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9.12.25

ormai a quasi 50 anni sto iniziado ad avere un rapporto complicato con il natale lo vedo più come un obbligo sociale e commerciale più che una festa vera

 canzone  suggerita
povero me -   francesco de gregori 

Ma  prima  di inziare  potete  sempre sul mio rapporto complicato del natale leggere  il precedente  post  Malinconia natalizia  

 Ebenezer Scrooge  dal  Canto di Natale di Topolino


Sono quasi certo di quanto affermavo l'anno scorso .L'anno scorso infatti     ecco  cosa   è risultato dal test   di natale  di https://www.wired.it/

Tu il Natale lo vivi come un dovere sociale: fai l’albero (magari un po’ storto), sorridi agli inviti in famiglia e scarti i regali con diplomazia. Anche se ricevere l’ennesimo paio di calzini ti fa un po’ storcere il naso. Tu il Natale lo vivi come un dovere sociale: fai l’albero (magari un po’ storto), sorridi agli inviti in famiglia e scarti i regali con diplomazia. Anche se ricevere l’ennesimo paio di calzini ti fa un po’ storcere il naso. Per te la vera gioia arriva il 6 gennaio, quando torni alla routine e puoi finalmente smettere di rispondere  (   o     di farne  )   ai messaggi di auguri preconfezionati o riciclati .  Ovvero  sei 


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                       BEFANA 

É  Da un paio   d'anni  (  ormai   non sono  più  bambino    che aspettava   il natale   già da novembre  prima   per  desiderare i regali di babbo natale / Gesù  bambino poi   per   fare  regali  poi con le guide di auto aiuto su come sopravvivete alle feste  di natale ) le persone attorno a me mi credono una specie di Grinch che odia il natale infatti  da un biennio  non trascorre autunno senza che inizi a lamentarmi in modo molesto dell'ormai imminente Natale.  Comincio di solito già a metà novembre i dopo halloween ( le festività  dei santi e dei morti ) in contemporanea alle prime pubblicità  e decorazioni natalizie delle vetrine .                                IL primo step è l'autoconvincimento: “ Quest'anno a Natale nessun regalo ! ". A questa fase per lo più istintiva ne segue una più razionalizzante: “Non sarà certo un problema... E chiaro a tutti che sono molto impegnato ... Capiranno non posso occupare le mie giornate a scegliere regali... E poi con tutte le persone che conosco la lista sarebbe infinita”... oppure  che sto invecchiando  e vedo  il natale  solo   come   un qualcosa  di  commerciale di capitalistico .Mi convinco in genere con relativa facilità. Una volta persuaso, passo alla fase due: l'attacco. Mi prodigo nel far sapere a tutti che “Quest'anno vi avviso, niente regali!". A seconda dell’interlocutore decido se  buttarla sul filosofico e quindi sulla “perdita del vero e originario significato della festa" oppure venare i miei discorsi di critica sociale puntando il dito sulla sua “eccessiva mercificazione" o altre banalità simili. Con alcun la  sincerità   non  ho  soldi   Con gli amici viaggiatori è più facile“... sai, dovrò organizzare il viaggio di fine anno... e tempo non ne avrò!"Di solito tutti mi assecondano. Annuiscono e non replicano direttamente  .                    Cortesia, credo. Ma  poi  Le mie granitiche certezze iniziano a scricchiolare verso inizio dicembre. Il mondo attorno è ormai costellato sempre piu di lucine colorate e vetrine apparecchiate, pacchetti luccicanti e alberelli innevati. Tutti sono indaffarati a scegliere, comprare, incartare. Tanto da  dimenticarsi  degli  altri   vedi  l'esperimento  sociale fatto   l'anno scorso  dalla  dottoressa  



 Ma  Verso metà dicembre i dubbi e le increspature diventano vero e proprio disagio. Evito di uscire per i negozi se non per l'estremo necessario e a   tenere sotto controllo l'inquietudine. D'altronde “occhio non vede...".Superata la metà del mese l'ansia rompe gli argini! In genere accade di notte. Nel dormiveglia. Quando i pensieri si amplificano e si dilatano. Mi assalgono i fantasmi  , proprio
come  il racconti  di  di Dickens  dei precedenti Natali  ( foto  a  destra  )  delle cene in famiglia e degli amici attorno. Il calore dello scartare i regali assieme. E così, nel cuore della notte, ormai sfumata l'idea di dormire, scatto freneticamente all'opera! Inizio dal solito file excel con la lista delle persone e dei possibili doni. Passo nervosamente a navigare su negozi online,ma in molti casi niente da fare, tempi troppo stretti per la spedizione. Sveglia quindi all'alba e via, coltello tra i denti, a sgomitare per negozi e centri commerciali  o cercare    fra i doppioni  e  regali non piaciuti   qualcosa   per  fare  un regalo Alla fine, il mio “Nightmare before Christmas" si risolve in extremis con un lieto fine e una probabile  certezza: tra un anno, andrà di nuovo in scena il medesimo copione !  😇🤗😛
Che altro   dire visto che mancano   14  giorni  A Natale  ? Buon Natale a tutti/e/* voi !    a  voi   decidere   se  accettarli o meno  , se  farli o  non farli   a  chi e  a  chi non  ,   come  .  Trovate  tratto da   queste    due    guide   di sopravvivenza    alle   festività natalizie  la  prima  del 2010   e   la seconda   mi pare del 2015   alcuni  link  e alcuni suggerimenti   

