso persone appartenenti alla comunità LGBTQ+. È fondamentale comprendere che non si tratta solo di un dramma sociale, ma anche di una urgente questione di diritti umani. Ogni individuo deve poter vivere con dignità e senza paura di essere etichettato in base all'orientamento sessuale.
Porcino Ferrara utilizza diversi riferimenti per sondare i "sentieri dell'altrove", ossia quelle dimensioni del pensiero che si trovano al di là delle convenzioni quotidiane.
Il libro è strutturato in modo da offrire una serie di riflessioni lucide e a tratti ludiche, in un percorso che si rivela tanto intellettuale quanto emotivo. Questa combinazione di elementi rende l'opera un affascinante affresco del pensiero che ha formato l'autore, un professore e filosofo, capace di coniugare il rigore della filosofia con la leggerezza della narrazione. Le sue sono anche parole di coraggio, riscatto di vite, esperienze, sensibilità, necessario contraltare alle recenti "gaffe" omofobe tanto più gravi perché vengono da chi dovrebbe avere a cuore più di chiunque la vita umana e la sua dimensione morale e interiore, gestendo con estrema cautela il proprio potere d'influenza. Socrate sosteneva giustamente che si fa del male solo per ignoranza. A nessuno è concesso sdoganare un'offesa, tantomeno a chi si professa guida spirituale. E le scuse tardive, peraltro immediatamente tradite, suonano come una grottesca e superficiale scappatoia a fronte di una sofferenza secolare. Nelle parole possono trovarsi condensate milioni di vite confinate nell'ombra nel corso della storia, e questo libro ce ne dà una piena e definitiva consapevolezza.
"Se vogliamo essere comprensivi, dobbiamo prestare attenzione alle parole che usiamo. Dobbiamo parlare ed ascoltare con il cuore.” (Marshall Bertram Rosenberg). 

 libro che siua santità dovrebbe leggere prima di fare battute di del genere

ATZARA FRANCESCA CARIA RIAPIRE L'EDICOLA CHE LA MADRE ANTONELLA AVEVA DOVUTO CHIUDERE PER PRENDERSI CURA DI LEI

  UNIONE SARDA  16\6\2024 
Nel cuore del piccolo borgo di Atzara, le storie di famiglia toccano profondamente la comunità. Francesca Manca, giovane che vive nel centro del Mandrolisai, ha riaperto l'edicola che vent'anni fa apparteneva a sua madre, portando con sé un gesto di affetto, memoria e resilienza.
Intrecci di esistenze
L'edicola, che per anni era stata un punto di riferimento per la comunità, aveva chiuso i battenti nel 1992 proprio perché la madre, Antonella Caria aveva deciso di dedicarsi completamente alla nuova arrivata in
famiglia. Antonella, molto amata nel paese, aveva gestito l’edicola con passione e dedizione fino al momento in cui la maternità aveva richiesto tutto il suo tempo e le sue energie. Nel corso degli anni, l’edicola è passata di mano in mano, gestita da quattro diversi proprietari, fino ad oggi poiché il destino ha voluto che tornasse nelle mani di Francesca. Purtroppo Antonella non c’è più, stroncata da una grave malattia che l’ha portata via troppo presto. Nonostante il dolore per la perdita, Francesca ha sentito forte il richiamo del destino e del legame con la mamma. Così, un po’ di tempo fa, ha deciso di riaprire l’edicola, riportando in vita un pezzo di storia familiare e comunitaria.
la madre  Antonella 




L’emozione
« Riaprire questa edicola è stato come chiudere un cerchio: continuare un sogno che mia madre, con la mia nascita, ha dovuto interrompere - racconta Francesca con un sorriso misto a emozione - e come se sentissi la sua presenza qui con me, ogni giorno ». Poi aggiunge : « Qui ci sono i ricordi più belli del lavoro di mia madre. Voglio che questo luogo torni ad essere un punto di riferimento per il paese, proprio come lo era una volta ». L’iniziativa di Francesca ha suscitato grande entusiasmo nel paese. I cittadini di Atzara, molti dei quali ricordano con affetto la madre di Francesca e l'edicola, hanno accolto la notizia con gioia e commozione. Non è solo un fatto commerciale, ma una rinascita simbolica, un ritorno alle radici e ai valori della comunità. L’edicola offre ora non solo giornali e riviste, ma anche un punto di incontro per la comunità dove si respira un’aria di famiglia e di appartenenza. «Voglio che questo luogo sia più di un semplice negozio», spiega Francesca. «Deve diventare un luogo di incontro, dove le persone possano condividere idee, storie e momenti di vita ». La determinazione di Francesca nel riprendere in mano l’attività di famiglia dimostra come le tradizioni possano rinascere e adattarsi ai tempi moderni, grazie alla volontà e all’amore delle nuove generazioni. Ad Atzara, l’edicola di Francesca Manca rappresenta una luce di speranza e continuità ma anche un omaggio alla memoria di sua madre.
Un luogo simbolo
La speranza di tutti è che l’edicola possa continuare a essere un punto di riferimento per molti anni. Atzara e la sua famiglia così si stringono attorno a Francesca, orgogliosi e riconoscenti per il suo coraggio e la sua dedizione. «Siamo fieri di Francesca e del coraggio che ha dimostrato riprendendo lei in mano questa attività del paese - dicono la sorella Eleonora, il fratello Marco e il padre Ignazio - ha riportato in vita un pezzo del nostro passato e sappiamo che mamma sarebbe fiera di lei».

