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20.5.26

«Sono un poeta mar­xi­sta e lotto per Porto Mar­ghera Mio figlio impren­di­tore? Non l’ho indot­tri­nato» Fer­ruc­cio Bru­gnaro, papà del sin­daco uscente di Vene­zia «Zan­zotto mi apprez­zava, sono pub­bli­cato anche all’estero»

 

corriere della sera. 
Dal nostro inviato a Vene­zia Andrea Pasqua­letto
20 ma 2026


Nello studio Ferruccio Brugnaro,
90 anni il prossimo 19 agosto, padre del sindaco di Venezia Luigi, ha lavorato come operaio a Porto Marghera. Sopra, la copertina di una delle sue raccolte di poesie che include uno scritto di Andrea Zanzotto

Novant’anni por­tati splen­di­da­mente, cami­cia a qua­dri colo­rati, l’aria del vec­chio com­bat­tente, Fer­ruc­cio Bru­gnaro ci guida in que­sta sua casa tap­pez­zata di libri. Sulla parete spunta la foto gigante di Sal­va­dor Allende, il pre­si­dente mar­xi­sta del Cile che rifiutò fino alla morte la resa al golpe mili­tare di Pino­chet: «Grande»; più in là un poster rosso della Wor­king Class e nel cor­ri­doio, a vigi­lare su tutto, lui: Che Gue­vara con il mani­fe­sto della resi­stenza, «...ci sono uomini che lot­tano tutta la vita, essi sono gli impre­scin­di­bili». E Bru­gnaro fa sì con la testa.

In fami­glia Sopra, Fer­ruc­cio Bru­gnaro con suo figlio Luigi, sin­daco di Vene­zia, e la moglie Maria, venuta a man­care lo scorso novem­bre. A destra, il poeta nella sua casa di Spi­nea, a Vene­zia

Sem­pre sulla brec­cia.

«Sono più pre­oc­cu­pato oggi del 1943 quando vedevo le bombe cadere come corian­doli. C’è qual­cosa di più nega­tivo. Il mondo bru­cia e i gover­nanti sono avidi di domi­nio. È come se ci fosse stato un arre­tra­mento della sto­ria umana. L’egoi­smo e la sopraf­fa­zione stanno pren­dendo il soprav­vento sulla fra­ter­nità e il mondo sem­bra andare verso l’auto­di­stru­zione. Trump dice cose paz­ze­sche... Sulla guerra l’avevo scritto molti anni fa come la penso».

Cioè?

Si alza, esce dal salot­tino e torna con una spe­cie di papiro: «Dob­biamo met­terci con­tro sem­pre... la guerra mas­sa­cra noi ope­rai, noi popolo, col­pi­sce noi soprat­tutto... è con­tro di noi sfrut­tati, donne, gente sem­plice, è la festa dei domi­na­tori, non chia­ma­teci più a que­sta festa...». La firma è la sua.

Fer­ruc­cio Bru­gnaro è un poeta ribelle, famoso a Vene­zia per le lotte ope­raie di Porto Mar­ghera dove è stato una colonna del sin­da­cato fino alla pen­sione. Un sim­bolo del pro­le­ta­riato, un uomo libero, un’anima inquieta. Iniziò distri­buendo volan­tini dopo averli cari­cati di versi potenti, imme­diati, anche rudi. («Fur­fanti, ladri di vite, avete ammaz­zato e ammaz­zate ancora... infame silen­zio»). Negli anni è diven­tato un autore rico­no­sciuto a livello inter­na­zio­nale. I suoi testi cir­co­lano nelle rivi­ste di mezzo mondo, dagli Stati Uniti alla Cina. In Ita­lia sono stati rilan­ciati da Andrea Zan­zotto, in Ame­rica da Jack Hir­sch­man vicino alla beat gene­ra­tion. Ma Bru­gnaro non è solo un poeta. È anche il padre di Luigi, il sin­daco di Vene­zia in sca­denza di man­dato che da impren­di­tore ha fon­dato Umana, 1.500 dipen­denti, fra i lea­der in Ita­lia nella «som­mi­ni­stra­zione di lavoro».

Padre e figlio, l’ope­raio e l’impren­di­tore, il sin­da­ca­li­sta che ha sem­pre com­bat­tuto la schia­vitù del lavoro e chi il lavoro l’ha creato nella forma meno gra­dita al sin­da­cato. Fer­ruc­cio è stato poi una ban­diera della difesa ambien­tale di Porto Mar­ghera e Luigi è ora accu­sato di aver ten­tato di ven­dere un’area inqui­nata pro­prio da quelle parti, fra terra e laguna. Sono accuse per lui molto dolo­rose.

