Finalmente qualcuno da destra - o quel pochissimo di liberale che ne resta - si alza e affronta Vannacci per quello che è. Lo ha fatto Francesca Pascale ( che peraltro non mi sta simpatica ed è lontana dal mio peniero anni luce ) su Rai3, dovendo sopportare anche i commentini di Giletti in sottofondo servilmente in difesa del generale.“Nel suo libro non ho fatto altro che ricevere degli insulti, mi scaldano quelle parole che ha detto perché mi colpiscono e colpiscono tante altre comunità e realtà in questo Paese. Lei non se ne rende conto. Per un vantaggio suo personale, non riesce a entrare nella difficoltà delle persone che cercano
semplicemente il rispetto. Non la tolleranza. Il rispetto” ha detto Pascale.Applausi. “Non faccia questi sorrisini, perché spesso questi sorrisini generano traumi, soprattutto quando si rivolge alla comunità LGBT [ e non solo aggiunta mia ] . Lei sta facendo politica, non cabaret. Questi sorrisini li tenga a casa sua o al bar con gli amici”.E ancora.“La verità sa qual è? Che lei, come tutti gli ossessionati dall’omofobia, non fate altro che nascondere qualcosa che probabilmente reprimete fin dalla nascita. Questa è la verità”. Ora Può piacere o meno, si può condividere o meno, ma raramente ho sentito anche a sinistra parole così chiare, chirurgiche su Vannacci e il vannaccismo come quelle pronunciate da Francesca Pascale ieri sera. La verità è che, se questa fosse la destra italiana, uno come Vannacci semplicemente non esisterebbe . Ora questo mio pos t susciterà repliche come quella qua sotto a cui ha replicato magistralmente Lorenzo TosaNostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
Cerca nel blog
2.10.24
diario di bordo n 79 anno II Corrado Augias ha battuto negli ascolti Massimo Giletti ., laici e e baciapile ., il problema non sono i medici abortisti ma quelli obbiettori .,
30.9.24
Cosa è il sionismo e perché essere critici? E poi quali sarebbero le idee di Segre e Crosetto da “odiare”?
Antonio DeianaProviamo a rispondere
Cosa è il sionismo e perché essere critici?
E poi quali sarebbero le idee di Segre e Crosetto da “odiare”?
Lia Pipitone figlia ribelle di un boss uccisa da Cosa nostra non è per lo stato italiano vittima della mafia.
Infatti Secondo alcune testimonianze, sarebbe stato proprio il padre a commissionare l’omicidio della figlia Questo caso mette in luce le difficoltà e le contraddizioni nel riconoscimento delle vittime di mafia in Italia.Quindi Per lo Stato italiano se hai un parente mafioso sarai per sempre uno di loro. Per questo motivo Lia Pipitone che venne uccisa nel 1983, non può essere considerata vittima innocente di mafia.
Per lo Stato Lia Pipitone figlia ribelle di un boss uccisa da Cosa nostra non è vittima della mafia. La battaglia del figlio in un libro
Lia Pipitone con il figlio Alessio
Dieci anni fa, il racconto-inchiesta scritto con il giornalista di Repubblica Salvo Palazzolo ha fatto riaprire il caso, di recente due capimafia sono stati condannati definitivamente. "Ma mia madre resta una vittima di serie B", dice Alessio Cordaro
Per i giudici, Lia Pipitone, la figlia ribelle di un boss di Palermo uccisa a 25 anni nel 1983, è vittima della mafia. Per il ministero dell’Interno, invece no. Alessio Cordaro, il figlio di Lia, continua la sua battaglia con il libro “Se muoio sopravvivimi” che l’editore Zolfo ripubblica in una versione aggiornata: dieci anni fa, il racconto-inchiesta scritto insieme al giornalista Salvo Palazzolo fece riaprire l’inchiesta giudiziaria, che era stata archiviata subito dopo il delitto avvenuto al culmine di una falsa rapina, domani saranno passati 39 anni. Di recente, la Cassazione ha confermato le condanne a 30 anni per due boss di Cosa nostra, Antonino Madonia e Vincenzo Galatolo, loro ordinarono la morte della giovane con il consenso del padre. «Lia era nata per la libertà. Ed è morta per la sua libertà», ha detto il pentito Francesco Di Carlo. «Fu omicidio per onore – ha spiegato un altro ex autorevole mafioso, Rosario Naimo – si sapeva che la figlia del signor Pipitone tradiva il marito». In realtà, era una voce che girava nel quartiere, all’epoca era inconcepibile che un uomo e una donna potessero essere solo amici. Il giorno dopo il delitto di Lia, il suo amico venne “suicidato” dal balcone di casa e costretto a scrivere una lettera: «Mi uccido per amore».
