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6.3.26

la storia di Lou Braz Dagand, classe 1995, sciatore alpino paralimpico francese, per la malattia di Lyme



Lo sport #paraolimpico e le #paraolympics siano solo per ipovedenti , non vedenti , amputati il caso #louBrazDagand colpito dalla #malattiadiLyme lo dimostra




Lou Braz Dagand, atleta paralimpico colpito dalla malattia di Lyme: «Tre giorni dopo la puntura di una zecca sono rimasto paralizzato. A partire dalle dita dei piedi e poi via via 2-3 centimetri al giorno verso l’alto»
La malattia di Lyme lo colpisce nella forma più grave: tetraplegico, in sedia a rotelle, un intervento al cuore per salvarsi la vita. Ma Lou Braz Dagand decide che quella non è la fine. Dalla prima discesa in monoski a Pechino 2022 fino alla nuova sfida di Milano-Cortina, oggi è pronto a lottare per il podio: «Non mi sono mai sentito così forte»








Alle Paralimpiadi di Milano-Cortina non arriva per partecipare: lui vuole vincere.
Lou Braz Dagand, classe 1995, sciatore alpino paralimpico francese, parla di due medaglie con una calma che non è arroganza ma consapevolezza. «Non mi sono mai sentito così forte», dice. E in quella frase c’è tutto: la malattia, la sedia a rotelle, la riabilitazione, la rinascita, la famiglia.
Nel 2014 la malattia di Lyme lo colpisce nella forma più grave: perde la parola, la vista, la mobilità. Diventa tetraplegico, poi paraplegico, subisce un intervento al cuore che gli salva la vita. A 19 anni vede una sedia a rotelle in una stanza d’ospedale e capisce che la traiettoria è cambiata per sempre. Eppure, il suo sogno non è mai stato tornare a camminare, ma tornare a sciare.
Dal monoski a Pechino 2022, fino alla nuova qualificazione per Milano-Cortina, Braz Dagand oggi è un atleta d’élite che lavora con ingegneri e protesisti per costruire performance con precisione quasi scientifica e che ha saputo trasformare la disabilità in identità. «Non sono qui per caso», aggiunge. E intanto si prepara ad attaccare le piste italiane con la convinzione di chi sente che il tempo, adesso, è il suo.

Lou Braz Dagand, sulla sedie a rotelle, affiancato dal collega Arthur Bauchet, sciatore paralimpico con da paraplegia spastica ereditaria. (Credits foto: Ambroise Abondance per JAAM)