Ma par­tiamo dal poeta, dove nasce la sua rab­bia?

«Nasce dalla povertà che ho visto, dalle sof­fe­renze dei con­ta­dini, dei mez­za­dri, da una ter­ri­bile fab­brica di chiodi a Porto Mar­ghera dove facevo i turni e vedevo che le per­sone diven­ta­vano niente. Nasce dai mal­trat­ta­menti delle donne che lavo­ra­vano nelle vasche bol­lenti di zinco, dai com­pa­gni del Petrol­chi­mico dove ero andato a lavo­rare pen­sando a un salto di qua­lità nella grande indu­stria e invece era­vamo ancor più espo­sti a qual­siasi veleno. Una notte ho detto basta e ho fer­mato il sistema di ven­ti­la­zione che por­tava den­tro i fumi delle cimi­niere. “Ora ti licen­ziano”, dice­vano gli altri. Mi sospe­sero per tre giorni e da lì ini­ziai la mia lotta lunga una vita».

E la poe­sia?

«Noi ave­vamo dif­fi­coltà a far valere le nostre ragioni per­ché non era­vamo all’altezza del con­fronto con la classe padro­nale, lau­reata, scal­tra, pre­pa­rata. Noi no, noi ave­vamo solo la forza della ragione che però non sape­vamo tra­durre in parole. E così comin­ciai a scri­vere. Ma la prosa e i rac­conti non attec­chi­vano. Ci voleva uno stru­mento più agile, più scarno, più spo­glio e imme­diato: la poe­sia. E come forma di dif­fu­sione scelsi quella del volan­tino ciclo­sti­la­bile. Era­vamo 2 mila alla Mon­te­fi­bre ma rap­pre­sen­tavo anche i 40 mila chi­mici di Mar­ghera. E poi ho ini­ziato a distri­buire anche a Milano, Torino, Brin­disi, in Sici­lia e in Sar­de­gna. E pure all’estero. Aspetta che ti fac­cio vedere».

Va nello stu­dio e sta­volta torna con un libretto di poe­sie e una rivi­sta pub­bli­cate da edi­tori indi­pen­denti fran­cesi che rilan­ciano i suoi versi d’urto.

La fab­brica come la guerra? «Ci sono delle affi­nità: la tra­sfor­ma­zione degli uomini in cose, la degra­da­zione del- l’anima, la tiran­nia sul corpo, le mac­chine, le intos­si­ca­zioni, l’amianto... Io dico che in que- sto nostro mondo manca soprat­tutto una cosa».

Cosa?

«La donna. È molto più avan­zata dell’uomo. Alla fine del ’900 fre­quen­tavo biblio­te­che, bar e piazze dove le donne par­la­vano di cose che non ho mai sen­tito dire all’uomo. Loro hanno una schiet­tezza, una comu­ni­ca­tiva, un equi­li­brio... sono una mera­vi­glia della natura. L’uomo è invece egoi­sta e pre­tende cose assurde dalla donna. Noi saremmo già andati a sbat­tere senza di loro che sono il freno rego­la­tore dell’uma­nità. La donna è il miglior mezzo di comu­ni­ca­zione che esi­sta sulla terra. Ho scritto un pic­colo sag­gio pren­dendo spunto da mia moglie Maria: Ritratto di donna. Ma ci sono tante Marie in giro, por­tate a rin­ne­gare sé stesse per il maschio».

La più grande gioia?

«Pro­prio l’amore di Maria che è durato una vita. Maria era il soste­gno, la dispo­ni­bi­lità, la com­pren­sione, non ave- va mai nulla con­tro nes­suno e cer­cava sem­pre il posi­tivo nelle per­sone. Per tanti anni ha inse­gnato ai bam­bini e anche a me. Un rife­ri­mento costante, un baluardo. Lo era lei ma lo è la donna in gene­rale».

Il dolore?

«La morte di Maria che se n’è andata sei mesi fa. Mi manca tanto, mi ha lasciato una situa­zione dura da supe­rare per me. Lei era molto ener­gica, molto dina­mica, molto pre­sente».

Che rap­porto aveva con il «mae­stro» Andrea Zan­zotto?