15.6.24

Il caso Salis creato dalla Cia per colpire il pacifista Orbàn. L'ultimo delirio del complottismo rossobruno



Tra i militanti spopola la tesi secondo cui la vicenda della neo eurodeputata di Avs è stata montata ad arte dal "partito della guerra" manovrato dagli Usa

dalla newsletter Hanno tutti ragione  del 14\16\2024                                                                                                 

                                                                 di Stefano Cappellini                         

Un amico e collega che conosce bene la sinistra radicale italiana mi fa: “Ma lo sai che nell’area gira la tesi che il caso Salis sia stato montato ad arte per colpire Orbàn e la sua posizione contro gli aiuti militari all’Ucraina?”. Non ne sapevo nulla. Mi gira dei post Facebook di attivisti della lista di Michele Santoro, Pace terra dignità, scritti prima e dopo il voto per le Europee. Uno di questi, il più articolato, comincia così: “Sono un’elettrice di sinistra e sono molto delusa dall’elezione della signora Ilaria Salis al Parlamento europeo”. Nella prima parte del post vengono poste domande per sollevare forti dubbi sulla credibilità politica, morale e giudiziaria di Salis (qual è la sua reale imputazione? Ai nazisti ha dato un buffetto o li ha pestati? Chi ha pagato la cauzione? È vero che Salis ha occupato illegalmente una casa popolare?). La domanda testuale è: Salis è vittima di una persecuzione politica da parte di una magistratura prona a un governo “fascista” (virgolette dell’autrice) o sconta le conseguenze di un’accusa per fatti gravissimi? Ma il pezzo forte della tesi arriva dopo: “Il caso Salis è vecchio di quasi due anni, ma è arrivato alla ribalta solo quando è servito per aggiungerlo ai rimproveri a Orbàn, reo di mettere i bastoni tra le ruote agli aiuti all’Ucraina. Veramente non siete di capaci di unire i puntini? Questo vuol dire che Avs, per una manciata di voti, si è unita alle forze sistemiche che ci stanno trascinando in guerra, accettando di farne il gioco contro l’orribile nemico Orbàn che però, guarda guarda, è l’unico che cerca di fermare la corsa verso il baratro. Eccezionale veramente!”. A parte la apprezzabile, seppur involontaria, citazione abatantuoniana, non si sa dove cominciare.Comincio da lontano. Un annetto fa, in una manifestazione che seguivo per lavoro, mi è capitato di incontrare Paolo Ferrero, ex segretario di Rifondazione comunista e ministro del secondo governo Prodi, che non vedevo da molti anni. Abbiamo chiacchierato di un po’ di cose e infine, parlando di guerra in Ucraina, la conversazione è caduta sull’alto livello di cospirazionismo che alligna in tutti i canali social di area. Ferrero si è mostrato consapevole del problema e di quanto rischi di portare acqua e consenso a forze politiche molto distanti dalla sua. Diceva in sostanza Ferrero: non è facile per noi, perché bisogna cercare costantemente un confine tra l’analisi geopolitica e il delirio complottista. Gli ho augurato buona fortuna, senza nascondergli che la battaglia mi sembrava già persa.Naomi Klein, che fu tra le letture preferite del movimento No global, è da tempo impegnata a denunciare il cospirazionismo che ha pervaso molti ambienti cosiddetti progressisti e ha acchiappato un filo giusto per cercare di darsene una spiegazione. Klein è infatti convinta che uno dei veicoli principali di penetrazione sia stata la filosofia new age, lo spiritualismo che negli anni Novanta è diventato moda culturale e attraverso una serie di rielaborazioni è arrivato vegeto fino a noi. Klein, praticante di yoga, sostiene peraltro che negli Usa i maestri della disciplina siano tra i principali vettori di teorie complottiste. In pratica, hanno diffuso nel loro mondo la credenza che le energie negative da combattere non siano flussi neutri bensì influssi studiati dal sistema. Il Sistema.Cosa sia il sistema, di solito maiuscolo, chi ne muova i fili, non è facile spiegare a chi resti immune dal morbo. Sistema è ovviamente il gotha capitalistico, suoi soldati sono i media cosiddetti mainstream, oltre che la quasi totalità dei partiti delle democrazie occidentali (“forze sistemiche”, le chiama l’autrice del post su Salis). Diceva