Nella nuova edizione del libro “Se muoio sopravvivimi – Lia Pipitone, uccisa dalla mafia perché si ribellò al padre boss” Alessio Cordaro e Salvo Palazzolo tornano a ripercorrere la storia della giovane, che riuscì a fuggire da Palermo con il fidanzato per sfuggire al padre-padrone: mafiosi autorevoli si mobilitarono per ritrovare i due ragazzi, e il compagno di Lia fu anche portato davanti a un tribunale di mafia. Ma lei non si arrese, continuò a contestare il padre e a vivere la sua vita in libertà. Anche quando una voce insistente nel quartiere iniziò a dire che stava dando scandalo per la sua amicizia con un uomo. «Mia madre continua ad essere una vittima di serie B – dice Alessio Cordaro – Nonostante i giudici abbiamo scritto parole chiarissime». Per il ministero dell’Interno, Lia Pipitone non ha i “requisiti soggettivi” per essere riconosciuta vittima di mafia.
Dice Palazzolo: «Per trent’anni, lo Stato ha archiviato il caso come una rapina finita male: una messinscena che non insospettì la polizia. E oggi viene da pensare male: le ultime indagini sull’omicidio dell’agente Agostino raccontano che il clan dell’Acquasanta teneva rapporti con ambienti deviati delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, in quel quartiere i Galatolo custodivano la base operativa da dove partivano i sicari di Riina per gli omicidi eccellenti». In quel quartiere Lia voleva vivere la sua vita. «Al figlio di Lia Pipitone è stato anche detto che la richiesta di risarcimento è arrivata fuori termine. Parole davvero paradossali – prosegue Palazzolo – lo Stato ci ha messo trent’anni per dire che era un omicidio di mafia, e solo perché un figlio ha iniziato a cercare la verità sulla morte di sua madre».
29.9.24
Come fanno a scattare le foto le persone ipovedenti e cieche? Le tecnologie utilizzate.
Alle scorse Paralimpiadi di Parigi il fotografo cieco João Maia da Silva ha stupito tutti con i suoi scatti. Ma come ha fatto? Scattare fotografie in condizioni di cecità o ipovedenza è possibile grazie all'aiuto della tecnologia, di un assistente visivo e dei propri sensi.
ecco che talke mia curiosità è sta sodisfatta da quest articolo di https://www.geopop.it/
A cura di Veronica Miglio
Forse questa domanda non ve la siete mai posta: ma come fanno a fare le foto le persone cieche e ipovedenti? Ebbene, dopo aver visto gli scatti del fotografo cieco João Batista Maia da Silva alle Paralimpiadi di Parigi in molti se lo sono chiesto
IL fotografo cieco João Batista Maia da Silva in azione. Credits: Leandro Martins CPB
.Per poter fotografare le persone che hanno gravi problemi alla vista non solo si servono dei loro altri sensi (udito e olfatto soprattutto) o si servono di un assistente visivo che indica loro dettagli visivi essenziali per gli scatti. Queste persone hanno anche un grande aiuto da parte della tecnologia, soprattutto grazie all'assistenza vocale che permette di scattare fotografie e selfie con i propri telefoni e che è anche presente in alcune macchine fotografiche, permettendo di immortalare momenti memorabili in maniera nitida e precisa.