Resistere all’arroganza: l’inquietante storia di Andrea Maggi. Un’agricoltura DOP minacciata dalle multinazionali dell’energia Videointervista


DA https://www.galluranews.org/

Andrea Maggi, un agricoltore contro le multinazionali.
Sono già tre anni che si batte per difendere la sua azienda e il diritto alla sopravvivenza. Proprietario da generazioni di una cascina storica e di terreni coltivati a riso nella zona del Vercellese, rischia di perdere tutto perché il suo terreno fa gola ai soliti “pezzi grossi”, che vogliono utilizzarlo per produrre energia elettrica da portare dritta in Francia. Proprio quello, proprio lì. Ai vampiri non interessa un terreno a pochissima distanza, sede di una fabbrica abbandonata, dove non farebbero danno. No, vogliono le sue risaie.

Andrea, agricoltore con una laurea in scienze ambientali e gestione del territorio, da queste risaie ci vive, insieme a tutta la sua famiglia. Sono 116 ettari, dunque non un’unica risaia ma una distesa con tante “camere collegate”. Coltiva l’eccellenza, perché produce un pregiato riso di origine protetta (DOP), apprezzatissimo anche all’estero.
La difesa di una cascina storica e di 116 ettari di risaie
Ma un giorno si è ritrovato degli estranei sulla sua proprietà. Facevano dei carotaggi.
«Abbiamo il permesso del proprietario», gli hanno detto, «stiamo facendo dei lavori per un progetto di Terna». Peccato che né lui né i suoi fratelli avessero mai consentito alcunché, e di questo progetto non sapessero proprio nulla.
Cominciano così le sue ricerche, fino a scoprire dei “traffici” inquietanti. Uno shock.
Arroganza, sopraffazione, menzogne: ora sono queste le cose a cui deve far fronte tutti i giorni, e da cui tenta di difendersi sia con l’ausilio dei suoi avvocati, sia studiando attentamente una montagna di carte, alcune scoperte per caso. Di giorno lavora, perché la sua azienda deve sopravvivere, e di notte studia.
Andrea Maggi ci racconterà tutto in prima persona in questa videointervista, che vi suggeriamo di non perdere assolutamente.



Dobbiamo ringraziare persone come lui se ancora manteniamo una parte della nostra storica produzione alimentare. Perché Andrea qui non rappresenta solo se stesso, ma tutti coloro che si battono con le unghie e coi denti per non finire in pasto alle multinazionali straniere.
Che, non dimentichiamolo, sono spesso favorite e appoggiate da amministratori locali e governanti di ogni colore.

8.12.25

Silvia Neri, da Olbia a Tunisi fra ristorazione e spiritualità: «Ho una pizzeria e alleno i samurai»

  fonte  la nuova  sardegna  del 8\12\2025


Olbia Si pensava non esistessero più, inghiottiti dalla storia, confinati nella pellicola di un film o nelle pagine di un romanzo d’avventure. Tom Cruise e Ken Watanabe dovevano essere gli ultimi, invece il mito tutto giapponese dei samurai è vivo e prolifera dove meno si può immaginare. Lo dimostra la grande avventura umana e spirituale di una coach d’eccezione, Silvia Neri, olbiese 42enne, che da più di vent’anni vive e lavora in Tunisia dove forma, istruisce e dispensa energia alla squadra nazionale di kendo. Proprio così, l’arte marziale giapponese che vanta praticanti un po’ ovunque, anche in Sardegna, a Sassari e a Cagliari. Insomma, Silvia allena samurai secondo la disciplina sacra del Bushido.





Sette regole sette, inviolabili: lealtà, cortesia, sincerità, onore, coraggio, giustizia e compassione. E scusate se è poco. Da Olbia a Tunisi il passo può anche essere breve, ma sicuramente complesso, soprattutto per una giovane donna che unisce la passione per la gastronomia a quella per la spiritualità, tanto da metabolizzare una conversione dalla religione cattolica all’Islam. Sì, Silvia è musulmana, sufista per la precisione, cioè la dimensione mistica dell'Islam, che mira all'unione spirituale con Dio attraverso la purificazione del cuore e la pratica dell'amore divino. I praticanti, detti sufi, cercano di avvicinarsi a Dio tramite la preghiera, la meditazione e la guida di un maestro spirituale.
Pregare sì, vabbè, ma poi bisogna anche vivere e camparsi così Silvia a Tunisi apre una pizzeria e poi un’altra con il brand italianissimo “La focaccia”. Con amore e passione diventa una imprenditrice della ristorazione, il suo lavoro. Nel frattempo soddisfa la sua dimensione spirituale dedicandosi al Bushido, la “Via del guerriero”, antico codice etico e filosofico dei samurai giapponesi. Appena due mesi fa Silvia Neri ha anche pubblicato un libro che sta suscitando un certo interesse: “Hikari-dò - Il cammino di luce”, scritto in italiano e in francese, la storia di un giovane samurai alla ricerca della propria voce e dimensione. Silvia non vuole essere chiamata mental coach, piuttosto allenatrice e formatrice energetica. I suoi allievi sono i samurai tunisini che praticano la disciplina marziale del kendo, ma anche i samurai giovani manager in azienda, plasmati secondo un codice etico inflessibile, addestrati alla logica del profitto, nel senso positivo del termine. Come dire, la via umana al management moderno. Grazie a una formazione internazionale in leadership e management e grazie anche alla fiducia nel maestro Fares Ben Souilah, Silvia è diventata formatrice in questi ambiti.
«I valori del kendo richiamano quelli che ho scoperto nel mio percorso spirituale e all'interno della tradizione islamica – spiega Silvia – rispetto, tolleranza, disciplina e sincerità. Vedo in questa pratica un modo per trasmettere messaggi di conoscenza di sé, accettazione di sé e crescita personale». Grazie anche all’attività formativa di Silvia Neri, l’arte marziale del kendo in Tunisia oggi attraversa una fase di grande espansione pur essendo relativamente giovane (nata circa 15 anni fa). Il kendo sta attirando un numero crescente di praticanti. A conferma di ciò il grande evento Tunis international kendo open, che si è svolto nei giorni scorsi (dal 28 al 30 novembre), grande vetrina di promozione del kendo in Tunisia organizzata per incoraggiare lo scambio culturale con il Giappone. Cioè il kendo come uno sport ma anche come un modo per educare i giovani al rispetto, all'autocontrollo e alla disciplina. Silvia, infatti, sottolinea l'importanza di insegnare questi valori nella vita quotidiana: «I samurai tunisini si sforzano di trasmettere questo codice di valori oltre il dojo, il "luogo della via”, utilizzato principalmente per la pratica delle arti marziali nella società e anche nelle aziende nella formazione dei manager».

