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17.3.26

lingua ed identita i casi di francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde» Il progetto intreccia identità, lingua e cultura ., il caso del cimbro



Nuova sardegna online  16\3\2026



La missione
Francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde»
                                 di Carolina Bastiani






Cagliari In Sardegna sarebbe più appropriato chiamarla Sa bia de sa palla o Sa caminera de sa paza furada e non Via Lattea. «Secondo il racconto dominante, che si basa sulla mitologia greca, la Via Lattea è nata perché Era ha perso il latte mentre allattava Ercole. Ma stando all’interpretazione sarda, la storia è tutt’altra. Sette fratelli, andati a rubare paglia, ne avrebbero persa un po’ per strada: questo ha dato origine alla lunga striscia di polveri e stelle che è la nostra galassia». A spiegarlo è Francesca Loi, 36enne ricercatrice in astrofisica all’Osservatorio astronomico di Cagliari, che parla di una vera e propria cultura sarda del cielo. Cultura che da anni sta cercando di ricostruire e divulgare in maniera scientifica anche attraverso i social, dove Francesca si chiama “Astrollica”.
Un cammino, quello del progetto “Chelu nostu” tutto in divenire. Ecco perché Francesca lancia un appello: c’è bisogno di testimoni di quel passato – non troppo lontano, di circa 100 anni – durante il quale ci si orientava ancora guardando il cielo. La sua missione però è più ampia: la divulgazione la fa in sardo, inserendosi nel grande movimento di ritorno alla lingua che ha ri-preso piede in tutta l’isola.
Chelu nostu
«Ogni popolazione umana ha individuato delle costellazioni e nel cielo ci ha portato qualcosa di identitario – spiega Francesca – La modernità ci ha imposto il modello astronomico greco-romano, ma anche i sardi avevano dato una loro interpretazione». Da lì la scelta di ricercarla. «Sono sempre stata appassionata di mitologia greca – racconta – ma negli ultimi anni ho voluto tornare alle origini e capire se ci fosse un’identità sarda anche sotto questo profilo». E c’era. «Per ora – continua – sono riuscita a identificare tredici costellazioni, alcune hanno più nomi. Quella del Toro, per esempio, oltre alla traduzione in sardo di Toro, prende il nome di su pinnettu, per la sua forma». E all’interno della costellazione del Toro, ci sono le Pleiadi. «S’udrone, “grapolo d’uva” in sardo». Ma c’è anche Is sete frades o su carru per l’Orsa Maggiore o il grande carro; is baccheddos per la cintura di Orione che viene chiamata anche is tre marias. «In quest’ultimo caso c’è una chiara influenza cristiana. Molti nomi di costellazioni, stelle cadenti e non, e così via cambiano di zona in zona».
Identità e lingua
E ancora, le comete diventano isteddos tramudantes e mortos, mentre Venere s’isteddu chenadore, de abbrèschere e s’istella de s’abbreschidórgiu. «Dipende molto anche dalla dominazione che c’è stata in un certo territorio. Questo rende molto più difficile la ricostruzione. La terminologia è disseminata in pezzettini nella memoria dei paesi». Per questo la ricostruzione, oltre che attraverso il dizionario di lingua e cultura sarda e ricerche online, viene fatta anche con le testimonianze orali. «Da poco ho parlato con un’86enne di Samugheo. Lei si ricorda del padre che chiamava le stelle in sardo e le usava come orologio. Parliamo di circa 100 anni fa. L’abilità poi si è persa con la modernità». Da qui, dunque, l’appello. «La mia idea – dice – non è solo quella di divulgare, ma di smuovere la memoria attraverso la discussione, così da trovare altre costellazioni e stelle e continuare a costruire Chelu nostu, un progetto che appartiene a tutti». Un progetto che, dunque, intreccia identità, cultura e lingua. E infatti, innanzitutto, Chelu nostu viene raccontato in sardo. «Sono sempre stata circondata dal sardo – racconta Francesca, originaria di Samugheo – ma è negli ultimi anni che, superata la paura di sbagliare pronuncia, ho iniziato a parlarlo, inserendomi in quel movimento di riappropriazione della lingua che ora sta coinvolgendo sempre più giovani e meno giovani». Un movimento che, cioè, sta cercando di restituire al sardo la dignità che merita, dopo i tentativi fatti in passato di sopprimerlo in favore dell’italiano.
“Astrollica”
A spiegare ancora meglio la natura del progetto di Francesca, poi, c’è anche il nome che si è data sui social. “Astrollica”. «Intorno a “astro” ci ruota tutta la mia vita – spiega – mentre “strollica” in campidanese sta a indicare persone particolari che, per esempio, parlano troppo o fanno cose fuori dagli schemi». Ma non solo, perché si rifà anche a una professione ritenuta in passato poco affidabile. «Indicava gli antesignani degli astronomi quelli che cercavano di prevedere il futuro con gli astri o il volo degli uccelli, ma non ci prendevano sempre – dice sorridendo – Mi piaceva scherzare su questo approccio perché io faccio il contrario. Il mio messaggio è che non c’è bisogno di affidarsi alla fantasia per trovare la meraviglia, perché tutto ciò che ci circonda lascia senza fiato».

