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2.5.26

Addio Alex Zanardi, l'inno alla vita di chi ha perso tutto e ne ha fatto una forza rendendoci orgogliosi di essere italiani

Sono talmente scosso  e triste in quanto , sarà pure una frase fatta \ retorica ed abusata ma. spessissimo  contiene un fondo di verità ,  sono sempre i migliori quelli che  se ne vanno . Infatti  è. grave. alla. sua.  leggenda   e alla sua storia se  vado avanti  e non mi deprimo per i miei problemi  di salute  e se mi sono appassionato alle paraolimpiadi . Ecco perché   certe volte  mi arrendo a creare qualcosa  di mio \ d'originale e preferisco delegare  gli altri  a farlo per me cioè a farlo con articoli o post d'altri . 
 


da eurosport

DI
MAXIME DUPUIS
A 02/05/2026

La notizia della morte di Alex Zanardi ci rattrista ma i suoi valori e il suo esempio non sono destinati a spegnersi perché questo straordinario uomo con la sua tenacia, la sua tempra e il suo carattere indomito ha saputo guadagnarsi la nostra stima incondizionata e il nostro affetto. Per questo è doveroso raccontare tutto quello che Zanardi ha rappresentato: una lezione di vita.


Alex Alex Zanardi alza il pugno al cielo dopo una delle sue vittorie alla Paralimpiade di Rio 2016Credit Foto Getty Images


Alex Zanardi non c’è più ma come accade per i grandi cantanti, pittori, scrittori o artisti: i suoi valori e il suo esempio continuerà ad ardere e a riecheggiare ogni volta che vedremo un uomo o una donna che a bordo di una handbike si mette alla prova o semplicemente uno di noi si farà beffe della sfortuna o della sventura che gli è occorsa e sceglierà di non darsi per vinto ma di reagire e cogliere tutto questo come un’opportunità per mostrare il proprio valore e la parte migliore di sé. Per celebrare questo straordinario italiano che con le sue gesta ci ha reso tutti più orgogliosi di essere figli dello Stivale e travalicare lo sport ergendosi ad esempio di vita, vi riproponiamo questo ritratto dei colleghi che i colleghi della redazione di Eurosport Francia, scrissero nella primavera del 2018. Il racconto di una persona eccezionale.Lo sport piange Alex Zanardi: l'atleta che non si arrendeva mai
Questa storia inizia un 15 settembre. Una data nella quale il mondo non ha molto da condividere con l'automobilismo. Quel 15 settembre, il mondo ha gli occhi rivolti verso un'America scioccata e annebbiata dal fumo macabro che ancora emerge dalle macerie del World Trade Center, crollato 4 giorni prima sotto i colpi dell'attacco terroristico più grave della storia. Colpita al cuore dei suoi poteri economici, politici e militari, l'America sente il terreno franare sotto i suoi piedi. Ma la vita continua. O almeno, così sembra.


Quello che sta per succedere 6.500 chilometri più a est è un asterisco nella storia del mondo e di questo settembre che ha simbolicamente dato il via a un ventunesimo secolo nato nel peggiore dei modi. Ma nella storia di una vita, quella di Alex Zanardi, è un capitolo intero. Quello di un'esistenza che sta per chiudersi e di un'altra che si apre.
Il signor nessuno
Quel 15 settembre 2001 Zanardi si trova in Germania per partecipare al 15esimo Gran Premio della stagione del campionato di Formula Cart, sulla pista del Lausitzring. La gara, ribattezzata The American Memorial 500, viene confermata per rendere omaggio alle vittime degli attentati dell'11 settembre. Vengono coperti gli sponsor e le monoposto sono tappezzate con bandiere a stelle e strisce. Alex Zanardi non è particolarmente entusiasta all'idea di gareggiare. E non è l'unico. Ma, come si dice in questi casi, The Show Must Go On. La prima tappa europea nella storia della Cart va in scena in un'atmosfera pesante. Con un epilogo drammatico per Zanardi.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Queste prime tre gare lasciano un retrogusto amaro. Rimasto senza volante nel 1992, Zanardi sostituisce per tre gare a stagione in corso Christian Fittipaldi, vittima di un grave incidente sul circuito di Magny-Cours. Tre piccole apparizioni. Nel 1993 diventa pilota (titolare) della Lotus dove rimane due anni. O quasi. Durante il Gran Premio del Belgio, uno schianto contro le barriere del Raidillon lo priva di un finale di stagione che fino a quel momento l'aveva visto buon protagonista, e che gli aveva regalato un 6° posto a Interlagos e un punto nella classifica piloti. Rimarrà quello l'unico punto in carriera di Zanardi in Formula 1.
Zanardi, che all'epoca ha 26 anni, riprende possesso della sua Lotus al quinto Gran Premio del Mondiale 1994, il più nero nella storia moderna della Formula 1. Pedro Lamy si rompe entrambe le gambe nel corso di una sessione di test a Silverstone. Ma la mitica scuderia ormai è a fine corsa e presto metterà la chiave sotto la porta. Zero risorse, zero punti. Addio Formula 1.



Alex Zanardi ai tempi della sua militanza con la Jordan F1 ad inizio anni '90Credit Foto Getty Images