7.12.25

“HO SCOPERTO IL PIACERE NEL BDSM, SOPRATTUTTO NEL DOLORE E NELLA SOTTOMISSIONE, CHE MI FA SENTIRE LIBERO. È NORMALE?” – UN LETTORE SCRIVE A “LEGGO” PER PARLARE DELLA SUA PASSIONE PER IL SADOMASO

 

Da  dagospia  tramite www.leggo.it

 

bdsm

«Ho scoperto il piacere nel BDSM, soprattutto nel dolore e nella sottomissione, che mi fa sentire libero». Un lettore - che si firma L. - scrive a Leggo per chiedere aiuto riguardo a questa recente scoperta della sua intimità. Nella rubrica “A Nudo” analizziamo la sua storia grazie al punto di vista della psicologa e sessuologa Rosamaria Spina.

 

Gentile Dottoressa,

Le scrivo per un consiglio professionale riguardo a una confusione nella mia identità sessuale e attrazione, che coinvolge uomini, donne o entrambi. Ho scoperto il piacere nel BDSM, soprattutto nel dolore e nella sottomissione, che mi fa sentire libero. Vorrei sapere se è normale e sano provare piacere in queste pratiche, o se ci possa essere qualcosa di problematico, dato che esulano dalla sessualità tradizionale. La ringrazio molto per il Suo parere, che ritengo importante.

 

Distinti saluti

L.

 

LA RISPOSTA DELLA DOTTORESSA: IL BDSM NON È PERVERSIONE

Gent.le L.,

non le nascondo che il suo messaggio mi incuriosisce molto. Perché collega i dubbi rispetto alla sua identità sessuale con la scoperta dell’interesse per le pratiche BDSM? Certo, è comune che in momenti di esplorazione si intreccino desideri rivolti a uomini e donne, ma le due cose non sono necessariamente collegate: l’orientamento sessuale indica verso chi ci sentiamo attratti, mentre le preferenze sulle pratiche riguardano come viviamo la nostra sessualità.

bdsm 11

 Il BDSM, infatti, è trasversale a ogni orientamento. 

Detto ciò, mi sento di tranquillizzarla: non c’è nulla di anomalo nel provare piacere da dinamiche di dolore o sottomissione. Se guardiamo a ciò che viene definito “tradizionale”, è chiaro che ne usciamo, ma “non tradizionale” non è sinonimo di patologico. Significa semplicemente non convenzionale. 

Per chiarire: un tempo si parlava di “perversioni”, termine che sottolineava la devianza da una norma morale. Oggi la scienza usa il concetto di parafilia, cioè un tipo di eccitazione legato a situazioni o stimoli meno comuni, fuori dalla norma sociale — non dalla normalità. Il BDSM rientra tra le parafilie, ma non è una perversione.

pratiche bdsm

 Ovviamente è importante distinguere quando una parafilia resta sana e quando può diventare problematica. Esistono infatti degli indicatori utili per capire in quale contesto ci si muove. 

Se non è vissuto con disagio, se non è l’unico modo per provare eccitazione, se c’è consenso, se si svolge in modo sicuro e se c’è condivisione: nessun pericolo. 

Se invece genera disagio in lei o nel partner, se diventa l’unica modalità per eccitarsi o avere rapporti, se porta a situazioni rischiose o prive di consenso, oppure se c’è costrizione — allora sventola una bandierina rossa che merita attenzione.

outfit bdsm

 

Se, stando a queste indicazioni, sente di rientrare nel primo caso, si tranquillizzi: non c’è nulla di sbagliato.

 Negli ultimi anni tante forme di espressione sessuale sono state sdoganate, ma il terreno resta scivoloso e i dubbi sono comprensibili. Prima di spaventarsi, valuti bene i punti sopra. E se qualcosa la confonde o la preoccupa davvero, un professionista potrà accompagnarla con maggiore precisione.