uno dei primi studiosi del cospirazionismo, lo storico Richard Hofstadter, che alla sua radice c’è “il passaggio dall’innegabile all’incredibile”. Cioè, c’è sempre un’oncia di verità in ogni teoria cospirazionista, salvo costruire, su quell’oncia, un quadro privo di qualsiasi attendibilità e verificabilità. Klein ha sicuramente ragione nell’identificare nello spiritualismo new age un aspetto originale e cruciale della deriva. Basti dire che il fenomeno no Vax non nasce nelle bettole dell’ultradestra bensì in chat e siti apparentemente rispettabili e progressisti, dove tutte le principali frottole antiscientiste su virus, effetti collaterali e interessi occulti delle multinazionali farmaceutiche hanno trovato legittimazione culturale prima di finire in mano ai peggiori squadristi. C’è anche l’amico etiope da tenere in conto, però.
I cultori di Nanni Moretti conoscono bene la scena di Ecce bombo. Un ragazzo della sinistra extraparlamentare chiama una radio di area e comincia a sragionare spiegando che grazie a un amico etiope ha scoperto che le dimensioni dei tunnel autostradali sono troppo strette per far passare un carro armato. L’amico etiope gli ha aperto gli occhi (“Riuscite a unire i puntini?”, chiede l’autrice del post su Salis). Voglio dire che sarebbe sciocco non vedere – Ferrero, che non è sciocco, lo vedeva bene – che nel cospirazionismo c’è anche la degenerazione di una forma mentis che è tutta già incistata dentro un pezzo di sinistra. Lo chiameremo: il marxismo risciacquato in Dan Brown. Il materialismo storico marxiano, l’idea che dietro a ogni sovrastruttura (cultura, politica, costume) ci sia una struttura economica che ne fornisce identità e missione, si trasforma così nel Grande Complotto Universale, come quello sul quale Umberto Eco aveva costruito il suo secondo strepitoso romanzo, Il pendolo di Foucault. Nel Pendolo i protagonisti si trovano alle prese con un plot che fonde cristianesimo, nazismo, templari, rosacroce come fenomeni di un unico occulto Grande Piano.Torniamo a Salis. Di quel post, non solitario, colpisce ovviamente l’assurda convinzione che, a un certo punto della storia, degli imprecisati burattinai si siano messi a tavolino per lanciare mediaticamente il caso Salis. Ci vuole fantasia, oltre che una discreta ignoranza di come funziona la macchina mediatica, nel bene e nel male, per non capire che le immagini di Salis in ceppi sono state decisive per richiamare l’attenzione sulla vicenda. Ma colpisce ancora di più il giudizio su Orbàn espresso da una persona che ha una solida militanza a sinistra. Un fratello. Un compagno di strada. Un pacifista. Uno che sta cercando di salvare il mondo dalla guerra mondiale. Salis serve a colpire Orbàn in quanto nemico della guerra (c’è un altro che su Facebook scrive: “Ho deciso di cancellare dai miei contatti tutti quelli che hanno contribuito all’operazione della Salis pensata a Washington”). È purtroppo con questo livello di idiozia che occorre confrontarsi da quando la Russia ha invaso l’Ucraina, con persone che, mentre ti spiegano che l’Ungheria è un baluardo di pace, si lamentano dell’incapacità altrui di vedere e capire le vere e complesse ragioni del conflitto. Non sapete unire i puntini? Non è un caso che gran parte di questi tizi finiscano in braccio al rossobrunismo, e cioè ad appoggiare Orban insieme a gente o partiti che lo sostengono per ben più coerenti ragioni.In un altro post, un appello al voto prima del 9 giugno, una elettrice chiedeva che alle Europee si votasse con l’unico obiettivo di fermare la guerra, perché ovviamente sono Macron, Scholz e Meloni che devono farlo, mica Putin. “Io voterò Pace terra e dignità – spiega – però ci sono anche il M5S e, per chi è di destra, la Lega”. Sono le tre forze filorusse del panorama politico (sì, filorusse, non pacifiste, che è un’altra cosa). Sono anche i tre partiti andati peggio alle Europee, ma è sicuramente un’altra riuscita macchinazione del Sistema.

chi l'ha detto che solo la vittoria emozioni il caso di Giuseppe Romele, per tutti “Beppe pluri atleta paraolimpico

  Nato 34 anni fa con una rara patologia congenita, ha primeggiato in molti sport, partecipando a Parigi 2024 nel paratriathlon ed a Milano ...