The Pass, storia di una follia
Alex Zanardi prende a quel punto la migliore decisione della sua carriera. L'Europa non lo vuole? E lui va a vedere cosa succede negli Stati Uniti. Lì un pilota di Formula 1 non dovrebbe avere troppi problemi a trovare un volante, pensa. Ebbene, è esattamente il contrario. L'America lo guarda dall'alto in basso. Dopotutto il suo curriculum non è più spesso della carta di una sigaretta. Non è che vicecampione di Formula 3000 e nella categoria regina dell'automobilismo non ha fatto vedere nulla. Trascorre un anno a vivacchiare tra GT e Porsche Supercup.
Poi viene a sapere che la Ganassi Racing, scuderia faro del campionato Cart, sta cercando un secondo pilota da affiancare a Jimmy Vasser. Zanardi si presenta, supera il test prova e viene ingaggiato. Nessuno è convinto della scelta effettuata da Chip Ganassi, specialmente Mo Nunn, futuro ingegnere capo di Alex. Nunn non vede di buon occhio i piloti italiani, troppo irruenti a suo parere. Eppure lui e Zanardi diventeranno ben presto inseparabili.
Dopo un breve e comprensibile periodo di ambientamento, Zanardi si sente perfettamente a proprio agio. Qui prevale lo spettacolo e le differenze tra le macchine non sono così colossali come in Formula 1. Piste e circuiti cittadini diventano il suo pane quotidiano. Fin dalla sua prima stagione Alex mostra gli artigli: alla sua seconda gara centra la pole position a Rio de Janeiro e termina la stagione al 3° posto della classifica piloti (con gli stessi punti del 2°, Michael Andretti) con un bilancio di 3 vittorie, il titolo di rookie dell'anno e una manovra entrata nella leggenda.
Ultimo giro dell'ultima corsa della stagione. Laguna Seca. Zanardi è alla ruota di Bryan Herta. L'americano ancora non lo sa, ma sta per diventare vittima del sorpasso più folle nella storia della categoria. Nel cavatappi, la famosa curva sinistra-destra del mitico tracciato californiano, Alex Zanardi tenta una manovra pazza. Herta, come ogni pilota dovrebbe fare (e fa) affronta la curva dall'esterno e frena per prendere la corda: non ha ancora dato il minimo colpo al volante che vede un Ufo passarlo dolcemente all'interno.
Zanardi ci è andato alla cieca, a capofitto. In maniera po' audace il bolognese e il suo bolide scarlatto attraversano la pista come una palla fino a sfiorare il muretto. Con entrambe le ruote nella sabbia, Alex riesce a raddrizzare la sua monoposto all'ultimo momento e a conservare il vantaggio conquistato in modo così sfacciato. Ha vinto, e gli americani hanno adorato questo sorpasso. E come ogni volta che si affezionano a qualcosa, gli danno un nome. Questo, per tutti, sarà The Pass (Il Sorpasso). Per sempre, ma mai più. Perché da quel momento la manovra in quel punto della pista sarà vietata.

"Avevo elaborato un piano diabolico, ma devo ammettere che l'esecuzione era un po' diversa nella mia testa. La differenza tra un eroe e un idiota è minima. Questo ha cambiato la mia carriera", dirà Zanardi che dopo quel sorpasso diventa un altro uomo. Diventa una star. Perché ha già iniziato a vincere. I due titoli Cart 1997 e 1998 saranno suoi. Ma anche perché brilla anche fuori dalla sua monoposto.
Gli spaghetti alla bolognese da David Letterman
In conferenza stampa o in tv, Alex diverte e si diverte. È ironico e sa sempre trovare le parole giuste. "Le conferenze stampa di Zanardi erano travolgenti - spiegherà Robin Miller a Sports Illustrated qualche mese dopo l'incidente -. Avrebbe potuto parlare per ore, si capiva che amava essere in quel posto e in nessun altro. La sua felicità era contagiosa. Nel 1998 era diventato l'anima della Cart". Dotato di una presenza e di uno spirito unici, Zanardi si presenta una sera anche al Late Show di David Letterman dove cucina gli spaghetti alla bolognese. Ormai è una vera e propria stella.
Tutti sognano un giorno di essere profeti in patria. Anche quando si è riusciti a conquistare il Nuovo Mondo. Zanardi non fa eccezione alla regola. Quando Frank Williams lo tira per la manica per riportarlo in Europa e in Formula 1, il richiamo è troppo forte. Soprattutto nella fase dei primi contatti, nel 1997, la scuderia britannica è ancora al top. Grazie a Jacques Villeneuve, anch'egli proveniente dalla Cart, e a Heinz-Harald Frentzen, vince i suoi ultimi titoli mondiali, sia piloti che costruttori.
Zanardi firma un contratto di tre anni da 15 milioni di dollari e precipita. Problema: tra l'inizio delle trattative e l'approdo di Alex alla Williams, la scuderia britannica ha perso la sua supremazia. La McLaren si è improvvisamente rialzata e in casa Ferrari sta per avere inizio l'era Schumacher. Zanardi convive con un altro Schumacher, Ralf, che descrive come "tanto veloce quanto sgradevole".


Alex Zanardi insieme a Ralf Schumacher durante la presentazione della Williams F1 nel 1999
Credit Foto Getty Images

Alla fine della stagione, il "fratello di Michael" totalizza 35 punti. Zanardi zero. Il vuoto abissale. La Williams e Zanardi si lasciano dopo un solo anno che, a parte un settimo posto a Monza, per il pilota bolognese si rivela un incubo. La Formula 1 non è fatta per lui, così come lui non è fatto per la Formula 1.
2001. Ritorno al punto di partenza. 
Zanardi torna negli Stati Uniti, anche se non più da Chip Ganassi. Si sente comunque un po' a casa perché gareggia per Mo Nunn, con cui ha lavorato dal 1996 al 1998, e che è all'origine dell'ananas che adorna il suo casco fin dall'inizio della sua carriera americana. Perché un ananas? Per le questioni spinose che Alex aveva posto a Mo all'inizio della loro proficua collaborazione. La Mo Nunn Racng non ha la potenza di Chip Ganassi, ma vuoi mettere il piacere di tornare?
Uno scontro a 320 km/h
15 settembre 2001. Sono quasi le 15.30 quando Zanardi imbocca la corsia dei box. Per la prima volta da quando è tornato nella Cart, è al comando di una corsa pur essendo partito dal 22esimo posto. Mancano 13 giri alla fine e poi la sua 16esima vittoria in carriera sarà realtà. Dopo circa 5 secondi di stop, riparte. Come centinaia di altre volte. Solo che stavolta la sua accelerazione non piace molto alle gomme nuove. La sua monoposto parte in testa coda e, dopo essere finita nell'erba, si ritrova in mezzo alla pista.
Zanardi e la sua macchina sono un birillo su una pista da bowling. Solo che questo birillo è da solo di fronte a una ventina di palle scagliate a tutta velocità. Patrick Carpentier evita miracolosamente l'impatto: "Ho visto che (Zanardi, ndr) perdeva il controllo della vettura, ho pensato di passare sotto di lui ma andava troppo veloce. Di colpo ho sterzato sulla destra e l'ho sfiorato. Mi è passato a un dito di distanza...".
Il suo connazionale Alex Tagliani avrà meno successo. L'impatto è di una violenza eccezionale, nel senso letterale del termine. "Sono passato attraverso la sua macchina - racconterà Tagliani -. L'ho colpito nella parte più fragile del posto di guida. Pochi centimetri più in là ci sono i radiatori e la scocca è più spessa. Se avessi sterzato a destra invece che a sinistra saremmo morti entrambi".
Non è morto nessuno. Tagliani ne esce tutto sommato bene fisicamente. Ma la vita si è fermata. Quattro giorni dopo l'11 settembre, l'America si risveglia in quel sabato mattina con altre immagini terribili che provengono dalla Germaia. La monoposto di Zanardi è stata polverizzata dalla Forsythe di Tagliani, lanciato a più di 320 chilometri orari. Tranciata in due. Così come Zanardi. "La potenza dell'impatto fu talmente violenta che non gli tagliò le gambe - spiegherà un anno più tardi Steve Olvey, responsabile medico della Cart -. Gliele fece esplodere. Quello che accadde a Zanardi è praticamente identico a quello che succede ai soldati che mettono un piede su una mina".
In un silenzio quasi religioso, intorno alla macchina immobile e distrutta di Zanardi i soccorritori cercano di salvare quello che può essere salvato. Zanardi si svuota letteralmente del suo sangue. Terry Trammel, chirurgo ortopedico della Cart, è il primo ad accorrere sul posto. Racconterà a Sports Illustrated di essere scivolato e di pensare che fosse colpa dell'olio sulla pista. Era sangue. Zanardi sta per morire. Le sue gambe non ci sono più, letteralmente. Bisogna solo cercare di salvarlo fermando l'emorragia dagli arti recisi. Ci si riesce in qualche modo, con una particolare cintura.
Si prende subito la decisione di trasportare il pilota all'ospedale di Berlino, distante 37 minuti di elicottero. Tra il momento dell'incidente e l'arrivo al centro medico della capitale tedesca, Alex Zanardi ha 7 arresti cardiaci, perde tre quarti del suo sangue e riceve l'estrema unzione.
Sono trascorsi 56 minuti dall'incidente e il pilota è in sala operatoria. Tre ore di intervento ed entrambe le gambe amputate: la destra a partire dal ginocchio, la sinistra dalla coscia. È vivo. E non ricorda nulla, naturalmente. Parlando dell'incidente, Alex è consapevole di una cosa: "Non avrei dovuto sopravvivere. Sono rimasto quasi 50 minuti con meno di un litro di sangue. La scienza dice che è impossibile".