 



non sempre chi lavora con le carni necessariamente odia gli animali . simone cabras Il macellaio amico dei cavalli Nella vita vende carne, per passione è allevatore: «Ma i puledri non si toccano»

unione sarda 7\12\2025


 

Ad allevare cavalli da competizione, in tutto il Sud Sardegna, sono rimasti in pochissimi. Ancora meno sono quelli che hanno reso i propri animali in grado di gareggiare con i migliori esemplari della nazione. Da Monserrato alle grandi arene dell’equitazione italiana, è questo il percorso dei cavalli di Simone Cabras, 38 anni, macellaio di professione e allevatore per passione. Insieme al fratello Luca si occupa di tre puledre, la più giovane delle quali un mese fa è arrivata all’undicesimo posto – i partecipanti erano più di duecento – alla Fieracavalli di Verona, la più importante competizione equestre d’Italia. La specialità? Il salto a ostacoli, con balzi che superano un metro e trenta d’altezza.
La storia
«Ho iniziato da ragazzino, nel 2000. In casa abbiamo sempre avuto i cavalli, quindi come sport decisi di fare equitazione e da lì è partita la passione per l’allevamento», racconta Cabras, che per un po’ ha montato da sé gli equini. «Oggi per mancanza di tempo li affidiamo a un cavaliere professionista, Pietro Arba, che partecipa alle manifestazioni ippiche». Quella di Verona non è stata l’unica soddisfazione: gli ottimi risultati ottenuti in Sardegna hanno permesso di accedere anche alle finali nazionali di salto a ostacoli di Arezzo. Successi frutto di anni di lavoro. «Le cavalle vengono fatte inseminare da maschi con buoni curriculum da saltatori. Li nutriamo e ce ne prendiamo cura mattina e sera. Quando arrivano al periodo della doma possono iniziare a saltare e vengono portati ad allenarsi all’ippodromo. Nel periodo di riposo tornano a Monserrato». Dove la famiglia Cabras tiene anche i buoi che ogni primo maggio trainano Sant’Efisio. Ma avere tanti animali a casa e vendere carne ogni giorno non sono in conflitto. «La nostra è una famiglia di macellai, è un contesto in cui siamo nati. Chiaramente non macelliamo i nostri cavalli, sono intoccabili. Adesso hanno due-tre anni, ma possono fare attività fino a venti. In altri anni siamo riusciti ad avere fino a sette esemplari e con ognuno di loro si instaura un legame».
Legame
Ecco perché, anche se il tempo è poco, l'impegno è destinato a durare. «Ci vuole tempo e pazienza, ma è una passione. Allevare e allenare un cavallo che poi riesce a fare una lunga carriera agonistica e ottenere buoni risultati è una soddisfazione».

Luigi Natale Il poeta della difesa: «I miei versi per la sarda mater» Dopo aver calcato i campi di calcio, Sergio Atzeni e Mario Luzi gli hanno cambiato la vita: «Scrivo per capire»