Può raccontarci cosa è successo quando la malattia si è manifestata per la prima volta?
«Soffro della malattia di Lyme dal 2014, nella sua forma più grave. Tutto è successo piuttosto rapidamente il 22 ottobre di quell'anno, quando sono svenuto a casa, dai miei genitori, a causa di una puntura di zecca. Mi sono risvegliato qualche tempo dopo e avevo delle convulsioni. Sono riuscito a chiamare immediatamente i soccorsi: sono arrivati molto rapidamente e mi hanno stabilizzato sul posto. Il giorno successivo riuscivo a camminare, ma barcollavo, e tre giorni dopo sono rimasto paralizzato, in modo progressivo: la paralisi è iniziata dalle dita dei piedi ed è risalita verso l’alto, circa 2–3 centimetri al giorno».
I medici hanno capito subito che si trattava della malattia di Lyme?
«No, all’inizio la patologia non è stata identificata come malattia di Lyme. È stato molto difficile dare un nome a ciò che avevo, perché mi è stata diagnosticata una neuroborreliosi (una forma neurologica della malattia di Lyme, ndr), oltre a babesiosi (malattia infettiva causata dalle babesie, parassiti microscopici diffusi dalle zecche, che infettano i globuli rossi, ndr) e malaria. È stata una vera “combinazione shock”, che ha dato il via a una degenerazione velocissima».
Ovvero, che cosa è successo?
«Sono stato tetraplegico, ho perso la parola, la vista: sintomi molto importanti che sono scomparsi abbastanza rapidamente, tranne l’uso delle gambe. Oggi sono paraplegico, con una debolezza nella muscolatura addominale sinistra. Le complicazioni più serie sono state trattate con farmaci molto forti. In seguito la malattia si è riattivata e, quando finalmente si è stabilizzata, ho dovuto subire un intervento al cuore per salvarmi la vita. Subito dopo ho accettato la sedia a rotelle e la mia condizione. Mi sono detto: “questa è una nuova vita, un nuovo capitolo, e sarà una bella vita”. Il mio obiettivo non è mai stato tornare a camminare. Il mio obiettivo era tornare a sciare».
Com’era la sua vita prima dell’insorgere della disabilità? Che sogni e progetti aveva?
«Avevo una vita molto “normale”, piena di progetti ma semplice. Avevo 19 anni, gli amici, gli studi, iniziavo a lavorare. Sciavo solo per piacere. Non avevo vere ambizioni sportive: come sciatore normodotato non ero abbastanza forte per puntare all’élite. Ma lo sport era centrale nella mia vita e lo sci era una vera passione».
Quando ha capito che la sua vita sarebbe cambiata per sempre?
«Nel momento in cui ho visto la mia sedia a rotelle in quella stanza d’ospedale. È stato difficile da accettare, per me e per le persone che amo. Anzi, credo che per loro sia stato ancora più duro che per me. Ma è stato anche il momento in cui ho scoperto una nuova parte di me stesso: un “nuovo Lou”».
C’è stato un momento in cui ha deciso di non vedersi più solo come un paziente?
«Subito dopo l’operazione al cuore. Ho accettato la disabilità e mi sono detto: “adesso è il momento di andare avanti, di costruire qualcosa di nuovo”. Provare il monoski era il mio desiderio più profondo, avendo sempre ben in mente il mio obiettivo di tornare sugli sci. La prima volta che mi sono seduto su un monoski è stato straordinario. Ho pensato: “è questo che voglio fare. E voglio andare alle Paralimpiadi di Pechino 2022”. Quel sogno si è realizzato. E oggi essere un atleta professionista e rappresentare il mio Paese al massimo livello è un orgoglio immenso».
Come ha ritrovato la strada verso lo sci?
«Lo sci è sempre stato qualcosa che ho amato profondamente. Ritrovare la gioia di scivolare era più importante che tornare a camminare. Le prime volte in monoski sono state magiche. Lo sport mi ha permesso di ricostruirmi mentalmente e fisicamente. In molti momenti ha persino contribuito a stabilizzare la malattia nelle sue fasi più forti. Lo sport ha un potere straordinario».
Quanto è diverso sciare in monoski rispetto a prima?
«È molto diverso, soprattutto all’inizio. Si è su uno sci invece che su due, quindi l’equilibrio cambia completamente. Si è molto più vicini al terreno e la velocità si sente di più. All’inizio è difficile trovare il giusto equilibrio, ma a livello competitivo cerchiamo la stessa precisione degli sciatori normodotati. Quello che rende unico questo sport sono gli angoli che possiamo creare con il monoski: sono incredibili. E la bellezza della macchina è straordinaria».
Nel suo sport, quanto conta l’attrezzatura e quanto la forza mentale?
«È uno sport sia meccanico sia fisico. L’innovazione gioca un ruolo enorme. Lo sviluppo tecnologico del mio monoski è fondamentale ed è affascinante lavorare con protesisti e ingegneri per migliorarlo continuamente. Ma la forza mentale è essenziale. Quest’anno mi sento calmo, preparato, fiducioso. Sono pronto ad affrontare queste Paralimpiadi con una convinzione immensa».
Cosa significa oggi per lei essere un atleta paralimpico?
«È un orgoglio incredibile. È il riconoscimento di aver fatto tutto il possibile per arrivare dove sei. Rappresentare la Francia è un onore enorme. Oggi mi definisco un atleta a tutti gli effetti. Un “nuovo Lou” rispetto a quello che ero a 19 anni. Mi conosco profondamente, so cosa voglio e come arrivarci, sono più sicuro di me. E anche una persona migliore».
Che cosa ha significato qualificarsi ai Giochi Paralimpici?
«La prima qualificazione per Pechino 2022 è stata un sogno. Un traguardo straordinario. Ora qualificarmi per Milano-Cortina è altrettanto speciale, ma diverso: oggi mi sento pronto. Nel 2022 ero giovane, mi mancava esperienza. Quest’anno ho davvero le carte per lottare per le medaglie. Non mi sono mai sentito così forte».
Crede che ci sia un significato più profondo dietro ciò che le è accaduto?
«Se dovessi rifare tutto, non cambierei nulla. Tutto è accaduto nell’ordine giusto. Non sono qui per caso. È importante dimostrare che anche in sedia a rotelle si può vivere una vita straordinaria. E poi ho costruito una famiglia: ho una figlia di quattro anni e mezzo e un figlio di un anno e mezzo. Vivere tutto questo con loro è semplicemente eccezionale».
La sua idea di successo è cambiata?
«Non è cambiata l’idea di successo, ma la consapevolezza del lavoro che c’è dietro. Le persone non immaginano quanto lavoro ci sia dietro una medaglia e dietro il team che ci sostiene ogni giorno».
Quali sono i suoi prossimi obiettivi?
«A livello personale mi sento realizzato. Ho una moglie, due figli e vivo a Tignes (comune montano sulle Alpi francesi, a 30 km dal confine con l’Italia, ndr), un posto magico. Il mio obiettivo a brevissimo termine è chiaro: due medaglie alle Paralimpiadi di Milano-Cortina. Solo a dirlo mi vengono i brividi. È possibile, ho il livello giusto, darò tutto. Ci vediamo a Milano-Cortina».

Lou Braz Dagand mentre “vola” sul suo monoski.

Che cos’è la malattia di Lyme
La malattia di Lyme è un’infezione causata dal batterio Borrelia burgdorferi (e specie correlate), trasmessa all’uomo attraverso il morso di zecche infette. È diffusa in molte aree dell’Europa e del Nord America, soprattutto nelle zone boschive e umide.
COME SI MANIFESTA
Nella fase iniziale può comparire:
eritema migrante (un arrossamento cutaneo circolare che si allarga progressivamente)
febbre
stanchezza intensa
dolori muscolari e articolari
mal di testa
Se non trattata tempestivamente con antibiotici, l’infezione può diffondersi e coinvolgere:sistema nervoso (neuroborreliosi)
cuore (cardite di Lyme)
articolazioni (artrite di Lyme)
LE FORME PIÙ GRAVI
Nelle forme più complesse e rare, la malattia può provocare disturbi neurologici importanti, problemi cardiaci e, in casi estremi, deficit motori permanenti. La diagnosi precoce è fondamentale: nella maggior parte dei casi, con una terapia antibiotica adeguata, la malattia si risolve senza conseguenze a lungo termine.