Zanardi l'ha fatto. La voglia di vivere è stata più forte. Si è decuplicata.
Due vite al prezzo di una
Sua moglie, che non è stata subito informata della gravità di quanto accaduto, si renderà presto conto che il corpo di Alex è segnato in maniera terribile dall'incidente. Una settimana di coma e al suo risveglio, sotto un dolore immenso, la grande lezione di vita: "Non vedo quello che mi manca, ma tutto quello che mi resta", le prime parole di Zanardi. E anche la voglia di scherzare è tornata: "Quando mi sono svegliato Daniela avrebbe dovuto dirmi 'ho una buona e una cattiva notizia'".
Quando mi sono risvegliato non mi sono detto 'come farò a vivere senza le gambe?'. Ma mi sono chiesto 'come riuscirò a fare tutto quello che devo fare senza le gambe?'. Non voglio darmi alcun merito per questo, ma ero più curioso che depresso. E questo mi ha aperto a una nuova vita.
Quando ne parlerà con i suoi figli, Zanardi potrà dire loro di avere vissuto due vite al prezzo di una. Desiderata la prima, sofferta la seconda. Perché non si è mai piegato sotto il peso del dramma. Fin da subito non ha avuto che un unico sogno: tornare a vivere normalmente. Quello che faceva prima, in pratica.
"Non considero il mio incidente e quello che mi è accaduto come una tragedia perché, in fondo, le conseguenze sono semplicemente due gambe di metallo", spiegava Zanardi nel 2003 al momento di riprendere il volante. "Tutto il resto è ok. Se 2 o 3 anni prima avessi visto qualcuno nella mia situazione avrei provato per lui una grande pena e una profonda ammirazione, e mi sarei detto 'al suo posto mi suiciderei'. Ma ora che ho vissuto questa esperienza, è molto lontana da me l'idea di togliermi la vita. Al contrario, sono molto felice di essere qui".
Con due protesi in titanio appositamente progettate per lui e una lunga riabilitazione a Budrio, nella sua Emilia Romagna, Zanardi ricomincia a camminare. A vivere, molto semplicemente. Senza pensare a quello che succederà. Riuscire a stare in piedi è una prima vittoria. E prova una soddisfazione che nemmeno poteva immaginare. Quale? Eccola: "Con le mie gambe artificiali sono più alto di prima".
E le gare automobilistiche in tutto questo? I primi mesi non sono che un miraggio. "Quando ho ritrovato un po' di energie, me lo sono chiesto spesso ma non riuscivo a darmi una risposta. Anche perché era una questione irrilevante: non potevo nemmeno andare in bagno da solo. E la mia priorità era recuperare la mia indipendenza. Sapevo che tutto il resto sarebbe stato possibile, ma dovevo aspettare".