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da 
Nel XIII secolo, il vescovo di Trento Federico Vanga aveva un problema pratico: le montagne erano troppo fitte di boschi, e servivano uomini capaci di domarle. La soluzione arrivò dalla Baviera. Furono chiamati dei boscaioli specializzati — Zimmermann, li chiamavano, che in tedesco significa appunto "falegnami" o "carpentieri" — per disboscare gli altipiani tra Folgaria, Lavarone e Luserna. Portarono con sé asce, tecniche di abbattimento, e una lingua. Quella lingua era il cimbro. Non è un dialetto. Non è un'invenzione folkloristica da depliant turistico. È un ramo germanico antico, con radici bavaresi, che si è evoluto per otto secoli in isolamento sulle Alpi italiane, mescolando suoni e strutture che non trovi da nessun'altra parte al mondo. Aspetta. Tra il 1500 e il 1700, il cimbro era parlato da oltre 20.000 persone, distribuito su un arco alpino che comprendeva l'Altopiano dei Sette Comuni, Lavarone, Luserna. Una comunità reale, radicata, che viveva in quota e si tramandava la lingua di generazione in generazione. Poi arrivò il Novecento a fare il suo lavoro sporco. Durante la Prima Guerra Mondiale, Luserna si trovava in territorio austriaco. I suoi circa 900 abitanti furono evacuati forzatamente e deportati ad Aussig, in Boemia. Quando tornarono nel 1919, trovarono il villaggio raso al suolo. Ricostruirono tutto, compresa la lingua. Sopravvissero anche al fascismo, che nel frattempo aveva messo al bando il cimbro per legge — come fece con tutte le lingue di minoranza che non quadravano con il mito della nazione italiana monolingue. E qui arriva il bello. La lingua sopravvisse lo stesso. In famiglia, sottovoce, tra anziani che si ostinavano a usarla. Non per orgoglio romantico, ma perché era semplicemente la loro lingua. Il modo in cui si nominava il pane, la neve, il bosco. Oggi Luserna conta circa 200 abitanti. Di quei pochi, meno di una decina parla il cimbro come madrelingua reale, quotidiana. Tutti anziani. Spoiler: nel 2025 è stato pubblicato un dizionario cimbro con appena 2.000 parole. Duemila parole. È tutto quello che resta di una grammatica viva. Non è un archivio, è una scatola nera — il tipo che si recupera dopo il disastro per capire cosa è successo. Otto secoli di resistenza a guerre, sfollamenti forzati, divieti di Stato, e infine alla deriva lenta della globalizzazione. E alla fine, quello che non hanno fatto le bombe lo sta facendo il tempo che passa. In breve: Il cimbro è una lingua germanica portata da boscaioli bavaresi sulle Alpi trentine nel XIII secoloHa resistito a guerre, fascismo e spopolamento per 800 anni, ma oggi conta meno di dieci madrelingua anzianiNel 2025 è stato pubblicato un dizionario di 2.000 parole: l'ultimo tentativo di fissare su carta quello che sta scomparendo

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