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16.3.26

«Sono sopravvissuto alla malaria e alle bombe su Civitavecchia L’elettricità mi meraviglia ancora Il segreto? Yogurt e crusca» Sebastiano Maccioni, 107 anni, ingegnere: «Ho due lauree, ho guidato fino al 2023. I giornali li leggo sull’ipad»


Corriere della Sera
16 Mar 2026

                                      Dalla nostra inviata a Nuoro Elvira Serra
(Foto E. Serra)
A casa Sebastiano «Bustianu» Maccioni a casa sua a Nuoro, dove vive da solo. Due signore si alternano per le faccende

L’ingegner Sebastiano Maccioni (chiamatelo «Bustianu», per carità!) è nato a Nuoro il 4 novembre 1918. Ma siccome quel giorno era finita la Grande Guerra ed erano tutti in festa, suo padre riuscì a registrarlo in Comune soltanto il 9. Nel salotto della sua bella casa in centro, dove vive da solo (due donne si alternano per le pulizie e per lasciargli il pranzo pronto), ripassa con gusto oltre un secolo di vita, mentre la figlia Annamaria videoregistra la nostra conversazione a beneficio del fratello e delle sorelle che non vivono qui. Fino a un mese fa ogni mattina alle 8.15

il suo giovane amico Simone Prina (89 anni suonati) lo veniva a prendere in macchina per andare al bar Cambosu per un’ora di chiacchiere e compagnia. Poi un ginocchio lo ha tradito e adesso, per sentirsi più sicuro, si muove con «l’andarino», un deambulatore con cui non riesce proprio a fare amicizia.Ingegnere, lei però non ha smesso da tanto di guidare.

«Ho smesso nel 2023, a 104 anni e dieci mesi. Potevo guidare la mia 600 solo in città».

A che ora si sveglia?

«Dormo almeno sette ore. Prima delle 7 una signora mi porta due quotidiani nazionali, così quando mi sveglio li trovo già pronti da leggere. I due regionali, invece, li sfogliavo al bar: ora sull’ipad».

Che dieta segue?

«Da decenni la mia colazione consiste in una tazza di yogurt fatto in casa, con una zolletta di crusca. Più tardi, mangio la frutta. A pranzo alterno pesce surgelato e carne di pollo con verdure. A cena un pezzetto di Dolcesardo con il pane carasau».

Come passa la giornata?

«Fino a tre anni fa facevo giardinaggio qui a casa. Adesso passo il tempo leggendo. Dopo i giornali, ci sono i miei amati libri di astrofisica: mi appassionano i buchi neri. La sera vedo i talk politici e, se lo trasmettono, un bel western con John Wayne».

La scoperta che l’ha più affascinata nell’ultimo secolo?

«L’elettricità. Quando ci hanno dato la possibilità di fare un impianto elettrico a casa, avrò avuto 12 o 13 anni e mi è rimasta per tutta la vita la meraviglia di quando toccavamo l’interruttore e si accendeva la lampadina».

Prima come facevate?

«Usavamo le candele steariche, mentre in soggiorno c’erano quelle a petrolio. Usavamo

l’acqua del pozzo per lavarci e per cucinare e per bere quella della fonte: l’acqua corrente è arrivata nel 1928».

Il mestiere di suo padre?

«Era agricoltore e allevatore. A 8 anni, in campagna, mi diede il compito di innaffiare l’orto con mio cugino. Prendemmo la malaria: lui morì, io mi salvai dopo tanti mesi. Persi un anno di scuola, ci curavano con il chinino».

Da bambino con cosa giocava?

«La strada era la nostra palestra, con la terra battuta e la ghiaia. Avevamo una palla di stracci. Poi un giorno una zia che aveva un negozio di alimentari mi regalò un pallone di plastica ricevuto in omaggio da un’azienda. Per noi fu una festa. Finché Jubanne «Porcheddu» Sanna, che abitava nella piazza, esasperato dalle nostre grida, non prese la palla, estrasse dalla tasca il coltello a serramanico e lo tagliò. Per dispetto noi gli impedimmo di riposare tranquillo per più di un mese». Quanti fratelli eravate? «Dieci. Siamo rimasti in due: io e il mio fratellino Antonio, che ha appena compiuto 104 anni. In due abbiamo quattro lauree: io Matematica e Ingegneria civile e lui Chimica e Farmacia».