da unione sarda 7\12\2025



Da Virdis e Zola a Mario Luzi il passo può essere molto breve: la poesia, che si scriva su un libro o la si manifesti in campo con il pallone tra i piedi, è sempre una forma d’arte che dà emozione. E chi è stato un difensore tenace ma anche molto elegante in campo, oggi sale sul palco di Guasila, dove è stato premiato durante il Festival dell’Altrove, oppure su quello di PordenoneLegge (la città friulana che lo ha accolto) per recitare con la stessa classe e raffinatezza versi che vengono dall’anima, dal suo io più intimo e che raccontano la provenienza, «il vissuto e la sarda mater».
Scrivere
Luigi Natale, classe 1957, ex calciatore professionista, originario di Orotelli, ha superato il timore che imponeva uno status altezzoso agli “dei di Eupalla", così Brera definiva i giocatori, per avere piena coscienza della sua arte, del suo voler scrivere appunto «per capire». I silenzi da vero barbaricino colpirono Mario Luzi, uno dei grandi del Novecento: «Gli piaceva molto questo passare anche ore senza una parola che contraddistingueva i nostri incontri, a Firenze», racconta oggi Natale. L’ardire di consegnare qualche testo scritto a Luzi ha regalato all’ex calciatore l’ingresso nella cerchia del poeta e anche il coraggio di rendere la poesia un modo di comunicare con il resto del
pianeta, dopo anni trascorsi prima a dare calci a un pallone e poi a osservare coloro che arrivavano al “football” con l’idea di costruire una carriera. «Per alcuni decenni sono stato lontano da quel mondo, non ho visto una partita, fino a riavvicinarmi quando il Pordenone è andato in B e grazie anche alla conoscenza e all’amicizia con Andrea Carnevale», racconta.
La carriera
Tornando indietro, si rivedono i campi polverosi di Orotelli e l’arrivo a Nuoro, non ancora maggiorenne, in una squadra che militava nell’allora Serie D semiprofessionistica, con un presidente, Fulvio Bonaccorsi, e molti calciatori che hanno fatto la storia della società verdazzurra. «Nel 1972 nelle giovanili trovai allenatori come Genesio Sogus, Zomeddu Mele, Ottorino Cusma, poi due anni più tardi la prima squadra con Mingioni, Chicco Piras, i fratelli Picconi, Solinas, Motti, Napoli, Di Bernardo, Virdis e Gentile», ricorda. Il Quadrivio si riempiva, «5-6000 persone ogni domenica», una festa. E quel giovane che era stato convocato in Nazionale Under 18 («non mi rendevo conto di cosa volesse dire, rientravo a Nuoro e andavo a giocare al torneo dei Bar a Ottana, finché non me lo disse anche Gigi Riva: “Sei stato in Nazionale”») approda poi al Cagliari nella squadra che vince il campionato di B, con Marchetti, Gigi Piras, Casagrande.
Il girovagare per l’Italia a quel punto diventa quasi normale: Mantova, Livorno, Torres, ancora Nuorese e poi Rende. Per poi stabilirsi a Pordenone dove l’amore incontrato un’estate in Sardegna diventa «la sposa» con cui condividere anche la passione per la letteratura, emersa peraltro già in tenera età: «La maestra Lia Zoppi, dopo aver letto un mio pensierino in prima elementare, rimase colpita e anni più tardi mi rivelò che aveva capito questa mia attitudine».
L’incontro
Poi però c’è stata un’altra spinta decisiva: «Chi mi ha convinto a scrivere e a farlo senza timore è stato un grande tifoso rossoblù che io ho incontrato proprio quando militavo nel Cagliari e a cui, quasi di nascosto, feci vedere i miei scritti: si chiamava Sergio Atzeni». Così la classe del libero che portava la palla fuori dall’area si è trasformata in versi che edizione dopo edizione (Ospite del tempo, 1998; Il telaio dell’ombra, 2001, con Prologo di Mario Luzi; Orizzonti sottili, 2005; L’orlo del mondo, 2012; Il mare che aspetta, 2018; La terra del miele, racconti di Sardegna ed altri mari, 2014 e Neve vento sassi, 2024, per citarne alcuni) parlano della sua terra, del suo vissuto e «dell’amore per la vita, alla ricerca della bellezza. La poesia sfida la banalità e il pensiero unico. L’arte è prossima e vicina alla natura umana», bisogna farla emergere. I grandi poeti della nostra epoca diventano esempi per chi vuole con la poesia «custodire ciò che ci rende umani», amare la vita e imparare a conoscerla attraverso la scrittura. Fino a raccontare la sua arte sul palco di PordenoneLegge o del Festival dell’Altrove di Guasila. Non alza più una coppa, ma declama un verso, elevando le parole al dio della poesia Apollo, prima che i ricordi del Quadrivio e del Sant’Elia prendano di nuovo il sopravvento.





6.12.25

malinconia natalizia

canzone suggerita
CSI - Depressione caspica

Di  solito    la  malinconia      viene   dopo    le  feste . Ma  da qualche  anno  ,  starò  invecchiando , saranno vicini   i  50  anni  avviene   anche prima  .  Infatti   Stamattina durante il mio turno nella bottega del commercio equo e solidale sento provenire dalla via sopra le musiche natalie degli zampognari ( una delle tante iniziative natalize del mio paese ( bidda ) .Ma anzi che allegria come tutte le musiche di natale sia classiche che contemporanee mi mettono tristezza . Meno male , parafrasando il detto \ proverbio chiodo scaccia chiodo , che tristezza scaccia tristezza con questa canzone che puntualmente come ognianno ripropongo contro le lvetuste e caramellose \ melliflue tipiche canzoni natalizie .


A questo punto chiarisco che non sono diventanto anche se non completamente e non odio il natale in quanto in esso sono contenuti , come credo anche dentro di voi , i ricordi più belli e formativi della nostra opera d'arte che è la vita . Ma odio non il natale come un  cringe  cioè    comer Ebenezer Scrooge personaggio     del canto  di natale di  Charles Dickens    tradotto   nel cartone  animato  il   Canto di Natale di Topolino   in se ma come esso viene mercificato e consumato . proprio come sembrano voler dire I sansoni
 

 con questo video.
Con questo è tutto cari amici vicini e lontano

che ... ogni annoa novembre \ dicembre le polemiche sulle luminarie Xmas che evocano il fascismo: e la giunte di sinistra che le fanno rimuovere




Puntuale come  le  polenìmiche   strumentali  sull'albero di Natale, le lucine sui balconi e i panettoni sugli scaffali, è arrivata anche quest'anno la polemica sulle luminarie "Xmas". Il primato nel 2025 se lo aggiudica Rutigliano, in provincia di Bari, primo comune ad aver fatto notizia per lo scontro sulla scritta che per gli antifascisti militanti e radicali evoca il fascismo, per i cattolici è un richiamo alla "Messa di Cristo" e che per tutti gli altri, semplicemente, è un modo come un altro per illuminare la città. Ma da quello  che  leggo  su il  giornale    tramite  msn.it  