Alex Zanardi Credit Foto Getty Images

Il richiamo di Londra
Un giorno Max Papis lo chiama al cellulare. Lui è in macchina, che controlla manualmente. "Cosa stai facendo", gli chiede Papis. "240 chilometri in un'ora", gli risponde Zanardi. È quasi pronto. La molla è scattata nel maggio 2003. Invitato dalla Cart a completare la corsa che non ha potuto né finire, né vincere il giorno dell'incidente, Zanardi si mette alla guida di una monoposto e percorre simbolicamente quei 13 giri che mancavano. "Volevo essere autorizzato a spingere e gli organizzatori mi diedero l'ok - ricorda Alex -. E fui io il primo a sorprendermi di quelle sensazioni e di quegli automatismi ritrovati così rapidamente". Il suo giro più veloce gli avrebbe consentito di occupare la quinta posizione sulla griglia di partenza in una gara vera.
Zanardi ricomincia a correre. E lo fa bene, anche con le sue gambe artificiali. Vince 4 gare di WTCC (il Campionato del mondo turismo) ma, soprattutto, si lancia in una sfida nuova e un po' folle: l'handbike. Nel 2007 partecipa alla maratona di New York, conquistando una quarta posizione molto incoraggiante soprattutto se si considera che si allena da meno di un mese. E un'idea inizia a girargli in testa: partecipare alle Paralimpiadi di Londra. Lo annuncia nel 2009. Zanardi all'epoca ha 42 anni e si è appena piazzato 15esimo nella crono Mondiale.
Ancora una volta il tempo gioca contro di lui. A Londra Alex avrà 45 anni e avrà a che fare con giovani nel pieno della loro forza. Ma i mesi passano e il suo sogno prende forma. Vince la maratona di Venezia nel 2009, quella di Roma nel 2010 e quella di New York nel 2011. Vince anche la sua prima medaglia a un Mondiale ed è pronto a conquistare Londra l'estate successiva. Cosa che farà.
Brands Hatch, un simbolo
Il caso a volte fa le cose per bene. Il giorno in cui Zanardi si arrampica in cima all'Olimpo lo fa a Brands Hatch, il mitico circuito automobilistico che ospita la gara a cronometro delle Paralimpiadi. Alex non aveva mai vinto su questa pista al volante di una macchina, l'ha fatto con una bicicletta tra le mani. "Qui ero già arrivato secondo e terzo, ho dovuto tornarci con una bici per vincere. Provo una sensazione straordinaria". Non ne ha piena consapevolezza, anzi forse è convinto del contrario, ma la sua avventura non è che all'inizio. A Londra 2012 lo attendono ancora un oro nella gara in linea e un argento nella staffetta. Poi 4 anni di pazienza, prima di Rio.
A 49 anni, passato dalla categoria H4 (posizione sdraiata) alla categoria H5 (posizione inginocchiata), Zanardi si impone nella gara a cronometro, vince la staffetta a squadre e aggiunge alla sua collezione di medaglie un bell'argento nella prova in linea. Poi continua a stupire. Batte il record del mondo nell'Ironman e nel 2018 a Cervia si piazza 5° (su quasi 3mila partecipanti) con il tempo di 8 ore, 26 minuti e 6 secondi, nuovo primato del mondo per la categoria disabili.
Nel 2011, prima dei successi olimpici a Londra 2012, a un giornalista che gli chiedeva se quel terribile incidente fosse stata una benedizione per lui, Zanardi aveva risposto così: "Non mi spingerei così lontano. Ma il modo migliore per rispondere a questa domanda è questo: se un mago mi avesse offerto la possibilità di ridarmi l'uso delle mie gambe senza dirmi cosa sarebbero stati per me gli ultimi dieci anni, credo che mi gratterei la testa diverse volte prima di dare una risposta".
Questa storia inizia un 15 settembre. Una data nella quale il mondo non ha molto da condividere con l'automobilismo. Quel 15 settembre, il mondo ha gli occhi rivolti verso un'America scioccata e annebbiata dal fumo macabro che ancora emerge dalle macerie del World Trade Center, crollato 4 giorni prima sotto i colpi dell'attacco terroristico più grave della storia. Colpita al cuore dei suoi poteri economici, politici e militari, l'America sente il terreno franare sotto i suoi piedi. Ma la vita continua. O almeno, così sembra.


Quello che sta per succedere 6.500 chilometri più a est è un asterisco nella storia del mondo e di questo settembre che ha simbolicamente dato il via a un ventunesimo secolo nato nel peggiore dei modi. Ma nella storia di una vita, quella di Alex Zanardi, è un capitolo intero. Quello di un'esistenza che sta per chiudersi e di un'altra che si apre.
Il signor nessuno
Quel 15 settembre 2001 Zanardi si trova in Germania per partecipare al 15esimo Gran Premio della stagione del campionato di Formula Cart, sulla pista del Lausitzring. La gara, ribattezzata The American Memorial 500, viene confermata per rendere omaggio alle vittime degli attentati dell'11 settembre. Vengono coperti gli sponsor e le monoposto sono tappezzate con bandiere a stelle e strisce. Alex Zanardi non è particolarmente entusiasta all'idea di gareggiare. E non è l'unico. Ma, come si dice in questi casi, The Show Must Go On. La prima tappa europea nella storia della Cart va in scena in un'atmosfera pesante. Con un epilogo drammatico per Zanardi.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. 
Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Zanardi in Formula 1 è un signor nessuno. Un anonimo del volante. Approdato alla Jordan nel 1991 per disputare le ultime tre gare della stagione, lascia la scuderia con un bilancio onesto: si piazza al 9° posto a Barcellona al debutto, è costretto al ritiro a Suzuka e chiude con un altro 9° posto ad Adelaide. Insomma. Non abbastanza per alzarsi la notte, soprattutto se si ricorda l'entrata in scena di un certo Michael Schumacher che, anche lui alla guida di una Jordan, aveva fatto faville nelle qualifiche del Gran Premio del Belgio.
Queste prime tre gare lasciano un retrogusto amaro. Rimasto senza volante nel 1992, Zanardi sostituisce per tre gare a stagione in corso Christian Fittipaldi, vittima di un grave incidente sul circuito di Magny-Cours. Tre piccole apparizioni. Nel 1993 diventa pilota (titolare) della Lotus dove rimane due anni. O quasi. Durante il Gran Premio del Belgio, uno schianto contro le barriere del Raidillon lo priva di un finale di stagione che fino a quel momento l'aveva visto buon protagonista, e che gli aveva regalato un 6° posto a Interlagos e un punto nella classifica piloti. Rimarrà quello l'unico punto in carriera di Zanardi in Formula 1.
Zanardi, che all'epoca ha 26 anni, riprende possesso della sua Lotus al quinto Gran Premio del Mondiale 1994, il più nero nella storia moderna della Formula 1. Pedro Lamy si rompe entrambe le gambe nel corso di una sessione di test a Silverstone. Ma la mitica scuderia ormai è a fine corsa e presto metterà la chiave sotto la porta. Zero risorse, zero punti. Addio Formula 1.


Alex Zanardi ai tempi della sua militanza con la Jordan F1 ad inizio anni '90 Credit Foto Getty Images