La tecnologia viene in aiuto delle persone ipovedenti e cieche: dal VoiceOver di Apple al live view delle macchine fotografiche
La modalità "live view" della macchina fotografica, che può essere molto utile alle persone ipovedenti, permette di osservare direttamente sullo schermo LCD dell’apparecchiatura l’immagine che si vuole scattare.
I cellulari degli ultimi anni hanno permesso a persone cieche e ipovedenti di scattare foto da sole grazie, ad esempio, allo screen reader VoiceOver di Apple, che rende l'app della fotocamera accessibile anche a questa tipologia di utenti. VoiceOver legge i vari pulsanti e e le opzioni mentre si trascina il dito sullo schermo (annuncia persino l'orientamento della fotocamera, così evita alla persona di scattare foto di lato), così da rendere più agevole la regolazione della fotocamera e delle sue modalità. Ma non è tutto, perché questa funzione rileva i volti e annuncia vocalmente quanti ce ne sono nell'inquadratura, per rendere i selfie ancora più semplici. E poi c'è anche la foto panoramica: l'utente sposta il telefono da sinistra verso destra, e VoiceOver lo guida in linea retta, dandogli indicazioni nel caso le mani fossero troppo in alto o in basso, così da catturare i migliori scatti possibili.
I telefoni Pixel hanno una funzione di accessibilità molto simile, la Guided Frame, che utilizza un lettore di schermo che guida l'utente attraverso una serie di passaggi per scattarsi un selfie, dicendogli dove spostare il telefono e come posizionarsi. Quando l'immagine è pronta, scatta automaticamente. Le persone ipovedenti con la passione per la fotografia spesso scelgono cellulari che oltre all'assistenza vocale hanno fotocamere ad alta risoluzione e poi ingrandiscono le fotografie sul proprio pc o sul tablet per poter osservare i dettagli.
Funzioni di assistenza vocale esistono anche su alcune macchine fotografiche professionali. Se la fotocamera ha dei sensori personalizzati alcuni fotografi con problemi alla vista possono anche decidere di scattare in lunghezze d'onda che non possono essere viste a occhio nudo (è possibile farlo persino con alcune fotocamere d'epoca). Le persone ipovedenti spesso scattano utilizzando la modalità live view (la fotocamera permette di scattare la foto mentre sullo schermo LCD si può vedere l'immagine in tempo reale) anziché il mirino, perché il primo permette di avere una visione di insieme più compatta della scena fotografata.
L'esperienza di João Maia da Silva e l'importanza dei sensi e dell'assistenza
João Batista Maia da Silva, tra i fotografi ufficiali delle Paralimpiadi 2024 di Parigi. Credits: Edu Azevedo
Qualcuno potrebbe domandarsi perché persone cieche o fortemente ipovedenti si cimentino nella fotografia se non possono poi osservare i propri scatti. Ma le risposte sono le stesse applicabili a persone che non hanno questo tipo di problemi, e si possono riassumere con l'importanza della fotografia per rievocare e ricordare di un momento particolare o di un posto speciale in cui si è stati e condividerlo con le persone care. E poi c'è anche il caso di coloro che hanno sempre lavorato nel campo della fotografia e che a un certo punto della loro esistenza la vista è svanita per un motivo o per l'altro.Questo secondo caso è quello del fotografo cieco di origini brasiliane João Batista Maia da Silva ha stupito tutti con i suoi splendidi scatti alle ultime tre edizioni delle Paralimpiadi. Maia ha perso la vista a 28 anni a causa dell'uveite che ha colpito entrambi gli occhi, ma non ha mai abbandonato la sua passione per la fotografia, e anche dopo questo grande cambiamento – nonostante la sua vista sia "come una fotografia sfocata", per riprendere le sue parole – ha continuato a lavorare come fotografo.Già conosciuto nell'ambito sportivo per i suoi scatti alle Olimpiadi di Rio 2016 e Tokyo 2020, la sua tecnica di scatto è molto particolare: Maia si serve dei suoi sensi (in primis l'udito – sua guida principale, con cui ascolta i movimenti degli atleti – poi il tatto e l'olfatto) per percepire ciò che ha attorno a sé e direzionarsi sentendo le vibrazioni, catturando così i momenti importanti con la sua macchina fotografica. Per eventi importanti come questo si è fatto aiutare da un assistente che gli ha descritto alcuni dettagli visivi (colori, espressioni, ecc.) delle esibizioni degli atleti, e il risultato è davvero incredibile.