«Lui ha capito subito la mia poe­sia. Posso rac­con­tare un epi­so­dio: nel 1963 pre­sento “Il gelo dell’acciaio” ad Alte Cec- cato, per un pre­mio che aveva Zan­zotto fra i giu­rati. Vince un certo Alba­nese, impo­sto da chi finan­ziava il pre­mio. Assi­sto a una disputa fra Zan­zotto e gli altri giu­rati: diceva “guar­date che qui c’è una novità, da una parte l’acciaio oggi rap­pre­senta una cosa for­mi­da­bile, può essere di enorme pro­gresso, i grat­ta­cieli, i ponti; dall’altra è l’auto­di­stru­zione, gli alti­forni, i lavo­ra­tori...”. Aveva messo per­fet­ta­mente a fuoco tutto, ecce­zio­nale. Lui aveva il dono della sin­tesi ed era intel­li­gen­tis­simo».

Cosa è rima­sto del Petrol­chi­mico?

«Tante morti e tante malat­tie».

Come rac­con­te­rebbe oggi Porto Mar­ghera in un volan­tino?

«Porto Mar­ghera ha dato una rispo­sta a tanta povertà ma a un prezzo altis­simo in ter­mini di salute e non è ancora finita. È stato la spe­ranza di uscire da un mondo di fango e di deso­la­zione. Sarebbe andata diver­sa­mente se la classe padro­nale non avesse avuto la fretta del pro­fitto e dell’accu­mulo. Per il futuro mi auguro che chi si tro­verà a gestire quelle aree tenga conto del pas­sato».

Suo figlio Luigi, sin­daco di Vene­zia, è pro­prie­ta­rio di una di que­ste aree, i Pili, ed è finito sotto inchie­sta per aver ten­tato di ven­derla. Un’area inqui­nata, come la vede?

«Pre­messa, io amo molto la natura: i fiumi, la laguna, i prati, le piante, gli ani­mali. E sono par­ti­co­lar­mente sen­si­bile ai rifiuti tos­sici e all’inqui­na­mento. Mi ha fatto molto male que­sta sto­ria per­ché ha toc­cato l’one­stà di mio figlio che invece ha dato tutto per la sua città. Io penso che ci sia die­tro una grande mon­ta­tura dovuta al fatto che Luigi ha avuto con­tatti con que­sto impren­di­tore orien­tale con il quale però mica ha con­cluso niente. Spero che la vicenda venga chia­rita al più pre­sto per­ché lui ci sof­fre da morire. Penso che un giorno lo rim­pian­ge­ranno».

Al di là delle vicende penali lei ha sem­pre lot­tato con­tro i padroni del vapore e Luigi è un padrone del vapore.

«Maria ed io abbiamo cre­sciuto i nostri figli (oltre a Luigi, pri­mo­ge­nito, c’è Gabriele, ndr) nella mas­sima libertà e senza alcun indot­tri­na­mento. E abbiamo sem­pre rispet­tato que­sta loro libertà».

E rispetto a Umana che nasce come società di lavoro tem­po­ra­neo?

«Sono sem­pre stato con­tro que­ste forme di lavoro che non danno molte tutele. Ma c’è una legge che le con­sente e Luigi l’ha appli­cata. Non ha inven­tato niente da que­sto punto di vista».

Cosa pensa della legge?

«Era meglio che non la faces­sero».

Lei potrebbe per­met­tersi una casa più comoda. Per­ché resta qui?

«I miei figli vor­reb­bero che andassi da loro ma in que­sto appar­ta­mento, dove hanno abi­tato anche Luigi e Gabriele, ho i miei spazi, i miei libri, i miei tempi. Posso riflet­tere. Noi abbiamo sem­pre vis­suto molto libe­ra­mente e i ragazzi hanno ini­ziato ad andare in giro da gio­va­nis­simi. In ogni caso li vedo spesso, anche per­ché ho sei nipoti. Gabriele è in pen­sione e ora fa il pit­tore».

Il sin­daco legge le sue poe­sie?

«Le legge eccome e ne discu­tiamo. Dice che sono dure ma capi­sce da dove arri­vano».

A chi dà il voto?

«Io sono mar­xi­sta-leni­ni­sta e ho sem­pre votato comu­ni­sta. Adesso non saprei, è diven­tato un pro­blema».

Luigi ha gui­dato una giunta di cen­tro­de­stra, lo votava?

«Scusi ma ora devo pro­prio andare».

ottima. iniziativa in occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, gli studenti della scuola Futura Istruzione e Formazione Professionale

 da   Cristian Adriano Porcino Ferrara In occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, gli studenti della scuola Futura Istru...