The Pass, storia di una follia
Alex Zanardi prende a quel punto la migliore decisione della sua carriera. L'Europa non lo vuole? E lui va a vedere cosa succede negli Stati Uniti. Lì un pilota di Formula 1 non dovrebbe avere troppi problemi a trovare un volante, pensa. Ebbene, è esattamente il contrario. L'America lo guarda dall'alto in basso. Dopotutto il suo curriculum non è più spesso della carta di una sigaretta. Non è che vicecampione di Formula 3000 e nella categoria regina dell'automobilismo non ha fatto vedere nulla. Trascorre un anno a vivacchiare tra GT e Porsche Supercup.
Poi viene a sapere che la Ganassi Racing, scuderia faro del campionato Cart, sta cercando un secondo pilota da affiancare a Jimmy Vasser. Zanardi si presenta, supera il test prova e viene ingaggiato. Nessuno è convinto della scelta effettuata da Chip Ganassi, specialmente Mo Nunn, futuro ingegnere capo di Alex. Nunn non vede di buon occhio i piloti italiani, troppo irruenti a suo parere. Eppure lui e Zanardi diventeranno ben presto inseparabili.
Dopo un breve e comprensibile periodo di ambientamento, Zanardi si sente perfettamente a proprio agio. Qui prevale lo spettacolo e le differenze tra le macchine non sono così colossali come in Formula 1. Piste e circuiti cittadini diventano il suo pane quotidiano. Fin dalla sua prima stagione Alex mostra gli artigli: alla sua seconda gara centra la pole position a Rio de Janeiro e termina la stagione al 3° posto della classifica piloti (con gli stessi punti del 2°, Michael Andretti) con un bilancio di 3 vittorie, il titolo di rookie dell'anno e una manovra entrata nella leggenda.
Ultimo giro dell'ultima corsa della stagione. Laguna Seca. Zanardi è alla ruota di Bryan Herta. L'americano ancora non lo sa, ma sta per diventare vittima del sorpasso più folle nella storia della categoria. Nel cavatappi, la famosa curva sinistra-destra del mitico tracciato californiano, Alex Zanardi tenta una manovra pazza. Herta, come ogni pilota dovrebbe fare (e fa) affronta la curva dall'esterno e frena per prendere la corda: non ha ancora dato il minimo colpo al volante che vede un Ufo passarlo dolcemente all'interno.
Zanardi ci è andato alla cieca, a capofitto. In maniera po' audace il bolognese e il suo bolide scarlatto attraversano la pista come una palla fino a sfiorare il muretto. Con entrambe le ruote nella sabbia, Alex riesce a raddrizzare la sua monoposto all'ultimo momento e a conservare il vantaggio conquistato in modo così sfacciato. Ha vinto, e gli americani hanno adorato questo sorpasso. E come ogni volta che si affezionano a qualcosa, gli danno un nome. Questo, per tutti, sarà The Pass (Il Sorpasso). Per sempre, ma mai più. Perché da quel momento la manovra in quel punto della pista sarà vietata
"Avevo elaborato un piano diabolico, ma devo ammettere che l'esecuzione era un po' diversa nella mia testa. La differenza tra un eroe e un idiota è minima. Questo ha cambiato la mia carriera", dirà Zanardi che dopo quel sorpasso diventa un altro uomo. Diventa una star. Perché ha già iniziato a vincere. I due titoli Cart 1997 e 1998 saranno suoi. Ma anche perché brilla anche fuori dalla sua monoposto.
Gli spaghetti alla bolognese da David Letterman
In conferenza stampa o in tv, Alex diverte e si diverte. È ironico e sa sempre trovare le parole giuste. "Le conferenze stampa di Zanardi erano travolgenti - spiegherà Robin Miller a Sports Illustrated qualche mese dopo l'incidente -. Avrebbe potuto parlare per ore, si capiva che amava essere in quel posto e in nessun altro. La sua felicità era contagiosa. Nel 1998 era diventato l'anima della Cart". Dotato di una presenza e di uno spirito unici, Zanardi si presenta una sera anche al Late Show di David Letterman dove cucina gli spaghetti alla bolognese. Ormai è una vera e propria stella.
Tutti sognano un giorno di essere profeti in patria. Anche quando si è riusciti a conquistare il Nuovo Mondo. Zanardi non fa eccezione alla regola. Quando Frank Williams lo tira per la manica per riportarlo in Europa e in Formula 1, il richiamo è troppo forte. Soprattutto nella fase dei primi contatti, nel 1997, la scuderia britannica è ancora al top. Grazie a Jacques Villeneuve, anch'egli proveniente dalla Cart, e a Heinz-Harald Frentzen, vince i suoi ultimi titoli mondiali, sia piloti che costruttori.
Zanardi firma un contratto di tre anni da 15 milioni di dollari e precipita. Problema: tra l'inizio delle trattative e l'approdo di Alex alla Williams, la scuderia britannica ha perso la sua supremazia. La McLaren si è improvvisamente rialzata e in casa Ferrari sta per avere inizio l'era Schumacher. Zanardi convive con un altro Schumacher, Ralf, che descrive come "tanto veloce quanto sgradevole".



Alex Zanardi insieme a Ralf Schumacher durante la presentazione della Williams F1 nel 1999