[--- ]
a "vincere" sono sempre i primi, la cui sensibilità sembra essere maggiormente degna di attenzioni rispetto a quella dei cattolici e, pertanto, anche quest'anno, la luminaria "Xmas", che spesso è l'unico legame che molte città mantengono con le origini religiose della festa, è stata eliminata. Il suo richiamo, sbrilluccicante e frivolo per gli antifà richiamerebbe la X-Mas, la flotilla di Junio Valerio Borghese della Repubblica Sociale Italiana.
A Rutigliano era stato scelto di addobbare un corridoio luminoso con diverse luminarie "Xmas", che oltre a dare colore dava anche un tocco di allegria perché il font scelto era divertente e adatto al periodo spensierato. Ma, come ha denunciato la sezione locale di Fratelli d'Italia, sono state tolte, "per accontentare i pseudo-ideologi della maggioranza. Caro sindaco, potevi preservare i tuoi valori ma soprattutto la tua dignità". Il partito di opposizione non è stato tenero con il sindaco, che viene accusato di aver rinnegato le sue radici cattoliche e scoutistiche. Ma Giuseppe Valenzano, che è in carica dal 2019 ed è attualmente al suo secondo mandato, si difende dalle accuse e sostiene che siano stati quei valori "che mi hanno spinto a prendere questa decisione. Essere a servizio di una comunità, essere primo cittadino, vuol dire essere il 'Sindaco di tutti'".
Di tutti ma non di chi vede in quella luminaria un baluardo del Natale cattolico, verrebbe da dire, perché Valente nel suo post ha spiegato di aver assecondato la richiesta di chi ha "fatto presente che la scritta Xmas potesse essere accostata a cose che, col Natale, nulla hanno a che fare. Avendo la possibilità di compiere scelte diverse, abbiamo preferito farla sostituire con altro soggetto luminoso". La definisce "soluzione che non crea divisioni ma unisce, proprio come suggerisce lo spirito del Natale stesso". Sono le stesse motivazioni di fondo, vagamente buoniste, di chi giustifica l'eliminazione dei riferimenti religiosi dai canti di Natale o di chi giustifica il divieto del presepe.

Ma per piacere! la scritta abbreviata #Xmas può funzionare in un #paeseanglosassone come #abbreviazione di #Christmas, ma in Italia si chiama Natale, quindi logico che questa scritta diventa un chiaro riferimento #fascista.
Mi chiedo ma non sarebbe più semplice e realistico scrivere CHRISTMAS, senza seguire le #modecristianofobe anglosassoni che hanno messo la X per cancellare la parola CHRIST?
Comunque, cortocircuito a #sinistra, che usavano ed usano la parola xmas per non richiamare Christ e sentirsi '#inclusivi'.
Ora, dovranno tornare a utilizzare il nome giusto e reale, per essere 'inclusivi' in inglese, del Natale.

5.12.25

Pietro Sedda il designer, artista e tatuatore di fama mondiale racconta i suoi nuovi progetti







 
 Dopo  la  morte  nei  giorno scorsi  all'età  di  80 anni   di  Maurizio Fercioni ( foto sotto  a  sinistra )  considerato il primo tatuatore d’Italia, è morto a 80 anni. Nel 1972 aveva fondato il Teatro Parenti con Andrée Ruth Shammah, Franco Parenti, Giovanni Testori e Dante Isella che      trovate  qui   su questo   articolo  di fanpage   per   maggiori    notizie  a     riguardo .  un po' di rimpianto  ad  non essere  riusciti  ad   (  ma  pazienza  cosi va la vita )   intervistarlo  per il nostro blog ,  appassionat si.a  di storie  sia    d'arte  e  di tatuaggi    pur    non avendone  nessuno   per  carattere  incostante  e mutevole      essendo sempre  alla ricerca di un centro   di gravità permanente  che  mi fa  sempre  cambiare idea e  parere  e    non avere   un pensiero definitivo  .Ma  sopratutto  paura   che  mi succeda  come   il protagonista    del video  sotto 

     
Ho  letto  coincidenza    o casualità  ? sulla la  nuova sardegna  4\12\2025   un intervista   di Caterina  cossu   al designer, artista e tatuatore di fama mondiale Pietro Sedda (  foto in alto  a  destra ) .


L’intervista
Da Milano a Cabras, dal tatuaggio all’home restaurant: la nuova vita di Pietro Sedda
di Caterina Cossu



Per strada gli capita spesso di imbarazzarsi: che sia a New York, in Oriente o tra le stradine di San Giovanni di Sinis, le persone lo riconoscono e gli chiedono un autografo: «Non penso mai che quello che ho fatto nella vita sia di ispirazione per qualcun altro, invece lo è. Oggi ho mollato un po’, ma le persone continuano a chiamarmi “maestro”, vengono a tatuarsi da me con un atteggiamento di reverenza. Non mi ci abituo, non mi piace autocelebrarmi».Definire Pietro Sedda designer, artista e tatuatore sembra riduttivo: la sua fama è arrivata ovunque nel mondo grazie a progetti con partner come Bmw, Fritz Hansen, il collega Diego Brandi. Oggi ha 56 anni e si era ripromesso che entro i 60 sarebbe tornato lì dove tutto è iniziato, con nuovi stimoli e nuovi progetti.

Come si è evoluta la sensazione di tatuare?

«Mi piace essere metodico: leggo le mail appena arrivo, preparo da me la mia postazione. Lo studio ora risulta un ambiente intimo, confortevole, ed è un grande cambiamento dal precedente, super affollato. Invito sempre a stare tranquilli e godersi quel momento. Cerco di parlare il meno possibile, perché se si parla di meno si capisce di più l’esigenza del cliente, si crea questo filo rosso ed è molto soddisfacente. Ho sempre potuto scremare le richieste, faccio capire quando non voglio fare qualcosa e che è un’arte che voglio esercitare con entusiasmo e non per fare marchette. Mi rendo conto di trasmettere autorità, questo sì, ma è il mestiere che lo impone: non puoi tatuare ed essere titubante. E poi sono convinto che i progetti belli nascano da soli, non c’è bisogno di forzare nulla nella vita».