Una delle tante fotografie scattate da Maia da Silva durante le Paralimpiadi di Parigi 2024
La sua fotografia è una cronaca visiva, che cattura momenti fugaci e condivide emozioni, suoni e tocchi. In una intervista rilasciata a Olympics.com
il fotografo ha affermato:La fotografia alla cieca è un modo di sperimentare le nostre percezioni, latenti in ognuno di noi. Ognuno di noi ha la propria percezione, e può essere esplorata meglio quando se ne ha l'assenza. Nel mio caso, la vista è assente, ma posso stimolare di più il mio udito, il mio tatto, il mio olfatto, il mio gusto. […] Ma soprattutto immagino, e scatto col cuore. Quando qualcuno mi chiede un consiglio sulla fotografia, rispondo così: “Prima di scattare una foto fermati, pensa, studia il luogo, senti l'energia intorno a te, la luce, gli odori. Prova a scoprire la storia dietro tutto prima di fare clic. Tutto questo compone le mie immagini”.Maia ci insegna quindi che oltre alla capacità fisica del nostro sguardo, per scattare una fotografia è ancor più essenziale saper "vedere" al di là dei propri occhi, utilizzando l'immaginazione come fonte primaria per immortalare ciò che è importante.
Da Casnigo all’Università di Pavia, oggi ha 81 anni. Una vita racchiusa in un dipinto ex voto nella sacrestia del santuario della Madonna d’Erbia, a Casnigo:
a lui... E alla moglie, che non era presente al momento in cui il giornalista l'ha incontrato, ma che di certo avrebbe avuto anche lei molte cose da raccontare .
da corriere della sera tramite https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/
Un uomo che cade da un ponte, un altro sfiorato da un fulmine, una donna a letto malata, e sopra a tutti una Madonna benedicente e salvifica. Gli ex voto tappezzano la sacrestia del santuario della Madonna d’Erbia, a Casnigo: lo stile delle pitture è popolare e le dinamiche delle azioni improbabili, ma all’uscita viene da pensare alle storie di paura e sollievo che raccontano, e alle persone coinvolte, che non conosceremo mai.«Quello lì è il mio», dice una voce.
Fermi tutti, si torna indietro.
Nell’abside dietro l’altare, davanti al quadro di una sala operatoria con le finestre c’è un signore anziano appoggiato a un bastone.
In che senso, è il suo?
«Questo ex voto l’ho dipinto io, per ringraziare dopo 21 mila interventi. Quando mi lavavo le mani prima di operare pregavo la Madonna d’Erbia».