Credit Foto Getty Images
Alla fine della stagione, il "fratello di Michael" totalizza 35 punti. Zanardi zero. Il vuoto abissale. La Williams e Zanardi si lasciano dopo un solo anno che, a parte un settimo posto a Monza, per il pilota bolognese si rivela un incubo. La Formula 1 non è fatta per lui, così come lui non è fatto per la Formula 1.
2001. Ritorno al punto di partenza. Zanardi torna negli Stati Uniti, anche se non più da Chip Ganassi. Si sente comunque un po' a casa perché gareggia per Mo Nunn, con cui ha lavorato dal 1996 al 1998, e che è all'origine dell'ananas che adorna il suo casco fin dall'inizio della sua carriera americana. Perché un ananas? Per le questioni spinose che Alex aveva posto a Mo all'inizio della loro proficua collaborazione. La Mo Nunn Racng non ha la potenza di Chip Ganassi, ma vuoi mettere il piacere di tornare?
Uno scontro a 320 km/h
15 settembre 2001. Sono quasi le 15.30 quando Zanardi imbocca la corsia dei box. Per la prima volta da quando è tornato nella Cart, è al comando di una corsa pur essendo partito dal 22esimo posto. Mancano 13 giri alla fine e poi la sua 16esima vittoria in carriera sarà realtà. Dopo circa 5 secondi di stop, riparte. Come centinaia di altre volte. Solo che stavolta la sua accelerazione non piace molto alle gomme nuove. La sua monoposto parte in testa coda e, dopo essere finita nell'erba, si ritrova in mezzo alla pista.
Zanardi e la sua macchina sono un birillo su una pista da bowling. Solo che questo birillo è da solo di fronte a una ventina di palle scagliate a tutta velocità. Patrick Carpentier evita miracolosamente l'impatto: "Ho visto che (Zanardi, ndr) perdeva il controllo della vettura, ho pensato di passare sotto di lui ma andava troppo veloce. Di colpo ho sterzato sulla destra e l'ho sfiorato. Mi è passato a un dito di distanza...".
Il suo connazionale Alex Tagliani avrà meno successo. L'impatto è di una violenza eccezionale, nel senso letterale del termine. "Sono passato attraverso la sua macchina - racconterà Tagliani -. L'ho colpito nella parte più fragile del posto di guida. Pochi centimetri più in là ci sono i radiatori e la scocca è più spessa. Se avessi sterzato a destra invece che a sinistra saremmo morti entrambi".
Non è morto nessuno. Tagliani ne esce tutto sommato bene fisicamente. Ma la vita si è fermata. Quattro giorni dopo l'11 settembre, l'America si risveglia in quel sabato mattina con altre immagini terribili che provengono dalla Germaia. La monoposto di Zanardi è stata polverizzata dalla Forsythe di Tagliani, lanciato a più di 320 chilometri orari. Tranciata in due. Così come Zanardi. "La potenza dell'impatto fu talmente violenta che non gli tagliò le gambe - spiegherà un anno più tardi Steve Olvey, responsabile medico della Cart -. Gliele fece esplodere. Quello che accadde a Zanardi è praticamente identico a quello che succede ai soldati che mettono un piede su una mina".
In un silenzio quasi religioso, intorno alla macchina immobile e distrutta di Zanardi i soccorritori cercano di salvare quello che può essere salvato. Zanardi si svuota letteralmente del suo sangue. Terry Trammel, chirurgo ortopedico della Cart, è il primo ad accorrere sul posto. Racconterà a Sports Illustrated di essere scivolato e di pensare che fosse colpa dell'olio sulla pista. Era sangue. Zanardi sta per morire. Le sue gambe non ci sono più, letteralmente. Bisogna solo cercare di salvarlo fermando l'emorragia dagli arti recisi. Ci si riesce in qualche modo, con una particolare cintura.
Si prende subito la decisione di trasportare il pilota all'ospedale di Berlino, distante 37 minuti di elicottero. Tra il momento dell'incidente e l'arrivo al centro medico della capitale tedesca, Alex Zanardi ha 7 arresti cardiaci, perde tre quarti del suo sangue e riceve l'estrema unzione.
Sono trascorsi 56 minuti dall'incidente e il pilota è in sala operatoria. Tre ore di intervento ed entrambe le gambe amputate: la destra a partire dal ginocchio, la sinistra dalla coscia. È vivo. E non ricorda nulla, naturalmente. Parlando dell'incidente, Alex è consapevole di una cosa: "Non avrei dovuto sopravvivere. Sono rimasto quasi 50 minuti con meno di un litro di sangue. La scienza dice che è impossibile".
Zanardi l'ha fatto. La voglia di vivere è stata più forte. Si è decuplicata.Due vite al prezzo di una
Sua moglie, che non è stata subito informata della gravità di quanto accaduto, si renderà presto conto che il corpo di Alex è segnato in maniera terribile dall'incidente. Una settimana di coma e al suo risveglio, sotto un dolore immenso, la grande lezione di vita: "Non vedo quello che mi manca, ma tutto quello che mi resta", le prime parole di Zanardi. E anche la voglia di scherzare è tornata: "Quando mi sono svegliato Daniela avrebbe dovuto dirmi 'ho una buona e una cattiva notizia'".Quando mi sono risvegliato non mi sono detto 'come farò a vivere senza le gambe?'. Ma mi sono chiesto 'come riuscirò a fare tutto quello che devo fare senza le gambe?'. Non voglio darmi alcun merito per questo, ma ero più curioso che depresso. E questo mi ha aperto a una nuova vita.
Quando ne parlerà con i suoi figli, Zanardi potrà dire loro di avere vissuto due vite al prezzo di una. Desiderata la prima, sofferta la seconda. Perché non si è mai piegato sotto il peso del dramma. Fin da subito non ha avuto che un unico sogno: tornare a vivere normalmente. Quello che faceva prima, in pratica.
"Non considero il mio incidente e quello che mi è accaduto come una tragedia perché, in fondo, le conseguenze sono semplicemente due gambe di metallo", spiegava Zanardi nel 2003 al momento di riprendere il volante. "Tutto il resto è ok. Se 2 o 3 anni prima avessi visto qualcuno nella mia situazione avrei provato per lui una grande pena e una profonda ammirazione, e mi sarei detto 'al suo posto mi suiciderei'. Ma ora che ho vissuto questa esperienza, è molto lontana da me l'idea di togliermi la vita. Al contrario, sono molto felice di essere qui".
Con due protesi in titanio appositamente progettate per lui e una lunga riabilitazione a Budrio, nella sua Emilia Romagna, Zanardi ricomincia a camminare. A vivere, molto semplicemente. Senza pensare a quello che succederà. Riuscire a stare in piedi è una prima vittoria. E prova una soddisfazione che nemmeno poteva immaginare. Quale? Eccola: "Con le mie gambe artificiali sono più alto di prima".
E le gare automobilistiche in tutto questo? I primi mesi non sono che un miraggio. "Quando ho ritrovato un po' di energie, me lo sono chiesto spesso ma non riuscivo a darmi una risposta. Anche perché era una questione irrilevante: non potevo nemmeno andare in bagno da solo. E la mia priorità era recuperare la mia indipendenza. Sapevo che tutto il resto sarebbe stato possibile, ma dovevo aspettare".