Come riuscì a studiare?

«Finite le elementari il mio destino era la campagna. A Nuoro c’era solo il ginnasio e mio padre, che si era accorto di quanto amassi leggere, mi spiegò con dispiacere che non avrebbe potuto mandarmi all’università e quindi era inutile iscrivermi a un liceo». E invece?

«Per mia fortuna aprirono le magistrali: era ottobre e dalla campagna tornai felice a Nuoro per diventare maestro. La mia passione, però, era la matematica. Così, dopo il diploma, studiai da privatista con i soldi delle ripetizioni che davo, per prendere la maturità scientifica a Cagliari. Lì mi iscrissi in Matematica».

Lei, tuttavia, è ingegnere.

«Intanto, dopo tre anni a Matematica, scoppiò la guerra e fui chiamato alle armi. Feci la scuola di sergente in Sardegna e quella per ufficiali a Pavia».

Il ricordo più nitido?

«A Civitavecchia, in attesa di rientrare in Sardegna, ci fu il bombardamento che rase al suolo la città e il porto. Avevo un soldato vicino e gli gridai di correre con me sotto le travi, per metterci al riparo. Lui replicò che un posto valeva l’altro. Quel poveretto è morto sotto le macerie, io mi salvai senza un graffio».

Finita la guerra si laurea.

«Prima in Matematica. E cominciai subito a insegnare alle magistrali, matematica e fisica. Come reduce, mi permisero di iscrivermi a Ingegneria mineraria. L’ultimo anno lo frequentai a Pisa, con il mio amico Fausto Moncelsi. Ci siamo laureati insieme il 10 dicembre del ‘47. L’anno scorso l’ateneo mi ha conferito l’ordine del Cherubino. Alla discussione della tesi avevo preso 110. Quel voto fu fondamentale, anni dopo, per ottenere l’incarico della progettazione e direzione dei lavori del tronco della 131 che collega Cagliari e Olbia, nel tratto da Nuoro-pratosardo a Marreri: ci sono 17 viadotti, uno è alto 72 metri».

Cos’ha pensato quando è crollato il Ponte Morandi?

«Quello era un ponte sospeso. Mi dispiace per Morandi, che era uno dei più grandi professori di Scienza delle costruzioni, ma secondo me l’errore tecnico che ha commesso è di aver rivestito i tiranti di calcestruzzo. Così si sono arrugginiti senza che nessuno se ne accorgesse».

Quando ha fatto l’ultimo collaudo?

«L’ho firmato a 92 anni: era il collaudo della fognatura del Comune di Lotzorai».

Tra i tanti che ha conosciuto chi l’ha più emozionata?

«I senatori sardisti Luigi Oggianu e Pietro Mastino. E poi il presidente della Repubblica Antonio Segni. Cossiga era troppo interventista».

Va ancora a votare?

«Sempre! Mi sono già organizzato per il referendum: un ragazzo verrà a prendermi e mi porterà al seggio. Si potesse, darei mille sì: separare le carriere è sacrosanto».

Al referendum del 1946 votò Monarchia o Repubblica?

«Repubblica, ci mancherebbe! Io sono antifascista e sardista. E mi sono impegnato a Nuoro: sono stato assessore per i Lavori pubblici e consigliere comunale».

Ricorda il giorno in cui ha conosciuto sua moglie?

«Certamente. Eravamo in vacanza al Monte Ortobene (dista 6-7 chilometri da Nuoro, ndr). La sera noi giovani ci trovavamo nella veranda di un amico, dove ballavamo con un vecchio grammofono. Tra me ed Elena è stato amore a prima vista. Ci siamo sposati il 19 novembre 1949. Abbiamo avuto 4 figli, tre femmine e un maschio. Ho 3 nipoti e una pronipote. Purtroppo mia moglie se n’è andata troppo presto, nel 2007, a 85 anni».

Ogni tanto ci pensa alla morte?

«Ci penso, sì. L’importante è che non se ne vada via prima il mio cervello».

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