Si scopre così che il signore con il bastone è Luigi Bonandrini, ha 81 anni, è di Casnigo ed è stato primario di Chirurgia a Pavia, dove insegnava anche all’Università. Tre anni fa è stato premiato dall’ateneo di Bergamo tra le personalità «che si sono distinte per la loro attività e hanno portato in alto il nome di Bergamo nel mondo». Con lui c’era anche Franco Locatelli, insieme al quale ha studiato. Cominciamo dall’inizio: come si parte da Casnigo negli anni Quaranta per finire a insegnare a Pavia? «Mio padre era elettricista, è diventato direttore della centrale di Ponte Nossa, dove ci siamo trasferiti. Mia madre era sarta. Avevo due sorelle, una l’ho operata tre volte ma non ce l’ha fatta. I miei ci ha fatto studiare tutti e tre. Le medie a Gazzaniga, all’epoca c’era l’istituto del Sovrano Ordine di Malta, era territorio extraitaliano. Un rigore militare pazzesco. Poi il Sarpi e l’Università a Milano. Mio padre pensava che volessi fare Ingegneria». E invece: «L’idea del medico è maturata piano piano, ma ce l’avevo già nel cuore. Nessuno dei miei cinque figli ha fatto medicina ma li capisco: io e mia moglie eravamo reperibili quindici giorni ciascuno al mese, io in Chirurgia d’emergenza e lei in Ostetricia, ogni notte c’era qualcosa».Anche sua moglie è medico, quindi: «Si chiama Maria Luisa Pinetti: ci siamo conosciuti all’asilo di Ponte Nossa, abitavamo su due rive opposte del Serio e ci salutavamo dalla finestra. Abbiamo fatto insieme il Sarpi e l’Università. Ma non eravamo morosati, solo amici, la portavo in giro in Lambretta. Dopo laureati ci siamo detti che era il caso di sposarci».Romantico. «Certo, eravamo sotto l’arco di uno studentato delle suore a Pavia: la ospitavano perché le curava gratis. Era una cosa alla quale abbiamo sempre pensato tutti e due, ma senza dirlo. Volevamo prima laurearci bene e pensare al resto dopo. Ci sono stati cinque anni di specialità in cui non avevamo un soldo, tiravamo avanti con le supplenze. Poi abbiamo vinto insieme un concorso al vecchio ospedale San Biagio di Clusone. Ci eravamo andati d’estate da studenti, ci facevano fare le punture lombari e dei versamenti pleurici. Io o sono arrivato come primario di Chirurgia, lei di Ostetricia, è stata la prima donna in Italia ad avere quell’incarico».
L’ospedale non c’è più: «A Clusone mi odiavano perché volevo chiuderlo e trasferire tutto a Piario dove c’era un sanatorio bellissimo, aveva anche il teatro e il biliardo a cui aveva giocato Garibaldi. Avevo perfino proposto di spostare i confini di Clusone per includerlo. Poi ho vinto il concorso per Pavia e anche mia moglie. È stata la prima specialista in Ginecologia e la prima in Endocrinologia. Voleva laurearsi anche in Filosofia ma ha smesso, ormai avevamo cinque figli, lei teneva in piedi la baracca. Io andavo in giro per il mondo a vedere i grandi chirurghi e lei mi diceva: comoda così». Arriviamo all’ex voto. «Ci sono le finestre perché il San Matteo era l’unico al mondo con le finestre in sala operatoria. Facendo chirurgia d’urgenza non posso non avere perso dei pazienti, ma su 21 mila interventi non ho mai avuto conseguenze legali». Una storia su tutte? «Un mattino alle 4 sto andando a casa, sento una voce dalla sala operatoria che diceva: è morto. Entro come mi trovo, in maglione, c’è un ragazzo di 19 anni con un trauma cranico spaventoso. Mi faccio dare un bisturi, taglio i vestiti, squarcio il torace e prendo in mano il cuore. Ho fatto il massaggio cardiaco interno, io stesso ero sorpreso da quello che stavo facendo. Anche adesso che lo racconto stringo la mano come se tenessi quel cuore. Dopo 15 minuti è apparsa la fibrillazione, lui ha aperto gli occhi e ha detto una parola: “Aria”. Poi è morto. Ho fatto il volontario durante il Covid, riconoscevo lo sguardo spaventato di chi ha fame d’aria».È rimasto qualcosa del Covid? «Ho fatto realizzare nel piazzale del cimitero una cappella che è stata benedetta il 5 settembre per ricordare le vittime delle pandemie. Il ricordo è importante».
Mario Sotgiu e i suoi mille racconti: «Arzachena, una storia straordinaria»Il creatore del museo più piccolo d’Italia è il custode della memoria della sua città
Arzachena È più forte di lui. Anche quando dovrebbe essere il protagonista del racconto, Mario Sotgiu, il presidente dell’associazione “La ...
-
Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
-
iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...
-
Ascoltando questo video messom da un mio utente \ compagno di viaggio di sulla mia bacheca di facebook . ho decso di ...






;Resize,width=570;)