Alex ZanardiCredit Foto Getty Images
Il richiamo di Londra
Un giorno Max Papis lo chiama al cellulare. Lui è in macchina, che controlla manualmente. "Cosa stai facendo", gli chiede Papis. "240 chilometri in un'ora", gli risponde Zanardi. È quasi pronto. La molla è scattata nel maggio 2003. Invitato dalla Cart a completare la corsa che non ha potuto né finire, né vincere il giorno dell'incidente, Zanardi si mette alla guida di una monoposto e percorre simbolicamente quei 13 giri che mancavano. "Volevo essere autorizzato a spingere e gli organizzatori mi diedero l'ok - ricorda Alex -. E fui io il primo a sorprendermi di quelle sensazioni e di quegli automatismi ritrovati così rapidamente". Il suo giro più veloce gli avrebbe consentito di occupare la quinta posizione sulla griglia di partenza in una gara vera.
Zanardi ricomincia a correre. E lo fa bene, anche con le sue gambe artificiali. Vince 4 gare di WTCC (il Campionato del mondo turismo) ma, soprattutto, si lancia in una sfida nuova e un po' folle: l'handbike. Nel 2007 partecipa alla maratona di New York, conquistando una quarta posizione molto incoraggiante soprattutto se si considera che si allena da meno di un mese. E un'idea inizia a girargli in testa: partecipare alle Paralimpiadi di Londra. Lo annuncia nel 2009. Zanardi all'epoca ha 42 anni e si è appena piazzato 15esimo nella crono Mondiale.
Ancora una volta il tempo gioca contro di lui. A Londra Alex avrà 45 anni e avrà a che fare con giovani nel pieno della loro forza. Ma i mesi passano e il suo sogno prende forma. Vince la maratona di Venezia nel 2009, quella di Roma nel 2010 e quella di New York nel 2011. Vince anche la sua prima medaglia a un Mondiale ed è pronto a conquistare Londra l'estate successiva. Cosa che farà.
Brands Hatch, un simbolo
Il caso a volte fa le cose per bene. Il giorno in cui Zanardi si arrampica in cima all'Olimpo lo fa a Brands Hatch, il mitico circuito automobilistico che ospita la gara a cronometro delle Paralimpiadi. Alex non aveva mai vinto su questa pista al volante di una macchina, l'ha fatto con una bicicletta tra le mani. "Qui ero già arrivato secondo e terzo, ho dovuto tornarci con una bici per vincere. Provo una sensazione straordinaria". Non ne ha piena consapevolezza, anzi forse è convinto del contrario, ma la sua avventura non è che all'inizio. A Londra 2012 lo attendono ancora un oro nella gara in linea e un argento nella staffetta. Poi 4 anni di pazienza, prima di Rio.
A 49 anni, passato dalla categoria H4 (posizione sdraiata) alla categoria H5 (posizione inginocchiata), Zanardi si impone nella gara a cronometro, vince la staffetta a squadre e aggiunge alla sua collezione di medaglie un bell'argento nella prova in linea. Poi continua a stupire. Batte il record del mondo nell'Ironman e nel 2018 a Cervia si piazza 5° (su quasi 3mila partecipanti) con il tempo di 8 ore, 26 minuti e 6 secondi, nuovo primato del mondo per la categoria disabili.
Nel 2011, prima dei successi olimpici a Londra 2012, a un giornalista che gli chiedeva se quel terribile incidente fosse stata una benedizione per lui, Zanardi aveva risposto così: "Non mi spingerei così lontano. Ma il modo migliore per rispondere a questa domanda è questo: se un mago mi avesse offerto la possibilità di ridarmi l'uso delle mie gambe senza dirmi cosa sarebbero stati per me gli ultimi dieci anni, credo che mi gratterei la testa diverse volte prima di dare una risposta".



6.3.26

la storia di Lou Braz Dagand, classe 1995, sciatore alpino paralimpico francese, per la malattia di Lyme



Lo sport #paraolimpico e le #paraolympics siano solo per ipovedenti , non vedenti , amputati il caso #louBrazDagand colpito dalla #malattiadiLyme lo dimostra




Lou Braz Dagand, atleta paralimpico colpito dalla malattia di Lyme: «Tre giorni dopo la puntura di una zecca sono rimasto paralizzato. A partire dalle dita dei piedi e poi via via 2-3 centimetri al giorno verso l’alto»
La malattia di Lyme lo colpisce nella forma più grave: tetraplegico, in sedia a rotelle, un intervento al cuore per salvarsi la vita. Ma Lou Braz Dagand decide che quella non è la fine. Dalla prima discesa in monoski a Pechino 2022 fino alla nuova sfida di Milano-Cortina, oggi è pronto a lottare per il podio: «Non mi sono mai sentito così forte»








Alle Paralimpiadi di Milano-Cortina non arriva per partecipare: lui vuole vincere.
Lou Braz Dagand, classe 1995, sciatore alpino paralimpico francese, parla di due medaglie con una calma che non è arroganza ma consapevolezza. «Non mi sono mai sentito così forte», dice. E in quella frase c’è tutto: la malattia, la sedia a rotelle, la riabilitazione, la rinascita, la famiglia.
Nel 2014 la malattia di Lyme lo colpisce nella forma più grave: perde la parola, la vista, la mobilità. Diventa tetraplegico, poi paraplegico, subisce un intervento al cuore che gli salva la vita. A 19 anni vede una sedia a rotelle in una stanza d’ospedale e capisce che la traiettoria è cambiata per sempre. Eppure, il suo sogno non è mai stato tornare a camminare, ma tornare a sciare.
Dal monoski a Pechino 2022, fino alla nuova qualificazione per Milano-Cortina, Braz Dagand oggi è un atleta d’élite che lavora con ingegneri e protesisti per costruire performance con precisione quasi scientifica e che ha saputo trasformare la disabilità in identità. «Non sono qui per caso», aggiunge. E intanto si prepara ad attaccare le piste italiane con la convinzione di chi sente che il tempo, adesso, è il suo.

Lou Braz Dagand, sulla sedie a rotelle, affiancato dal collega Arthur Bauchet, sciatore paralimpico con da paraplegia spastica ereditaria. (Credits foto: Ambroise Abondance per JAAM)