Come ha iniziato?

«Il mio primo laboratorio è stata una botteguccia a Oristano: si chiamava Officina Alzheimer e realizzavo oggetti di design con materiale di recupero. Mi ricordo ancora Lo Scomodino, fatto di chiodi, era un luogo pieno di oggetti assurdi e clienti attirati dalla loro eccentricità. Uno di questi fu proprio Renato Soru, a cui devo il mio primo lavoro su commissione di un certo rilievo: negli anni in cui nasceva Tiscali, infatti, mi chiese di realizzare cinque grafiche per le tessere ricaricabili, usavamo ancora le lire».

Come si è guadagnato l’appellativo di “maestro”?

«Nasco come artista visivo, pittore. Ai tempi in cui ho definito la mia proposta, era un’estetica che nel mondo del tatuaggio non esisteva (si riferisce allo stile contaminato dalla cultura olandese del Seicento, le incisioni botaniche dell’Ottocento, dai viaggi soprattutto in Oriente e Giappone, definito surreale, neo-tradizionale e pittorico, tra fumetto e Bad Painting, ndc). Ora magari è passato talmente tanto tempo che chi tatua oggi non sa che sta copiando me».

Perché non ha più voglia di dedicarsi solo al tatuaggio.

«Sono stanco: Milano è alienante, e io ho dato tanto, a questo mestiere specialmente. Mi sono trasferito a Cabras da una settimana e già ho i miei ritmi: qui vado al mare a mangiare una focaccia, cerco asparagi, faccio altre scelte. Il mondo del tatuaggio è complesso ed è cambiato negli ultimi anni, soprattutto dopo il Covid. Dieci anni fa avevo l’agenda piena con una programmazione a 6 mesi, oggi se riesco a programmarne uno intero è l’eccezione, così è anche per i colleghi in tutto il mondo. Non c’è un'età giusta per cambiare, c’è il momento per farlo».

 I suoi ravioli sembrano gioielli...

 «In vista ho cambiamenti categorici, come riprendere la pittura. Ora però sono concentrato sull’home restaurant, la mia nuova creazione è Musubi - Al Giardino di sera. Cucino io, una fusion tra cucina sarda ed etnica: sono di Oristano, ma i miei genitori sono originari di Ovodda e Desulo, la Barbagia mi abita. Di contro, ho viaggiato per tutto il mondo, e la cucina unisce le mie esperienze. Sto iniziando in giardino, arrivo a un massimo di 12 coperti per volta, e ho sempre voluto farlo: dopo le medie i miei mi impedirono di iscrivermi all’alberghiero, imponendomi l’Istituto Tecnico».

Le hanno già detto che è un progetto ambizioso per la piccola Cabras?

«Certo, mi hanno proposto di farlo a Milano, ma ho risposto dicendo che non mi fermo a questo: voglio realizzare a breve il sogno di aprire un ristorante. Ho studiato Alta cucina a Milano, l’anno prossimo parto due mesi per approfondire in Giappone. In cucina ho riportato la mia poetica e l’esordio quest’estate è stato più che incoraggiante. Ho portato a Cabras una ventata di sapori nuovi e inaspettati».

Andare “fuori” è imprescindibile per chi vive l’insularità?

«No, lo è a prescindere dal luogo dove si vive: favorisce il percorso personale: solo con il confronto si può avere una reale crescita. Nonostante oggi viviamo immersi nella cyber technology, viaggiare ed esporsi è imprescindibile per la definizione della propria tempra, nel bene e nel male. L’insularità non è un escamotage per dire che si è potuto fare qualcosa. Io provengo da una famiglia benestante e sono stato supportato. Ma non è il luogo a determinare le possibilità».

Si dice che i sardi tra loro si confrontino sempre nel male però.

«Non parlerei di invidia ma di una permalosità dilagante, soprattutto nel Campidano. Però arriva un punto in cui, come ho fatto io, te ne puoi anche fregare e andare avanti. Ho raggiunto una maturità e ho fatto un percorso tale, che oggi mi permette di poter fare quello che voglio. A chi dubita rispondo con una domanda: “Volete rimanere come lo stagno, immobili”?»

Procuratrice d'Ancona Monica Garulli, 'non tutti i casi di violenza sono uguali'