Può raccontarci cosa è successo quando la malattia si è manifestata per la prima volta?
«Soffro della malattia di Lyme dal 2014, nella sua forma più grave. Tutto è successo piuttosto rapidamente il 22 ottobre di quell'anno, quando sono svenuto a casa, dai miei genitori, a causa di una puntura di zecca. Mi sono risvegliato qualche tempo dopo e avevo delle convulsioni. Sono riuscito a chiamare immediatamente i soccorsi: sono arrivati molto rapidamente e mi hanno stabilizzato sul posto. Il giorno successivo riuscivo a camminare, ma barcollavo, e tre giorni dopo sono rimasto paralizzato, in modo progressivo: la paralisi è iniziata dalle dita dei piedi ed è risalita verso l’alto, circa 2–3 centimetri al giorno».
I medici hanno capito subito che si trattava della malattia di Lyme?
«No, all’inizio la patologia non è stata identificata come malattia di Lyme. È stato molto difficile dare un nome a ciò che avevo, perché mi è stata diagnosticata una neuroborreliosi (una forma neurologica della malattia di Lyme, ndr), oltre a babesiosi (malattia infettiva causata dalle babesie, parassiti microscopici diffusi dalle zecche, che infettano i globuli rossi, ndr) e malaria. È stata una vera “combinazione shock”, che ha dato il via a una degenerazione velocissima».
Ovvero, che cosa è successo?
«Sono stato tetraplegico, ho perso la parola, la vista: sintomi molto importanti che sono scomparsi abbastanza rapidamente, tranne l’uso delle gambe. Oggi sono paraplegico, con una debolezza nella muscolatura addominale sinistra. Le complicazioni più serie sono state trattate con farmaci molto forti. In seguito la malattia si è riattivata e, quando finalmente si è stabilizzata, ho dovuto subire un intervento al cuore per salvarmi la vita. Subito dopo ho accettato la sedia a rotelle e la mia condizione. Mi sono detto: “questa è una nuova vita, un nuovo capitolo, e sarà una bella vita”. Il mio obiettivo non è mai stato tornare a camminare. Il mio obiettivo era tornare a sciare».
Com’era la sua vita prima dell’insorgere della disabilità? Che sogni e progetti aveva?
«Avevo una vita molto “normale”, piena di progetti ma semplice. Avevo 19 anni, gli amici, gli studi, iniziavo a lavorare. Sciavo solo per piacere. Non avevo vere ambizioni sportive: come sciatore normodotato non ero abbastanza forte per puntare all’élite. Ma lo sport era centrale nella mia vita e lo sci era una vera passione».
Quando ha capito che la sua vita sarebbe cambiata per sempre?
«Nel momento in cui ho visto la mia sedia a rotelle in quella stanza d’ospedale. È stato difficile da accettare, per me e per le persone che amo. Anzi, credo che per loro sia stato ancora più duro che per me. Ma è stato anche il momento in cui ho scoperto una nuova parte di me stesso: un “nuovo Lou”».
C’è stato un momento in cui ha deciso di non vedersi più solo come un paziente?
«Subito dopo l’operazione al cuore. Ho accettato la disabilità e mi sono detto: “adesso è il momento di andare avanti, di costruire qualcosa di nuovo”. Provare il monoski era il mio desiderio più profondo, avendo sempre ben in mente il mio obiettivo di tornare sugli sci. La prima volta che mi sono seduto su un monoski è stato straordinario. Ho pensato: “è questo che voglio fare. E voglio andare alle Paralimpiadi di Pechino 2022”. Quel sogno si è realizzato. E oggi essere un atleta professionista e rappresentare il mio Paese al massimo livello è un orgoglio immenso».
Come ha ritrovato la strada verso lo sci?
«Lo sci è sempre stato qualcosa che ho amato profondamente. Ritrovare la gioia di scivolare era più importante che tornare a camminare. Le prime volte in monoski sono state magiche. Lo sport mi ha permesso di ricostruirmi mentalmente e fisicamente. In molti momenti ha persino contribuito a stabilizzare la malattia nelle sue fasi più forti. Lo sport ha un potere straordinario».
Quanto è diverso sciare in monoski rispetto a prima?
«È molto diverso, soprattutto all’inizio. Si è su uno sci invece che su due, quindi l’equilibrio cambia completamente. Si è molto più vicini al terreno e la velocità si sente di più. All’inizio è difficile trovare il giusto equilibrio, ma a livello competitivo cerchiamo la stessa precisione degli sciatori normodotati. Quello che rende unico questo sport sono gli angoli che possiamo creare con il monoski: sono incredibili. E la bellezza della macchina è straordinaria».
Nel suo sport, quanto conta l’attrezzatura e quanto la forza mentale?
«È uno sport sia meccanico sia fisico. L’innovazione gioca un ruolo enorme. Lo sviluppo tecnologico del mio monoski è fondamentale ed è affascinante lavorare con protesisti e ingegneri per migliorarlo continuamente. Ma la forza mentale è essenziale. Quest’anno mi sento calmo, preparato, fiducioso. Sono pronto ad affrontare queste Paralimpiadi con una convinzione immensa».
Cosa significa oggi per lei essere un atleta paralimpico?
«È un orgoglio incredibile. È il riconoscimento di aver fatto tutto il possibile per arrivare dove sei. Rappresentare la Francia è un onore enorme. Oggi mi definisco un atleta a tutti gli effetti. Un “nuovo Lou” rispetto a quello che ero a 19 anni. Mi conosco profondamente, so cosa voglio e come arrivarci, sono più sicuro di me. E anche una persona migliore».
Che cosa ha significato qualificarsi ai Giochi Paralimpici?
«La prima qualificazione per Pechino 2022 è stata un sogno. Un traguardo straordinario. Ora qualificarmi per Milano-Cortina è altrettanto speciale, ma diverso: oggi mi sento pronto. Nel 2022 ero giovane, mi mancava esperienza. Quest’anno ho davvero le carte per lottare per le medaglie. Non mi sono mai sentito così forte».
Crede che ci sia un significato più profondo dietro ciò che le è accaduto?
«Se dovessi rifare tutto, non cambierei nulla. Tutto è accaduto nell’ordine giusto. Non sono qui per caso. È importante dimostrare che anche in sedia a rotelle si può vivere una vita straordinaria. E poi ho costruito una famiglia: ho una figlia di quattro anni e mezzo e un figlio di un anno e mezzo. Vivere tutto questo con loro è semplicemente eccezionale».
La sua idea di successo è cambiata?
«Non è cambiata l’idea di successo, ma la consapevolezza del lavoro che c’è dietro. Le persone non immaginano quanto lavoro ci sia dietro una medaglia e dietro il team che ci sostiene ogni giorno».
Quali sono i suoi prossimi obiettivi?
«A livello personale mi sento realizzato. Ho una moglie, due figli e vivo a Tignes (comune montano sulle Alpi francesi, a 30 km dal confine con l’Italia, ndr), un posto magico. Il mio obiettivo a brevissimo termine è chiaro: due medaglie alle Paralimpiadi di Milano-Cortina. Solo a dirlo mi vengono i brividi. È possibile, ho il livello giusto, darò tutto. Ci vediamo a Milano-Cortina».

Lou Braz Dagand mentre “vola” sul suo monoski.

Che cos’è la malattia di Lyme
La malattia di Lyme è un’infezione causata dal batterio Borrelia burgdorferi (e specie correlate), trasmessa all’uomo attraverso il morso di zecche infette. È diffusa in molte aree dell’Europa e del Nord America, soprattutto nelle zone boschive e umide.
COME SI MANIFESTA
Nella fase iniziale può comparire:
eritema migrante (un arrossamento cutaneo circolare che si allarga progressivamente)
febbre
stanchezza intensa
dolori muscolari e articolari
mal di testa
Se non trattata tempestivamente con antibiotici, l’infezione può diffondersi e coinvolgere:sistema nervoso (neuroborreliosi)
cuore (cardite di Lyme)
articolazioni (artrite di Lyme)
LE FORME PIÙ GRAVI
Nelle forme più complesse e rare, la malattia può provocare disturbi neurologici importanti, problemi cardiaci e, in casi estremi, deficit motori permanenti. La diagnosi precoce è fondamentale: nella maggior parte dei casi, con una terapia antibiotica adeguata, la malattia si risolve senza conseguenze a lungo termine.