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(ANSA) - ANCONA, 04 DIC - "Questa storia lascia l'amaro in bocca, non si possono trattare tutti i casi di violenza nello stesso modo. Credo che questo caso avrebbe meritato una corsia preferenziale, che nel caso in specie non c'è stata". Così la procuratrice capo della Repubblica ad Ancona, Monica Garulli, ha risposto alle domande dei cronisti sul femminicidio avvenuto ieri a Pianello Vallesina di Monte Roberto (Ancona).
Nazif Muslija, il 50enne principale sospettato e ancora ricercato, doveva frequentare un percorso per uomini maltrattanti della durata di un anno. Un percorso legato al suo patteggiamento a un anno e dieci mesi di reclusione per le aggressioni e i maltrattamenti alla moglie, Sadjide Muslija, trovata morta ieri con segni di violenza in casa. L'uomo aveva un anno di tempo per svolgere il percorso da quando la sentenza era passata in giudicato a settembre 2025: avrebbe dovuto fare incontri ogni due settimane per una durata totale di 60 ore. L'avvocato dell'uomo, Antonio Gagliardi, ha tuttavia affermato che "non c'era posto per l'uomo nell'associazione indicata dal percorso". La Procura sta preparando un fermo con mandato internazionale a carico dell'uomo, indagato per omicidio volontario.
"Io penso che nel momento in cui si individua una struttura deputata al percorso di recupero, per evitare il pericolo di recidiva bisogna comprendere qual è il pericolo di recidiva e differenziare i percorsi a seconda della gravità dei fatti. - ha aggiunto Garulli - Credo che questo caso avrebbe meritato una corsia preferenziale che nel caso in specie non c'è stata. La legge però non lo consente, perché il giudice quando emette una sentenza deve individuare e subordinare la sospensione condizionale della pena alla partecipazione al percorso. Poi c'è la parte dell'esecuzione che è rimessa a organi diversi da quelli giudiziari e non abbiamo possibilità di intervento. Lì andrebbero meditate le situazioni che hanno una valenza prioritaria, ma il giudice non può intervenire dando una corsia preferenziale, ma penso che sarebbe auspicabile. Bisogna modellare il trattamento in relazione alla gravità della situazione, bisogna che si consideri questo aspetto, che è un profilo sostanziale, non formale". (ANSA).





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Oltre all'articolo preso  dal  n  della  scorsa settimana  di topolino   che trovate sotto ,vi segnalo , amati delle due ruote , questo progetto di www.lentamente.net . « un progetto nato da un gruppo di amici con in comune la passione per i motorini e per tutti quei veicoli inadeguati che a volte usiamo per i nostri piccoli viaggi e per le nostre avventure.Attraverso questo sito ed attraverso i principali social raccontiamo le nostre avventure , piccole imprese di riders con mezzi assolutamente inadatti per queste fantastiche esperienze. Attraverso il nostro BLOG e tramite i canali social ci scambiamo consigli, stringiamo amicizie e creiamo gruppi di viaggio fantastici »  









4.12.25

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata n LX IMPARATE A “LEGGERE” IL LINGUAGGIO DEL CORPO

 Il linguaggio del corpo da solo non basta a prevenire femminicidi o violenze, ma può essere un segnale precoce utile se integrato con educazione, linguaggio rispettoso e interventi culturali e istituzionali. La prevenzione passa soprattutto da un cambiamento sociale e comunicativo, non solo dall’osservazione dei gesti.  Infatti    ha  ragione   Antonio Bianco nella puntata  odierna   sul settimanale   Giallo (  foto a  sinistra  ) il linguaggio     del corpo  può avere  un ruolo    🔍in quanto esprime  

  • Segnali di disagio o paura: posture chiuse, sguardi sfuggenti, tensione muscolare possono indicare che una persona si sente minacciata. Riconoscerli può aiutare a intervenire prima che la situazione degeneri.

  • Indicatori di aggressività: gesti ampi e invadenti, tono di voce crescente, avvicinamenti fisici forzati possono segnalare un rischio imminente.

  • Limiti: il linguaggio del corpo è interpretativo e non sempre affidabile. Non può sostituire strumenti di prevenzione strutturali come educazione, supporto psicologico e tutela legale.

Però oltre  al  linguaggio del corpo  anche     🗣️ Il linguaggio verbale  può  fungere  come prevenzione Gli studi sottolineano che il linguaggio verbale e culturale è centrale nella prevenzione della violenza di genere:Il presidente Mattarella ha ribadito che “parità significa educazione al linguaggio del rispetto”, evidenziando come parole e comunicazione possano alimentare o contrastare stereotipi e abusi.Espressioni sessiste e stereotipi verbali  , e  scritti  " murali  " ( vedere    elenco  da  ragazze  da    struprare  sui bagni  scolastici )  rafforzano la cultura patriarcale e normalizzano la violenza.Mentre  l’uso di un linguaggio inclusivo e consapevole contribuisce a ridurre discriminazioni e a promuovere rispetto.Infatti      dati recent  📊 hanno  dimostratro     che   nel 30,9% dei femminicidi la vittima aveva già subito maltrattamenti, e nel 25% minacce: segni “visibili” che spesso non vengono presi sul serio.Ecco quindi     che   i segnali (verbali e non verbali) esistono, ma servono strumenti sociali e istituzionali per riconoscerli e intervenire. Ora   però  se  da  un   lato è  utile    ci  sono  come in tutte  le cose   dei ⚖️ Rischi e sfide. Infatt
  • Interpretazione soggettiva: il linguaggio del corpo può essere frainteso, rischiando di colpevolizzare la vittima.

  • Spettacolarizzazione mediatica: concentrarsi solo sui gesti rischia di ridurre la violenza a “segnali da decifrare”, invece di affrontarne le radici culturali.

  • Soluzione reale: educazione al rispetto, linguaggio inclusivo, supporto alle vittime e responsabilità istituzionale.

👉 In conclusione, il linguaggio del corpo può essere un campanello d’allarme, ma la vera prevenzione dei femminicidi e delle violenze passa da:  educazione, linguaggio rispettoso, cambiamento culturale e interventi concreti non  solo   ,  ma   in mancanza o presenza lasciata all'improvvisazione  , la sensazione   come  dice  lo  stesso Bianco    nell'articolo   citato    è un arma  di  prevenzione e   di autodifesa